Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Mogli di marinai
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

Vi fu poi un tempo che parte dell'élite dei Capitani di mare, quelli di lungo corso, abitò con le famiglie in Salita San Francesco di Paola, qnasi all'ombra del Santuario dei Naviganti1. Chi disponesse di una buona penna potrebbe scrivere delle cose squisite e meravigliose attorno alla vita di ritratto questi lupi di mare, viventi del mare e che discorrevano tutto il giorno delle cose attinenti al mare. Ma che amavano tanto i fiori, gli orticelli, le piante d'erba cedrina, i geranii e la malva rosa. Anche le donne, le buone a care Bisave, seppur a giorno di carati2, di noli3 e di avarie4, erano amantissime delle piante e dei fiori, che coltivavano nei vasi e nelle giare. Ma sapevano anche cosa era un ingavonamento5. Perché avevano viaggiato. E conoscevano come era l'Alibbo6 e cosa voleva dire impopparsi7 o prendere una mano di terzaruoli8. Vita bella e patriarcale, tutta impregnata di santi sorrisi casalinghi, di profumi di rose muschiate, di salvia, di canfora, di catrame e di pece. Perché anche la pece ha un suo sano profumo. Quando il signor Capitano, il bacan9, ritornava dalla Crimea, la moglie metteva le grosse bucole10 di diamanti del Brasile e con il marito e la figliolanza andava a Vespro o a San Siro o alla Maddalena. E poi all'Acquasola, ove vi erano da vedere i tiri a quattro e a sei cavalli. Ma quando il barco riarmava e faceva vela per l'Oriente o per la Spagna, allora la buona sposa si chiudeva in casa, accendeva il lumino alla Madonna del Buon Viaggio, e viveva da quel giorno per la figliolanza. E per il barco che andava, diretto dal marito verso nuovi traffici e nuovi pericoli. Generalmente, a quei tempi, la sposa del Capitano era a un tempo la signora Armatrice, ossia la moglie del proprietario del barco. E come Armatrice aveva degli obblighi di cuore verso dodici famiglie di marinai - dei marinai di suo marito - che per ogni cosa ricorrevano a lei. Una delle migliori penne di Genova e d'Italia, Giovanni Ansaldo lasciò scritto non sappiamo più dove:
«Mogli degli Armatori, incanutite nelle ansie assidue, temprate dalle responsabilità della casa e della figliolanza, orgogliose per la distesa di lenzuola dei loro bucati e per la distesa di vele della nave del loro marito; abili nello sbrigare gli affari dell'uomo quando questi era per il mare, abilissime nel preparargli i ravioli di grasso e di magro quando era a terra…».
La signora Armatrice era quella che riceveva dal marito le lettere portate dai corrieri «via mare», che sapeva dove il barco era andato, cosa faceva, cosa caricava, quale nolo aveva ottenuto. Se i tempi erano stati cattivi o se era avvenuto qualche sinistro, era lei che consolava e che tranquillizzava le povere mogli del marinai che le capitavano in casa alla domenica mattina dopo Messa. Era l'Armatrice quella che consigliava, che leniva, che aiutava, che dava gli acconti alla Nostroma, quando il barco tardava a ritornare. I marinai di Campo Pisano e di Via dei Servi, se ben trattati, erano fedelissimi e duravano a bordo dello stesso barco per delle diecine d'anni. Le loro mogli conoscevano e rispettavano l'Armatrice e s'onoravano della sua benevolenza. Molte volte, spesso, l'Armatrice era la madrina di un esercito di piccoli diavoli, figli dei marinai di suo marito. E quando alla domenica capitavano nella casa della Signora Madrina trovavano il cioccolatto fumante e il canestrello. Gentili usanze di allora. Tramontata poesia del '48. E tanta delicata affezione, tanto rispetto da parte delle umili, ma buone donne di Via Gran Madre di Dio e di Campo Pisano. A tal segno che per le piccole cose, per gli acconti specialmente, non ardivano andare direttamente. Era usanza di rivolgersi di preferenza alla moglie del Nostromo. Tanto per non disturbare la signora, dicevano le buone massaie. E la volminosa moglie del Nostromo, â Cattaina, â Tonieta, â Ruxum, prendeva nota di tutto, si metteva l'infiorato pezzotto, ed andava dall'Armatrice. Era quasi sempre la Nostroma quella che inoltrava alla Signora la preghiera del Battesimo. E come alla Montagnola e in Salita Sassi i marmocchi nascevano come una benedizione di Dio, era comune il caso che il Capitano Armatore trovasse al suo ritorno mezza dozzina di figliocci. Veramente lui non era il padrino. L'usanza saluto voleva così. Il Capitano non poteva esser compare dei suoi marinai. Chi andava al Fonte Battesimale con la signora Armatrice erano i figlioli del Capitano, ragazzi di nove o dieci anni. Per il marinaio Genovese era un ambitissimo onore essere il compare dell'Armatrice. E ne guadagnava nella sua dignità. Per esempio: non avrebbe preso una sbornia nemmeno a farlo Re per il timore che la signora «Comare» o la Armatrice arrivasse a saperlo. E questo bel senso di dignità lo accompagnava durante la vita di bordo. Era l'umile marinaio di Prè o della Montagnola dei Servi. Ma era l'uomo fedele, sempre pronto a giuocarsi la pelle in una manovra arrischiata.
Il Capitano era severo, ma paterno con i suoi uomini. Nei ghiacci del Mare d'Azoff era lui che al comandare la guardia notturna regalava ai suoi marinai il grosso maglione di lana e il salsicciotto di tabacco. Ed era ancora lui che di quando in quando li chiamava nella piccola camera di comando per riscaldarli con un «gottino» di Rhum. Piccole paterne attenzioni che rendevano affezionato l'equipaggio. Ed era ancora il Capitano colui che interessava l'equipaggio alla paccotiglia. Si portavano in Oriente oggetti fini: servizi di piatti di Marsiglia e di vecchio Ginori, cristalleria, macramè di filo di Chiavari, filigrana di Genova e specialmente corallo lavorato dagli orafi di Sorrento, dei quali i Russi erano ambiziosissimi.
E con il grano - che era il carico ufficiale - si riportavano dalla Russia pellicce greggie, ambra che le carovane portavano a Kerck dal lontano Baltico, cuoia conciate di color rosso, che erano ricercate per la rilegatura dei libri cardinalizi, argenterie niellate in nero, tappeti della Georgia, tabacco biondo. Persino vecchie armi damascate, che a Genova erano ricercatissime come trofei da panoplia. Più il Capitano era colto e più la paccotiglia si indirizzava verso le cose artistiche. Un Capitano Narizzano portò una volta, da Berdiansck, delle vecchie Icone pagate poche rubli. Furono vendute a Genova al Conte Nasalli di Piacenza per una somma rilevante. Ad ogni marinaio toccò un utile di 17 marenghi, in tempi nei quali, di pigione, si pagavano lire nuove 80 annuali per un appartamentino in Via Prè! Così si seguitò a navigare per anni ed anni. Con il cuore in mano. Alla patriarcale.
Più tardi vennero i fortunosi anni della Crimea. Febbrili viaggi di andata e ritorno con l'assillo di far presto, di portare il più carico possibile, di distinguersi. Vecchi gloriosi Brigantini, qualche Scuna, le prime Barche Bestie e le Barche Golette. Tutte protese all'Oriente.

