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    Pezzi di storia

Portofino, il porto delfino dei romani
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941 copertina

Terra benedetta di San Giorgio e patria di audaci e fedelissimi Navigatori.

L'antichissimo Porto Delfino, così onusto di storia marinara, conobbe a fondo, al tempo specialmente della Crimea, il fasto e i fasti del rinomato armamento camogliese, che nel suo porto carenava ed incatramava i tanti barchi frusti dal lungo andare. I suoi figli, quasi tutti discendenti da quelli intrepidi cercatori di corallo che già nel 1700 se ne andavano, armati fino ai denti, a pescar la delicata materia fin nelle isole dell'Arcipelago Greco, non possedettero, al tempo della vela, che pochi grossi bastimenti, di quelli per la navigazione dei Capi. Ma in compenso certe bombarde e brigantini di Portofino si fecero molto onore nei traffici del Mar Nero e in quelli dell'Arcipelago. La piccola cittadina se non ebbe un folto stuolo di bastimenti di forte tonnellaggio, vantò però una sua stupenda e meravigliosa marineria che fu quasi sempre imbarcata sui mille e più bianchi velieri dei camogliesi. E fu altresì patria di buoni e arditi Capitani di lungo corso e di quei tanti Nostromi che erano ricercatissimi per le doti marinare, per il coraggio e per l'abilità manovriera. Al tempo della grande navigazione a vela certi Nostromi di Portofino guadagnavano 15 lire di più ai mese degli altri di pari grado. E tanti ebbero l'onore di vedersi affidare il fischietto d'argento, suprema distinzione dei Nostromi dei tempi dell'Algeria e della Crimea.
Il suo porto, fatto meravigliosamente da madre natura o meglio ancora da Colui che tutto può, fu sempre stato ed è sicuro rifugio pei naviganti. Ed ebbe sempre - ed ha - una sua tipica caratteristica importanza. Oggi ben si sa, è soltanto darsena elegante per le lussuose imbarcazioni da crociera. Ma ancora nel 1860 i camogliesi vi portavano, ogni anno, e per la rotazione del disarmo, una ventina di Brick e di grosse Scune. Dava inoltre asilo ai bastimenti dei portofinesi, ossia ai legni degli armatori Cap. Domenico Davegno; Cap. Giuseppe Merello, che aveva la Regia Patente per il comando fin dal 1817; Capitan Nicolò Scarsella fu Gio. Batta, che l'aveva datata il 4 agosto del 1837; Cap. Rocco Schiaffino, di ceppo camogliese ma che s'era ammogliato a Portofino e che arrivò ad armare vari velieri.
Poscia, più vicino a noi per epoca, il Cap. Gio. Batta Schiaffino, figlio del precedente e che fu l'armatore dello ship «Elena Cordano» e del Nuova Scozia «Fratelli Janos»; Cap. Paris, armatore dello ship «Giulia Paris»; Cap. Guerello Domenico, armatore del «Velocifero». E di un altro armatore che per picca aveva costruito il «Lucifero», nome che dovette poi mutare perché il vecchio e venerando Parroco del paese non aveva voluto battezzare il veliero.
Eppoi ancora il buon armatore Cap. Antonio Gotuzzo. E il Cap. Giovanni Giuffra, che possedeva una bella Scuna andata perduta corpo e beni sulle coste della Sardegna. E il Capitano Emanuele Guerello e il valoroso Cap. Luigi Schiaffino, che comandando lo ship «Nuovo Bernardo» dei De Gregori di Camogli periva con tutto il suo equipaggio alle isole Shelley, in una tragica notte dell'inverno 1887. foto

