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I Savoia – La famiglia che inventò l'Italia

Conoscere la storia (SPREA) – agosto/settembre 2018

Una stirpe di montanari scaltri, pratici, armati d'infinita pazienza. Se contemplata dall'alto, l'intera epopea di casa Savoia sembra un piano studiato a tavolino per portare, nel corso dei secoli, a un unico grande risultato: l'unità d'Italia.

moneta Lo stemma sabaudo sulla moneta d'argento da 2 lire coniata all'indomani dell'unità d'Italia

Era totalmente ignaro della morte di suo padre, isolato in mezzo al mare a bordo del suo yacht, mentre tornava da una vacanza nel Mediterraneo orientale. Vittorio Emanuele di Savoia aveva 31 anni quando, insieme alla moglie, la principessa Elena del Montenegro, si riposava sulla coperta dello Yela, un piccolo pirovascello. Era la calda sera del 29 luglio 1900. Si stavano lasciando alle spalle il porto greco del Pireo per ritornare in Italia dopo oltre dieci giorni di crociera, e forse stavano riandando con la memoria a tutti i bei momenti trascorsi insieme: Capo Matapan, Costantinopoli, Capo Sunion, Rodi, Giaffa, Gerusalemme, infine Cipro e il porto ateniese. In un mondo ancora privo di radio (diavoleria che era stata appena inventata da Guglielmo Marconi), lo yacht non poteva ricevere comunicazioni. Fu solo alle 9 del mattino del 1° agosto che, giunto in vista della Calabria, lo yacht principesco ricevette segnalazioni semaforiche da Capo Spartivento: bisognava prepararsi ad accostare subito a una torpediniera della Regia Marina.

plebiscito Il conte Bettino Ricasoli presenta
a Vittorio Emanuele l'esito del plebiscito in Toscana del 1860, che ne sancisce l'annessione al Regno d'Italia

Dal comandante dell'unità militare, tenente Giorgi, Vittorio Emanuele seppe così che il padre, re Umberto I, si sentiva molto male: era alla Villa Reale di Monza e Vittorio Emanuele avrebbe dovuto raggiungerlo al più presto, approdando a Reggio, da dove un treno speciale era già pronto a partire per la Lombardia.
Nessuno osava dire la verità al principe, cioè che di fatto egli era già diventato re da tre giorni. Umberto I era infatti spirato fin dal 29 luglio, crivellato dalla pistola dell'anarchico toscano Gaetano Bresci proprio a due passi dalla Villa Reale. Emigrato da Prato in America, Bresci era rientrato in Italia appositamente per uccidere il sovrano. Nella sua mente, l'attentato doveva essere la vendetta contro il re che due anni prima, il 2 maggio 1898, aveva firmato lo stato d'assedio per gli scioperi e i moti di Milano, autorizzando il generale Bava Beccaris a sparare cannonate sulla folla, causando 80 morti e 400 feriti. Umberto I aveva poi decorato il generale con la Gran Croce dell'Ordine militare dei Savoia, attirandosi ancor più l'odio di Bresci. Ora, mentre il figlio, ormai destinato al trono come Vittorio Emanuele III, intuiva la terribile verità, il defunto monarca, con i suoi baffoni soffici come nuvole, giaceva in una vasca da bagno in porfido al primo piano della Villa Reale. Era stato immerso in una mistura di alcol e formaldeide per impedirne la decomposizione fino al funerale. L'Italia stava entrando nel XX secolo con uno dei tanti colpi di scena della dinastia che l'aveva unificata.

castello Le rovine del castello di Tommaso II, conte di Savoia (XIII secolo),
a Le Bourget-du-Lac, oggi nel dipartimento francese della Savoia

