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Vaccinazione contro il vaiolo nell'Italia napoleonica (1800-1814) (1/2)
di Alexander Grab

Napoleonica. La Revue – N.30 3/2017

(traduzione dall'originale inglese)

Il 23 marzo 1813 Francesco Cornalia, prefetto del dipartimento del Serio (con capoluogo Bergamo), situato nel Regno napoleonico d'Italia, emanò un decreto sulla mappa vaccinazione contro il vaiolo, affermando che "A causa della fortunata scoperta della vaccinazione, il vaiolo, un mostro che ha compiuto molte stragi e causato molti altri effetti terribili, è ormai scomparso. I meravigliosi risultati di questa utilissima invenzione… sono universalmente noti. Grazie all'indiscutibile esperienza che alla fine ha convinto i più ostinati, non c'è nessuno che… non sottoponga i suoi figli a questa sana operazione, con buona volontà e amorevole sollecitudine".
Un'affermazione molto ottimistica - il vaiolo non era ancora scomparso ovunque, nemmeno nel dipartimento del Serio – ma che esprimeva una grande verità. La vaccinazione contro il vaiolo costituiva la più significativa politica di sanità pubblica intrapresa dalle autorità napoleoniche nella Repubblica e nel Regno d'Italia (1802-1814), lo Stato satellite napoleonico meno recente. Sotto il dominio napoleonico il governo vaccinò più di un milione di persone, principalmente bambini, salvando così migliaia di vite ogni anno.
La dichiarazione di Cornalia espresse la fiducia e la determinazione che molti funzionari napoleonici avevano di poter sconfiggere quella terribile malattia.
La vaccinazione contro il vaiolo è stata senza dubbio la più importante innovazione medica durante la transizione dal XVIII al XIX secolo e uno strumento importante per la diminuzione della mortalità infantile.
Questo articolo studia la politica di vaccinazione, la sua attuazione e i risultati nella Repubblica e nel Regno d'Italia. Esamina le leggi e i regolamenti sulla vaccinazione, la loro applicazione da parte di funzionari e medici, i loro successi, il ruolo del clero nell'applicazione della politica, la reazione del pubblico e le difficoltà che il governo ha dovuto affrontare. Lo studio cerca di dimostrare che lo stato napoleonico ha creato un apparato di vaccinazione efficace, in grado di immunizzare decine di migliaia di persone ogni anno. Aiuta a dimostrare che la Repubblica e il Regno d'Italia costituivano parte di quello che Michael Broers chiamava "l'Impero Interno", vale a dire territoti in cui le autorità napoleoniche applicarono con successo i programmi di riforma.
Questo studio è significativo per altri tre motivi: getta luce sulle politiche sanitarie, un argomento quasi completamente trascurato negli studi napoleonici. In secondo luogo, concentrandosi su una malattia che ha colpito numerose persone e sulle politiche statali progettate per curarla, questo saggio amplia la comprensione della vita quotidiana e delle preoccupazioni durante l'età napoleonica. In terzo luogo, migliora la comprensione del funzionamento dello stato napoleonico.
Mentre molti studi sul periodo napoleonico sottolineano che Napoleone ha creato uno stato centrale forte e un esecutivo energico - in effetti la costruzione dello stato è stata una delle eredità più importanti del periodo napoleonico - pochi studi spiegano come lo stato operava quotidianamente e i mezzi che usava per far rispettare la legge. Questo articolo aiuterà a colmare questa lacuna: l'analisi è indispensabile per comprendere la costituzione dello Stato napoleonico. Basandosi su un'importante politica sanitaria, questo studio dimostrerà come lo stato napoleonico è diventato sempre più potente, efficace e invasivo nella vita delle persone, costringendole a obbedire ai suoi ordini e a riconoscerne l'esistenza. Mentre il governo napoleonico creava un forte potere centralizzato, la chiave del successo della vaccinazione era l'impegno e il duro lavoro di centinaia, se non migliaia, di funzionari municipali, medici e sacerdoti; in sintesi, i funzionari statali e locali hanno unito le forze per portare avanti una politica sanitaria molto importante. Una comprensione della struttura e del funzionamento dello stato napoleonico centralizzato è essenziale, perché le sue istituzioni, leggi e pratiche amministrative hanno avuto una notevole influenza sull'Italia post-napoleonica, fino alla sua unificazione e oltre.

