Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

San Fruttuoso
di Giovanni Titta Rosa

La Stampa – 25 settembre 1936

La corriera che da Santa Margherita va a Portofino-Vetta si lascia ben presto dietro palme, olivi e pini, ed entra nella frescura dei castagneti, decorati di verdi foto 1 ricci. Si va come in una frusciante galleria, già con un sapore in bocca d'aria montanina. Il mare non si vede, e soltanto a Ruta, all'improvviso, esplode azzurro, con la cintura alta e chiara dei paesi, da Camogli alla bruma lucente ove si nasconde Genova.
«Qui a Ruta, mi dice l'amico filosofo, soggiornò Nietzsche»; non lo sapevo, e subito il paesaggio mi si empie e incorona di non so che luce. Non che prima ne mancasse; la luce di settembre, pur già quieta e ammorbidita dal primo verde-oro d'autunno lungo i poggi e le valli, in alto era ancora abbagliante, resisteva nel fermo splendore dell'estate matura. Ma con quel nome, cotesto estivo splendore ai miei occhi dilagò, si fece più intenso, svelò il senso d'un inno misterioso. Il clima di Nietzsche, clima d'altura e di solitudine, ma, a un tempo, più umano di quanto lo stesso orgoglio di Zarathustra non credesse, faceva ora tutto uno, ai miei occhi, con quella lucente fermezza, e con quel mare remoto e splendente. La ricca terra, folta di piante, grondante verzure dappertutto, il sole fermo sul mare duro come malachite, la stessa roccia, ove raramente appare, d'evidente natura vulcanica, in blocchi di puddinga: tutto questo, che qui vive e respira perenne, è passato una volta nell'accesa mente d'un poeta, ne ha vivificata ed elevata la parola. Nietzsche concepì in questi posti il primo e secondo libro di Zarathustra; abitava solo in una casetta di Ruta, e girava quasi tutto il giorno per queste strade cariche di luce verde, saliva e scendeva per questi poggi. E vedeva spesso balenare laggiù il mare, bello come oggi; solitudine e umano, colmavano il suo spirito, lo tenevano distaccato e partecipe, come nel sereno sorriso d'un dio. Niente di più naturale che qualcuna delle sue più volanti parole e delle sue visioni più ferme, anche se sorgevano da un'anima e da una cultura lontane, egli le potesse formulare soltanto qui, sotto questa luce e a contatto di questa natura viridante1; e che sia possibile ritrovare qui il loro significato più intimo e pieno. Egli era un poeta, forse soprattutto un poeta; e a un poeta il mondo esteriore parla, anzi gli provoca la parola.

La vetta di Portofino annoda in un raccordo sintetico l'ampiezza e la varietà di uno dei più mirabili panorami del mondo. E' forse per questo, punto di poeti; luogo d'intesa d'una inespressa poesia, a cui si tende per un impulso del quale difficilmente si riesce a rendersi conto, se la poesia, appunto, non soccorre. Chi sale sulla terrazza, è subito come abbagliato; e allora si distrae a metter l'occhio nei cannocchiali panoramici, a riconoscere il porticciuolo di Camogli, con le quinte colorate delle case, e i ragazzi che giocano sull'arena, coi piedi tra le spume, che par quasi di sentirne la voce. E laggiù è la splendente Genova, coi palazzi tra il verde affacciati sul mare, e c'è chi vede anche il Bisagno. L'orlo viola della lente tinge il mare aperto, ma basta un lieve colpo al cannocchiale perché l'alto Tirreno, l'antico mare ligustico s'infiori di vele o si popoli dei tozzi camini obliqui dei transatlantici, col pennacchio orizzontale. Un altro breve colpo, e le groppe dell'Appennino ligure vi stanno a ridosso, di fronte, con le croste delle terre, i boschi da numerarne le piante, e in cima qualche bianco santuario orlato di verde. Per completare il giro, e appuntar lo sguardo in direzione della Spezia, la mano non deve imprimere che un discreto moto girante allo strumento, e si distinguono il Tino e il Tinetto, come piccole protuberanze grigie sull'acqua d'acciaio abbagliante. Fuor di cotesta avventurosa esplorazione, ci si può anche foto 2 distrarre guardando, in un'edicola ai piedi della terrazza, un piccolo museo di farfalle nostrane ed esotiche che avrebbe fatta la delizia di Guido Gozzano; o, chiusi in barattoli di vetro, serpentelli d'ogni clima, tra uccelli e altri volatili impagliati ritti sulle piccole scansie. Né mancano esemplari di mineralogia locale e forestiera. Ma son diversivi; per evitare quella luce, quello stordimento; per mettersi al riparo di quella inebriante vastità. La terrazza è grande e bianca, e non sarebbe brutta se non coronasse una costruzione di quello stile alberghiero che ha lasciato i più pomposi esemplari di sé, tra il novanta e la guerra, in molti luoghi della Riviera; lo stile dei casinò, dei grandi alberghi, e delle ville della ricca borghesia. E in questo paesaggio cotesto stile ci sta con una stonatura maggiore alla quale tuttavia non si bada, tanto l'occhio ormai è abituato a vederselo d'attorno.
Conviene però discendere dalla scalea di marmo, e a meno di non riprendere la corriera, che poi sarebbe come sciupare una bella gita, avviarsi a piedi lungo una stradetta silenziosa, dove il castagno fa ombra al garofano selvatico, la sassifraga s'accompagna al leccio, e l'edera riveste piante e roccia dappertutto. A un dato punto la strada si biforca, e quella più agevole discende al mare di Portofino. Ma l'altra va a San Fruttuoso, e sta tra la mulattiera e il viottolo da capre. Per quanto righi il colle a zig-zag, tentando un declivio più accessibile, in molti punti essa è abbastanza ripida per strappare i primi gridolini, coi primi scarti d'equilibrio, al caro spavento delle signore; ma ormai occorre proseguire, sostando magari ogni tanto all'ombra d'un gruppo di pini, col compenso di respirare la fragranza dell'erbe e delle resine. Cotesta discesa dovrebbe durare poco più d'un'ora; ma l'ombre, sono deliziose, il silenzio meridiano fruscia d'insetti e di foglie, e lo splendido mare che al largo s'inargenta, nella baia segreta che si comincia a intravedere fra le ombrelle dei pini, ha un colore così verde e lucente da parere innaturale; ed è proprio quello il mare di San Fruttuoso. Chi l'ha visto dall'alto non lo dimentica, non scorda quel disciolto smeraldo, trasparente sino in fondo.

