Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Umberto Giordano, compositore

Dei suoi soggiorni a Santa Margherita la Gazzetta aveva già parlato otto anni fa1 a proposito del suo lavoro con Sem Benelli, il drammaturgo proprietario dello strano castello di Zoagli, per musicare l'opera "La cena delle beffe": «dopo tre anni di cure e di fatiche, nel maggio 1924 la dedica "Cena delle beffe" era finita.»
Ma il rapporto di Giordano con Santa Margherita era ben più profondo, tanto che il settimanale Il Mare lo definì, in un articolo del 30 marzo 1929 «Ospite gradito – per molto tempo – della nostra città – non è per noi neanche più considerato ospite. Egli è Sammargheritese d'elezione. … Valgano queste poche righe a ricordare all'illustre maestro che i Sammargheritesi gli vogliono sempre bene.»
E' del settembre 1929 la dedica «Al simpatico e fosforescente artista Cesare Esposito2

Umberto Menotti Maria Giordano era nato a Foggia il 28 agosto 1867: diplomatosi in composizione al Conservatorio di Napoli, si trasferì a Milano ove fece parte della locale compagnia scapigliata musicale chiamata "giovane scuola", insieme a Pietro Mascagni (1863-1945) e Giacomo Puccini (1858-1924). giovane
Ebbe alcuni incarichi dall'editore Edoardo Sonzogno con alterni successi e nel 1894 solo l'intervento del maestro Alberto Franchetti3, guarda caso proprio il barone che nel 1893 acquistò il terreno dell'attuale Covo di Santa Margherita4, lo salvò dalle ire di Sonzogno. Non solo, il 20 aprile 1894 gli cedette i suoi diritti di esclusiva su un libretto di Luigi Illica (1857-1919), Andrea Chénier
Nel 1895 visse in uno stanzone dove il proprietario, venditore di articoli funerari, aveva un deposito di bare, statue, lapidi e croci di marmo: una sistemazione accettata per essere vicino al librettista. Da questa vicinanza nascerà l'opera che cambierà per sempre la vita di Giordano: Andrea Chénier.
Il giudizio del musicologo Amintore Galli fu catastrofico «L'opera non vale un fico e non è rappresentabile», ma fortunatamente Pietro Mascagni venne in soccorso «Per me il valore del maestro Giordano è già indiscutibile». L'opera andrà in scena il 26 marzo 1896 alla Scala di Milano riscuotendo un grande successo.
Nello stesso anno Giordano sposa Olga Spatz5, figlia del proprietario e gestore del Grand Hotel et de Milan in via Manzoni6, a due passi dalla Scala: è il prestigioso albergo dove dal 1872 Giuseppe Verdi (1813-1901) alloggia nei suoi soggiorni milanesi e dove morirà il 27 gennaio 1901. Il vecchio maestro guardava con simpatia i due ragazzi e apprezzava il talento del giovane compositore, con il quale era prodigo di consigli: durante il viaggio di nozze gli sposi gli renderanno omaggio a Genova7.
Olga e Umberto avranno quattro figli: Mario, Fedora, Elisabetta e Rina.
Nel 1898 ci sarà un altro successo, l'opera Fedora rappresentata il 17 novembre sempre a Milano, al Teatro Lirico: il tenore Enrico Caruso (1873-1921), ancora giovane, si consacrò una stella di prima grandezza e dovette bissare il brano "Amor ti vieta".
Nel 1909, prima della sua morte, Giuseppe Spatz acquista un'abitazione a Baveno, sul Lago Maggiore, che chiama Villa Fedora in onore del genero.
Nel 1921 sono frequenti le sue visite a Cosima Wagner (1837-1930), anziana vedova del celebre compositore tedesco Richard8, solita a trascorrere inverno e primavera a Santa Margherita9: a queste visite partecipava spesso anche il drammaturgo tedesco Gerhart Hauptmann (1862-1946)10, che abitò prima a Santa Margherita poi a Rapallo.

Olga Umberto Giordano e la prima moglie Olga


Il 19 febbraio 1923 la primogenita Fedora, nata nel 1897, sposa l'avv. Franco Leone (1884-1950), impiegato del Comune di Santa Margherita, e si trasferisce in via San Bernardo: Umberto Giordano trascorrerà gran parte del suo tempo in un'abitazione vicina a quella della figlia (un'altra figlia, Rina, abita in via Somalia).