Il vaiolo era una malattia terribile. Durante i secoli XVII e XVIII uccise ogni anno centinaia di migliaia di europei, lasciando molti sopravvissuti sfigurati e talvolta ciechi. I bambini erano particolarmente vulnerabili. Nel maggio 1796 il medico inglese Edward Jenner scoprì una cura, eseguendo la prima vaccinazione con l'iniezione del virus del vaiolo bovino in James Phipps, un bambino di otto anni.
Jenner aveva appreso dai lavoratori delle fattorie che le persone che avevano contratto l'innocuo vaiolo bovino erano immuni al vaiolo. Nel 1798, dopo aver testato la sua scoperta su più persone, Jenner pubblicò le sue scoperte in un opuscolo, An Inquiry into the Causes and Effects of variolae vaccinae, a Disease Discovered in some of the Western Counties of England, Particularly in Gloucestershire, and Known by the Name of Cowpox. In esso stabilì che "il vaiolo delle mucche protegge le persone dall'infezione del vaiolo".
Il libro di Jenner fu subito tradotto in diverse lingue e i medici iniziarono a eseguire vaccinazioni in tutta Europa.
La scoperta di Jenner attirò molta attenzione anche nella Francia napoleonica, dove le autorità posero le basi della vaccinazione nazionale. Come sottolineò uno storico francese "Per la prima volta nella nostra storia, lo Stato ha confermato la sua determinazione a condurre una serie di operazioni sanitarie mediante misure coerenti e competenti".
Napoleone incoraggiò la popolazione a farsi vaccinare, anche se non lo rese mai obbligatorio. Nel maggio 1811 l'imperatore ordinò a Henri-Marie Husson, uno dei principali medici francesi, di vaccinare suo figlio poco dopo la sua nascita. L'evento, ben pubblicizzato, intendeva essere di esempio al popolo francese. Oltre che da Napoleone, la vaccinazione fu fortemente sostenuta da altri alti funzionari, tra cui Lucien Bonaparte e Maurice de Talleyrand.
Nel 1800 il governo organizzò il Comité central de vaccine, composto da personale medico e amministrativo, per combattere il vaiolo a livello nazionale. Aprì un ospedale per vaccinazioni a Parigi e nel 1803 cooptò 676 medici in quasi 500 città. Furono istituiti comitati provinciali e i medici iniziarono l'immunizzazione sotto la supervisione del dipartimento officiers de santé, che ordinarono a ospizi e istituti di beneficenza di vaccinare tutte le persone. Anche il clero fu di aiuto, presentando la vaccinazione come "un prezioso dono di Dio". Nel 1804 Napoleone introdusse la vaccinazione per le reclute dell'esercito.
Nel 1809 il governo pubblicò il primo decreto sulle vaccinazioni, assegnando un budget per le vaccinazioni. Nel 1810 il Comité centrale iniziò a pubblicare un Bulletin sur la vaccine mensile. La diffusione del metodo di vaccinazione di Jenner in Francia ebbe notevoli effetti positivi sulla mortalità infantile. Negli ultimi cinque anni dell'Impero, nel 50 % dei dipartimenti fu vaccinato un neonato su due e il numero di casi di vaiolo scese a circa un quarto del valore prima della rivoluzione.
In Italia i funzionari statali e i medici iniziarono ad applicare il metodo di Jenner nel 1800. Ciò coincise con la riorganizzazione napoleonica della penisola e fornì ai nuovi governanti italiani l'opportunità di dimostrare i vantaggi del loro approccio razionale al governo. Nel 1800 Luigi Careno, medico pavese, tradusse in italiano il libro di Jenner. Nel 1800 Michele Buniva, il massimo ufficiale sanitario del Piemonte, introdusse in quella regione il metodo jenneriano e lavorò instancabilmente per propagare la vaccinazione, durante il dominio napoleonico.
