Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Dalla vita quotidiana dei marinai greci e romani (2/2)
di Pietro Janni

Liberamente tratto da "L'uomo e il mare nella civiltà occidentale", Atti del Convegno – Genova – 1-4 giugno 1992

(precedente)

Molto diverse erano le cose, abbiamo già detto, nel caso della marina mercantile, che nell'Antichità apparteneva a un mondo tecnico ben distinto da quello della marina da guerra. La nave da trasporto a vela, col suo scafo tondeggiante e panciuto, di forme assai più marine, era molto più «nave» secondo il nostro punto di vista; era la casa degli uomini che ci vivevano per i molti giorni o le settimane delle lunghe traversate1. Qui possiamo parlare senza troppe riserve di «vita a bordo», e raccogliere le testimonianze, non ricchissime ma nemmeno del tutto scarse, che ci consentono di ricostruirne qualche aspetto.
I racconti di viaggi di mare ricchi di particolari, con qualche pennellata realistica, si nascondono in angoli delle letterature antiche che non sono fra i più ovvi e più noti: per esempio, non molto spesso si ricorda che la narrazione forse più lunga e continuata, e una delle più ricche di notizie sulla vita quotidiana a bordo, si trova nel romanzo di Petronio noto come il Satyricon (o Satiricon). Dato che la mia relazione non promette nel titolo «la vita quotidiana dei marinai greci e romani», ciò che occuperebbe tutto il nostro convegno, ma solo qualche suo aspetto, penso che potrei a questo punto dare la parola direttamente all'autore antico, e limitarmi a ripercorrere questa singolare narrazione, rilevando tutto ciò che attiene al nostro tema.
Confido che si capirà il mio intento, se trarrò dal racconto di Petronio molti particolari, al di fuori di quelli tecnici. Non indulgo con questo a un gusto per l'aneddotica; con essi vorrei mostrare come queste pagine siano ben integrate nel corso della narrazione e ne continuino il tono generale. L'esperienza del viaggio per mare si allinea con molta naturalezza alle numerose altre che i personaggi attraversano, e ciò non è senza importanza per comprendere quello che la navigazione rappresentava nella cultura degli antichi, e il loro atteggiamento verso di essa.
I picareschi personaggi della storia narrata da Petronio vogliono intraprendere un viaggio di mare, per sfuggire a guai e nemici di vario genere, dai quali appaiono costantemente perseguitati. Fanno, naturalmente, nell'unico modo in cui poteva fare un antico: trovano al porto una nave che sta per intraprendere un viaggio di commercio che si confà alla loro destinazione, e si mettono d'accordo col gestore (diciamo provvisoriamente così) per essere imbarcati come passeggeri paganti. Linee di navigazione naturalmente non ce n'erano. L'azione del romanzo va immaginata nel I secolo d.C., in qualche parte dell'Italia meridionale. Per la Grecia del V secolo a.C., Platone ci ha lasciato addirittura la menzione di certe tariffe vigenti per i percorsi più frequentati. Da Egina al Pireo, poco più di dieci miglia di mare, il passaggio costava al suo tempo due oboli. (Per valutare questo importo, ricordiamo che due oboli era esattamente il gettone di presenza corrisposto dal governo ateniese ai cittadini che partecipavano all'assemblea come compenso per la giornata di lavoro perduta; dovevano quindi rappresentare un salario giornaliero abbastanza modesto). Dall'Egitto o dal Mar Nero, apprendiamo con meraviglia, ci si doveva aspettare di pagare solo sei volte tanto, cioè due dracme: si vede che la tariffa era molto progressiva… Ma torniamo al nostro Petronio. La parte marina del racconto si apre con l'apparizione di un marinaio dalla ispida barba incolta («barbis horrentibus nauta», § 99), che esorta i suoi passeggeri a imbarcarsi senza indugio. Il personaggio che narra la storia in prima persona si imbarca coi suoi due compagni, ma non senza rivolgere la preghiera di rito, prima di salire a bordo, alle divinità celesti («adoratis sideribus»).
