Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

San Michele di Pagana
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

San Michele di Pagana, l'antica insenatura del Tigullio che conobbe più d'una volta e rintuzzò le zannate dei pirati di Dragutte il «Rosso» e quelle foto 1 del «Corsaro Rinnegato», fu - fin da antichi tempi - patria di marinari e di esperti navigatori. Gli uomini del suo entroterra erano ottimi agricoltori, specializzati nell'olivicoltura e rinomati, persino nella Fontanabuona, per sapere egregiamente «pastenare» boschi e rovereti e zone pietrose ed impervie.
Ma quelli della marina, gli uomini che nacquero e vissero nel pittoresco groviglio delle case e casette poste in riva al mare, proprio nell'arco lunato del piccolo golfo, furono sempre marinai e nostromi e «patronus» di barche. E abilissimi pescatori di corallo sulle coste della Tripolitania e di Tunisia. Già nel 1700, in primavera, le loro barche coralline se ne partivano, benedette dal vecchio pievano, per le coste d'Africa. E non ritornavano che a novembre, per essere almeno a casa per la novena dei Morti. Gente dura e di fegato, rotta a tutte le lotte e alle vitaccie delle coste d'Africa, ove quasi sempre serpeggiava la peste nera. Uomini audaci che tenevano il mare con dei barchi da 40 tonn., da aprile a novembre. E che sapevano usare le colubrine da murata, gli archibugi e le ascie di abbordaggio quando si trattava di difendersi da quei barbareschi che, felloni, non volevano riconoscere il «permesso» scritto che ogni barca possedeva, il «firman» che le autorità del Bey di Tunisi davano, dietro compenso di ottanta piastre, ai pescatori di Liguria per la libera ricerca del corallo. Gente arrischiata e decisa, che aveva più d'una volta, con le ascie, mozzate le mani ai pirati che tentavano di arrampicarsi sulle barche. Ma che quando ritornavano con le stive piene di un buon raccolto di corallo, pensavano subito, prima ancora che alle mogli (alle quali portavano i bianchi «zendadi» e i «pezzotti» acquistati dai levantini di Malta), alla propria Chiesa, alla quale donavano la ottava parte del prodotto. Fu così che la Chiesa di San Michele, di un piccolo borgo, potè già, fin dal 1700, farsi bella e arricchirsi di damaschi e di broccatelli d'oro. Perché il tempio di questi vecchi navigatori è veramente egregio per opere chiesastiche. V'è, se non andiamo errati, un bel San Pietro del Ribera ed un «Ecce Homo» della sua scuola. Del Quercino o dei suoi migliori allievi si conservano due grandi tele a soggetto biblico. E poi ancora la bella e suggestiva «Natività» del Luca Giordano e l'altro squisito lavoro attribuito a Guido Reni: l'«Incontro di Maria con S. Anna». Nella cappella di sinistra poi un vero gioiello: la pala d'altare del Wan Dick, dalla quale si staglia la stupenda figura d'un Cristo trattato magistralmente in scorcio. E poi ancora due piccole tavole che la tradizione dice portate dall'Olanda da due vecchi navigatori del Borgo: un Solari e un padron Costa. Due quadretti fiamminghi, un po' primitivi, ma di esimia fattura.

Quando dopo tante e tante campagne - più di cento - le «coralline» andarono in disarmo causa la caduta dei prezzi dei rossi zoofiti raggiati, altri navigatori di Pagana subentrarono a far bella la Chiesa del borgo. Perché nello stesso non vivevano soltanto dei pescatori di spugne o di corallo. Ma anche degli armatori di bastimenti da gran cabotaggio. Già nel 1656 Padron Solari di Pagana armava una «feluca» per i viaggi di Spagna. Nel 1749 Padron Costa della terra di Pagana era armatore di un barco per i traffici di Livorno e Civitavecchia, caricando di preferenza il sapone prodotto nelle tante saponerie che allora vantava Rapallo. Nel 1797 un Padron Costaguta di Pagana armava un barco per la pesca delle spugne all'isola di Stampalia. Nel 1804 un altro Capitan Solari di San Michele era armatore di uno «sciabecco» che trasportava olio dalle Calabrie a Marsiglia per conto di mercatanti chiavaresi. E la tradizione vuole nato a San Michele quel nostromo Costa, «Peppin», che trovandosi con la sua lancia a San Fruttuoso il 15 agosto 1804 si oppose armata mano, capitanando i camogliesi Gio. Batta Bozzo quondam Antonio, foto 2 Andrea Ferrari di Gerolamo, Antonio Avegno quondam Benedetto, Giuseppe Bozzo quondam Lorenzo, a che i marinai d'un corsaro inglese - sbarcati nel luogo detto «Chiappe dei Fiori» - si impossessassero di varie bestie bovine di pertinenza dei poveri manenti della Abbazia. Le archibugiate furono tante, ma gli inglesi delle due lancie dovettero ritirarsi di fronte al coraggioso contegno di nostromo Costa (Fogliazzo Capitaneria di Camogli, 1804-05). Il 24 ottobre 1816 il maestro costruttore Gandolfo paga una tassa di lire 3 a Recco, per la costruzione di un bastimento per Padron Stefano di San Michele di Pagana (Arch. Recco, fogl. 1816). Nel 1826 altri Solari e un Colotto di San Michele erano Padroni di barchi. Cap. Nicola Solari offrì in quel tempo alla Chiesa di Montallegro un quadro in argento raffigurante il naufragio di un suo bastimento. Verso il 1850 Padron Costaguta, nato in quel di San Michele, era uno dei più quotati piloti dell'Uruguay e del Rio Paranà. Un altro Capitan Solari, nel 1855-1856, fece tutta la campagna di Crimea con il suo brick «San Paolo». (Vedasi nel Santuario di Mont'Allegro l'ex-voto per il temporale sofferto in Mar Nero il 26-11-1856). Un Giuseppe Solari era stato quartiermastro delle navi napoleoniche e poi pilota della fregata «Liguria» che era comandata da colui che fu poi l'ammiraglio Luigi Ottavio Serra di Bonassola. Padron Lorenzo Basso armava ogni anno due barche coralline. E Padron Stefano Sanguineti ne armava tre. Un Cap. Lorenzo detto il «Gazzim» era armatore di una feluca con la quale mercatava sugli approdi di Corsica e Sardegna.