La sorella di Napoleone, Elisa, la sovrana illuminata del piccolo principato di Lucca-Piombino, fu la prima sovrana europea a introdurre la vaccinazione obbligatoria; nel 1806 ordinò la vaccinazione dei neonati entro due mesi dalla nascita, e quella di tutti gli adulti. In Toscana la Giunta al governo creò nel 1808 a Firenze un Comitato centrale per le vaccinazioni e ordinò ai prefetti di creare organi simili nella capitale di ogni dipartimento e comitati locali in alcuni distretti. Il numero di vaccinazioni in Toscana salì a 18.834 nel 1810 e 21.255 nel 1811.
Nel Regno di Napoli il re Giuseppe Bonaparte istituì un Comitato centrale di vaccinazione e nel maggio 1807 pubblicò le regole di vaccinazione. Sotto il suo successore, Joachim Murat, le commissioni di vaccinazione operarono in ogni provincia.

La vaccinazione contro il vaiolo fu il più importante programma di sanità pubblica impostato dalle autorità napoleoniche, che estesero il controllo statale sulle tematiche sanitarie a tutte le regioni della Repubblica e del Regno d'Italia. Le autorità si impegnarono molto per proteggere la popolazione dalle epidemie, che consideravano una seria minaccia per l'ordine pubblico e la sicurezza dello Stato. I loro sforzi erano rivolti a migliorare la salute dei cittadini e impostarla su basi razionali, dimostrando così che appartenevano ai governi illuminati dell'epoca, guidati dalla preoccupazione per i loro cittadini e dallo sviluppo delle innovazioni scientifiche. Un decreto del 1802 dichiarava che la vaccinazione aveva ottenuto "il consenso generale dei governi più illuminati d'Europa". Nel 1804 il prefetto del Reno affermò che la vaccinazione era "comune tra le nazioni più progredite e illuminate d'Europa". I funzionari italiani furono influenzati da filosofi come Voltaire, che sosteneva la vaccinazione, e in particolare da pensatori illuministi italiani, in particolare il milanese Pietro Verri che pubblicò nel 1766 un noto articolo, "Sull'innesto del vaiuolo", nel periodico Il Caffè, che sostenne con forza l'inoculazione. I rappresentanti dello Stato videro la vaccinazione anche come strumento per ridurre la mortalità e aumentare la popolazione, promuovendo così la crescita economica. Luigi Sacco, l'amministratore capo delle vaccinazioni in Italia, sottolineò nel 1801 che "la vaccinazione contribuirà all'aumento della popolazione, che è fonte di forza e ricchezza delle nazioni": un numero maggiore di persone significava una base più ampia di contribuenti e coscritti.
Le vaccinazioni iniziarono durante la Seconda Repubblica Cisalpina (1800-1) nel nord Italia. Molte delle prime vaccinazioni furono eseguite sugli orfani. Sacco eseguì centinaia di vaccinazioni e pubblicò un programma di immunizzazione di 28 articoli. La Repubblica italiana proclamò due decreti di vaccinazione: il primo, il 5 novembre 1802, enfatizzò la nuova scoperta e consentì la vaccinazione "in qualsiasi momento e luogo", mentre proibiva la vaccinazione nelle aree urbane e richiedeva una licenza speciale per la sua pratica. Poi, il 9 maggio 1804, il vicepresidente Melzi emanò un decreto di tredici articoli che gettò le basi della politica vaccinale per tutta la durata del dominio napoleonico. Il decreto creò una struttura centralizzata e uniforme, pensata "per prevenire gli effetti fatali del vaiolo rendendo la vaccinazione generale e comune (a tutti)"; istituì un direttore generale della vaccinazione per supervisionare le vaccinazioni in tutto lo stato. Alcuni medici famosi, chiamati delegati, erano incaricati di supervisionare l'attività di vaccinazione dei medici nel paese; essi riferivano sui progressi e sulle difficoltà al Direttore, che a sua volta informava il governo. I funzionari municipali erano responsabili della vaccinazione nei loro comuni e, con l'aiuto dei sacerdoti, dovevano denunciare tutti i focolai di vaiolo e mettere in quarantena gli infetti; i trasgressori della quarantena erano puniti con un massimo di quaranta giorni di carcere. I poveri ricevevano la vaccinazione gratuita. L'editto non stabiliva la vaccinazione obbligatoria, ma precisava che i bambini senza vaccinazione non erano ammessi alla scuola elementare, mentre alle famiglie povere con membri non vaccinati venivano bloccati i sussidi. Il ministro dell'Interno era la massima autorità nel far rispettare le regole.