Questo ci ricorda che le testimonianze su credenze e riti, religiosità e superstizione, dei marinai antichi sono veramente abbondanti. Se volessimo darne qualche saggio ci troveremmo in un vero embarras de richesse, e possiamo solo accennarvi. Qualcosa troveremo più avanti in Petronio stesso. Basterà ricordare che c'erano delle divinità venerate proprio come protettrici dei naviganti. (E' quello che sarà più tardi il compito di determinati santi cristiani). Ce n'erano di nostrane, come i Dioscuri, e di esotiche, come Iside. I momenti culminanti della vita marinaresca, come la partenza e l'arrivo, erano soggetti a determinati obblighi rituali, sacrifici di propiziazione e di ringraziamento, e la nave stessa aveva di solito una speciale divinità protettrice cui era in certo modo consacrata. L'archeologia ha accertato che le navi erano dotate non di rado addirittura di un'immagine religiosa posta in un'edicola a poppa: un vero tabernacolo. Tutte cose per cui sarebbe facile trovare puntualmente dei paralleli nell'età cristiana; l'impressione è anzi che il cristianesimo non abbia aggiunto nulla, semmai abbia ridotto (diciamo così all'ingrosso) questa continua e penetrante presenza del sacro nella vita degli uomini di mare. Aggiungiamo che l'uso delle pitture ex voto era ben conosciuto, come pure la consacrazione di oggetti votivi, in una maniera che è facile immaginare molto simile a quella che conosciamo da un passato recente.
Salito a bordo, il narratore della storia è assalito da preoccupazioni che qui sarebbe troppo complicato spiegare, e che non interessano. Ci interessa invece sentir raccontare che si corica per dormire, insieme con un compagno di viaggio, in una cabina, o diciamo in un locale, che assicura una certa privacy; si trova a poppa, ma non si capisce bene se stia sopra il livello della coperta (constratum, § 100,3 e 6), o sotto. In altri casi siamo però ben sicuri che gli alloggi dei passeggeri erano sottocoperta. La poppa era comunque la parte «distinta» della nave, già molto prima che «castello di prua» diventasse sinonimo di alloggio dell'equipaggio. Com'è facile immaginare, la sistemazione variava secondo quanto era in grado di pagare il passeggero. C'erano cabine in grado di assicurare un certo comfort, e di accogliere abbondanti bagagli, compreso il superfluo, e c'era la classe-ponte, per chi doveva accontentarsene. Nel romanzo greco di Achille Tazio, di età romana, un gruppo di passeggeri attacca discorso con un compagno di viaggio, a proposito del quale il narratore usa una forma verbale assai rivelatrice: questo giovanotto, leggiamo, era syskenôn, rispetto a loro. Letteralmente significa «compagno di accampamento», e fa immaginare benissimo la scena dei vari gruppi di passeggeri che «bivaccano» sulla coperta2. Subito dopo, nel racconto di Achille Tazio, i nuovi conoscenti decidono di mettere insieme le loro provviste, e di pranzare in comune. Ma torniamo al Satyricon.
Appena imbarcati, i nostri personaggi vengono a sapere che il padrone della nave, di nome Lichas, è anche un piccolo proprietario terriero, e titolare di una ditta di commercio: «non tantum huius navigii dominus, sed fundo rum etiam aliquot et familiae negotiantis» (§ 100, 4). E' di Taranto, e sta per l'appunto portando un carico al mercato di quella città. Dominus e rector, dunque; ma subito apprenderemo che la vera condotta nautica della nave non spetta a lui, ma al gubernator, termine che in tutta l'Antichità latina designa il personaggio che è il vero competente a bordo, come nel mondo greco il kybernétes, dal cui nome viene ovviamente il termine latino. E' la diarchia (di fatto se non di diritto) tipica dell'organizzazione gerarchica a bordo delle navi antiche, su quelle mercantili non meno che su quelle militari. In quest'altro caso il comandante militare (trierarco nella marineria greca) divide il potere col kybernétes, come abbiamo detto. L'Antichità non ha mai conosciuto la figura moderna del capitano signore assoluto a bordo, secondo solo dopo Dio, carico di tutto il potere e di tutta la responsabilità.