San Fruttuoso è un'antica abbazia, con la chiesa e poche case attorno. Bianche la chiesa, e le case, tre delle quali crollarono nel 1915 per una piena che si portò via anche la facciata e i muri davanti della chiesa, che è diventata perciò più piccola. Per poco non trascinò al mare anche le tombe dei Doria, che possono così fare ancora da richiamo al turista. Ma interrò fin quasi all'occhio il porticato sottostante all'abbazia, che ora appare piuttosto una grotta, ed è luogo di ritrovo e di conversazione dei pescatori.
Dalle trifore dell'abbazia, con qualche testo di garofani e di gerani, non si vedono però sporgere il capo i frati, bensì qualche ragazza; ciò che fa un curioso vedere. Difatti, nelle celle del chiostro v'abitano famiglie di pescatori, compresa quella che ha l'incarico d'erudire il turista sui Doria, i quali dormono entro grevi arche dugentesche, in una verde penombra marina. Si tratta dei primi Doria, gli antenati di Andrea, e non del ramo diretto; di un Giacomo e un Niccolò, di un Guglielmo e di un Giannetto, consoli e capitani di Genova repubblica, sul finire del dugento; e il più illustre e recente, è quel Lamba Doria, che la Repubblica foto 3 mise al comando della sua flotta contro un Alfonso aragonese, re di Napoli. Se tuttavia cotesti primi Doria non sono i più famosi, bisogna sentire con che orgoglio ne ricorda date e gesta quella popolana; pare che si senta anch'essa un po' discendente di quella gran famiglia; e qualcosa ci dev'essere, se si guarda quel suo viso lungo, dal grosso mento, quel naso aquilino, e quegli occhi tondi e arditi di vecchia autoritaria. Un che di doriano, se mi è permesso di dire così, balena da quel suo sguardo e dall'impronta di quel viso; e mai vidi l'illustre istoria trattata con più orgoglio familiare. Quasi s'offendeva costei, a dirle che insomma, nonché Andrea, in quelle arche non ci stava sepolto né quel Bernabò Doria, che fu capitano di Genova con Opizzino Spinola, e poi vicegerente del sacro romano impero e ammiraglio dell'imperatore Enrico VII, né quel Branca Doria che Dante, memore di non cortesi accoglienze, mise nella Tolomea, cioè in uno dei cerchi più fondi dell'Inferno. Mi divertii a recitarle, rubandole il mestiere, anche i versi che gli si riferiscono:
… che per sua opra
In anima in Cocito già si bagna,
E in corpo par vivo ancor di sopra.
2
Mi squadrò, la terribile vecchia, più ardita che mai; ma non capii se fosse confusione od orgoglio a farla star zitta finalmente.
Quando riuscimmo alla luce, la zuppa di pesce fragrava dalla cucina, e si spandeva intorno. Sicché ci sedemmo sulla terrazza, e subito quell'odoroso fumo ci avvolse. Arrivava fino a noi l'ombra delle alte reti rugginose, stese ad asciugare dai pescatori sulle corde, dinanzi al mare; e il mare ci quietò dolcemente in un digestivo dormiveglia vino e fantasie, storia e leggenda, e persino il ricordo di Nietzsche.


1 verdeggiante
2 Dante Alighieri "La Divina Commedia", Inferno, Canto XXXIII, 155-157

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