Il governo ampliò le regole e la gestione della sanità pubblica. Il 13 novembre 1804, temendo il dilagare di un'epidemia scoppiata nel Regno d'Etruria (Toscana), costituì un organo centrale, il Magistrato centrale di sanità del Ministero dell'Interno, incaricato di gestire le politiche di sanità pubblica in tutto lo Stato. Il decreto sottolineava "l'assoluta necessità di tutelare la salute pubblica con mezzi efficienti e straordinari". Il Magistrato era incaricato di trattare le informazioni ricevute dai prefetti e di consigliare il ministro dell'Interno. Uno dei suoi compiti principali era prevenire la diffusione di epidemie da altri stati; per raggiungere questo obiettivo le aree di confine erano supervisionate da una commissione sanitaria.
Le persone che mettevano in pericolo la salute pubblica potevano essere condannate a lunghe pene detentive e persino alla morte. Il 5 settembre 1806, il Regno annunciò la sua organizzazione sanitaria più avanzata e organica in un editto dettagliato che aumentò la burocrazia sanitaria, rafforzò le regole e aumentò il controllo statale sulle professioni mediche e farmaceutiche; creò una gerarchia amministrativa sanitaria a tre livelli: 1. Un Magistrato centrale di sanità composto da cinque membri per supervisionare le politiche sanitarie in tutto lo stato; 2. Una Commisione dipartimentale di sanità, presieduta dal prefetto, per curare le problematiche sanitarie nei dipartimenti; 3. e una Deputazione comunale di sanità, composta dal sindaco, o podestà, e da funzionari locali, per la gestione delle politiche sanitarie nei comuni. Le autorità dipartimentali e municipali controllavano pozzi, latrine, qualità dell'acqua, scarico dei rifiuti prodotti da artigiani e macellerie, qualità del cibo e smaltimento dei rifiuti.
La polizia medica, con filiali nelle tre università di Pavia, Bologna e Padova, formata dalla facoltà di medicina, medici, chirurghi e farmacisti, supervisionava le attività delle professioni mediche e concedeva loro le licenze. Per esercitare una professione medica bisognava laurearsi in un'università del Regno, superare un esame di stato e giurare di esercitare "con integrità". I cittadini che segnalavano malattie contagiose ricevevano ricompense in denaro.
Come in Francia, anche in Italia il ministro dell'Interno del Regno era la massima autorità incaricata di far rispettare la politica sanitaria. I ministri dell'Interno Ludovico di Breme (1806-9) e Luigi Vaccari (1809-1814) erano funzionari esperti che impegnarono grandi sforzi per l'attuazione delle regole di vaccinazione. Inviarono numerose lettere e istruzioni ai prefetti tutti gli anni, esortandoli ad attuare le regole in modo efficiente e a controllare i funzionari locali. Ricordarono ripetutamente ai prefetti i regolamenti e sottolinearono i benefici della vaccinazione. Ricevevano dai prefetti segnalazioni su focolai di vaiolo, esecuzione di vaccinazioni, difficoltà e misure adottate per superarle. Nel maggio 1806, ad esempio, Di Breme inviò una lettera al prefetto Antonio Cossoni (Mincio) affermando: "Tra gli argomenti che interessano il Viceré, la vaccinazione occupa un posto distinto, ed egli desidera che questa preziosa scoperta si estenda a ogni parte del Regno, quindi mi ha ordinato di utilizzare i mezzi più efficienti in tal senso."