Apprenderemo poi che il termine giusto per definire il passeggero è vector, come confermano molte altre fonti latine, e che il passaggio marittimo si chiama esattamente vectura (§ 101, 5). A bordo ci sono altri passeggeri, tra cui una signora di incerta moralità, che passa il suo tempo viaggiando («voluptatis causa huc atque illuc vectatur», ibid.), e che porta il greco nome di Tryphaena.
Scoperta l'identita del dominus, i nostri personaggi sono presi dal panico, perché con lui hanno avuto qualche brutta avventura che non conosciamo bene dato che cadeva nella parte perduta del romanzo: pare che avessero sedotto sua moglie, e che non contenti di questo l'avessero offeso pubblicamente (§ 106, 2). Uno di loro propone quindi di farsi sbarcare di nascosto, pregando il gubernator di portarli a terra, col pretesto che il fratello di uno di loro è più morto che vivo per il mal di mare («impatientem maris fratrem tuum in ultimis esse» § 101, 8), e aggiungendo una mancia («non sine praemio scilicet», ibid.). A questa proposta si obietta che la nave è troppo grande per trovare subito un porto capace di accoglierla e che non è verosimile che questo fratello stia tanto male appena cominciato il viaggio (ibid. 9). Inoltre, il dominus ha l'umana abitudine di visitare i malati a bordo («circuiturum aegrorum cubilia» § 101, 11), ciò che porterebbe alla scoperta di tutto l'inganno. Piuttosto, propone un altro, prendiamo il coraggio a due mani, andiamo a poppa e lasciamoci scivolare, per i timoni («gubernacula», plurale!) o per la cima di rimorchio, nella barca ausiliaria (scapha); poi taglieremo la cima e ci affideremo alla fortuna (§ 102, 1-4). Nuova obiezione: a poppa sta il gubernator, che veglia anche di notte scrutando le stelle; mettiamo pure che si addormenti (?), nella scapha sta sempre, notte e giorno, un marinaio a fare la guardia, e bisognerebbe ucciderlo o gettarlo in mare (ibid. 5).
A questo punto i nostri eroi decidono di restare a bordo ma travestiti per rendersi irriconoscibili. Le varie idee suggerite, pur poco seriamente intese, danno anch'esse una vivace immagine della pittoresca mescolanza di popoli e razze che si doveva trovare spesso su una nave da trasporto mediterranea nel primo secolo dell'impero romano. «Dipingiamoci la faccia di nero, per farci passare da schiavi negri ["Aethiopes" , come dicevano tutti gli antichi], oppure circoncidiamoci per sembrare Ebrei; oppure buchiamoci le orecchie per sembrare Arabi; o infine spalmiamoci la faccia di creta per sembrare Galli» (§ 102, 13-14). Anche queste proposte vengono bocciate, per il ragionevole motivo che questi tocchi superficiali non ingannerebbero nessuno, negli stretti contatti della vita di bordo. Si decide che i due personaggi noti al terribile dominus saranno camuffati da schiavi; per questo è necessario raparli, e a questo provvederà uno dei servi del terzo compagno, che per fortunata coincidenza è barbiere. Detto fatto, si va di notte su un lato della coperta (? «ad latus navigii» § 103, 3), e si provvede alla bisogna. Sfortuna vuole però che un altro passeggero, che sta di notte in coperta piegato in due sull'impavesata perché è lui sì affetto da un terribile mal di mare, veda la scena e denunci la cosa al dominus. Ne nasce un terribile scandalo, perché tagliarsi le unghie o i capelli a bordo era cosa severamente proibita. Si faceva solo in caso di pericolo estremo, come cerimonia votiva; farlo in condizioni normali, col tempo buono, significava tirarsi addosso la tempesta (§ 104, 5). Per espiare il sacrilegio, esorcizzare il malaugurio e placare la Tutela, cioè la divinità che protegge la nave, i rei vengono condannati a ricevere quaranta plagae, bastonate o frustate (§ 105, 4). Il terzo compagno, il più anziano e autorevole, cerca di giustificare i due colpevoli facendo valere il fatto che come non-marinai, essi non erano tenuti a conoscere questa regola apotropaica degli uomini di mare («nec omen nec legem navigantium noverant», § 107, 14), ma la scusa non viene accettata e la punizione comincia.
