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    Pezzi di storia

La battaglia di Allegrezze
di Edmondo Costa

Il Lavoro – 25 aprile 1946

Il 27 agosto del '44 ventidue uomini della "Brigata Berto" dettero scacco matto ad una intera compagnia alpina della "Monterosa"

Per i partigiani della brigata Berto la battaglia di Allegrezze è ricordo indimenticabile e glorioso. E' in quel giorno, in quella battaglia, nel nome di Berto, che Berto si è forgiata la nuova formazione, che il valore dei suoi componenti, il rigore partigiano, ne hanno fatto una delle migliori brigate della «Divisione Cichero».
Siamo nel mese di giugno e l'ultimo distaccamento si stacca da Cichero, per piazzarsi parte a Temossi, parte al passo della Forcella ed una quindicina di nomini nella casermetta della Guardia Forestale, sita al passo delle Lame.
L'inganno di Cichero
E' in questo periodo che una banda di S.S., i cui componenti sono tutti travestiti da partigiani, riesce a trarre in inganno sette uomini rimasti a Cichero come ultima retroguardia, che vengono trucidati, mentre il paese stesso, che ha dato i natali al partigianato ligure, è dato alle fiamme.
Alcuni gruppi formatisi nella zona del Parmense dopo aver preso accordi con la «3.a Brigata Cichero», si portano in Val d'Aveto e vengono fusi con i distaccamenti della stessa in una unica formazione. Sorge così la «57.a Brigata Garibaldina della III Divisione Cichero» che si schiera da Cabanne al Passo dell'Incisa, con distaccamenti a Villa Cella, due alle Lame, uno all'Aiona; quello di Cabanne che guarda il passo della Forcella e quello rinforzato dell'Incisa che vigila sulle provenienze dal Passo del Bocco.
Nei paesi della Val d'Aveto liberata agiscono i servizi della Brigata, le intendenze, i commissariati, i quali curano anche l'amministrazione della cosa pubblica.
Si organizzano i vari comuni, si creano le giunte comunali, si formano squadre d'azione fra i civili, si aiuta la popolazione facendo arrivare notevoli quantità di grano, che ivi scarseggia, dalle zone occupate da formazioni Piacentine e si comincia a creare le basi per una nuova vita democratica. Nel frattempo si ricevono i primi lanci degli alleati nei campi delle Lame e del monte Aiona. L'armamento è notevolmente migliorato. Ogni distaccamento composto di una quarantina di uomini è fornito di due o tre mitragliatori e di una buona percentuale di armi automatiche con relative munizioni. La Brigata possiede anche un mortaio da 81. Lo spirito è altissimo e si aspetta il nemico che si sta preparando, con tranquillità, non mancando di stuzzicarlo con qualche audace puntata in basso che dà sempre buoni frutti.
E' agosto: i faggi sono coperti delle verdi foglie, fa caldo, ma la brezza della montagna fa sì che la temperatura sia sopportabile.

sentinella Inverno 44-45
Sentinella alle baracche del «Forca»
(monte Aiona)

Lo schieramento in allarme
Verso l'una del 25 la pattuglia mobile del battaglione delle Lame segnala che notevoli forze della «Divisione Monterosa» si stanno ammassando da Campori a Temossi. Si prendono le opportune misu-re, tutto lo schieramento è messo in allarme, le pattuglie si snodano nelle varie direzioni per portare al Comando notizie più precise sulle intenzioni del nemico. Arrivano gli informatori dal fondo valle e verso sera si hanno elementi per poter valutare la situazione. Il nemico che ha già iniziato l'azione di avvicinamento, punta su quattro colonne, una diretta all'Incisa, l'altra all'Aiona, una verso le Lame, l'altra sulla rotabile che porta al passo della Forcella. «Ci siamo, pensano tutti, domattina si mena le mani e il gruppo dell'Aiona si trasformerà in campo di battaglia».
All'alba, dopo una distribuzione di viveri, ognuno è al suo posto di combattimento. Il nemico, circa duemila uomini, viene avanti e quando è a tiro utile è preso sotto il fuoco delle armi automatiche. Si combatte a Villa Cella, alle Lame, all'Incisa. La reazione nemica è violenta. Entrano in azione i mortai. Si picchia con particolare accanimento sul passo delle Lame. Il battaglione al comanda di Gino resiste accanitamente con le sue armi automatiche, ma la disparità di forze è evidente e dopo una mattinata di combattimento deve ripiegare verso Villa Noce. All'Incisa i repubblichini hanno delle perdite e sospendono l'azione per riorganizzarsi, e lì si approfitta per sganciarsi e portarsi su nuove posizioni pia vantaggiose.
Alla sera tutto lo schieramento è in ritirata. Mezzi motorizzati nemici avanzano sulla rotabile e una colonna scende dall'Aiona verso la Val d'Aveto. I distaccamenti hanno ordine di portarsi a S. Stefano d'Aveto. I feriti vengono fatti affluire verse la Val Nure.
Nel pomeriggio del giorno seguente il nemico, dopo aver sostato nella notte e nella mattinata sulle posizioni raggiunte, riprende l'avanzata. Banfi dà ordine ad una parte dei distaccamenti di portarsi sul Crociglia, ad altri sulle pendici del Maggiorasca, e decide insieme a Dedo, Berto, Moro, Franco e Beffe e ad una ventina di uomini, quasi tutti del «Distaccamento Forca» (M. Aiona), di portarsi sul lato della strada in prossimità di Allegrezze e di attendere il nemico che avanza ormai sicuro.

