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I Carolingi – I padri dell'Europa

Conoscere la storia (SPREA) – agosto/settembre 2018

In poco più di un secolo si consuma l'avventura di una famiglia di alti funzionari di corte. Una stirpe di sovrani talmente ambiziosa e coraggiosa che seppe riportare in vita il glorioso Impero Romano d'Occidente

Poitiers I Franchi battono i Mori a Poitiers, l'11 ottobre 732.
Nel dipinto ottocentesco di Charles de Steuben: si riconoscono
Carlo Martello, armato d'ascia, e
il leader musulmano Abd er-Rahman, dalla lunga barba.

L'Europa avrebbe potuto essere islamica, anziché cristiana, se un coraggioso condottiero non avesse ricacciato gli Arabi oltre i Pirenei. Era il 17 ottobre del 732 d.C., quando su una pianura presso Poitiers, nel cuore dell'odierna Francia, un'armata di 60 mila cavalieri, guidata dall'emiro Abd El Rahman fu infranta da 30 mila fanti franchi pesantemente corazzati, schierati dal "maggiordomo" di corte dei re della dinastia merovingia, il prode Carlo Martello. Era capofila della famiglia che poi sarebbe stata detta dei Carolingi, data la ricorrenza del nome Carlo (dal germanico Kerl, "maschio") tra i suoi rampolli. Non era dunque ancora re, Carlo Martello, bensì una sorta di "generalissimo" che già deteneva di fatto il potere. Tramite quella vittoria militare preparò il terreno alla sua schiatta.
Fu un giorno epico, con le ripetute cariche della cavalleria araba fermate dal muro di lance, scudi ed elmi che Carlo Martello fece erigere recuperando tattiche che risalivano alle legioni romane. Lo stesso emiro El Rahman venne ucciso e i resti del suo esercito fuggirono. Così il dominio islamico in Europa occidentale finì per limitarsi a Spagna, Sicilia e poco altro, lasciando sgombro quasi tutto il continente. E se il nipote del Martello, Carlo Magno, era destinato a essere ricordato come "padre dell'Europa", il contributo del nonno non era stato da meno.

incoronazione Carlo Magno incoronato imperatore a Roma, la notte dell'anno 800,
in un dipinto francese eseguito più di mille anni dopo.

Da maggiordomi a re
Le origini dei Carolingi si riscontrano nella famiglia Arnolfina-Pipinide delineatasi tra il VI e il VII secolo d.C., quando si affermarono i discendenti di Pipino di Landen e del vescovo Arnolfo di Metz. Pipino figurava già maggiordomo del re merovingio Dagoberto quando questi, nel 624, trasferì la capitale da Metz a Lutetia Parisiorum, ossia l'odierna Parigi. Questo Pipino, detto anche "il Vecchio", morì nel 639 e la sua carica passò al figlio Grimoaldo. Costui già tentò di conquistare il trono facendo adottare suo figlio Childeberto dalla famiglia regnante dei Merovingi, ma nel volgere di poco tempo questo piano prematuro di scalzare la prima dinastia franca fallì poiché Childeberto morì di malattia e Grimoaldo venne ucciso. Sembrava che per i Pipinidi fosse finita, ma sopravvisse la linea femminile attraverso la sorella di Grimoaldo, Begga, che sposò il figlio del vescovo Arnolfo, Ansegiso, dando alla luce, attorno al 640, un nuovo Pipino, detto di Heristal. Così fu compiuto il riunirsi delle due famiglie tanto da far parlare, in questa fase, di Arnolfini-Pipinidi.
L'ascesa di Pipino di Heristal a nuovo maggiordomo entro il 680 fu facilitata dal matrimonio con la ricca Plectrude, che fece guadagnare al marito una notevole influenza, sebbene gli ci volesse una battaglia finale, sul campo di Tertry nel 687, per imporsi sugli aristocratici rivali. Ma i figli della coppia morirono prima del padre, pertanto la successione effettiva come "maestro di palazzo" spettò a un figlio naturale che Pipino aveva avuto con la concubina Alpaide. Data l'equiparazione, allora, fra figli legittimi e naturali, con grande scorno Plectrude e la sua famiglia dovettero così accettare l'ascesa di questo rampollo, che altri non era se non Carlo Martello, in carica a partire dal 714, quando aveva 30 anni.

