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Un piatto per l'Ultima Cena

Medioevo Dossier – luglio 2015

graal Il Sacro Catino, denominazione attribuita a un piatto esagonale in vetro verde di probabile manifattura araba, databile tra il IX e il X sec. Genova, Museo del Tesoro della cattedrale di S. Lorenzo. La leggenda vuole che il manufatto fosse giunto nella città ligure al tempo della prima crociata come reliquia, perché si riteneva fosse stato utilizzato da Gesù per consumare l'Ultima Cena.

Un vaso di forma esagonale, trasparente, di colore verde, dalla vaga sembianza di uno smeraldo figura tra i tesori della cattedrale genovese di S. Lorenzo. Alla sua presenza si lega una tradizione che risale alla prima crociata, per la precisione all'anno 1101, al tempo dell'assedio cristiano di Cesarea.
Secondo la Legenda Aurea (1260) di Jacopo da Varazze e le testimonianze dell'arcivescovo Guglielmo di Tiro, un gruppo di soldati genovesi – guidati dal condottiero Guglielmo Embriaco – trovò all'interno di un tempio antico, costruito da Erode il Grande, una reliquia che venne subito identificata come il piatto utilizzato da Gesù per consumare l'Ultima Cena. Lo storico medievale Goffredo di Monmouth (1100-1155) affermò che il piatto, in origine regalato dalla regina di Saba al re Salomone, era giunto attraverso generazioni di sovrani fino all'epoca di Erode.
Per i crociati liguri l'emozione della scoperta fu tale da convincerli a rinunciare al saccheggio delle ricchezze disseminate in città: si accontentarono di portare con sé solo quel piccolo oggetto, per il quale, in base alla versione di alcuni cronisti, furono anche costretti a pagare una cospicua somma. Tornati a Genova, deposero il piatto nella chiesa di S. Lorenzo, in una nicchia alla quale poteva accedere solo un ristretto gruppo di cavalieri, i «Clavigeri», così chiamati perché in possesso delle chiavi d'accesso a quel luogo segreto. Solo una volta l'anno i fedeli potevano vedere la santa reliquia, quando l'arcivescovo locale la mostrava a debita distanza dalla folla.

S. Lorenzo 1 Facciata della cattedrale genovese di S. Lorenzo.

Dal pegno al riscatto
L'oggetto – rivelò il cronista Guglielmo di Tiro – non rimase sempre nella città della Lanterna: all'inizio del XIV secolo, versando in precarie condizioni economiche, il Comune si vide costretto a darlo in pegno al cardinale Luca Fieschi, in cambio di un finanziamento di circa 10.000 genoini, una cifra esorbitante per l'epoca. Dopo pochi anni, però, il piatto venne riscattato e si stabilì che era inalienabile e non poteva spostarsi dal luogo in cui si trovava custodito.
Secondo le cronache, nel Quattrocento la reliquia fu oggetto di ripetuti tentativi di furto, a partire da quello orchestrato dallo stesso governatore della città, il francese Jean II Le Meingre, detto Boucicault. In seguito ci provarono anche i Veneziani e di nuovo, nel Cinquecento, i Francesi; questi ultimi rinunciarono a impossessarsene con la forza a fronte di un pagamento di 1.000 ducati, versato dal clero locale.

Secondo la leggenda il sacro vaso, il Graal dal latino medievale gradalis (catino, vaso, recipiente), sarebbe la coppa utilizzata da Gesù e dai suoi discepoli durante l'ultima cena e che Giuseppe d'Arimatea avrebbe utilizzato per raccogliere il sangue delle piaghe di Cristo.

Nel Rinascimento la tradizione che accompagnava la reliquia si arricchì di una nuova, suggestiva ipotesi: nelle Cronache del regno di Luigi XII, lo storico Jean d'Autun affermò che il piatto andava identificato con il Santo Graal. In età moderna si cominciò a sospettare che il Sacro Catino, conservato nella cattedrale di S. Lorenzo, fosse in verità una copia, prodotta per non far trapelare la notizia del furto dell'originale. I dubbi vennero alimentati dal perdurare dell'inaccessibilità al pubblico della reliquia, ma anche dalla discordanza dei dati sulle sue dimensioni: alcune descrizioni indicavano l'altezza del piatto in 16 cm, una misura che sembrava eccessiva rispetto alle stime tradizionali.

S. Lorenzo 2 Lunetta del portale centrale della cattedrale genovese
in cui appare Cristo Giudice,
circondato dai simboli degli Evangelisti.

Il sequestro e le prime verifiche
Per fare luce sui molti dubbi, Napoleone Bonaparte – incuriosito dalla vicenda – ne dispose il sequestro e il suo trasferimento presso il Cabinet des Antiques della Bibliothèque Imperiale di Parigi, dove venne poi esaminato da alcuni esperti. L'analisi diede un responso deludente: non si trattava di un reperto particolarmente antico, ma di un manufatto verosimilmente bizantino, realizzato con pasta di vetro e non in smeraldo.
Con il crollo dell'impero napoleonico, nel 1815, la reliquia fu restituita a Genova, non intera, però: era stata rotta in più pezzi (probabilmente dieci) e ne mancava uno. Vari restauri, il primo agli inizi del Novecento, riuscirono a ricostruirla e fu deciso di collocarla in un'esposizione aperta al pubblico nella cattedrale genovese dove tuttora si trova.
Esami più recenti hanno stabilito che la datazione del piatto dovrebbe oscillare tra il IX e il X secolo e la sua provenienza, invece, sarebbe araba.

Embriaco Genova. L'affresco sulla facciata di Palazzo San Giorgio raffigurante Guglielmo Embriaco che tiene il Sacro Catino.

Il Museo del Tesoro della Cattedrale di S. Lorenzo, oltre al Sacro Catino, custodisce un'altra reliquia che evoca la Terra Santa al tempo di Gesù: un piatto di onice nel quale, secondo la leggenda, sarebbe stata posta la testa di Giovanni Battista, dopo la decapitazione.

Gesù Affresco di Andrea del Sarto raffigurante Gesù,
affiancato dall'apostolo Giovanni, con il piatto nel quale mangiò nel corso dell'Ultima Cena. 1525.
Firenze, Museo del Cenacolo di San Salvi.

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