squadra Uomini del distaccamento «Alpino» in azione

Viene scelto il posto adatto, un esse della carrozzabile, tra Allegrezze e S. Stefano, vengono postati i vari uomini, si mettono delle pattuglie in alto per evitare, se il nemico ne avesse l'intenzione, il fiancheggiamento. E poi si attende Banfi è l'ultimo dello schieramento, sarà il primo a sparare non appena la colonna avrà raggiunto il lato estremo del gomito, e sorveglia con il cannocchiale la compagnia di circa 200 uomini che sta avanzando ignara di quanto gli sta per accadere. Gli uomini nostri sono appollaiali a cinque metri dalla strada, nascosti dalle foglie dei faggi, tranquilli, con una voglia matta di punzecchiare piuttosto duramente il nemico alle reni.
Ecco la squadra di testa della compagnia che entra nel gomito, dietro a lei la squadra con la radio, il comandante la compagnia: un capitano, un tenente tedesco e poi il grosso.
Il nemico è lì a cinque metri, non vede, e nemmeno lontanamente immagina. Fra poco se ne accorgerà.
«Sig. capitano, dice un alpino, c'è una bomba a mano americana». Maledizione, s'insospetteranno! Pensano gli uomini nostri. Allora la sorpresa ti va a far benedire e non hanno ancora raggiunto l'estremità del gomito. «Lasciala pure», dice il capitano, e dà ordine di proseguire.
Fra trenta secondi si attaccherà: gli uomini aspettano il primo colpo di Banfi. Ancora dieci metri e ci siamo. Viene aperto il fuoco e sono una ventina di armi automatiche, che vomitano pallottole sul nemico a cinque metri. Le «Sipe»1 vengono lanciate ed il nemico nello stordimento le scambia per colpi di mortaio.

Silvio Solimano nacque a Santa Margherita Ligure il 12 giugno 1925.
Antifascista, arrestato ed evaso, si era aggregato ai partigiani della Brigata Garibaldi "Cichero" e, nonostante la giovanissima età, gli era stato affidato il comando di un distaccamento.
Con Decreto del 1944 è stata conferita alla memoria del partigiano combattente Silvio Solimano (Berto) la Medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: «Già noto alle polizie nazifasciste per i suoi sentimenti contrari e ribelli all'oppressore, fu tra i primi animatori del movimento clandestino. Arrestato riusciva arditamente ad evadere e passava, sprezzante di ogni pericolo, alla lotta aperta delle formazioni partigiane. Sabotatore audace, combattente valoroso, compiva leggendarie gesta degne delle tradizioni della sua gente. Durante un rastrellamento effettuato da soverchianti forze nazi-fasciste che minacciavano di accerchiamento una divisione partigiana, alla testa di un gruppo di audaci si lanciava eroicamente contro il nemico, che sorpreso da tanto ardimento, si sbandava lasciando sul terreno morti e feriti ed abbondante materiale bellico. Nell'eroico gesto cadeva colpito in fronte facendo olocausto della sua giovane esistenza per la salvezza della grande unità partigiana. Fulgido esempio di strenuo valore, di altruismo e di completa dedizione alla causa.
- S. Margherita Ligure - Val d'Aveto, 8 settembre 1943 - 27 agosto 1944.»

I mortai. I mortai gridano gli alpini mentre fuggono o cercano riparo nelle cunette e sotto le volte di un ponticello che è a metà del gomito. L'intera compagnia si è sfasciata in cinque minuti e sta ripiegando in fuga disordinata. Il tenente tedesco è a terra morto. Berto e Tegola si lanciano sulla strada, s'impadroniscono di una «sega di Hitler»2 e battono il nemico che fugge per ogni dove.
Il nemico in fuga
Purtroppo Berto nel suo slancio generoso vien colpito da una raffica di mitra e muore fra le braccia dei compagni vittoriosi.
Si catturano 7 prigionieri, un apparecchio radiotrasmittente, mitragliatrici, fucili e munizioni in numero ingente e si lasciano sul terreno 35 uomini della compagnia nemica3.
Il nemico ripiega su Allegrezze e non proseguirà la sua avanzata sino a S. Stefano, estremo limite raggiunto, se non due giorni dopo.
Da questo combattimento nasce la nuova «Brigata Berto» della «III Divisione Cichero», che inizia nel nome di uno dei suoi uomini migliori la sua vita gloriosa nella gesta di Beppe, Salita, Cucciolo e tanti e tanti altri caduti e, in collaborazione con un battaglione americano porta a termine il suo compito catturando ad Uscio, al comando diretto di Bisagno, l'eroe leggendario del secondo Risorgimento italiano, seimila uomini, colà asserragliati in una ultima speranza di salvezza.


1 bomba a mano a frammentazione prodotta dalla Società Italiana Prodotti Esplodenti di Milano
2 fucile mitragliatore tedesco (MG42, Maschinengewehr 42), con una cadenza di fuoco così alta che l'orecchio non riusciva a distinguere i singoli colpi: da qui il soprannome.
3 Si tratta in realtà di cinque soldati morti e trentasette feriti. Come rappresaglia il maggiore Girolamo Candelo, comandante del contingente nazi-fascista, il 29 agosto diede alle fiamme il paese di Allegrezze risparmiando solo la chiesa, la canonica e la scuola.

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