equestre Ritratto equestre di Carlo Magno (o Carlo il Calvo), datato al IX secolo, del Museo del Louvre.
carte I maggiordomi, maestri della casa
L'alba dei Carolingi li vide nel ruolo di "maggiordomi", sorta di primi ministri dei re merovingi. La carica era detta, in latino, maior domus, ovvero "maestro della casa", e inizialmente designava un funzionario del palatium, la reggia, che doveva organizzare tutto l'andamento della corte, specialmente assicurare le vivande, la cottura dei pasti e in genere i rifornimenti di derrate e materiali necessari, come la legna da ardere, l'acqua o l'olio delle lucerne. Proprio in questa sua accezione, la parola passò a indicare in italiano il comune termine "maggiordomo".
Il maior domus veniva scelto fra i collaboratori del re residenti a palazzo, o cosiddetti comites palatium. Se all'inizio il suo ruolo era di semplice servizio, nell'VIII secolo acquisì sempre più importanza come capo politico e militare, che ormai faceva le veci degli ultimi Merovingi, indeboliti dall'abilità di Carlo Martello nell'assicurarsi il sostegno dell'aristocrazia elargendo i profitti dei beni ecclesiastici confiscati in Austrasia (la sponda occidentale del Reno). Carlo Martello seppe poi riguadagnarsi il favore della Chiesa restituendo i beni a san Bonifacio nel periodo successivo.

Carlo Martello rinforzò le frontiere, respingendo gli Arabi, ma anche sconfiggendo Frisoni, Alamanni e Sassoni. Già di fatto padrone del regno, giostrò la successione sul trono di una serie di effimeri sovrani merovingi, ovvero Dagoberto III, Childerico II e Teodosio IV, che in pratica erano suoi burattini. Quando il Martello morì nel 741, lasciò il regno ai suoi due figli Pipino il Breve e Carlomanno, che si spartirono il territorio: il primo nel sud, il secondo nel nord, come maggiordomi paralleli sottoposti all'autorità nominale dell'ultimo sovrano merovingio fantoccio, Childerico III. Carlomanno si ritirò dalla politica e infine, nel 751, Pipino il Breve depose l'ultimo merovingio (dopo averlo fatto incoronare nove anni prima e tenuto lontano da ogni esercizio del potere) e si fece re, ciò che già era di fatto. Una scelta non facile, a causa dell'alto valore simbolico dei sovrani merovingi (il cui diritto-dovere di portare i capelli molto lunghi li rappresentava quale simbolo di fertilità), e anche per questo il passaggio da una dinastia all'altra fu così lungo e non si concluse, almeno ufficialmente, con un assassinio ma con la reclusione in un'abazia di Childerico III, che solo ben più tardi sarebbe stato chiamato "l'Insensato". Va infatti ricordato che nel 750 Pipino aveva inviato un'ambasceria a papa Zaccaria per chiedere un suo parere su chi dovesse essere re, se per ragioni di discendenza o per esercizio dell'effettivo potere. Ottenuto il prevedibile consenso alla seconda ipotesi, si affrettò a deporre Childerico, sposando tuttavia, lo stesso anno, una probabile discendente del merovingio Teodorico III: Bertrada di Laon, meglio nota come "Berta dal gran piè".

incoronazione Pipino il Breve ritratto da Louis-Félix Amiel nel 1837.
Il monarca franco intessé vantaggiosi legami con il papa, ottenendo un'incoronazione fondamentale per il futuro della sua dinastia e di tutto l'Occidente.

