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    Pezzi di storia

Dalla vita quotidiana dei marinai greci e romani (1/2)
di Pietro Janni

Liberamente tratto da "L'uomo e il mare nella civiltà occidentale", Atti del Convegno – Genova – 1-4 giugno 1992

Accade che qualche volta siano proprio le zone marginali delle letterature greca e latina a darci i pochi racconti di vita marinara che ci siano arrivati nave a remi dall'Antichità, voglio dire racconti di navigazione visti «dal di dentro», cogli occhi del semplice partecipante.
Quello che è forse il più ricco e il più prezioso di tutti, il racconto del viaggio di San Paolo prigioniero dalla Palestina a Roma, è contenuto in un'opera certo al di fuori dei grandi generi, gli Atti degli Apostoli scritti dall'evangelista Luca, un orientale ellenizzato.
Una discreta messe di notizie ci danno i romanzi, altre opere al di fuori della cultura letteraria ufficiale e da essa ignorati (è noto che non c'è un termine per designare il «romanzo», né in greco né in latino).
A rappresentare la letteratura illustre, ci sono gli oratori attici del IV secolo, che più d'una volta hanno trattato cause civili in cui capitava di rievocare episodi di vita nautica. Qui lodiamo per una volta la famosa litigiosità ateniese, che ci serve per avere qualche lume su ciò che accadeva a bordo delle navi mercantili e negli uffici degli armatori!
C'è infine l'epistolografia, che nel suo tono più familiare scende talvolta a particolari che in altri casi sarebbero parsi al di sotto della dignità di uno scrittore antico.
Se parliamo di vita quotidiana dei marinai, di vita a bordo nell'età antica, occorre introdurre subito una fondamentale distinzione, che vale certo per tutti i tempi, ma che per l'Antichità è ancora più radicale che nell'età moderna. (Quest'opposizione così forte vale anche per gran parte del Medioevo, ma questo non è il nostro tema.) E' la distinzione fra la nave da guerra, che per tutta l'Antichità fu sostanzialmente una nave a remi, e la nave mercantile, che altrettanto sostanzialmente fu sempre una nave a vela, a parte la marineria d'acqua dolce, soprattutto i trasporti fluviali. «Sostanzialmente» significa che nei rispettivi casi tutto era concepito in vista di un determinato mezzo di propulsione, mentre l'altro aveva una funzione accessoria e ausiliaria. Remi o vela, non significava soltanto due diversi tipi di propulsione, ma due maniere profondamente diverse di costruire gli scafi e di attrezzarli, con tutte le conseguenze che ne derivano per l'impiego delle imbarcazioni e per ogni aspetto della vita di chi su di esse navigava. nave a vela
La nave da guerra antica a remi non è soltanto profondamente diversa dalla contemporanea nave mercantile; è diversa da tutto ciò cui noi siamo abituati a pensare quando parliamo di «nave». La classica triere [triremi] che combatté le guerre persiane e la guerra del Peloponneso, la protagonista di Salamina e dell'assedio di Siracusa, ha poco a che fare con la nave come la intendiamo noi: è piuttosto un gigantesco «otto con», fatto non per disputare regate ma per mandare a fondo altri «otto con». Oppure, se preferiamo, somigliava più a una snella e agilissima foca che a un animale pienamente marino. Più tardi, le cose cambiarono alquanto, con l'evolversi della tattica di combattimento, che non puntò più così esclusivamente sullo sperone ma piuttosto sull'abbordaggio e sull'artiglieria o in genere sul lancio di proiettili; certi caratteri rimasero però invariati fino al termine del mondo antico.
Primo fra questi caratteri, dal punto di vista che abbiamo scelto, è la quasi assoluta inabitabilità della nave da guerra antica, almeno nell'epoca che vogliamo più precisamente considerare ora, quella della Grecia classica fino alla guerra del Peloponneso. Lo spazio era ristrettissimo, dato l'alto rapporto fra lunghezza e larghezza dello scafo (il «coefficiente di finezza»), necessario per ottenere la massima velocità e manovrabilità, chiave del successo dato il tipo di tattica impiegato. In quello spazio si doveva far entrare la «macchina» più potente possibile, vale a dire il massimo numero di vogatori, sovrapposti e quasi incastrati l'uno nell'altro, con miracoli di ingegnosità che non siamo neppure ben riusciti a ricostruire e su cui discutiamo letteralmente da secoli.
Nell'epoca della grecità arcaica e classica, fino a quasi tutto il V secolo a.C., questa potenza muscolare concentrata servì quasi esclusivamente a fare dello sperone un'arma il più possibile docile e potente; la nave era essa stessa l'arma di offesa. Poi, già nel corso della guerra del Peloponneso, e via via nell'età ellenistica e romana, si puntò sempre più sulla nave come mezzo per trasportare gli strumenti di offesa, fossero essi i combattenti imbarcati oppure le baliste, le catapulte, o certi strani tipi di arma che gli Antichi, sembra, non si stancavano di escogitare, come i loro storici non si stancano di parlarcene. In ogni modo, il rapporto fra lo spazio disponibile e il numero degli uomini che dovevano entrarci rimase sempre molto sfavorevole, e tale da impedire ogni forma di «vita a bordo» come noi siamo portati a immaginarla.
