Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Il "gigante" di Monterosso al Mare
di Guelfo Civinini

L'Illustrazione italiana – 13 marzo 1910

Monterosso al mare è un minuscolo paesello pescatorio di Liguria che sta avviandosi rapidamente verso la celebrità. Peccato! Ignorato dal rimanente del mondo fino a foto 1 poche miglia all'ingiro, era ancora, poco tempo fa, un tranquillo e sicuro rifugio ove l'animale cittadino poteva tornare dolcemente e facilmente, durante i mesi d'estate, allo stato di uomo primitivo. Bastava giungervi con un costume da bagno, un accappatoio e un pijama da indossare all'ora della passeggiata, per essere, diciamo pure, al coperto, e pronti a soddisfare ad ogni esigenza della mondanità. Qualche snob portava ancora le scarpe: ma le calze, ad esempio, erano un indumento assolutamente dimenticato in tutto il territorio della repubblica. La civiltà era a due passi: era dietro l'aspra punta del Mesco, oltrepassato il quale alcuni arditi navigatori avevano scoperto da lontano una cittadina chiamata Levanto, che doveva essere una colonia della Gallia bracata della decadenza, perché gli uomini portavano dei magnifici pantaloni e avevano delle abitudini di raffinatezza che andavano dalla limonata al ghiaccio,alla partita a bigliardo: e le donne portavano dei camici traforati e delle armille di perle e d'oro, e intessevano all'ombra degli alberi d'una piazzetta, con certi loro ferretti uncinati, delle specie di ragnatele ad uso di passatempo. Era anche la civiltà, più giù, verso Sud, dove a notte si levava sul mare un fuoco bianco intermittente che gli indigeni foto 2 chiamavano "il faro della Spezia". Ma Monterosso, la più nordica delle "Cinque terre", nascosto nella quieta insenatura azzurra o verde delle belle colline vitifere, viveva in piena età saturnia, al piede della ripida rupe in cima alla quale un vecchio muro merlato chiude un piccolo camposanto tutto fiorito di malvarosa, e una silenziosa piazzetta ombreggiata da quattro cipressi fa da vestibolo mistico ad un silenzioso convento che alberga tre frati cappuccini ed alcuni bei quadri ignorati.
Non v'erano strade per giungervi dagli altri paesi, se non quella del mare, e la strada ferrata: ma non vi si fermavano che i treni-omnibus e non vi scendeva mai nessuno. A piedi era impossibile giungervi, se non valicando monti e guadando torrenti. Era il paese ideale, Ora è finita. La civiltà si avanza a grandi passi. Vi giunse l'estate scorsa con la nave di Tristano un avventuroso esploratore, il maestro Toscanini, e vi si accampò: intorno a lui si formò ben presto una piccola colonia di cittadini e cittadine milanesi e parmensi, che ben presto si ridussero allo stato greggio di cui sopra, non tanto però da impedire l'uso della pietra levigata, che andò assumendo a poco a poco la forma di villini, i quali sostituirono in breve tempo le primitive palafitte.
In questi ultimi giorni anche la prosa di un poeta, di Gabriele d'Annunzio, ha celebrato nel suo Itinerario bacchico le "Cinque terre" pampinose, Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola, Riomaggiore, dove si pigia appunto quel fiero sciacchetrà che il vivace dottor Barth ha il torto di non conoscere. Infine l'arte ha compiuto l'opera di civilizzazione. Monterosso possiede oggi una statua di cui non si aveva esempio finora in Italia, accanto alla quale il Vittorio Emanuele del futuro monumento romano diventerebbe un pigmeo: il "Gigante" della Villa Pastine, che riproduciamo qui sopra.