Unti del Signore
A Pipino il Breve fu subito chiara l'importanza di ottenere il riconoscimento da parte della Chiesa, in modo da consolidare la dinastia. Nel 754 ospitò in Francia papa Stefano II, che lo consacrò per assicurarsi un potente alleato contro il Regno dei Longobardi, dominatore dell'Italia Settentrionale, che dalla sua capitale Pavia minacciava sempre di invadere i territori della Chiesa di Roma. Il pontefice intendeva segnare il suo distacco anche dall'Impero Bizantino, riservando a un altro sovrano l'unzione di olio santo e lanciando il messaggio che i Bizantini non potevano più considerarsi patroni dell'Occidente.
L'esercito franco di Pipino fece buona guardia all'embrionale Stato Pontificio finché il re morì, il 24 settembre 768. Furono allora i suoi due figli Carlo e Carlomanno a essere consacrati re insieme. Nubi nere si addensavano però sugli equilibri architettati dal papa. Anzitutto, la vedova di Pipino, e madre dei due giovani re, Bertrada di Laon, era favorevole alla pace con i sovrani confinanti e brigò per far sposare nel 770 Carlo, che allora aveva 28 anni, proprio con la principessa Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Poi, quando nel 771 Carlomanno morì, Carlo si fece acclamare unico sovrano franco, ripudiò Ermengarda e non riconobbe i diritti della vedova del fratello, la nobildonna Gerberga, forse anche lei di origine longobarda.
La crisi scoppiò quando Ermengarda e Gerberga si rifugiarono a Pavia chiedendo giustizia a Desiderio, il quale, per tutta risposta, ebbe il pretesto per invadere le terre della Chiesa, su cui ora regnava papa Adriano I. Fu così che, nel 773, Carlo valicò le Alpi e scese in Italia annientando il regno longobardo dopo aver espugnato Pavia e catturato re Desiderio. Fu l'inizio di una serie di campagne militari fra i cui capisaldi ci fu anzitutto un'incursione nella Spagna islamica, fra il 776 e il 778, che vide i Franchi avanzare fino a Saragozza, per poi ripiegare (venendo però attaccati al passo di Roncisvalle e subendo pesanti perdite). La distruzione della retroguardia comandata da uno dei paladini del re, Orlando, marchese di Bretagna, fu poi l'ispirazione per i più noti cicli di epica cavalleresca medievale, a cominciare dalla Chanson de Roland. Tanto vittoriosa quanto sanguinosa fu poi la campagna contro i Sassoni, che Carlo convertì al cristianesimo con il ferro e il fuoco, tanto da massacrarne 4.500 in un solo giorno dopo la battaglia di Verden del 782. Proclamatosi difensore della fede cristiana, Carlo aiutò papa Leone III a sbarazzarsi dei suoi nemici interni e scese di persona in Italia a sostenerlo. La notte di Natale dell'anno 800, Leone III incoronava solennemente il re carolingio imperatore del Sacro Romano Impero, ricreando di fatto in Occidente una dignità imperiale concorrente di quella orientale di Bisanzio.

Ildegarda La meteora di Ildegarda
Fra le cinque mogli complessive di Carlo Magno, senza contare varie concubine, la più famosa fu probabilmente Ildegarda, figlia di nobili germanici e nata fra il 754 e il 758. Fu la terza sposa dell'imperatore franco, venendo impalmata ancora adolescente nel 771, dopo che Carlo aveva già ripudiato Imiltrude ed Ermengarda. Cominciò subito a sfornare figli per il sovrano, a cominciare, già nel 772, dall'omonimo Carlo, che era erede designato, ma che morì nell'811, prima del padre. Perciò a succedere al Magno, nell'814, fu Ludovico il Pio, egli pure partorito da Ildegarda, e unico dei suoi figli a sopravvivere al genitore.
Ludovico era, per l'esattezza, il quinto di una serie di nove tra figli e figlie che la giovane consorte diede a Carlo Magno. L'ultima, anche lei battezzata con il nome di Ildegarda, venne alla luce il 30 aprile 783: la madre morì di parto, ma anche la piccina ebbe i giorni contati.

