Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Medaglioni della famiglia Costa
di Arturo Ferretto

Il Mare - 27 dicembre 1913

Nella parrocchia di Foggia, su quel di Rapallo, nei villaggi di San Lorenzo, di Sant'Ambrogio, di San Michele, e di Nozarego, ancora ai giorni nostri, conosconsi cinque località, chiamate Costa, che diedero origine a cinque famiglie differenti, le quali trasportarono le tende a Rapallo, a Santa Margherita e a mappa Portofino, incrociandosi fra loro, ora altrove trafugando i propri penati, e particolarmente in Genova, nella parrocchia di San Salvatore, alla Marina di Sarzano, ove una falange di Costa rapallesi e non rapallesi prosperò, accrescendo di nuove fronde gli alberi primitivi, e giganteggiando.
Il ramo, che piacemi ora illustrare è proveniente da Foggia, e niuno potrebbe immaginare che all'ombra del campanile di tal modesto villaggio abbia vagito un umile contadino, i cui figli diedero gloria ed onore a Genova madre.
I Costa di Foggia erano già venuti in fama presso di noi.
Il 19 giugno del 1503 Luca e Pietro del fu Giacomo, Domenico del fu Pietro, Bernardo e Battista del fu Antonio, Giacomo del fu Giovanni, tutti dei Costa, promettevano a Rollando Fieschi, podestà di Rapallo, di non offendere più alcuno della parentela dei Ratto di Foggia.
I rappresentanti delle due famiglie erano scesi al Ponte della Paglia e si erano dati il bacio della pace, suggellando in tal modo i loro vecchi rancori.
Verso l'anno 1510 era nato in Foggia da Benedetto Costa un bambino, cui fu imposto il nome di Antonio.
E fu ben fortunato.
Cresciuto, applicossi al commercio, abbandonò la cerchia montana del suo rustico villaggio, e in Genova, in una casa acquistata alla Marina di Sarzana, visse sino all'età di anni 90, morendovi il 25 settembre del 1600.
In atti del notaio Gio: Agostino Poggi avea fatto testamento il 13 dicembre del 1599, scegliendo la sua sepoltura nel monumento, che si era costruito nella chiesa di Santa Maria della Pace. Beneficò l'ospedale di Pammatone, 1'ospedaletto, gli orfani e l'opera, istituita per la maritazione delle ragazze nella chiesa di Sant'Agostino. Lasciò a Benedetto, suo figlio maggiore, la villa con casa, posta nella parrocchia di Sant'Andrea di Foggia, e precisamente nel luogo, chiamato Pigna. Degli altri beni nomina eredi gli altri figli Bartolomeo, Giacomo, Andrea e Giovanni.
In tutti gli atti l'Antonio è detto nobile, non già por essere ascritto al Libro d'Oro, ma perché si era elevato al di sopra dei concittadini genovesi.

Sant'Andrea di Foggia è una frazione di Rapallo, da non confondere con il comune pugliese di Foggia. Il nome deriva dal genovese féuggia, foglia (mentre per la città pugliese pare derivare dal latino fovea, fossa).
Il "Vocabolario genovese-italiano" di Giovanni Casaccia, del 1851, riporta la definizione «Féuggia: Foglia; Quella parte delle piante, che le adorna, e che loro serve per attrarre dall'atmosfera i principi vegetativi. Per similitudine dicesi di molte altre cose ridotte a gran sottigliezza.» In antichi documenti la località è denominata anche fuza (forse derivata dal genovese fûzâ, chi fa i fusi per filare) e fogia.

Era dunque diventato un personaggio distinto.
I figli accrebbero di gran lunga il decoro ed il lustro paterno, massimamente il Bartolomeo e l'Andrea.
Aveano insieme stipulata una società commerciale, che avea le sue diramazioni a Lione, a Londra, a Bezanzone, a Piacenza, ed altrove, accumulando somme vistose.
Il 2 maggio del 1592, con atto munifico, donarono mille scudi per ciascuna delle cinque figlie del loro fratello Benetto, i quali dovevano servire al monacarsi o maritarsi di esse.
Avevano insieme comprato da Gerolamo Marini un maestoso palazzo con quattro botteghe in Genova, sull'angolo della Piazza Campetto e la via Soziglia, per la somma di lire 28.502.
Con atto del 9 ottobre del 1600 vi istituirono una fideicommisseria coll'obbligo che non si potesse mai vendere, e con altro atto del 4 novembre del 1609, considerando come sia accetta l'elemosina, dichiarano di aver comprato a Roma (sin dall'11 aprile 1608) quaranta azioni, del reddito ciascuna di scudi sei, coll'obbligo di erogarsi il frutto per le figlie monacande e maritande della famiglia Costa sì abitanti in Genova, come giuntevi e dal luogo di Rapallo e dalla villa di Foggia.
La beneficenza di questi due fratelli fu inesauribile.
Il 12 novembre del 1609 il Rev. Agostino Rosso, parroco della chiesa di San Salvatore in Genova, dichiarava che i magnifici Bartolomeo e Andrea Costa del fu Antonio, oriundi della sua parrocchia, aveano contribuito al suo decoro ed alla sua bellezza, largendo 1500 scudi per il suo ampliamento; inoltre aveano ordinato il riassetto del coro, istituendo una cappellania all'altar maggiore, col reddito annuo di l. 120, da prelevarsi dai frutti del Palazzo di Campetto.
Il Vicario della Curia Arcivescovile di Genova, considerata la munificenza di questi due fratelli, figli dei nostri monti, accordava ad essi il giuspatronato del coro, dando facoltà di porvi lo stemma Costa, tanto più che essi avevano promesso di dare altri 400 scudi per riattare i sedili del coro, assegnando per tutto ciò i redditi d'una casa, che aveano comprato al Molo.
Il Bartolomeo, il 30 marzo del 1611 assegnava l. 12000 d'argento per dote alla figlia Paola, che andava sposa al magnifico Prospero Costaguta di Vincenzo.
Il Bartolomeo, che in Genova aveva sposata la nobile Ortensia del fu Gio: Antonio della Chiesa fece un testamento il 10 settembre del 1612, che è una nuova pagina di beneficenza.
Comparisce sempre il grande cuore di quest'uomo, che i commerci gli diedero gloria imperitura.
E il suo cuore e quello del fratello Andrea appare di bel nuovo in un'altra dichiarazione fatta il 23 dicembre del 1615 del parroco di San Salvatore, il quale certifica che i due fratelli adornarono il coro, arricchendolo di pitture e di sedili, provvidero due paramenti di broccato d'oro e seta, un baldacchino, otto candelieri di ottone, i vetri e le inferriate alle finestre, impiegando in tutto ciò e in altre cose necessarie per la celebrazione della messa non solo gli scudi 400 promessi, ma altre lire 3000.
La Serenissima di Genova tenne calcolo di sì grande munificenza, e con decreto del 10 marzo del 1629 iscriveva l'Andrea Costa nel suo gran Libro d'Oro della Nobiltà, onore a pochi rivieraschi concesso.
Così Rapallo, o per meglio dire il modesto e minuscolo villaggio di Foggia, vedeva il figliuolo d'un suo contadino assurto agli onori ed alle cariche, che fruivano soltanto coloro il cui nome si trovava in quel Libro, segno di tanta invidia e che una folla briaca di democrazia, dava alle fiamme, proclamando Libertà, Fratellanza ed Eguaglianza.

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