Verso il 1860 i Genovesi distolsero gli sguardi dal Levante e puntarono al Ponente. I vecchi traffici che saltuariamente si erano fatti al Brasile, al Plata, al Venezuela, a Santo Domingo per il caffè si intensificarono. Anche Genova costruì la sua bella flotta di Brigantini a Palo.
Poi nacquero le società di commercio, che vollero avere dei barchi proprii, chi per il prasporto del guano, chi per quello del caffè, chi per quello dei nitrati, chi per quello dei legnami da Pensacola.
Affiancati ai mercatanti puri, vi furono i Vettori, quelli che si dedicarono alla redditizia industria del trasporto degli emigranti Italiani alle Americhe. Così nacque la bella flotta dei Lanata, Gattorno, Piaggio, Frassinetti, quella dei Lavarello e i tanti barchi che al loro viaggio inaugurale portarono all'Argentina e al Perù centinaia e centinaia di agricoltori ritornando da quelle lontane terre con carichi di guano o di ricche mercanzie esotiche.
Così fino al 1875, fino all'apogeo della grandezza marinara di Liguria. Poi una piccola - ma grande cosa - costruita da uomini studiosi, comparve nella brumosa isola del Nord. Una cosa da nulla. Ma formidabile. Emetteva del fumo nero e pastoso. Gli uomini la chiamarono macchina a triplice espansione.
Le candide vele di Liguria, le maestose navi di Genova, che avevano dominato in tutti i mari si sentirono ferite da quel fumo denso. La bellezza aristocratica dei lindi e bianchi Alcioni soffrì di fronte al rumoreggiare degli stantuffi. Dei vapori sgraziati e antiestetici apparvero per ogni dove. Erano brutti. Non avevano la poesia degli aggraziati bastimenti della Superba. Ma portavano da porto a porto le stesse mercanzie con il 25% di ribasso suoi noli praticati dai velieri di Mar Afuera.
Dire di più sarebbe come il ripetere cose che ogni Genovese conosce e ricorda.
La lotta durò a lungo, nobile ma impari. I bei Velieri non volevano morire. Di quando in quando, mentre i mari erano già solcati da tanti vapori, qualche bello e maestoso Veliero scendeva ancora in mare dai Cantieri di Liguria. Erano gli ultimi, quelli che sentivano la necessità di scrivere o di cantare un inno alla Vela. Il canto del cigno. E così l'Italia, il Savoia, il Concordia, i vari Accame, le navi dei camogliesi Mortola e Emanuele Bozzo, i Beverino, l'Avanti Savoia, la Fanny, l'Australia, navigarono ancora i mari e gli Oceani, in un gioioso sbandieramento di bianche vele.


1 Santuario di San Francesco di Paola, patrono dei naviganti
2 centesima parte di proprietà, o anche ventiquattresima parte in cui si divide il valore di un bastimento (la vita media di una nave era stimata in 24 anni)
3 prezzo che si paga per prendere in affitto un bastimento o parte di esso, oppure per trasportare merci o passeggeri
4 danni subiti da un bastimento che riducono o impediscono la continuazione della navigazione
5 quando un bastimento, a causa di un forte colpo di vento per traverso e del rollio, sbanda e s'inclina; il carico potrebbe passare sottovento facendo in modo che il bastimento non sia più in grado di raddrizzarsi
6 operazione richiesta quando per la poca profondità dell'acqua il bastimento è costretto a caricare al largo
7 immersione elevata della poppa, sia per scelta di costruttori o stivatori, sia per imbarcare un colpo di mare correndo con il vento forte in poppa
8 diminuire la superficie di una vela quando il vento è forte: i terzaroli sono parti delle vele attraversate da una fascetta che può essere fissata al pennone per diminuire la superficie
9 padrone, principale, padre
10 orecchini

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