L'avvocato Giovanni Pastine, un ricco e intelligente signore di Monterosso, incominciò l'anno scorso a costituirsi una deliziosa villa a ridosso della collina che termina nella punta del Mesco: e poiché uno sperone della roccia su cui la villa si andava innalzando si prolungava a picco sul mare, ebbe un'idea geniale e bizzarra, sortagli forse durante il suo lungo soggiorno in America: costruire all'estremità di quello sperone un'ampia terrazza sorretta da una gigantesca cariatide. L'incarico fu dato la primavera scorsa ad un giovane scultore ferrarese, Arrigo Minerbi, il quale si accinse subito con fervore giovanile al colossale lavoro. L'opera ai presentava piena di difficoltà d'ogni genere: difficoltà artistiche e difficoltà statiche. Il Minerbi, aiutato dall'ingegner Levacher, ha superato egregiamente le une e le altre. Una enorme impalcatura a varii ordini di ponti fu innalzata intorno alle roccie: quindi si costruì in grandi travi di ferro incastrate e incatenate nel masso tutta l'ossatura del colosso: ed infine, al principio della scorsa estate lo scultore, sulla scorta di un piccolo modello in gesso, incominciò, l'opera di modellatura in cemento, che ha compiuto appena in questi ultimi giorni e che è stata una delle più strane e difficili imprese a cui un artista si sia mai cimentato.
A carriole, a bigonci, i manovali gli portavano su per i ponti il cemento impastato, ed egli lo rovesciava a palate sulle vertebre, sulle costole, sui femori, sulle tibie mostruose, ne lo distendeva a colpi di cazzuola, lo plasmava con tutte e due le palme, poi, a pena la membratura cominciava ad accennarsi, scavava, raspava, grattava, con certi ferri di suo invenzione, per arrotondare delle masse che parevano groppe di cavalli e buche profonde come grotticelle, e che non erano che pieghe della pelle e gruppi di muscoli. foto 3
E tutto questo a pezzi, con una rara intuizione dell'insieme che ne sarebbe risultato, poiché la strettezza dei ponti che lo stringevano addosso all'opera sua non permetteva al Minerbi nessuno di quei salti indietro con cui anche i modellatori di statuette si ritraggono per studiare l'effetto dell'ultimo colpo di pollice. Dieci mesi è durato questo lavoro affannoso. Ogni giorno, al sole o alla pioggia, dalla mattina al tramonto il Minerbi era sui ponti, arrampicato sulle gambe e sulle costole del suo gigante. Piccolo, barbuto, con un gran naso adunco e due sereni occhi pieni di sorriso, svelto come uno scoiattolo, si vedeva crescere sopra e sotto quel suo enorme figliuolo e ne gioiva. Per la gente di Monterosso era lui, il "gigante". Lo chiamavano tutti così. I bambini del bagnanti lo avevano battezzato addirittura "lo zio Gigante". E i bottegai, dove la sua signora - una graziosa figuretta esile e pallida - andava a fare la spesa, segnavano sui loro libri: "Un chilo di pane e dieci uova alla moglie del gigante…".
Ora il Gigante è compiuto ed è stato liberato dalla gabbia in cui nacque. E' alto quattordici metri, e pesa, beato lui, fra ferro e cemento, 1700 quintali, quantunque il torace sia vuoto e traversato dall'alto in basso da un cunicolo rotondo in mattoni. Il proprietario aveva anzi pensato di renderlo praticabile con una scaletta a chiocciola alla quale si poteva avere accesso attraverso la cervice: tua poi fu riflettuto che l'uscita inferiore sarebbe capitata inevitabilmente in un punto poco adatto alla dignità del gigante e a quella dei suoi disturbatori viscerali, e non se ne fece nulla.
A parte la curiosità dell'enorme mole il colosso della villa Pastine è poi una bella e vera opera d'arte, vigorosa, ardita, sicura, modellata e costruita da mano maestra. Arrigo Minerbi può esser lieto e fiero dell'opera sua.
E dovranno essergliene grati coloro che, ospiti di villa Pastine, nelle sere d'estate, in certi miti e dolci pleniluni ch'io so, s'indugieranno a frescheggiare sull'originale terrazza. In mezzo a quell'enorme conchiglia sarà lecito a chiunque, che pur accarezza ogni sorta di peccaminosi pensieri balneari, di sentirsi una perla…

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