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La Casa dello Studente di Genova

La guerra si è conclusa da pochi mesi e il quotidiano Il Lavoro del 14 ottobre 1945 informa: Casa Studente 1

La Casa dello Studente restituita all'Università
Tre delegati della Commissione Universitaria Provvisoria si sono recati ieri dal Sindaco ad esporre le necessità degli universitari di rientrare in possesso della Casa dello Studente. Il Sindaco, ricordate le ragioni che ne hanno motivata la requisizione, ha acconsentito che la Casa torni all'Università e ne ha ordinato immediatamente la derequisizione.
La decisione è stata dagli stessi delegati subito comunicata al Magnifico Rettore e al Senato Accademico.

Un editoriale tracciava la storia recente che aveva vissuto l'edificio:

La Casa dello Studente
Durante il periodo clandestino1, quando si veniva a conoscenza di qualche nuova vittima delle crudeltà tedesche, fra i membri dei C.L.N.2 si parlava o di far saltare in aria la dolorosa Casa dello Studente o di conservarla e di erigerla a monumento nazionale, a causa di tutte le torture cui fra quelle mura erano stati sottoposti i patrioti.
Qual mutamento in cinque mesi! Oggi si parla di ridestinare la Casa del dolore, alla gaia gioventù goliardica che, ben diversa da quella del '48 cantata dal Giovagnoli3, ha poco tempo per le cure patriottiche e per le lotte politiche; pensa alla carriera sollecita, canta lietamente il gaudeamus igitur4 e vota un fiero o.d.g.5 «contro l'usurpazione della Casa dello Studente» rivendicata forse per i necessari riposi danzanti della gioventù goliardica! Ce ne duole per la Università genovese che ha gloriosa tradizione e fama di antifascista!…
Questi giovani di belle speranze buttan fuori quasi distrattamente - cinque mesi appena dalla liberazione - un nome che dovrebbe farli pensosi e dovrebbe esser sacro anche per loro, senza alcun tremito di commozione, senza dar alcun segno di ricordi destati da quel nome…
Casa dello studente! Ma lo sapete che ognuna di quelle stanze ha assistito alle torture di centinaia e centinaia di patrioti, i quali hanno lasciato su quelle pareti il loro sangue di martiri gloriosi?
Voi dite, con indifferenza, «usurpata». Da chi? Dal sindaco Faralli6, per darla ai senza tetto; ma… il sindaco Faralli ha lasciato un occhio fra quelle pareti, rivendicate da voi per le vostre feste; il partigiano Berthoud7, torcendosi sotto lo spasimo della «macchinetta elettrica» vi ha lasciato la vita con il cranio spaccato! Casa Studente 2
Giovanetti ignari o pensosi solo dei vostri riposi, sapete che fra quelle pareti, molti, molti dei vostri concittadini, molti dei vostri fratelli, studenti come voi, vi hanno ascoltato, con gli occhi impietriti, la loro condanna a morte? Gehengt!8 ecco la terribile frase che udimmo una sera, dai giudici, col ghigno satanico, nella stanza n. 2 della Casta dello Studente, mentre la pioggia battente sul vetri pareva che inchiodasse quella secca condanna nel cuore sconvolto dall'improvvisa immagine del figli lontani…
E la Camera di tortura, posta nel sotterraneo, accanto al refettorio, di fronte al corridoio delle celle; quella camera, arredata di ferri, anelli, catene e ganci lordi di sangue, quella camera, ove tante fresche giovinezze hanno lentamente visto sparire la luce della vita, quella camera terribile da cui venivano a noi delle celle, i lamenti tempre più flebili delle vittime fino a sperdersi nel soffio della morte; quella camera, la gioconda gioventù goliardica come vuote usarla per le sue nuove fatiche?
E le cellette, le piccole celle dal muro ruvido, lunghe due passi e larghe un passo, che - nelle lunghe notti - a noi sembravano restringersi sempre più su di noi fino a soffocarci il respiro, a serrare il nostro cuore in una morsa mortale, quelle piccole buche di dolore come saranno utilizzate dai nuovi distratti abitatori?
Ma tutta la Casa dello Studente è sacra alla sofferenza! L'atrio al quale s'affrettavano ansiose le mamme e le sorelle, i padri ed i figli per aver «notizia» dei «sepolti vivi»; l'atrio affollato di spie e di sgherri, risonante di gemiti e di risate; l'atrio in cui tanti cuori di mamma si sentirono agghiacciati al freddo annuncio che, dei loro figli non si sapeva nulla! Nulla si poteva dire! E le mamme sapevano che i loro figli eran lì sotto, se non erano già… cadaveri nelle colline genovesi!
Alla Casa dello Studente tutti, tutti erano crudeli: donne e uomini, italiani e tedeschi, servi e padroni. Nessuno aveva un sorriso di conforto, nessuno un cenno di pietà umana, i visi eran glabri, sardonici e pungenti come pugnali!
In quale stanza i goliardi non sentiranno arrestarsi il respiro, non sentiranno disperdersi il loro sorriso, al pensiero che là erano o spie tramanti intrighi, o aguzzini studiosi di espedienti tormentosi, o crudeli belve sorridenti allo spasimo delle loro vittime?
Non v'è camera che non abbia sentito un sospiro di dolore, ogni camera è oggi sacra al cuore degli italiani, dei veri italiani amanti della Patria come «camera dei sospiri».
Avanti, giovani goliardi, rivendicate la «Casa del dolore», ma pensate che per quelle stanze vagano molte ombre di morti inquiete ed aspettanti giustizia!
Andate e divertitevi! I morti per la Patria segneranno il tempo delle vostre danze con i loro lamenti e le loro invettive!
Non così si placano i morti eroici per il riconoscimento della Patria sofferente!