Un Capitano di mare di quelli della vecchia guardia e che onorò Portofino fu il Capitano Domenico Davegno, che navigò gli Oceani al comando dei velieri degli armatori Raianusso di S. Margherita e poi su bastimenti camogliesì e sul «Trento» di Gotuzzo. E un altro ancora fu il Cap. Sanguineti, audace lupo di mare e maestro di navigazione a tanti ufficiali. Fu proprio uno dei Capitani più «bulli» di quell'epoca. Non soltanto Portofino, ma bensì della Liguria. Il che è tutto dire. Durante la sua lunga navigazione aveva solcato trenta volte gli oceani con un attivo di ben quindici doppiate del Capo d'Horn per il Pacifico e sette del Capo di Buona Speranza per Moulmein ed Ackiab. Nei tempi in cui comandava la maestosa «Enrichetta Raggio», una bella nave a tre alberi di 3000 tonn. circa (che fu poi comandata da un altro quotatissimo navigatore, il Capitano camogliese Cav. Giacomo Olivari, 48anni di navigazione effettiva, medaglia d'argento e padre del comandante Vittorio Olivari del «Conte Rosso»), Cap. Sanguineti fece ben due volte il giro del mondo, marcando un record, perché superò in velocità le più grandi navi in ferro degli inglesi ed i rinomati «quattro alberi» dei tedeschi.
Nella Camogli marinara e sempre squisitamente custode dei bei ricordi dell'epoca della vela si racconta (con lui navigarono molti camogliesi e come giovane ufficiale colui che è oggi il Comandante Martino Razeto di Camogli), come una volta, trovandosi sul Capo d'Horn a navigare con vento fortissimo e con il solo velaccio di maestra e di trinchetto alla vela, udisse il parlottare di due marinai che mugugnavano: «Cosa aspetta il comandante a far caricare i velacci? Poi andrà lui a dargli volta!» Non l'avessero mal detto! Fu un subissare di ordini, un vero castigo di Dio. Cap. Sanguineti si piantò a gambe arcuate sul ponte, chiamò il Nostromo e la guardia e fra il sibilar del vento cominciò a tuonare: «Molla velaccio di mezzana, molla contra di maestra, molla contra a prua e quello di mezzano.» L'equipaggio - eseguite le difficili nanovre – sperò in un po' di riposo. Ma non fu così. Quel diavolo d'uomo gridò ancora: «A mollare la cassa randa e a ghindare il controfiocco!» Fu quella, raccontarono i camogliesi, proprio un'avventura, una bella avventura da disperati. E guai a mugugnare. Quella maestosa nave così terribilmente invelata (nemmeno nella regione delle brise aveva caricato tanta tela) si impennò quale un corsiero. Eppoi fu una vera corsa pazza, un delirio di velocità. Nostromo Schiappacasse, camogliese e marinaio per la pelle, raccontava che la nave arrivò a filare diciassette nodi, che tutti i sartiami gemevano e che i marinai non sapevano più a che santo votarsi. E Cap. Sanguineti sempre lassù, con quel tale suo cipiglio truce, sempre fermo, afferrato con ambedue le mani alla ringhiera del ponte. Come a dominare la nave. E gli uomini. Verso mezzogiorno si avvistò di prua un grande veliero. Ed arrivandolo lo si rilevò alle 4 pom., al traverso. Era la nave americana a quattro alberi «Cuba», che navigava con le sole quattro vele maggiori e che, partita dodici giorni prima dallo stesso porto dell'«Enrichetta Raggio», Liverpool, arrivò poi a Valparaiso, porto di destino d'entrambe, quando già Cap. Sanguineti, da ben quattro giorni, stava facendo operazioni di scarico.
Quella traversata, realizzata con sedici giorni di vantaggio sul «Cuba» - che era l'alcione orgoglio dei nord-americani – segnò un record del quale parlarono con elogio tutte le riviste marinare.
Or non è più, l'ottimo, coraggioso e tanto simpaticamente testardo Cap. Sanguineti. Ma il suo caro ricordo dura tenace sulle tolde delle navi di Liguria, molte delle quali oggi sono comandate da Capitani che sotto di lui impararono tutti gli osamenti marinareschi.

Un altro lupo di mare degno di ricordo è il Cap. Gio. Batta Schiaffino, nato nel 1840 da Cap. Rocco e da Anna De Gregori. Imbarcato a dieci anni sulla scuna paterna «Giulietta» (che portava 2000 mine), passò poi su un brick loanese comandato dal Cap. G. B. Craviotto, con il quale navigò parecchi anni. Promosso Capitano di luogo corso nel 1863, comandò la nave camogliese «Bernardo». Verso il 1870 impostò sullo scalo del Brignole, a Lavagna, un bel ship da 1200 tonn., l'«Elena Cordano», che comandò per molti anni. Il suo viaggio inaugurale, durato quaranta mesi, segnò i porti di Genova, Tripoli, Cardiff, Capetown, Rangoon, Falmouth, Liverpool, Valparaiso, Antofagasta, Lobo de Afuera, Falmouth e Bordeaux. Durante un altro suo viaggio con il bastimento in pieno Gulf Stream in burrasca, un suo marinaio cadde a mare. Messo in panna e fatto «requillare» il barco, Cap. Gio. Batta Schiaffino gridò ai marinai: «Chi di voi si sente di gettarsi a mare con la sagola del "log" per tentare di salvare il vostro compagno?». Ma il mare era tanto infuriato che nessuno si fece avanti. Allora Cap. Gio. Batta Schiaffino, dimentico del suo grado e delle terribili conseguente che avrebbero potuto derivare al bastimento dall'atto temerario, ma nobilissimo, che stava per compiere, e punto curante del mare in tempesta, impugnò la corda del "log" e si slanciò in mare, allargandosi dal bastimento tanto da raggiungere il naufrago che riportò svenuto a bordo, salvandolo così da sicurissima morte. Un figlio di questo audace e nobile lupo il mare, nato a Lavagna, quando il padre vi stava costruendolo ship «Elena Cordano», fu a sua volta un ottimo Capitano di mare. Elia Schiaffino, figlio di Cap. Baciccia e di una Demarchi di Rapallo, a soli sette anni era già in Pacifico, imbarcato sullo ship «Nuovo Bernardo», dei De Gregori di Camogli. Poi passò sul «Due Fratelli» pure dei De Gregori, e quindi sul «Giacomo Mortola» dei Cailea di Camogli. Qualche anno dopo, imbarcato sulla nave camogliese dei Figari (Cap. Gio. Batta Schiaffino), prese parte al salvataggio dei 160 passeggeri del vapore inglese «Conjèe», salvataggio di sì audace perizia che valse al vecchio Cap. Schiaffino detto il «Rocchetto» la cittadinanza onoraria di Melbourne. Comandò in seguito lo ship «Gin» dei Lavarello e poscia il primo vapore acquistato dagli stessi armatori Lavarello: l'«Aurelia». Fu poi uno dei Capitani di fiducia dei Raggio e ne comandò i vapori «Juno», «Nereo», «Ercole», «Fortunata». Dopo una parentesi al comando del «Lamia», che era dell'armatore Giuseppe Lavarello, passò al comando del «Genova». Quello stesso che fu silurato, durante la guerra, al largo del Monte di Portofino. Armatore anche lui di Scune e di Navi Golette, finì la sua bella carriera marinara comandando il «Trento».