All'opera Fedora ne seguiranno altre, tra le ultime La cena delle beffe del 1924 e Il Re del 1926 (per lavorare al completamento di quest'ultima si era ritirato nella sua villa di Santa Margherita): nel frattempo i gusti musicali erano cambiati; quando la vena creativa inizia a dare segni di stanchezza Giordano, d'accordo con l'amico e sostenitore Alberto Franchetti, "non disdegna di cimentarsi con i frizzi e i lazzi dell'operetta".
Scrive il quotidiano La Stampa del 14 agosto 1924 «Da un anno circa il M.o Umberto Giordano fa la spola tra Milano e Santa Margherita Ligure. A Milano, le prime alla Scala, ha scelto degli interpreti per Fedora e Chénier, che continuano a girare il mondo trionfalmente, i contratti con gli editori, le sedute della Società degli Autori; a Santa Margherita le gioie della famiglia ed i più dolci e saporosi ozi.»

Gli impegni milanesi lo portano a essere meno presente a Santa Margherita, ma non manca estate che non sia presente: il settimanale "Il Mare" registra ogni volta il suo arrivo tra gli ospiti importanti. Alloggia con la moglie al Grand Hotel Miramare, ma da 1933 si sposta al Lido: il 5 agosto 1933 partecipa con la famiglia alla serata "Veglia del Mare" organizzata dal Circolo della Stampa di Genova e dalla Lega Navale Italiana Sez. Santa Margherita nel giardino dell'Imperial Palace Hotel.

Il 18 marzo 1929 Giordano riceve la nomina ad Accademico d'Italia11.
Fu amico di due altri famosi frequentatori di Santa Margherita: il direttore d'orchestra e compositore Victor de Sabata (1892-1967)12 e Guglielmo Marconi (1874-1937)13. Il primo gli diede alcuni utili consigli professionali, con il secondo condivise l'appartenenza all'Accademia d'Italia.
In occasione del decennale della Rivoluzione Fascista14 Giordano compose in soli sei giorni, su commissione di Mussolini, l'Inno all'Italia15 che il Duce stesso ribattezzò Inno del Decennale: questo fu eseguito il 25 ottobre 1932 alla Scala, diretto da Victor de Sabata alla presenza del Duce in occasione di un concerto di beneficenza.
Ancora un legame con Santa Margherita, perché nell'organigramma del personale dedicato alla Mostra della rivoluzione fascista era presente come segretario generale Ambrogio Devoto16, distolto per l'occasione dal suo incarico di podestà della nostra città.

La partecipazione di Giordano alla vita di Santa Margherita è testimoniata anche nel 1934, quando a settembre il maestro della locale "Banda Cristoforo Colombo", Nicola Capurso suo conterraneo (proviene da Manfredonia, in provincia di Foggia), gli dedica la marcia sinfonicaDaunia17: Giordano gli scrive "Egregio maestro Capurso, La ringrazio tanto dell'omaggio che ha voluto farmi. La marcia è molto bella specialmente per quel certo colore orientale che caratterizza tutto il pezzo. Le stringo cordialmente la mano."18
Nello stesso anno è presente alla presentazione che Marconi fa a Santa Margherita dei suoi esperimenti per l'individuazione di ostacoli in assenza di visibilità.

Sara Umberto Giordano e la seconda moglie Sara


Il 2 marzo 1940 muore la moglie Olga Spatz e due anni dopo, il 22 luglio 1942, il 75enne Giordano sposa in seconde nozze la nipote (figlia di una sorella) Sara De Cristofaro, arpista, di circa 40 anni più giovane. Disse Sem Benelli: «Umberto ebbe due mogli bellissime. La prima, figlia di un grande albergatore tedesco o di origine tedesca, era stupenda nel portamento e tranquilla di sentimenti, statuaria. Lo contentava come un fanciullo che, se no, piange. Quando la sposò, quel burlone di Mascagni disse: - E' il più bel sì che gli sia uscito di corpo».
Giordano è molto legato al regime fascista e quando apprende dalla radio che Mussolini è stato arrestato, il 25 luglio 1943, si rifugia con la moglie in Toscana nella villa di amici a Pescia. Vi rimarrà fino al 29 gennaio 1944, prima di rientrare a Milano.
Negli ultimi anni si dedica alla composizione di liriche per voce e pianoforte, di brani per pianoforte solo, di musiche di scena, pezzi sinfonici e musica sacra.

La sua vita famigliare non fu particolarmente felice a causa dei figli, soprattutto due che misero a dura prova i suoi pur ingenti guadagni: nel 1947 si arriverà anche a un processo (che Umberto vince).
Nel 1948 il cinquantenario di Fedora è celebrato alla Scala in una memorabile esecuzione diretta da Victor de Sabata; il 12 novembre dello stesso anno Giordano morirà nella sua abitazione al numero 2 di via Durini.
I funerali si tennero il 14 novembre con larga partecipazione popolare e furono paragonati a quelli di Verdi: il centro di Milano fu bloccato e il feretro sostò qualche minuto sotto l'atrio esterno della Scala, mentre dall'altana soprastante cadeva una pioggia di fiori e l'Orchestra del Teatro, diretta dal maestro Héctor Panizza (1875-1967), eseguiva con solennità l'aria "Amor ti vieta" dalla Fedora.
La salma fu inumata al Cimitero Monumentale, presso la tomba della prima moglie Olga.