Il ministro dell'Interno ordinò quindi a Cossoni di sorvegliare i funzionari sanitari, fornire informazioni sullo stato di avanzamento della vaccinazione e collaborare con il direttore della vaccinazione in visita al suo dipartimento. Altre direttive affrontarono problemi in singoli dipartimenti e suggerirono soluzioni. Nell'agosto 1811 Vaccari esortò il prefetto Michele Vismara (Mincio) a inoculare non solo neonati ma anche adulti non vaccinati, il cui numero era rimasto "considerevole".
Nuovi focolai di vaiolo preoccuparono moltissimo i ministri. Nel 1804 il ministro dell'Interno ordinò al prefetto Raffaele Parravicini (Agogna) di incaricare i sindaci di inviare medici esperti per aiutare a fermare la diffusione del vaiolo nel distretto di Intra.
Il Magistrato centrale di sanità assisteva il ministro dell'Interno inviando lettere a prefetti e commissioni dipartimentali, sollecitandoli a perseguire efficacemente la vaccinazione e a inviare informazioni sui loro sforzi. Luigi Sacco (1769-1836), Direttore generale della vaccinazione, contribuì più di ogni altro amministratore alla corretta esecuzione del metodo di Jenner in Italia. Originario di Varese, apparteneva a un gruppo di medici milanesi riuniti intorno Pietro Moscati, il maggiore medico specialista dell'illuminismo lombardo e fautore dell'inoculazione. Nell'autunno del 1800 Sacco eseguì la prima vaccinazione su cinque bambini e divenne presto il capo ufficiale delle vaccinazioni nella Seconda Repubblica Cisalpina; aveva scoperto un virus indigeno del vaiolo bovino nelle mandrie lombarde e aveva inviato parte della documentazione a Jenner. Nel 1802 fu nominato direttore della vaccinazione nella Repubblica italiana, carica che mantenne fino al 1809. Fu un amministratore statale esemplare, totalmente impegnato nella sua professione e nel garantire l'accessibilità di tutti i cittadini alle vaccinazioni. Il 17 marzo 1810 Melzi scrisse al viceré Eugenio "L'introduzione e la propagazione della vaccinazione sono dovute esclusivamente a lui".
Sacco corrispondeva con prefetti e medici, emetteva circolari e riforniva i dipartimenti di vaccini. Soprattutto, visitò più volte ogni dipartimento per vaccinare, insegnare e aiutare a organizzare un sistema di immunizzazione efficace. Ad esempio, alla fine di ottobre 1804 vaccinò 240 cittadini a Imola (Reno), e nel giugno 1806 si recò a Mantova e Verona per fare lo stesso. Una lettera che inviò a Reno nell'ottobre 1804 illustra i suoi sforzi: "Sono venuto qui per assicurarmi che tutto sia implementato correttamente. Il governo ha fatto molti sforzi per ottenere buoni risultati. Le autorità civili ed ecclesiastiche devono unire gli sforzi… Assicuratevi che i sacerdoti adottino la vaccinazione e facciano rispettare il decreto del 9 maggio".
Viaggiò anche per assistere i medici al di fuori del Regno, tra cui Firenze (1805), Lucca e Genova (1807). Sacco vaccinò anche tutti i tre i figli del viceré Eugenio.
Sacco ha scritto due libri sulla vaccinazione: nella sua prima opera, Osservazioni pratiche sull'uso del vajuolo vaccino pubblicata nel 1801, Sacco presentò la storia del vaiolo e spiegò come praticare il metodo jenneriano, descrivendo trecento vaccinazioni da lui effettuate.
Nel 1809 Sacco produsse un secondo libro, Il Trattato di vaccinazione, che presentava numerose osservazioni e suggerimenti sull'attuazione della vaccinazione. Il suo obiettivo, sottolineò, era "rendere la pratica della vaccinazione la più comune possibile e proporre norme sicure a coloro che la eseguono", oltre a mettere a tacere i calunniatori che diffondevano "fiabe che danneggiano l'umanità". Dichiarò, ambiziosamente: "Spero che il governo del Regno serva da modello ad altre nazioni nel condurre la pratica del vaccino a un livello tale che nessun altro ha raggiunto". I suoi sforzi continui, la competenza e l'efficienza fecero guadagnare a Sacco una grande reputazione non solo in Italia, ma in tutta Europa. Egli rimase in servizio, come funzionario sanitario di rango, fino al 1832.