I duchi di montagna
Una leggenda, non confermata da dati sicuri, vuole che il lontano capostipite dei duchi di Savoia, divenuti re soltanto a partire dal Settecento, fosse il fiero Vitichindo, condottiero sassone che oppose una sanguinosa resistenza all'esercito di Carlo Magno prima di arrendersi e convertirsi al cristianesimo. E' certo che le profonde radici della dinastia partono dall'odierna Francia, ma è dubbio se, come affermavano vari studiosi del passato, nascessero da quello che nel Medioevo era il Regno di Borgogna. Il primo antenato sicuro, su cui tutti i cronisti concordano, è il conte Umberto I Biancamano, che nacque attorno al 980 e morì nel 1048. Era conte di Savoia, Belley, Sion e Aosta, ma presto aggiunse vasti domini in Piemonte, presagio del destino italiano della dinastia, grazie a un matrimonio molto ben combinato: un figlio di Umberto I, Oddone, impalmò la marchesina Adelaide, unica figlia ed erede del marchese di Torino, il quale signoreggiava su numerosi borghi circostanti, come Susa, Ivrea e Pinerolo. Oddone morì nel 1060 e fu la sua longeva vedova Adelaide a detenere il potere effettivo. Si spense nel 1091, ma si può dire che la sua guida sicura attraverso un trentennio pose le basi affinché il piccolo Stato sabaudo potesse affermarsi a cavallo delle Alpi, con retroterra strategici su entrambi i versanti, a maggior garanzia di sopravvivenza nel gioco delle grandi potenze.

sindone Custodi della Sindone
Casa Savoia è stata per cinque secoli la custode della Sacra Sindone, il lenzuolo di lino che reca impressa l'immagine di un uomo crocifisso e che molti considerano il sudario in cui fu avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Le prime notizie sulla reliquia risalgono al 1353, quando apparteneva al cavaliere Goffredo di Charny. Una sua discendente la vendette, cent'anni dopo, al duca Ludovico di Savoia, che la portò a Chambery. All'inizio del Cinquecento, i Savoia, autorizzati da papa Giulio II, iniziarono a onorare periodicamente il lino con pubbliche ostensioni, ma rischiarono di perderla per sempre in un incendio divampato il 4 dicembre 1532. Fu salvata per un soffio, seppur bruciacchiata, poi, dal 1535, seguì le peregrinazioni del duca Carlo III, che la portò con sé in vari luoghi per sottrarla ai francesi che avevano attaccato il ducato.
Il figlio Emanuele Filiberto la riportò a Chambery, finché, essendo ormai Torino la capitale dello Stato, nel 1578 non vi fu trasferita in permanenza. Emanuele Filiberto volle collocarla là anche per avvicinarla a Milano, da cui l'arcivescovo Carlo Borromeo si era impegnato a raggiungerla con un pellegrinaggio a piedi, come ringraziamento per la fine di un'epidemia di peste.
Da Torino, la Sindone fu messa al riparo in occasione di altre due guerre: nel 1706, quando fu spostata a Genova per salvarla dai francesi; e dal 1939 al 1946, nel monastero campano di Montevergine. Riportata nel dopoguerra alla sua cappella del Duomo di Torino, venne considerata ancora proprietà dell'ultimo re, Umberto II, finché alla sua morte, nel 1983, passò in eredità a papa Giovanni Paolo II. Molti però sostengono che appartenga allo Stato italiano fin dall'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, nel 1948.
Di sicuro, il sudario scampò a un nuovo pericoloso incendio nel 1997. L'ultima grande ostensione è stata quella della primavera 2015. I dibattiti accademici fra chi la crede un artefatto medievale (gli esami al carbonio 14 la collocherebbero al XIV secolo, mentre le ultime analisi hanno stabilito che alcune macchie di sangue sono artificiali) e chi la reputa un'autentica stoffa del I secolo dopo Cristo (pur rappezzata in tempi successivi) forse non si esauriranno mai.

L'ultimo nipote di Adelaide, Umberto II detto "il Rinforzato", restò solo alle redini dopo la morte della sagace nonna e regnò fino al 1103, affrontando lotte intestine sul versante piemontese, la cui popolazione era restia a farsi dominare dai conti d'oltralpe. Per i suoi successori le difficoltà non furono da meno, aggravate dalla pressione del potente Regno di Francia, che minacciava sempre d'inghiottire la Savoia. Per giunta, l'unità di comando venne a mancare a causa dei bisticci con i rami collaterali della famiglia, come i Savoia-Acaia, che si insediarono a Torino e Pinerolo in concorrenza con la casa madre.