Stampa Sera – 3 giugno 1950
"La cena delle beffe"
di Giovanni Drovetti
Sono passati 25 anni dal giorno in cui Umberto Giordano e Sem Benelli, due grandi spiriti gloriosi, si accordarono per dare una armoniosa veste alla «Cena delle beffe», al capolavoro tragico che a New York nell'interpretazione di John Barrymore tenne il cartello per 400 sere consecutive.
Lo sfondo del rinascimento e la vicenda singolarmente spettacolare e teatrale impressionarono profondamente il grande musicista. Egli che aveva trovato accenti appassionati per Fedora, egli che nell'Andrea Chénier aveva profuso tesori di melodia e in «Siberia» tanta accorata nostalgia, volle rivestire di note la rude sincerità, l'ironia e il cinismo crudele che impastano «La cena delle beffe». Ma prima di affrontare quelle scene di brutale naturalismo, dovette affrontare una sequela di atti giudiziari, di dispute a non finire, di polemiche sui giornali, con intervento di avvocati, di letterati, perché il M. Montefiore19 aveva molto prima di lui acquistato da Sem Benelli il diritto di musicare la «Cena delle beffe». E Giordano non l'avrebbe spuntata se le melodie di Fedora e gli impeti lirici di Andrea Chénier non avessero disarmato il M. Montefiore. Fu un sacrificio non lieve perché il nuovo maestro contava sulla «Cena delle beffe» per aprirsi un varco come compositore e per dare un saggio della sua vena melodica e delle sue qualità di copertina orchestratore, mentre Umberto Giordano aveva già raggiunta la celebrità e il tragico lavoro del Benelli non gli serviva per farsi strada. L'abbraccio paterno dell'autore di Fedora fu un compenso al Montefiore per il suo sacrificio.
Le prime battute della «Cena delle beffe» furono scritte a Rapallo, nel villino del Kursaal che si specchia nelle onde del mare e ne beve il respiro. Quando usciva gli si leggeva in volto la felicità e sotto la gioia della concezione, diventava, quando parlava cogli amici, meno caparbio ed ostinato nelle sue idee e si lasciava strappare qualche indiscrezione sulla musica, cosa insolita nel M. Giordano che, al contrario di Mascagni, si mostrava così restio a parlare delle opere a cui lavorava, e detestava gli stamburamenti.
Il tempo passava ma egli sembrava sempre giovane tanto è vero che un giorno, mentre si trovava con Mascagni a Roma, poco tempo dopo la famosa Conciliazione20, Mascagni gli disse: «Giordano, con quell'aspetto florido che hai perché tu non ti tingi i capelli? Diventerai bruno come una volta. » Sorrise Giordano a cui l'idea non sorrideva. «Non ti conviene, - ribatté Mascagni, - perché dopo la Conciliazione, ora che ci penso, un Giordano bruno21 a Roma non sarebbe bene accetto!»
La «Cena» venne… consumata a Santa Margherita in un villino inghirlandato di rose. Pochi maestri amavano il mare come Giordano e ne sentivano profondamente il fascino. L'opposto di Verdi che lavorava nella prosaica pace di Sant'Agata o nel suo studio di Genova o Milano, senza bisogno di speciali palazzi luminosi per ispirarsi.
Invece Giordano era stimolato al lavoro dalla poesia suggestiva dell'incantevole paesaggio che si stendeva innanzi a lui e le più belle frasi d'amore parevano scendergli dal ciclo o salirgli dal mare. Non fu assai turbato come Mascagni e come Puccini, quando una sua opera doveva affrontare per la prima volta il pubblico della Scala. Non perdeva mai l'appetito e anche in quell'occasione faceva onore al pranzo senza avere i nervi scossi.
Si animava assai più quando parlava coi colleghi di pietanze, di manicaretti e di gastronomia che quando si parlava di musica. Anche lui, come Puccini, rimpiangeva talvolta la vita di bohémien che aveva condotta per non poco tempo quando con un modestissimo bagaglio se n'era venuto a Milano.
Dormiva in via Bramante 39 nell'angolo di un tetro deposito di lapidi funerarie e di statuette e statue che attendevano di essere collocate al cimitero. Per un giovanotto bello, pieno di vita, e pronto a dare la scalata ai più impossibili sogni, non era di buon auspicio; ma ad ogni modo non trovando altrove ospitalità, si rassegnò.
Luigi Illica - e poi dicono che il caso non c'entra - abitava proprio nella stessa casa. Fecero relazione, nacque un'amicizia, si intesero e l'«Andrea Chénier» fu meditato all'ombra delle croci marmoree e dei cippi che rammemorano la caducità della vanità umana.
L'inno alla morte. «Ella viene col sole» «Ella vien col mattino» è frutto dell'ispirazione che egli trasse da quella tetra bottega e mai più s'immaginava quel proprietario ospitale, di fargli un così grande dono. Si rivendicava a mezzogiorno dei paurosi fantasmi notturni, mangiando in una osteriuccia Umberto Giordano popolata di lavoratori d'ogni ceto diverse pagnotte e anche due piatti di pasta al sugo innaffiata da un vino affatturato tutt'altro che di facile digestione.
Quando qualcuno gli parlava della «Cena delle beffe» non resisteva a rammemorare altre cene, meno poetiche, ma più sostanziose. Aveva una predilezione per le cipolle in insalata e pei finocchi ripieni e il tragico poema gli diede l'occasione di gustare i più bei piatti di verdura che mai avesse mangiato, alla mensa di Sem Benelli che coltivava meglio di un contadino il suo orto di Zoagli. Sem Benelli sembrava nato ortolano e ovunque s'accampava fosse a Zoagli o a Champoluc, si dedicava agli ortaggi e riceveva i suoi ospiti in maniche di camicia e colla vanga in mano. Giordano era entusiasta dei prodotti dell'orto di Zoagli e del vino saporoso che gli mesceva a tavola.
Nell'orto la prosa, in casa la poesia, la signorile poesia della mensa e a ispirare Umberto Giordano mobili di stile fiorentino e le due caraffe di maiolica che molti ospiti conoscevano, su cui erano incisi versi tratti da opere del poeta.
«E' vino Retico, è sangue di Verona e l'altro della Cena» Chi non beve con me peste lo colga e mai la peste avrebbe colto Giordano perché beveva volentieri e in albergo e a casa, ovunque avesse occasione.
La «Cena delle beffe» che ebbe il suo battesimo alla Scala e ottenne un magnifico successo non ha aggiunto foglie d'alloro alla corona di Giordano; «Fedora» e «Andrea Chenier» hanno dominato su tutta l'opera sua; ma ora che si presenta l'occasione di commemorare insieme i due grandi scomparsi che onorano le scene italiane, sarebbe doveroso non lasciarsela sfuggire.