Sulla vita degli equipaggi della classica triere greca abbiamo una discreta raccolta di testimonianze, molto più che non sulle grandi polieri [erano in uso tetrere (quadriremi), pentere (quinqueremi), fino a poliere di 20 ordini] dei regni ellenistici e della repubblica romana. Su queste splendide creazioni dell'arte navale non si poteva dormire altro che in maniera estremamente precaria; si poteva mangiare, in caso di assoluta necessità, solo «al sacco», perché lo spazio era insufficiente per un vero carico di vettovaglie, né c'era alcuna possibilità di cucinare un pasto caldo1. Insomma, la nave e il suo equipaggio erano strettamente legati alla terra; al combattente navale di quell'epoca mancava qualcosa che per noi è indispensabile a definire il tipo del marinaio: il senso pieno di appartenere al mare, che condiziona tutta l'esistenza, l'intimo e quasi affettivo legame con la propria nave, che è la casa prima ancora di essere lo strumento del combattere. L'espressione stessa di «vita a bordo» appare inadatta quando si parla di marina da guerra antica, per le connotazioni che essa ha acquistato nell'età moderna. Vita a bordo significa adattamento completo al diverso elemento, continuità nella vita di un gruppo unito da un forte, speciale legame; significa spirito di corpo, formazione di una particolare mentalità: tutte cose che nella marina da guerra antica scarseggiavano o erano sconosciute.
Molte volte, ormai, sono stati denunciati i fallaci luoghi comuni secondo i quali gli antichi evitavano pavidamente di viaggiare di notte o di affrontare traversate in mare aperto. E' vero che spesso si sono sottovalutate le capacità dei marinai antichi, ma è anche vero che non si deve cadere nell'eccesso opposto. Prima di tutto occorre distinguere: quando diciamo «mondo antico» abbracciamo in realtà circa un millennio, e un gran numero di popoli e paesi. Certe opinioni volgate, che sono da respingere se applicate indiscriminatamente a tutta la marineria «antica», conservano tuttavia un buon nocciolo di verità se ci limitiamo alla marina da guerra, soprattutto a quella della Grecia classica, ma non solo ad essa.
Innumerevoli e distribuite in tutta la storia antica sono le testimonianze secondo le quali ogni navigazione un po' lunga e continuata rappresentava per i combattenti una straordinaria, durissima prova che comprometteva la capacità di combattere se non seguiva ad essa la possibilità di riposarsi e rifocillarsi adeguatamente.
Ciò aveva naturalmente anche delle conseguenze assai sensibili sul piano militare e strategico, cui dobbiamo almeno accennare. L'Antichità non conosce grandi spedizioni navali veramente paragonabili a quelle che doveva vedere l'età moderna. Le grandi flotte delle famose guerre antiche appaiono ai nostri occhi come una semplice appendice delle forze di terra (Serse in Grecia); oppure si muovono in maniera impacciata e ben poco marina, seguendo pavidamente la costa (gli Ateniesi in Sicilia); oppure ancora, sono sempre in balia degli elementi e subiscono perdite molto più gravi per il maltempo che per le azioni nemiche (i Romani nella prima guerra punica).
La vita del combattente navale nelle condizioni antiche ha degli aspetti per noi impensati o addirittura paradossali. Almeno nel mondo greco del V secolo non manca soltanto la possibilità di imbarcare tutti i rifornimenti necessari a una campagna, primissimi quelli alimentari; manca anche un'organizzazione di stato adeguata a provvedervi volta per volta. Molto è affidato all'iniziativa individuale. Gli storici antichi hanno avuto più volte l'occasione di presentarci il quadro degli uomini imbarcati che devono provvedere alla propria alimentazione coi propri mezzi, facendo acquisti nei mercati disponibili; ciò ebbe spesso una rilevanza per la condotta delle operazioni, in un caso forse decisiva, come vedremo più avanti.
Generalmente, la forma fisica degli equipaggi e dei combattenti imbarcati, in relazione a queste necessità elementari, riposarsi e mangiare, appare come un fattore di primaria importanza nei racconti degli storici antichi, molto più che in ogni racconto di guerra moderna. Ma vediamo qualche episodio raccontato dalle fonti antiche, per documentare quello che siamo venuti esponendo e per dare vivezza al quadro.
«Tirata la nave in secco si riposarono», questa espressione, e altre analoghe, sono assai familiari al lettore degli storici antichi. Nella documentazione che potrebbe essere sterminata scegliamo un episodio particolarmente caratteristico e quasi gustoso, raccontato da Tucidide. Nel corso della guerra del Peloponneso le navi ateniesi si trovarono ad assediare la guarnigione spartana di Pilo (un episodio che apparve subito clamoroso e forse decisivo). Bene, in un momento così critico, sentiamo che gli equipaggi ateniesi andavano a terra a turno per mangiare, mentre solo una parte delle navi restava in mare aperto per continuare il blocco!