Il 17 ottobre 1945 il quotidiano pubblica una "Lettera al Direttore" che serve a puntualizzare meglio le posizioni ed è significativa del momento in cui si parla della Casa dello Studente.

Caro Direttore,
in una triste giornata ci incontrammo nella terza sezione di Marassi .
Ci presentammo: io ero uno studente qualunque Lei il professor Poggi . Da quel giorno vivemmo per molto tempo insieme. Lei mi trattava come un figlio: ed io fin dal primo momento ebbi per Lei rispetto ed ammirazione. Poi la fecero partire per Bolzano e nell'abbracciarla per un saluto che credemmo fosse l'ultimo piangemmo commossi.
Conobbi le oscure cellette della Casa dello Studente, ed in quelle ebbi l'onore di avere io ad accogliere tra le mie braccia e curarlo un nostro comune amico il giudice Panevino Nicola torturato spietatamente e poi trucidato con altri a Cravasco.
E adesso scampato dalla furia bestiale delle S.S., sento anche io ora più che mai la venerazione per quella casa che vide, più che sofferenza di tanti individui, il martirio di tutto un popolo e le garantisco, direttore, vorrei ritornarci con tutto il cuore in questa casa così legata alla nostra vita e vorrei tornarvi questa volta per continuare quell'opera di ricostruzione che già là avevano iniziato tanti martiri.
E siccome io per ricostruire intendo che ciascuno faccia il proprio dovere: vorrei ritornare in quella casa come studente per poter continuare nel raccoglimento - ormai sacro - i miei studi che tante cose infami e tanto sangue mi hanno costretto ad interrompere. Per questo, direttore, il capo cronaca comparso domenica sul suo giornale ha fatto particolarmente male a me e a tutti quegli studenti che, degni in tutto e per tutto, delle gloriose tradizioni a cui nell'articolo si accenna, hanno lottato, sofferto e vinto la lotta di liberazione.
Non vogliamo ritornare nella Casa dello Studente per ballare, ma esclusivamente per dare la possibilità a coloro che come me abitano lontano dalla sede dell'università e non hanno ricchezze bastanti per mantenersi agli studi (perché lo creda, direttore, che la maggior parte degli studenti non sono dei plutocrati) per studiare, riposare e trovare una mensa accessibile a borse non pingui. No, caro direttore, non balleremo alla Casa dello Studente, mai «le ombre dei morti per la Patria segneranno il tempo delle nostre danze con i loro lamenti e e loro invettive».
Ci sarà un giorno sacro per noi, un momento di elevazione sublime, in cui nella nostra casa riscattata per noi anche un po' dalle nostre sofferenze e ritornata a dignità fattiva, saremo tutti uniti noi studenti sopravvissuti a così grande tragedia e Loro i nostri martiri che ci hanno additato la via della rinascita.
In quel giorno, nel marmo consacrato dal sangue il Loro ricordo sarà materializzato e reso imperituro e se Lei, direttore, e l'autore dell'articolo che Lei ha approvato saranno tra noi, forse comprenderanno che i goliardi genovesi sono più che mai degni del loro glorioso Ateneo, e che la santa memoria dei martiri sarà custodita tra mura esclusivamente consacrate al lavoro ed allo studio. Questo, direttore, scrivo io a nome mio e interpretando i sentimenti dei miei colleghi, e sono certo che quanto ho esposto non vorrà sfuggire alla sua sensibilità.
Cordialmente.
Suo Mario Calabria