Nei Dipartimenti, Prefetti e Commissioni dipartimentali di sanità vigilavano sulle vaccinazioni. Quando il Regno fu istituito (1805), la maggior parte dei prefetti erano esperti, devoti alla loro carriera e fedeli al regime napoleonico. I prefetti presiedevano la Commissione dipartimentale sanitaria e fungevano da collegamento tra il ministro dell'Interno e le municipalità. I loro obiettivi principali erano imporre le vaccinazioni e prevenire le epidemie di vaiolo. Inviarono regolarmente istruzioni ai comuni e ai medici e ricevettero informazioni sui risultati delle vaccinazioni, sul numero di vaccinati, sulle difficoltà incontrate dai comuni e sulle eruzioni di vaiolo. Hanno poi inviato queste informazioni al ministro dell'Interno e al Magistrato centrale. I prefetti lodavano costantemente i benefici della vaccinazione e respingevano gli scettici.
Somenzari (Reno) insisté sul fatto che "Teoria e pratica (della vaccinazione) coincidono in modo così importante che qualsiasi dubbio offenderebbe ragione e natura", mentre Cornalia (Serio) la definì "una delle (scoperte) più benefiche per gli esseri umani". Mocenigo (Agogna) esortò i sindaci a fare tutto quanto in loro potere per convincere i genitori a immunizzare i propri figli.
I prefetti erano assistiti dalle Commissioni di sanità dipartimentali, che ricevevano le liste dei vaccinati dalle autorità locali e le trasmettevano al governo. Elaboravano anche informazioni sui focolai di vaiolo e sulle vaccinazioni e pubblicavano gli ordini a funzionari e medici locali. Il 17 aprile 1808 la Commissione d'Agogna inviò istruzioni in tal senso ai medici.
Per monitorare l'efficacia della vaccinazione, la Commissione del Mincio ordinò ai comuni di inviare dati sulle persone che si erano ammalate dopo essere state vaccinate.
La chiave per il successo della vaccinazione fu la cooperazione e l'attività quotidiana di funzionari comunali, medici e sacerdoti, che attivarono la politica nelle città e nei paesi. Nel 1809 Di Breme dichiarò: "Le amministrazioni comunali devono vigilare e assicurare che i benefici della vaccinazione non vadano persi", e Cornalia (Mincio) affermò che senza lo zelo dei funzionari comunali "il vaiolo sarebbe riapparso e con esso la deformità, la malattia e la morte."
Prefetti e Commissioni dipartimentali avviarono l'attuazione della vaccinazione inviando ordini ai comuni. Il 28 settembre 1807 la Commissione del Lario ordinò alle Deputazioni di sanità comunali di prepararsi per l'imminente vaccinazione, fornire assistenza ai vaccinatori, ordinare ai sacerdoti di informare le loro greggi e assicurare che gli elenchi dei vaccinati sarebbero stati completati correttamente. Anche se l'immunizzazione poteva essere eseguita in qualsiasi momento dell'anno, le autorità preferivano la primavera e l'autunno, stagioni miti, poiché il caldo estivo danneggiava il vaccino e i medici avevano difficoltà a raggiungere le comunità remote in inverno. L'immunizzazione avvenne negli ospedali, nelle canoniche e, raramente, nei municipi, ma il vaccino non era facilmente disponibile ovunque.
La Lombardia, con le sue grandi mandrie, era il principale fornitore di vaccini; a volte i prefetti si scambiavano il vaccino. La maggior parte dei comuni ricorreva al metodo braccio a braccio, trasferendo il vaccino da una persona all'altra. Nel 1809, il ministro dell'Interno ordinò: "La vaccinazione verrà eseguita da braccio a braccio, un metodo che è sicuro e impedirà la diffusione di cattivi vaccini… Propongo che questa sana operazione venga svolta di città in città, iniziando dalla capitale del dipartimento ".