Amedeo VIII Amedeo VIII di Savoia, detto "il Pacifico", nel 1439 divenne antipapa con il nome di Felice V (ritratto anonimo di scuola inglese del XVIII secolo)

Nel 1391 divenne conte alla corte di Chambéry un bambino di appena 8 anni, Amedeo VIII, poi detto "il Pacifico". Era orfano di padre e inizialmente fu un'altra astuta nonna, Bona di Borbone, a esercitare la reggenza in vece del nipotino. Ma il ragazzo crebbe in fretta e riuscì a svincolarsi dall'egemonia francese, rinsaldando il dominio della casata su Nizza e Saluzzo. Nel 1416 l'imperatore Sigismondo gli concesse il titolo di duca, per sé e i suoi successori, decretando così l'elevazione del dominio sabaudo al rango di ducato. Appena due anni dopo, Amedeo VIII approfittò dell'estinzione del ramo Savoia-Acaia per riunire sotto il suo potere Torino e Pinerolo, ricostruendo l'antica unità delle terre dei Savoia. A un certo punto, nel 1434 il duca pensò bene di ritirarsi a vita monastica nel castello di Ripaglia, vicino a Thonon, e lasciò sempre più la gestione del potere al figlio Ludovico. Personaggio eclettico e sfaccettato, come altri in questa dinastia, Amedeo il Pacifico fondò l'Ordine religioso e cavalleresco di san Maurizio, e nel 1439 i vescovi del concilio di Basilea lo scelsero come papa da contrapporre a Eugenio IV (era la stagione degli "antipapi" filoimperiali contro quelli eletti dai francesi). Così, il primo duca sabaudo fu anche pontefice, sotto il nome di Felice V, ma rinunciò alla carica nel 1449, morendo infine a Ginevra nel 1451. Poco dopo, il successore Ludovico confermò una certa propensione sacra della casata, acquisendo dai francesi la Sacra Sindone. Gli stessi francesi, quasi un secolo più tardi, nel 1536, invasero il Ducato di Savoia, che sarebbe svanito dalla carta geografica se non fosse stato per il polso di Emanuele Filiberto, detto "Testa di Ferro". Dal 1545, egli seppe farsi largo come attendente dell'imperatore asburgico Carlo V, fino a sancire con la pace di Cateau-Cambrésis, del 1559, la restaurazione dello Stato sabaudo, spostando la sua capitale da Chambéry a Torino e governando con decisione fino alla morte, nel 1580.

Racconigi Il castello di Racconigi, il cui nucleo originale risale all'XI secolo, entrò in possesso dei Savoia nel XIV secolo.
Vi nacque l'ultimo re d'Italia, Umberto II.

Nel gioco dei potenti
Il piccolo ma tenace ducato attraversò numerose altre peripezie, sempre barcamenandosi fra la Francia e l'Impero Asburgico, che minacciavano costantemente di schiacciarlo o di sacrificarlo nei loro equilibri di potenza. Il momento cruciale si ebbe tra la fine del Sei e l'inizio del Settecento, quando il ducato divenne addirittura un regno. L'intero periodo fu dominato dalla longeva figura di Vittorio Amedeo II, che divenne duca a soli nove anni, nel 1675. Il governo veniva però gestito dalla madre, Maria Giovanna Battista, verso cui il giovane duca non provava affetto (anche perché, divenuta vedova, lei aveva presto dimenticato suo padre Carlo Emanuele II, facendo collezione di amanti). Maria Giovanna operava con la complicità del Re Sole, Luigi XIV di Francia, che era intenzionato, alla lunga, ad assorbire il Ducato di Savoia.

Vittorio Amedeo II Vittorio Amedeo II, detto "la Volpe Savoiarda", primo re di Sardegna

Fu con un compromesso che Vittorio Amedeo II salvò il trono: accettò di sposare la duchessa francese Anna d'Orléans, rinvigorendo la sua immagine di prezioso alleato, invece che di nemico di Parigi. Questa fase francofila della politica dei Savoia sfociò nello sterminio dei protestanti valdesi in Piemonte, un atto chiesto come pegno proprio da Luigi XIV.
Stanco della sottomissione a Parigi, il duca sabaudo approfittò dello scoppio di una guerra per passare dalla parte della Lega di Augusta, che fra gli altri comprendeva Impero Asburgico, Inghilterra e Olanda, uniti contro la Francia.