Apriamo ancora una parentesi: è abbastanza naturale che una situazione per natura critica come quella dei naviganti sia circondata da tabù superstiziosi; dall'Antichità ne conosciamo più d'uno. Il più notevole è forse il tabù sessuale. Ancora da Achille Tazio sentiamo raccontare di una vedova, del resto piuttosto allegra, che si sottrae alle insistenze di un corteggiatore, durante un viaggio per mare, proprio con questo pretesto, affermando di aver sentito dire «molte volte» da quelli che si intendevano di cose marine (i nautikóteroi) che dalle navi il sesso è bandito. Questa stessa persona affaccia anche un tentativo di spiegazione per questa credenza: o questo non si deve fare perché la nave è di per sé sacra (forse, diciamo noi, per il fatto di essere consacrata alla divinità tutelare); oppure perché la situazione di chi naviga è troppo pericolosa perché si possa pensare a queste cose.
Nel seguito del racconto di Petronio nascono vari incidenti che non tocca a noi di esporre qui, la fustigazione è interrotta e nasce una zuffa generale cui prendono parte confusamente passeggeri ed equipaggio. Il gubernator cerca di mettere pace con un curioso mezzo, minacciando cioè di abbandonare il suo posto e di lasciare la nave senza guida, se la rissa non finisce. Oltre a mostrarci nel personaggio una scarsa etica professionale, questo particolare ci ricorda come il kybernétes-gubernator delle navi antiche fosse qualcosa di ben diverso dal nostro timoniere: non semplicemente un uomo abilitato a stare alla barra o alla ruota, cui un altro può dare il cambio in ogni momento, ma il depositario unico di un sapere tecnico, indispensabile e insostituibile. Assai frequentemente egli sottostà a un'autorità superiore, il comandante militare o il dominus della nave mercantile, come qui, ma in ogni questione propriamente nautica gli tocca sempre l'ultima parola; si può forzargli la mano, ma con grave rischio.
Alla fine torna la pace anche per opera della signora Tryphaena, che si avanza teatralmente fra i contendenti recitando dei versi e protendendo un ramo d'ulivo tolto alla Tutela, cioè alla raffigurazione della divinità protettrice, che doveva comprendere anche questo particolare (§ 108, 13).

La matrona di Efeso riassunto
Una matrona, ammirata da tutti per la sua virtù, rimane vedova. Nonostante i tentativi per dissuaderla, la donna, afflitta da un dolore inconsolabile, rimane nel sepolcro a vegliare il cadavere del marito. In compagnia della fedelissima ancella continua per giorni a digiunare e piangere disperatamente, tanto da apparire a tutti un modello ineguagliabile di fedeltà e amore coniugale.
Una notte un soldato di guardia ai cadaveri di alcuni ladri crocifissi, incuriosito dai lamenti, scende nella tomba e rimane colpito dal comportamento della bellissima donna.
Cerca di consolarla e di persuaderla a vivere offrendole la sua cena, ma invano: la donna, sempre più disperata, sembra decisa a lasciarsi morire di fame. Il soldato, ostinato e premuroso, persevera comunque nel suo intento; l'ancella, incapace di resistere alle lusinghe del cibo, cede ben presto e alla fine riesce a convincere anche la sua padrona a interrompere il digiuno.
Dopo questo successo, il soldato prova a sedurre la vedova e, complice l'ancella, vince anche la sua virtù. Per alcune notti i due consumano il loro amore, chiudendosi nel sepolcro così da far pensare a eventuali visitatori che la donna sia ormai morta di dolore.
Intanto, approfittando della mancata sorveglianza, i parenti di uno dei ladri crocifissi riescono a trafugare il cadavere.
Quando il soldato si accorge della croce vuota, sicuro dell'inevitabile punizione, medita il suicidio e chiede alla vedova di essere sepolto accanto al marito.