Di solito, le città mandavano un bambino in una grande città per farsi vaccinare, poi usavano il vaccino ricavato da quel bambino. Nel 1807 il sindaco di Maccaretolo (Reno) inviò a Cento un "bambino sano e robusto" per essere vaccinato, poi con il vaccino immunizzò altri 34 bambini.
I Comuni stabilivano diverse date di vaccinazione durante l'anno. Ad esempio, Volta (Mincio) aveva quattro giorni di vaccinazione tra il 22 aprile e il 19 maggio 1811 e vaccinò 76 persone, mentre Bozzolo (Mincio) aveva 16 giorni tra il 14 marzo e il 9 novembre per vaccinarne 56. Nel tentativo di aumentare il numero di vaccinati , il comune di Sammartino (Mincio) proclamò un giorno di vaccinazioni settimanali e ne eseguì 111 nel 1811. Poco prima del giorno di vaccinazione i funzionari comunali proclamarono ora e luogo di vaccinazione e nomi dei medici. Il 2 giugno 1806 Filippini Savio, podestà di Mantova, annunciò che sabato 7 giugno, presso le canoniche dei sacerdoti locali, sarebbe avvenuta la vaccinazione. Ordinò ai sacerdoti di annunciarlo dal pulpito due giorni prima della data di vaccinazione, e in quel giorno di suonare la campana della chiesa per segnalare ai parrocchiani di andare in canonica. I neonati dovevano essere vaccinati entro sei mesi dalla nascita, anche se molti genitori aspettavano più a lungo.
Otto giorni dopo la vaccinazione i medici dovevano verificare i risultati e ripetere l'immunizzazione, se questa non avesse avuto successo. Una volta completate le vaccinazioni, i sindaci riferivano i risultati ai prefetti, indicando il numero di persone immunizzate. I delegati inviavano le liste dei vaccinati, con nome, età, nome del padre, nome della parrocchia ed esito alla commissione dipartimentale che le girava al Magistrato centrale.

Più della metà dei vaccinati, il 57,6%, aveva meno di un anno. Solo il 6,8% aveva più di quattro anni. Mentre la maggior parte delle vaccinazioni furono eseguite sui bambini, furono vaccinati anche alcuni adulti. Ad esempio, su 52 ebrei vaccinati a Mantova nel 1806, dieci avevano più di vent'anni e il più anziano, Laudadio Fano, 50.
Gli archivi contengono numerosi rapporti di funzionari locali su vaccinazioni di successo in varie comunità. Alcuni esempi illustreranno l'impegno dei funzionari locali.
Nel novembre 1804 il sindaco di Castel S. Pietro (Reno) dichiarava "Ho sollecitato medici e chirurghi a promuovere la vaccinazione… sono lieto di poter dire che in meno di un mese sono state vaccinate 130 persone. Il medico locale ha assegnato un giorno alla settimana per vaccinare le persone gratuitamente… Spero che questo promuova lo sviluppo di una scoperta così utile".
Il 6 novembre 1807 Giuseppe Aloisi di Castel Fiuminese (Reno) riportava un buon esito e scriveva al prefetto Mosca, "Gli ordini del governo sono stati completati. Oltre a pubblicare un avviso ho scritto quattro volte ai sacerdoti esortandoli a dire ai loro parrocchiani di obbedire agli ordini del governo… Ho visitato personalmente molte case per convincere gli abitanti a osservare le regole". Concludeva infine: "Sono molto sereno poiché posso confermare di aver eseguito tutti gli ordini".
Un vice prefetto elogiò il comune di Melara (Mincio), dove nel 1810 nacquero cento bambini e furono vaccinate 191 persone: lo "zelo" del sindaco aveva sopperito al problema del medico malato.
Nel 1813 il podestà di Varallo (Agogna) riferì un "risultato soddisfacente" dovuto al duro lavoro di medici, chirurghi e sacerdoti.
Molti medici e chirurghi dimostrarono competenza e impegno e contribuirono in modo significativo al successo della vaccinazione.