Eugenio Il principe condottiero Eugenio di Savoia-Soissons alla battaglia di Mohács, combattuta nel 1687
fra le truppe asburgiche e quelle ottomane

In questa fase, Vittorio Amedeo ebbe il prezioso aiuto del cugino Eugenio di Savoia, valorosissimo condottiero imperiale, passato alla Storia come il "Prinz Eugen" che aveva rotto l'assedio turco a Vienna (e fu talmente caro ad austriaci e tedeschi che la Germania nazista gli intitolò un incrociatore e una divisione di Waffen-SS). Eugenio discendeva da un ramo dei Savoia-Carignano trasferitosi in Francia, e fin da ragazzo si era dato alla causa asburgica. Nel dare sostegno al parente Vittorio Amedeo, Eugenio ne condivise la sconfitta nel 1690 a Staffarda, ma l'anno dopo si rifece scacciando i francesi da Cuneo. L'acme della collaborazione fra Vittorio Amedeo e il Prinz Eugen si ebbe durante la Guerra di successione spagnola. Un'armata franco-iberica iniziò ad assediare Torino, il 23 maggio 1706, mentre Vittorio Amedeo lasciava la città per recuperare rinforzi all'esterno. Per la capitale sabauda iniziavano mesi di stenti e di bombardamenti, segnati anche dalla guerra sotterranea di gallerie di mina e contromina, culminata con il celebre sacrificio di Pietro Micca, che si fece esplodere in un tunnel insieme a diversi soldati nemici pur di non farli passare. Intanto, i due cugini Savoia avevano riunito le loro truppe per giungere in soccorso della città: il 7 settembre 1706 circondarono gli assedianti, costringendoli a ritirarsi verso Pinerolo.

Luigi Amedeo Il duca esploratore
Figlio del re di Spagna, Luigi Amedeo perse il titolo di Infante ad appena pochi giorni di vita, quando nel 1873 il padre abdicò dal trono di Madrid. In Italia, si rifece con una carriera da navigatore ed esploratore che diede lustro a casa Savoia. Entrò nella Regia Marina e frequentò l'Accademia navale di Livorno, conciliando la passione per le crociere transoceaniche con quella per le scalate in alta montagna. Ebbe il titolo di Duca degli Abruzzi, con cui fu universalmente noto. La sua impresa più famosa fu la sua spedizione verso il Polo Nord, condotta a bordo della nave Stella Polare, fra il 1899 e il 1900, insieme all'ammiraglio Umberto Cagni.
Il Duca degli Abruzzi e Cagni segnarono un nuovo record, avvicinandosi al Polo Nord come nessuno aveva mai fatto prima: il 25 aprile 1900 raggiunsero la latitudine di 86° 33' 49", circa 350 km dal Polo Nord geografico.
Luigi Amedeo percorse anche l'Africa, scalando montagne come il massiccio del Ruwenzori ed espolorando aree remote. Trovò la morte in Somalia, nel 1933, nel villaggio di Johar.

La Guerra di successione terminò con il trattato di Utrecht del 1713, in base al quale anche Vittorio Amedeo venne premiato, e non poco. Ai suoi domini si aggiunsero il Monferrato e la Lomellina, ma soprattutto la lontanissima Sicilia, che gli portò il titolo di re. I Savoia, dunque, furono re di Sicilia prima che di Sardegna, sebbene solo per pochi anni. Difficile dire quanto la storia italiana sarebbe stata differente se il Piemonte e la Sicilia, agli antipodi dell'Italia, fossero stati uniti fin dal Settecento.