Molto significativo è un racconto dello stesso storico, dove una spedizione militare per mare (lo spartano Mindaro che naviga da Chio all'Ellesponto) è scomposta minutamente in tante tappe, s'intende di regola lungo costa. Sentiamo raccontare quando gli uomini ebbero agio di mangiare, e in un caso veniamo a sapere come si riuscì ad arrivare alla meta prima di mezzanotte (!). Tutto questo appare al lettore moderno ben poco «nautico»; sembra il racconto di una spedizione di forze terrestri, che per qualche motivo accidentale abbia deciso di andare per via d'acqua.
Un caso memorabile è quello della battaglia di Egospotami, che se non determinò l'esito della guerra del Peloponneso, perlomeno ne decise la fine, segnando una delle grandi svolte nella storia greca. Secondo il racconto di Senofonte la disfatta ateniese fu dovuta principalmente al fatto che la loro flotta si era accampata (!) a ben quindici stadi dalla città di Sesto, dove gli equipaggi erano costretti a recarsi per i loro acquisti di cibarie. Gli Spartani riuscirono così a sorprendere il campo navale nemico sguarnito e a distruggere le trieri. Una ben strana «battaglia navale», per la nostra mentalità!
Particolarmente grave era il problema del rifornimento dell'acqua, dato l'enorme consumo richiesto dai duecento uomini a bordo di una triere (di cui centosettanta erano vogatori, nel caldo dell'estate mediterranea!). In innumerevoli occasioni sentiamo raccontare che la prima preoccupazione quando si andava a terra era proprio l'acquata. Durante la guerra del Peloponneso, Ateniesi e Reggini fecero una spedizione contro le isole Lipari d'inverno, violando ogni abitudine dell'epoca, perché d'estate sarebbe stato impossibile data la scarsezza d'acqua. Al problema di caricare l'acqua a bordo si aggiungeva quello di conservarla, problema grave anche per le navi mercantili. Una soluzione definitiva non si trovò per tutta l'Antichità (ma neppure nel Medioevo, dobbiamo aggiungere ancora una volta). Nel IV secolo d.C., Basilio di Cesarea racconta di un primitivo procedimento per distillare acqua potabile da quella di mare, usato dai marinai, che spremevano delle spugne in cui si era condensata l'evaporazione.
Due secoli più tardi, secondo la notizia dello storico Procopio, la flotta bizantina si trovò a malpartito perché una traversata da Zacinto alla Sicilia durò ben sedici giorni, a causa del vento debolissimo. L'acqua si guastò su tutte le navi, tranne che su quella del comandante supremo Belisario, dove era stata collocata in recipienti di vetro, per suggerimento della moglie di Belisario stesso.
Che sulle navi da guerra greche non si potesse dormire passabilmente lo dimostra una curiosa notizia dataci da Plutarco, nella Vita di Alcibiade. Fra le varie manifestazioni di mollezza e di ricerca del comfort a tutti i costi che si raccontavano di questo personaggio, si citava la sua abitudine di prepararsi un vero letto a bordo delle trieri. Faceva tagliare una parte della coperta (i katastrómata) e vi adattava un letto di sua invenzione, sospeso su cinghie e non posto su tavole. Alcibiade avrebbe insomma inventato l'amaca, venti secoli prima che gli Europei ne imparassero l'uso dagli Indiani d'America!
Le più massicce navi dell'età ellenistica e romana non venivano tirate a terra con tanta disinvoltura, e dovevano offrire un po' più di abitabilità rispetto a quelle della Grecia classica; ma i caratteri che abbiamo visto rimasero sostanzialmente gli stessi. Svetonio racconta che Augusto riportò la sua famosa vittoria di Azio con una battaglia che durò fino a tardi, tanto che fu costretto a pernottare sulla nave («ut in nave victor pernoctaverit»). La cosa ha meritato una notazione perché non era affatto normale.
Moltissimi sono poi i racconti degli storici dove si parla di truppe che arrivarono sul luogo delle operazioni non in grado di combattere per gli strapazzi di una traversata marina. Un caso di grandi conseguenze, non meno della battaglia di Egospotami, fu quello delle forze romane mandate frettolosamente a impedire ad Annibale la traversata del Rodano, nella sua marcia contro l'Italia all'inizio della seconda guerra punica. Troppo spossate dalla traversata del Tirreno esse non furono in grado di combattere efficacemente, e Annibale passò il fiume. Forse, se quell'invenzione di Alcibiade si fosse diffusa, e soprattutto se le navi da guerra antiche avessero avuto una struttura differente, la più terribile guerra sostenuta da Roma sarebbe finita sul nascere, o avrebbe avuto tutt'altro andamento!

(continua)


1 La cucina che a quanto pare si trovava sulla nave (da guerra) punica di Marsala è una conferma dell'evoluzione avvenuta nell'età ellenistica: le navi da guerra erano diventate più «navi». Di Sesto Pompeo, che peraltro è una figura di «uomo di mare» che ha pochi confronti in tutta l'Antichità, sappiamo che convitò i suoi antagonisti a bordo della sua nave in occasione di convegni diplomatici, come un ammiraglio moderno.

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