Di Capitani al lungo corso, di lupi di mare per le navigazioni oceaniche, uno ve ne fu che merita veramente di essere ricordato. Si chiamò in vita il Cap. Giuseppe Ferrari fu Cap. Nicolò. Aveva fondato famiglia a San Michele, ove ancor oggi vivono le sue figliuole. Egli proveniva però da una schiatta marinara camogliese, modesta e tenace, che da più di tre secoli viveva sul mare e del mare, avendo dato alla terraferma un solo maschio, che fu sacerdote. Tutti gli altri vissero sul mare. E molti vi morirono. Un suo avo, Padron Giuseppe Ferrari, 1640-1703, possedeva una galeazza con la quale trasportava in Spagna e in Olanda i velluti «lisci» tessuti net tanti telai di Zoagli, Nozarego, Mortola di Camogli e quei che a Recco sapevano ordire i rinomati telai del casato dei Viani. Suo bisnonno, padron Gio. Batta Ferrari, 1680-1769, fu armatore dello sciabecco «L'Unione e della polacca «La Vergine del Boschetto». Suo nonno, Cap. Giuseppe Ferrari detto il «Giano», era stato in gioventù mastro d'armi sui legni napoleonici e si era trovato a Trafalgar,sulla «Penicia» comandata dal valoroso Cap. Gio. Batta Lanteri di Loano, che dopo della battaglia seppe sfuggire agli inglesi, arrivando malconcia ma libera nel porto di Cadice. Questo suo avo, Cap. Giuseppe, che era fregiato della medaglia napoleonica di Sant'Elena, quella che reca inciso: «A ses compagnons des gloire sa dernière pensée», fu l'armatore del pinco «San Giuseppe», della bombarda «Nostro Padre» e del brick «S. Antonio», bastimenti che furono più tardi comandati dai suoi tre figli: Cap. Gio. Batta, Cap. Gio. Bono e Cap. Nicolò Ferrari.
Il padre del nostro lupo di mare, Cap. Nicolò Ferrari, fu uno dei più oculati armatori della campagna di Crimea. Sagace mercatante e intrepido Capitano. Egli aveva sposato la signora Maria Oneto, figlia di un Capitano. E con la moglie e la figliuolanza navigò per molti anni sulle rotte del Mar Nero e dell'Azoff, al comando di un bastimento che aveva fatto costruire a Recco e che figura nella prima lista degli affigliati a quella che fu la prima «Mutua Marinara», geniale creazione dei camogliesi, copiata poi da tutto il mondo. Questo brick si chiamava il «San Giuseppe». Con i guadagni degli osamentì della campagna di Crimea, Cap. Nicolò impostò sullo scalo altri due bastimenti di grosso tonnellaggio: lo ship «Uniti» e il «Nicolò». Tre bastimenti corrispondenti così al numero dei suoi figliuoli. Tre furono i maschi e tutti tre Capitani di mare. Cap. Domenico Ferrari, il maggiore, comandò prima i legni paterni e poscia fu l'armatore dell'«Unito F.», con il quale viaggiò tantissimi anni. Tanto da meritarsi la medaglia d'argento per lunga navigazione. L'altro figlio, Cap. Vittorio Ferrari, fu anch'egli un buon lupo di mare. E l'ultimo, Cap. Giuseppe Ferrari, quello che da anni se ne dorme all'ombra degli svettanti cipressi del piccolo e poetico Cimitero di San Michele, comandò sempre, si può dire tutta la vita, i belli e grandi bastimenti paterni. Viaggi di Rangoon e di Macassar e lunghe traversate al Pacifico, per la caricazione del «guano» a Las Chinchas e alle isole del Lobo. Ebbe anche una parentesi di attività fluviale sui grandi fiumi dell'Argentina, che navigò al comando di un «pailabot», il «25 de Mayo» che era degli armatori Badaracco di Recco, stabiliti da anni alla Boca del Riachuelo. Ma poi la passione per le navigazioni dei mari aperti per le sconfinate distese degli Oceani lo prese di nuovo. E si mise a risolcare i mari. E rivide ancora i mari d'Australia e Manilla e Ackiab e la lontana Hong-Kong. Poi, finalmente, fu il ritorno alla sua casa di San Michele, quella posta sul piazzale della Chiesa. Ma il riposo in terra ferma non fu lungo per il buon lupo di mare di Pagana. Perché se ne andò quasi subito. Ma dal piccolo Cimitero ove riposa il suo spirito buono ode ancora - e udrà sempre - la canzone giornaliera del nostro bel mare di Liguria. E ascolterà, forse, il misterioso e sommesso richiamo di tutti quelli che in questo mare - Mare Nostrum - lasciarono la vita. A compimento del proprio dovere. Con il sempre silenzioso eroismo degli uomini di mare…

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