V. E. II Vittorio Emanuele II a cavallo
(Gerolamo Induno, 1861)

La corte di Palermo presiedeva a un'isola molto popolata, ricca e posta al centro delle rotte commerciali del Mediterraneo. Era però una terra difficilmente difendibile, anche perché remotissima. Già nel 1717 gli spagnoli tentarono di recuperare la Sicilia e la invasero, ma ci mise lo zampino la flotta inglese e l'operazione fallì. Tre anni dopo, un nuovo accordo internazionale fu accettato dagli spagnoli: i Savoia rinunciarono alla Sicilia, rigirandola all'Austria, che in cambio diede a Vittorio Amedeo la Sardegna. Quello dei Savoia divenne così il Regno di Sardegna, e in fondo a Vittorio Amedeo II lo scambio andò bene: per quanto molto più povera e arretrata della Sicilia, l'isola era comunque ricca di miniere, assai più vicina e meglio gestibile e difendibile.
Confermando la tendenza di casa Savoia a costruire la propria ascesa per tappe graduali, diluite lungo l'arco di più generazioni, la dignità di re di Sardegna acquisita dal suo avo quasi 130 anni prima tornò molto utile a Carlo Alberto di Savoia. Egli desiderava aprire le ostilità con l'Austria e presentarsi come portabandiera dell'unità italiana, che i sentimenti romantici rendevano sempre più condivisa, specie nel centro e nel nord della penisola.
Lo stemma nel tricolore
A Carlo Alberto si doveva, già il 4 marzo 1848, la promulgazione dello Statuto Albertino, precursore dell'odierna Costituzione, che all'articolo 5 rilevava i principali poteri del sovrano: «Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli è il capo supremo dello Stato, comanda tutte le forze di terra e di mare, dichiara la guerra, fa i trattati di pace, d'alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere».

Carabinieri Il 4° reggimento Carabinieri a cavallo nella carica di Pastrengo del 1848 (Sebastiano De Albertis, 1880)
Il corpo dei Carabinieri fu istituito nel 1814 da Vittorio Emanuele I.

Forte di tali prerogative, Carlo Alberto fu in guerra contro gli austriaci fra il 23 marzo 1848 e il 23 marzo 1849, un anno esatto durante il quale le truppe sabaude vennero però sconfitte. La sera stessa del 23 marzo, Carlo Alberto abdicò in favore del figlio e partì per l'esilio in Portogallo.
Sedeva ora sul trono un ragazzo, quel Vittorio Emanuele II che, per la sua sagoma tozza e tarchiata, così difforme da quella degli avi, il patriota Massimo d'Azeglio insinuava essere «figlio d'un macellaio di Porta Romana a Firenze, certo Tanaca». Secondo le malelingue, la moglie di Carlo Alberto, Maria Teresa di Toscana, figlia del granduca Ferdinando III di Lorena, aveva concepito Vittorio con questo Tanaca; ma occorre dire che gli storici hanno demolito questa come una fandonia.
Vittorio Emanuele II si rivelò tanto energico quanto paziente, proprio come un perfetto Savoia. Seppe aspettare il momento giusto per compiere la missione unificatrice, iniziata dal padre. Intanto, onorava la sua fama di dongiovanni, dividendo le passioni carnali fra la moglie Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena e almeno due amanti principali: Laura Bon e Rosa Vercellana, detta "Rosina". Fidando sul genio diplomatico del suo primo ministro Camillo Benso conte di Cavour, strinse alleanza con la Francia di Napoleone III.

matrimonio Mafalda, principessa nella tempesta
Nata il 19 novembre 1902 e secondogenita dei sovrani d'Italia, Mafalda di Savoia ebbe un destino amaro, intrecciato all'altalena dei rapporti fra Germania e Italia durante la Seconda guerra mondiale. Si sposò a 23 anni con il principe tedesco Filippo d'Assia-Kassel, acquisendo la cittadinanza germanica e il rango di langravia. Con l'avvento al potere di Hitler nel 1933, il progressivo avvicinamento fra Germania e Italia fu inizialmente favorevole alla fortuna della coppia, tanto che Filippo divenne governatore dell'Assia e ufficiale delle SS.
La musica cambiò quando, l'8 settembre 1943, l'Italia si arrese agli Alleati e il padre di Mafalda, Vittorio Emanuele III, spostò a Brindisi la capitale di un regno divenuto nemico di Hitler. Mafalda apprese la notizia mentre tornava a Roma da un viaggio in Bulgaria, Paese amico dell'Asse. I nazisti non volevano più fidarsi né dei Savoia, né dei loro parenti: Filippo fu degradato e deportato nel lager di Flossenburg; Mafalda venne arrestata dai tedeschi a Roma il 24 settembre e finì al campo di Buchenwald. Pur costringendola in una baracca, le SS la trattarono con il riguardo dovuto al suo rango e vitto abbondante. L'identità della prigioniera venne tenuta segreta, ma le voci giravano ugualmente. La detenzione durò quasi un anno, finché un bombardamento aereo americano devastò Buchenwald e colpì anche la baracca di Mafalda, ferendola gravemente. La langravia morì quattro giorni dopo, il 28 agosto 1944, e inizialmente trovò sepoltura in una fossa comune. La salma fu poi traslata nel cimitero di famiglia della casata d'Assia, vicino a Francoforte.
Nel 2005, la Rai le ha dedicato lo sceneggiato televisivo Mafalda di Savoia - Il coraggio di una principessa, tratto da una biografia scritta da Cristina Siccardi, con l'attrice Stefania Rocca nei panni della protagonista.