1 "Umberto Giordano a Santa", 31 luglio 2012
2 Vedi l'articolo della Gazzetta "Cesare Esposito, pittore", 14 dicembre 2018
3 Giordano condivide con Puccini e Franchetti la passione per motoscafi e automobili
4 Vedi l'articolo della Gazzetta "La lunga storia del Covo", 20 giugno 2014
5 Nata nel 1894 da Giuseppe Spatz e Caterina Wurms
6 allora Corsia del Giardino
7 Verdi era assiduo frequentatore di Genova e in quegli anni abitava nel Palazzo del Principe: vedi l'articolo della Gazzetta "Verdi e Genova, attrazione fatale", 13 ottobre 2013
8 Aveva già incontrato Riccardo e Cosima Wagner nel 1882, in occasione di una loro visita al conservatorio di Napoli, Real Collegio di Musica di San Pietro a Majella.
9 Vedi l'articolo della Gazzetta "Le donne di Riccardo Wagner (1/7)", 22 agosto 2012
10 Vedi l'articolo della Gazzetta "Gerhart Hauptmann, un poeta a Santa", 23 agosto 2012
11 Dal 1929 al 1944 la Reale Accademia d'Italia è stata un'istituzione culturale emanazione del regime fascista, con il compito di promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato.
12 Vedi l'articolo della Gazzetta "Victor de Sabata", 18 agosto 2017
13 Vedi l'articolo della Gazzetta "C'era una volta… un ricordo di Marconi", 16 ottobre 2020
14 La manifestazione armata della Marcia su Roma era stata organizzata il 28 ottobre 1922
15 La stesura originaria per canto corale (soprani, tenori e bassi) e pianoforte vide la luce a Milano il 6 luglio 1932
16 Vedi l'articolo della Gazzetta "Ambrogio Devoto, un podestà margheritese", 11 maggio 2020
17 L'antica Daunia corrispondeva approssimativamente all'attuale provincia di Foggia.
18 Vedi l'articolo della Gazzetta "La nostra banda, 'araba fenice' (2/2)", 13 giugno 2019
19 Tommaso Montefiore (1855-1933)
20 La firma dei Patti Lateranensi tra Regno d'Italia e Santa Sede dell'11 febbraio 1929
21 Il gioco di parole ricorda Giordano Bruno, il frate domenicano condannato dall'Inquisizione e arso vivo in piazza Campo de' Fiori a Roma il 17 febbraio 1600.

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