La risposta:

Questa lettera che noi accogliamo sia perché è firmata da un giovane compagno, il quale affettuosamente condivise le sofferenze del carcere sotto le S. S. con il nostro Direttore; e sia perché poi essa è la conclusione di un cordiale colloquio avuto con alcuni compagni e partigiani genovesi, i quali riconobbero il valore sacro che la Casa dello Studente deve avere per ogni milite della lotta di liberazione e riconobbero i meriti del Sindaco compagno Faralli, che fra quelle mura fu seviziato: questa lettera è la risposta che, da parte dei giovani di cuore, attendevamo al nostro commento.
I punti essenziali del nostro corsivo erano appunto questi:

  1. nostro stupore che si parlasse con indifferenza e quindi senza riverenza di una Casa per le cui sale era passato tanto dolore, e nelle cui celle erano stati rinchiusi e tormentati tanti nostri eroici compagni, operai e studenti.
    Noi dunque accennammo agli studenti martoriati e nessuno ha alcun motivo di rimproverare il nostro giornale di non aver nominato Buranello , Fillak , Figuccio se ha letto bene il nostro corsivo ove si ricordava ai giovani: «molti dei vostri fratelli, studenti come voi, vi hanno ascoltato, con gli occhi impietriti, la loro condanna a morte».
  2. Nostro sentimento di protesta perché si favoriva con un linguaggio oblivioso, una sorda campagna contro il Sindaco di Genova, («usurpatore…») che era non solamente un vecchio combattente per la libertà, ma anche uno che dai giovani deve essere rispettato almeno perché nelle celle della Casa dello Studente aveva lasciato parte di se stesso.
  3. Nostro avvertimento onde la Casa dello Studente non fosse, sia pure contro i regolamenti, profanata da feste e distrazioni che noi, sportivamente riassumemmo nella parola danze.
    I giovani compagni, venuti da noi ci hanno dato garanzia su questi punti e noi ne siamo lieti, perché abbiamo sempre piacere quando ci troviamo di fronte a giovani sensibili ai valori morali.

Ma - ecco un ultimo punto - anche la politica è un atto che rientra nella sfera morale e su questo punto noi, pur apprezzando un'associazione la quale non fa politica ma raccoglie elementi di ogni tendenza politica, come era la Corda fratres e sono ora i sindacati, pur rispettando questa visuale, non la approviamo.
Il fascismo ha saputo anche troppo sfruttare questa «apoliticità» della massa, e su questo amorfismo o conformismo «qualunque» in cui ogni uomo perde la sua individualità per confondersi nell'anonima folla, per «fare massa», si è sempre basata ogni tirannia da quella intelligente di Napoleone a quella bruta di Mussolini.
Il dovere della gioventù è di orientarsi e di partecipare alla ricostruzioni politico-morale della Patria, appoggiando un programma definito. Seguire un partito non vuol dire seminar zizzania: in democrazia è utile la discussione e la discussione deve essere «ragionevole». Si può trovare una unità particolare su particolari problemi, costituendo quel comitato di liberazione studentesco che oggi è rappresentato appunto dal Cup.
A questo dovrebbero pensare i giovani socialisti, i quali in buona fede danno appoggio ad una corrente che non educa alla pratica politica, e quindi, per esempio, mancano alla disciplina di partito sia quando permettono o favoriscono attacchi a vecchi compagni degni di rispetto e sia quando difendono questi eccessi polemici scrivendo al giornale del partito, senza aver prima sentito il parere della federazione giovanile.
La «apoliticità» può far trascendere o deviare dimostrazioni di serio intento in forme chiassose e festaiole che non sono, come dicono gli stessi studenti, consone alla severità dei tempi e che non avverrebbero se fossero frenate dalla viva fiamma di un ideale politico.
Paragonino i giovani compagni la solenne, ordinata e seria dimostrazione «politica» fatta dalla massa lavoratrice genovese, domenica scorsa con la gazzarra fatta dagli studenti «apolitici» nel lunedì successivo: facciano il paragone e ne tirino le conseguenze vicine e lontane, d'impressione e di ragionamento.
Gli operai non hanno aprioristiche prevenzioni contro la gioventù studiosa, ma la gioventù studiosa ha il dovere di cancellare, con i suoi atti, tanti, tanti dolorosi ricordi del passato fascista, che noi non vogliamo rinfrescare, ma vogliamo cancellare, sotto il peso delle molte attenuanti doverose a questo proposito.
I giovani siano … giovani e cioè alfieri di idealità, difensori della libertà, della giustizia sino al sacrificio, come furono appunto i loro compagni morti sotto le sevizie nazifasciste per la loro fede… politica! L'apoliticità programmata scivola nell'antipoliticità ed è, comunque, un'offesa a quei martiri politici.
Se i giovani compagni nostri avessero sentito il valore e l'estensione spirituale di questa «attività politica», o non si sarebbero uniti alle offese gratuite, o le avrebbero impedite: avrebbero consigliato subito quel linguaggio riverente per la
Casa del dolore, che ora usa il compagno Calabria e la polemica non sarebbe nata.