Nel 1859, le armate franco-piemontesi strapparono il grosso dell'Italia del Nord all'egemonia austriaca; l'anno seguente fu la volta del Mezzogiorno, grazie alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi, che abbatté il Regno delle Due Sicilie. Per mettere subito il suo cappello sulla conquista garibaldina, il sovrano si mosse anch'egli verso il Sud, e il 26 ottobre 1860 incontrò Garibaldi a Teano. Al di là di quanto afferma la mitografia, il re si limitò a rivolgersi all'Eroe dei Due Mondi con scontate parole di circostanza: «Oh! Vi saluto mio caro Garibaldi, come state?». Il barbuto condottiero rispose: «Bene, Maestà, e lei?». «Benone!». Al che Garibaldi lo acclamò alle truppe: «Ecco il re d'Italia!».

matrimonio L'eroe dell'Amba Alagi
Fra i tanti Amedeo della casata, spicca il duca Amedeo d'Aosta, nato a Torino il 21 ottobre 1898 dal duca d'Aosta Emanuele Filiberto (un figlio dell'ex-re di Spagna) e dalla contessina francese Elena d'Orléans. Fin da ragazzo appassionato di avventure gloriose, si offrì volontario nella Grande Guerra a nemmeno 17 anni, tanto che già il 6 giugno 1915 era in prima linea come soldato semplice in un reggimento di artiglieria a cavallo. Due anni dopo era già promosso capitano e comandante di batteria. Finito il conflitto, seguì le orme dello zio Duca degli Abruzzi, l'esploratore di famiglia, noto in tutto il mondo per le sue spedizioni polari. Dal settembre 1919 all'ottobre 1920 Amedeo fu con lo zio in Somalia, a percorrere la misteriosa vallata dello Uebi Scebeli. Per accumulare esperienza da una prospettiva insolita, si camuffò da operaio e andò a lavorare nel Congo Belga sotto la falsa identità di Amedeo Della Cisterna; poi tornò in Italia e, nel dicembre 1924, si laureò con una tesi sui rapporti fra potenze coloniali e indigeni, osservando: «L'Africa è un continente coi suoi problemi e le sue esigenze morali».
Sempre instancabile, prese anche il brevetto di pilotaggio e, d'intesa con Italo Balbo, si fece trasferire alla Regia Aeronautica nel 1932 con il grado di colonnello. L'acme della sua parabola iniziò però il 14 dicembre 1937, quando, ormai generale, assumeva il titolo di viceré d'Etiopia. Amedeo d'Aosta governò l'Africa Orientale Italiana con intelligenza, patteggiando con parte delle gerarchie tradizionali abissine per giungere a una pacificazione, e dando impulso alla costruzione di strade, ferrovie e centrali elettriche. Nel 1940, quando l'Italia si apprestava a entrare in guerra, segnalò invano che l'Africa Orientale Italiana era isolata e aveva poche riserve, non potendo ricevere rifornimenti dalla patria, se non con rischiosi collegamenti aerei. Contro gli inglesi, che con le loro colonie circondavano l'Etiopia, fece del suo meglio, potendo ricorrere solo a forze che si esaurivano man mano. Infine, si asserragliò sulla vetta dell'Amba Alagi, dove si arrese, con l'onore delle armi, il 17 maggio 1941. Prigioniero in Kenya, morì stroncato dalla malaria il 3 marzo 1942.