Un impero di trent'anni
Carlo passò alla storia con l'appellativo Magno, "grande", mutuato da Alessandro il Macedone e utilizzato da Pompeo, da molti sovrani dell'antichità e da alcuni imperatori romani, come Caracalla. All'apice della sua potenza, il suo impero occupava la Francia, l'Italia Settentrionale e parti della Germania e delle Fiandre. La corte era stata collocata ad Aquisgrana, interrompendo definitivamente la tradizione del "palazzo itinerante" dei merovingi. Fondatore, di fatto, del sistema feudale, suddivise l'impero in contee governate da conti e in marche di confine affidate a marchesi. Ne controllava l'operato con i missi dominici, gli "inviati del signore", che costituivano anche una sorta di polizia amministrativa.
Carlo Magno incuteva timore nei sudditi anche solo per la sua mole. Alto 1,92 m, aveva folti baffi, ma il fisico erculeo contrastava con una buffa voce acuta, in falsetto. Del più noto monarca carolingio, ecco il dettagliato ritratto dalla Vita Caroli dello storico Eginardo: «Era moderato nel mangiare e nel bere, ma più moderato nel bere, tanto che aveva in odio l'ubriachezza in qualsiasi uomo, non solo in sé e nei suoi. Mentre nel mangiare non riusciva a fare altrettanto, e spesso si lamentava che i digiuni erano nocivi al suo fisico. La cena di ogni giorno era solo di quattro portate, a parte l'arrosto, che i cacciatori infilzavano allo spiedo e che egli mangiava molto più volentieri di qualsiasi altro cibo».

battesimo Carlo Magno comanda che Vitichindo e i suoi Sassoni, appena sconfitti, siano battezzati con la forza oppure messi a morte:
l'episodio, accaduto nel 782 a Verden, fu così illustrato da Ary Scheffer nella prima metà del XIX secolo.

Eginardo ci informa inoltre che l'imperatore durante i pasti si faceva leggere poesie e libri, sia sulle gesta degli antichi Romani, sia religiosi, come La città di Dio di sant'Agostino. Del resto, anche se imparò a scrivere solo con molta fatica, capì l'importanza di fondare biblioteche e scuole in tutto il reame. Fra le abitudini singolari di Carlo Magno c'era quella di non dormire più di due o tre ore di fila, tanto che di notte si alzava spesso anche quattro o cinque volte, costringendo i suoi attendenti a dargli retta per le faccende amministrative mentre fuori dal palazzo il mondo era ancora immerso nelle tenebre.
Nell'813 Carlo associò come co-imperatore il figlio Ludovico il Pio, che gli subentrò formalmente quando il sovrano morì, il 28 gennaio 814. Ludovico mantenne unito l'impero del padre con molta fatica, puntando sul sostegno della Chiesa ma anche reprimendo senza pietà le rivolte. Lo sfascio fu inevitabile quando Ludovico morì, il 20 giugno 840. Dei tre figli del defunto, Lotario ebbe la corona imperiale, ma i fratelli Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico si allearono contro di lui, stipulando con le rispettive truppe il "giuramento di Strasburgo", nell'842, primo documento con le lingue francese e tedesca ben distinte.

trono Il trono di Carlo Magno
nella Cappella Palatina di Aquisgrana.

Era la profezia della divisione dell'impero e della nascita delle successive nazioni europee. In effetti, con l'accordo di Verdun dell'843, i tre eredi carolingi si spartirono l'impero creato dal nonno: a Lotario andò l'Italia insieme alla stretta fascia che corre tra il Reno e la Loira (complesso di terre poi detto Lotaringia); a Carlo il Calvo la Francia; a Ludovico la Germania. Ma i sovrani Carolingi erano destinati a essere scalzati nel giro di pochi decenni. armatura

Il carro armato vivente
Una delle fonti sulla vita di Carlo Magno, le Gesta Karoli scritte da un monaco dell'Abbazia di San Gallo, ce lo presenta in sella al suo cavallo, pesantemente corazzato, grazie anche alla gigantesca corporatura che gli permetteva d'indossare un gran peso in metallo. Il sovrano franco si stava avvicinando con l'esercito alle mura della capitale longobarda Pavia per circondarla, quando la sua sola apparizione gettò re Desiderio nello sconforto. Scrive il monaco: «Il balenio delle armi illuminò gli assediati d'un giorno più fosco ancora della notte. E lo videro allora, Carlo in persona, l'imperatore di ferro chiuso in un ferreo casco, le manopole di ferro alle braccia, il ferreo petto e le larghe spalle coperti da una ferrea corazza».
Ciò che stupisce l'autore è inoltre l'abbondanza del ferro nell'armata franca, metallo a quei tempi ancora costoso; tanto che il resoconto prosegue con l'ossessionante ripetersi del nome del metallo marziale: «I raggi del sole si riflettevano nello splendore del ferro e così il popolo di Pavia, gelido di terrore più del ferro stesso, s'inchinava dinanzi al gelido ferro».

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