Durante tutto il 1700 quei di Portofino furono tenaci cercatori di corallo. E chi sa perché essi andassero sempre verso ponente, all'isola di Gallinaria ed ai fondachi di Provenza, mentre che i loro vicini, quei di San Giacomo di Corte, e anche di Rapallo, dirigevano sempre le barche coralline sulle coste occidentali della Sardegna? I portoflnesi dicono che il motivo c'era. I vecchi capibarca del 1700 avevano il segreto delle «poste», segreto che si tramandavano di padre in figlio. Conoscevano il banco corallifero, ne sapevano l'estensione e l'ubicazione precisa. Si racconta che fossero d'accordo con i pescatori di Laigueglia, molti dei quali erano precisamente discendenti dei cercatori catalani di corallo che già nel 1600 venivano a pescare nel mare di Liguria.
I barchi stessi che i portofinesi usavano per quella pesca – che durava quasi sei mesi - si differenziavano alquanto dai consimili della Riviera. Erano «leudi» tondi tondi, ma non tozzi. Portavano l'albero molto inclinato a prua ed avevano coperta chiusa e molto lunata. Marini per eccellenza, correvano qualunque temporale. E una volta ben chiuso e chiavardato il piccolo osteriggio che immetteva nella stiva, stavano proprio a galla come le botti vuote. L'equipaggio era composto di un capo-barca, sette marinai ed un garzonetto appellato: «muchaco». Anche quei di Laigueglia chiamavano il ragazzo di bordo «camerotto» o «muchacho», all'uso dei catalani. Si racconta che questi barchi arrivassero alla trentina. Ma i trenta nomi non si tramandarono. Si ricordano soltanto i «leudi»: DELFINO GRANDE - SAN GIORGIO - UNIONE - DUE GERMANI - IL GUERELLO TRIONFANTE - L'ORBO - IL VINDICE - NUOVO SAN GIORGIO - MADRE GIULIETTA - L'OTTAVO GOTUZZO – ROISECCO I e ROISECCO II - IL GIUFFRA I - NUOVO GIUFFRA – MADRE GIOVANNA - GIUFFRA - DUE CUGINI DEVOTO - FRATELLI DAVEGNO - SAN GIORGIO MARINO e il MALIZIOSO.
Le «campagne» coralline durarono con alterne vicende fino al 1840. Poi la richiesta, specialmente dalla Russia, si fece più esigua e quei «leudi», abbandonando le poste di Provenza, si dedicarono al cabotaggio costiero e al traffico con Livorno, allora rinomatissimo Porto Franco dei Granduchi. Anche gli approdi e le spiagge aperte di Maremma ebbero la preferenza dei portofinesi, specialmente per il traffico del carbone, che quei di Portofino facevano per conto di negozianti di Camogli, chiamati Schiaffino «Marzocco». In quegli anni fu tanta l'importanza del paese, come porto d'armamento e come porto di rilascio, che Portofino si ebbe un Console di prima classe del Granduca di Toscana, nella persona del signor F. Figallo. Ancora nel 1854 esisteva detto Consolato. Certi documenti di spedizione per Maremma, della scuna «San Giorgio», Cap. Davegno, 1854, portano il grande timbro a secco dei Granduchi di Toscana e la firma del Reggente il Consolato.

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