Il 17 marzo 1861, la proclamazione del Regno d'Italia, con lo stemma sabaudo ben piantato al centro del tricolore tanto amato dai patrioti, ripagava i suoi sforzi e la politica di Cavour.
Punto di riferimento degli italiani per tanti anni, i Savoia furono, nel bene e nel male, protagonisti del primo ottantennio di vita unitaria.
Due guerre e una dittatura
Ci si può domandare se il ventennio fascista sarebbe stato possibile qualora Vittorio Emanuele III, con il suo carattere schivo, duro ma spesso indeciso, quasi "costretto" al trono dalla morte prematura del padre Umberto, non avesse ceduto alle lusinghe di Mussolini e alla sua Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Al suo posto, forse, un altro monarca avrebbe deciso altrimenti. La stessa diarchia, con il potere sempre in bilico fra il re e Mussolini, sarebbe stata impossibile se sul trono fosse seduto un uomo più sanguigno (come un Vittorio Emanuele II, per esempio), che per altro sapeva di poter contare sul giuramento di fedeltà delle forze armate alla figura del sovrano.

Margherita Margherita di Savoia (ritratta da Michele Gordigiani nel 1884) sposò il cugino principe Umberto di Savoia nel 1868. Quando Umberto prese il posto del padre, Vittorio Emanuele II, morto nel 1878, Margherita divenne la prima regina d'Italia. Maria Adelaide, consorte di Vittorio Emanuele II, era infatti morta prima del 1861 e il monarca non si era mai risposato, limitandosi a impalmare con rito morganatico la sua amante storica, Rosa Vercellana, nel 1869.

Solo molto dopo, quando ormai il Paese era devastato e con l'occupante tedesco in casa, Vittorio Emanuele III si decise, fra il 25 luglio e l'8 settembre 1943, a far arrestare il Duce e poi a tentare di salvare le fortune della dinastia balzando sul carro degli Alleati.

Duce Il Duce e Vittorio Emanuele III.
Dopo la guerra, gli italiani non perdonarono al sovrano l'acquiescenza dimostrata nei confronti del fascismo e del suo capo.

Ma era troppo tardi: la maggioranza degli italiani non gli perdonò i molti, troppi errori commessi lungo molti decenni di potere. Il vecchio re iniziò già il 5 giugno 1944 a delegare parte delle sue funzioni al figlio Umberto II, nominato luogotenente del regno, per poi abdicare in suo favore il 9 maggio 1946. Nemmeno un mese dopo, il 2 giugno 1946, il referendum costituzionale, al quale per la prima volta partecipavano anche le donne, sancì la fine della monarchia e la nascita di un'Italia nuova e repubblicana. Al giovane "re di maggio" non restava che l'esilio, in Portogallo.

Emanuele Filiberto Ritorno a casa
Le disposizioni della Costituzione che vietavano l'ingresso in Italia degli eredi maschi di casa Savoia vennero abolite il 23 ottobre 2002. Ciò permise al figlio di Umberto II, Vittorio Emanuele, a sua moglie Marina Ricolfi Doria e al loro figlio Emanuele Filiberto di compiere una prima breve visita a Roma già in dicembre. Il vero "sbarco" avvenne però a Napoli il 15 marzo 2003, in omaggio al profondo legame della dinastia con la città partenopea, dove re Vittorio Emanuele III aveva trascorso la giovinezza.
Teoricamente, sarebbero Vittorio Emanuele, e dopo di lui il principe Emanuele Filiberto, i principali eredi al trono italiano. Molti sostengono, però, che erede principale sia da considerarsi il cugino Amedeo di Savoia-Aosta, bisnipote del sovrano di Spagna Amedeo. Ciò sulla base del fatto che Amedeo sposò una nobile con il consenso paterno (la prima moglie, Elena d'Orléans), mentre Vittorio Emanuele convolò con la borghese Marina senza il permesso dei genitori.
Più di recente, il 17 dicembre 2017, la salma di Vittorio Emanuele III, da Alessandria d'Egitto venne rimpatriata e tumulata a fianco dell'amata Elena, al santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo (e non al Pantheon di Roma, insieme a quella degli altri re d'Italia).
erede Vittorio Emanuele III tiene in braccio il nipotino Vittorio Emanuele, nato nel 1937 dal figlio Umberto II e Maria José del Belgio.
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