Ma la vedova, per non perdere oltre allo sposo anche il nuovo amore, convince il soldato ad appendere alla croce vuota il cadavere del marito. E così il giorno seguente tutti si domandano stupiti come il morto sia salito da solo sulla croce.

Nel frattempo sul mare è scesa una calma piatta; ci si mette a banchettare allegramente in coperta, cantando in coro («exsonat ergo cantibus totum navigium», § 109, 6). Ci si dà alla pesca, con la fiocina o con l'amo, e si catturano col vischio gli uccelli che si posano sull'alberatura. E fin qui pazienza; nel romanzo di Senofonte Efesio, invece, la bonaccia è per i marinai un'occasione di darsi non solo all'ozio ma addirittura all'ubriachezza: un'altra testimonianza sul basso livello di disciplina e di coscienza professionale che era considerato normale nella marineria antica.
Qui segue una pagina memorabile, cioè la famosa novella della matrona di Efeso, una storia boccaccesca che doveva avere grande fortuna anche nella letteratura moderna (la riprese, fra gli altri, La Fontaine). La racconta ai compagni di viaggio uno dei personaggi già conosciuti, per passare il tempo. Nelle letterature antiche ci sono vari casi analoghi: la situazione della calma in mare e del viaggio tranquillo è utilizzata volentieri come cornice per digressioni di vario genere, racconti o discussioni fra i viaggiatori, senza dubbio rispecchiando una realtà. I popoli del Mediterraneo amavano l'intrattenimento della parola, nell'Antichità come nei tempi moderni, e una lunga traversata a vela sull'affollata coperta di una nave rappresentava un'occasione in cui era inevitabile che si facesse avanti chi aveva qualcosa da raccontare o discutere.
Sul fatto che queste navi mercantili potessero essere affollate di passeggeri abbiamo notizie precise. La nave alessandrina su cui S. Paolo prigioniero si imbarcò per Roma aveva a bordo 276 persone; quella che doveva portare Giuseppe Flavio dalla Palestina a Roma al tempo di Nerone ne aveva ben 600 (forse anche per questo andò a fondo). Le fonti non dicono nulla sulle dimensioni delle navi, ma in ogni caso siamo sicuri che i viaggiatori dovevano starci stretti…
Con la subitaneità ben più frequente nei racconti che nella realtà della navigazione, scoppia a questo punto del racconto di Petronio una terribile tempesta, descritta secondo dei triti topoi retorici piuttosto che con verità. Questo non perché l'autore del Satyricon fosse un narratore convenzionale, ma piuttosto secondo il carattere ironico e parodistico della sua narrazione. La scapha diventa a questo punto barca di salvataggio, ma naturalmente non basta per tutti. I fedelissimi servi di Tryphaena se ne impadroniscono, ci caricano la loro padrona con una gran parte dei suoi molti e preziosi bagagli e tagliano la corda (in senso molto letterale), senza curarsi degli altri naufraghi. Intanto la nave è ridotta a un relitto informe; Lichas è trascinato in mare da un'ondata, mentre un altro personaggio viene salvato tirandolo fuori dalla cabina principale della nave («diaeta magistri», come si chiamava con parola greca, § 115, l ) 36. La nave finisce arenata, e non mancano i soliti abitanti della costa che cercano di esercitare il barbarico diritto di saccheggiare i naufraghi, comune nell'Antichità quanto nei tempi moderni; ma alla fine i nostri eroi arrivano a salvamento.
E qui mi fermerò anch'io, sperando di aver illustrato abbastanza adeguatamente quello che c'è da aspettarsi da una tipica fonte antica, e in che maniera dobbiamo leggerla. L'episodio che ho scelto di ri-raccontare appartiene al piccolo numero delle narrazioni (si contano sulle dita di una mano) che dipingono con qualche ampiezza e continuità una serie di episodi dalla vita a bordo di una nave mercantile antica.


1 Sulle navi mercantili destinate a percorsi di una certa lunghezza, la presenza di una cucina doveva essere abituale.
2 Ciò che certo non va inteso nel senso che i passeggeri erigessero delle tende sulla coperta!

© La Gazzetta di Santa