Nel giugno 1804 Giorgio Facconi riferì di aver vaccinato in due mesi e mezzo 300 persone in dodici comuni dei dipartimenti del Mincio, Mella e Alto Po. Nel 1808 Paldi ne vaccinò 671 a Robbio (Agogna) mentre Brogoli ne vaccinò 505 a Cannobio. Ferri, il sindaco di Castagnolo Maggiore (Reno) lodò Luigi Buldrini per essere venuto tre volte nella sua comunità a vaccinare 121 persone, per un modesto compenso; inoltre si prendeva cura gratuitamente di diversi malati poveri.
Comuni senza personale medico assunsero medici per eseguire le vaccinazioni e pagarono loro le spese di viaggio e un onorario fisso per ogni vaccinato. Nell'aprile 1808 i sindaci di Monte Tortore e Ozzano (Reno) chiesero che i dottori Martinelli e Angelo Lotti effettuassero le vaccinazioni nelle loro rispettive comunità. Il consiglio di Ozzano stanziò sessanta lire per pagare Lotti.
Anche molti sacerdoti svolsero un ruolo importante nell'esecuzione delle vaccinazioni: questa non era l'unica iniziativa per la quale il governo cercava l'aiuto ecclesiastico. Ad esempio Giovanni Bovara, il Ministro del Culto, ordinò al clero di predicare l'obbedienza alla legge sulla coscrizione militare.
Per quanto riguarda la vaccinazione ci si aspettava che i sacerdoti svolgessero un ruolo significativo nella lotta all'ignoranza e ai pregiudizi e nel convincere i loro fedeli a cooperare. I funzionari esortavano il clero a persuadere i propri parrocchiani a obbedire alla legge e, in particolare, a immunizzare i propri figli. Il 16 giugno 1804 Bovara ordinò ai vescovi di istruire i sacerdoti a sostenere la vaccinazione, affermando che "il governo richiede giustamente la loro collaborazione per rimuovere gli ostacoli che i pregiudizi popolari pongono alla sua propagazione benefica". Poco dopo Bovara scrisse ai vescovi di Reno e Rubicone che "la voce dei sacerdoti può opportunamente persuadere i parrocchiani insicuri e riluttanti a farsi vaccinare, vaccino il cui effetto positivo è già stato raggiunto da molte persone in tutta la Repubblica". Anche i funzionari dipartimentali sottolinearono il ruolo della Chiesa.
Un avviso a Serio (1804) ordinò ai sacerdoti di cercare di convincere i genitori a far vaccinare i loro figli. Nel 1808 la Commissione di Sanità del Mincio insisteva: "I sacerdoti devono convincere gli scettici". Gli amministratori municipali ordinarono ai sacerdoti di annunciare l'ora e il luogo delle prossime vaccinazioni, spiegare i benefici della vaccinazione e ricordare ai genitori, durante il battesimo, di vaccinare i loro figli.
Le gerarchie del clero collaborarono con il governo: il provicario apostolico di Reno, Preposto della Volpe, dichiarò: "E' mio dovere religioso stimolare tutti i sacerdoti di questa diocesi a propagandare tra le classi inferiori una forte convinzione per un rimedio così salutare". Il vescovo di Novara invitò i suoi sacerdoti ad aiutare le autorità. La maggior parte dei sacerdoti rispettò quegli ordini e fornì l'assistenza necessaria e i funzionari elogiarono il loro aiuto nella promozione della vaccinazione. Il cancelliere di Castel Pietro (Reno) dichiarò: "I sacerdoti usano tutta la loro influenza per persuadere gli idioti (a farsi vaccinare)".
Il sindaco di Molinella (Reno) riferì che i chierici "hanno parlato dal pulpito per sollecitare i genitori a sottoporre i loro figli di entrambi i sessi alla vaccinazione". La cooperazione ecclesiastica non sorprende, dato che i chierici erano consapevoli degli effetti devastanti del vaiolo sui loro fedeli e chiaramente molti riconoscevano i benefici del vaccino.

(continua)

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