Era il maggio del 1932 quando il neosegretario del partito fascista Achille Starace visita Genova ed è annunciato il progetto per un edificio destinato ad lapide alloggiare gli studenti fuorisede: dopo un anno, il 24 maggio 1933, inizia la realizzazione sulla collina del quartiere di Albaro17. A marzo del 1935 la casa, già operativa, sarà visitata dal principe Umberto di Savoia: ovviamente nell'atrio fanno bella mostra il busto del Primo ministro Benito Mussolini e del Re Vittorio Emanuele III mentre sventolano le bandiere con la Croce di San Giorgio (di Genova) e quella del Guf, Gruppo universitario fascista.
Lo scenario cambia radicalmente dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, quando diventa la sede della Gestapo (Geheime Staatspolizei, Polizia segreta dello Stato) e Friedrich Engel, capo della "29.Waffen-Grenadier-Division der SS" di Genova (Schutzstaffel, squadre di protezione) ne fa un luogo di tortura tanto da guadagnare il titolo di boia di Genova).

Nel dopoguerra, per cercare di dimenticare, i sotterranei della Casa dello Studente furono murati e l'edificio tornò a essere uno studentato. Sarà "riscoperto" solo alla fine del 1972 quando, durante un'occupazione del movimento studentesco, l'ex partigiano Livio che vi era stato prigioniero guidò gli studenti una parete murata tra il 1946 e il 1949; dopo alcune notti di lavoro, durante l'assenza del custode, il 18 novembre 1972 fu liberato il passaggio e il quotidiano Il Lavoro ne diede l'annuncio il giorno successivo.
Oggi quei locali costituiscono il "Museo della Resistenza Europea" che è possibile visitare.


1 Si può far coincidere con i giorni dall'armistizio dell'8 settembre 1943 alla Liberazione del 25 aprile 1945.
2 Comitato di Liberazione Nazionale
3 Don Enrico Giovagnoli (1876-1944), intellettuale fascista nato a Gubbio
4 "Godiamo ordunque …", Inno internazionale della goliardia
5 ordine del giorno
6 Vannuccio Faralli, primo sindaco di Genova del dopoguerra
7 Mario Roberto Berthoud
8 Impiccato
9 Il carcere di Marassi, in Val Bisagno
10 Alfredo Poggi (1881-1974), filosofo e politico
11 L'ex Campo di transito di Bolzano-Gries, lager nazista
12 (1910-1945), medaglia d'argento al valor militare
13 Giacomo Buranello (1921-1944), medaglia d'oro al valor militare
14 Walter Fillak (1920-1945)
15 I fratelli Pasquale (1920-1945) e Stefano (1925-1945) Figuccio (Jim e Stiv)
16 La Federazione internazionale studentesca Corda Fratres, fondata nel 1898, promosse convegni ispirati ad un'universale fratellanza studentesca e a un ideale di pace e solidarietà tra i popoli; tra i suoi soci ebbe Giovanni Pascoli e Guglielmo Marconi.
17 Su progetto degli architetti Mario Angelini e Mario Braccialini

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