Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

I cantori popolari genovesi
di Mario Oliveri

A Compagna – 1928

Filiberto Scalpelli, il geniale artista della caricatura, amante com'è di ogni manifestazione folkloristica, trovandosi di passaggio a Genova ha voluto assistere ad una prova della squadra di canto di S. Martino d'Albaro, e ne ha profittato per ritrarre con la sua magica matita, le sembianze dei singoli componenti.
Siamo lieti pertanto di offrire ai nostri lettori, nell'articolo del nostro egregio collaboratore avv. Mario Oliveri, i disegni che l'eminente artista romano ha eseguito per la nostra rivista.


Un pomeriggio primaverile, od estivo, o autunnale, a piacimento del lettore. Una viuzza - una «crêuza», - inerpicantesi per la collina grigia di ulivi incipriati, chiusa tra muri dal vecchio intonaco, coronati da cocci di vetro scintillanti al sole.

Costa Costa

Al di là, tra le «fasce», qualche casa rustica, celante in un manto di edera la propria umiltà per non urtare la pretenziosa chiassosità di un gruppo di costruzioni moderne, o la solenne imponenza di una villa signorile adagiata nel verde cupo del parco.
La viuzza, che davanti all'ampio cancello ha sostato, perdendosi in uno spiazzo più vasto, riprende a salire in volute più ripide. Incrocia altre «crose» dal rosso mattonato; pare si soffermi e voglia ad esse chiedere quante coppie di innamorati son passate di lì e quante ne passeranno ancora fino a sera; poi riprende la sua corsa, fatta ora di gradini corrosi e punteggiata da ciuffi d'erbe, fino a che ad una ennesima svolta si arresta, bruscamente tagliata dall'ampio nastro di una modernissima consorella maggiore, tutta superba del suo traffico polveroso.

Solari Solari

La piccola «crosa», quasi spaurita, ripiega, degradando a serpe tra il fosco di un cipresseto, finché, libera ora dai due muri, segue il solco di un'ortaglia a ridosso di un torrentello e, valicato un breve arco romano, dilaga in una radura solatia. In alto incombe il Fasce, sulla cui cima le nubi fuggendo hanno lasciato una sfilacciatura di bambagia; a sinistra Apparizione e i Camaldoli conversano fra loro coi molteplici eliografi delle finestre luccicanti; a destra, in fondo, Portofino ruba l'azzurro del mare e del cielo per rendere meno fosca la sua grigia mole.
Nella radura un gruppo di case addossate a una piccola macchia di platani e di quercie, su cui palpita al vento una gala multicolore. La croce rossa di San Giorgio folgora un'enorme bandiera bianca svettante sopra un caratteristica «têuppia»1 coperta di vite e di rampicanti a protezione di un vasto giuoco da boccie.
Si chiamerà l'osteria «do Fran a-o Ponte», o «do Luigin a San Giêumo», o «da Bice in Cianderlin», o di «Paolotti», o di «Töi», o de «Gheixe», o da «Fratellansa»… Poco importa la denominazione; siamo in una delle numerose osterie sparse per «le propinque ville» della vecchia e della Grande Genova, dove l'oste e, meglio, l'ostessa, le figlie e le serventi propinano alla clientela domenicale «gotti» e sorrisi.

Cagnoli Cagnoli

Sia essa la
«… ostaietta pe' Cianderlin,
ch'a pà despérsa fra i giäsemin2
»
cantata dall'amico Carbone, o sia quella
«… béttoa3 coverta de ramme4»
che il poeta Malinverni cercava ai suoi tempi «in sei terrapin», ora scomparsi per opera dei prosaici piani regolatori, il colore locale non muta.
Molta folla, in prevalenza uomini, ha invaso i «giochi», dove… non si gioca; preme e si pigia attorno ai rustici tavoli, dove tra uno scintillio di bicchieri s'erge un piccolo trofeo floreale. Seduti sugli sgabelli altri uomini - viso da marinaio, cipiglio da carrettiere, «grinta» da scaricatore, sguardo adusato a tutte le rudezze de «la vie au grand air» - i quali tra un sorso e l'altro ridono, parlottano, motteggiano rumorosamente.
Ma ecco che il parlottare si estingue; la folla attorno si acqueta con un'ultima ondulazione; dalle finestre soprastanti, dalla cancellata, dal poggiolo si affacciano visi freschi di donne intenti.

Massobrio Massobrio

Anche l'oste domina colla propria persona autoritaria il rettangolo di accesso al suo regno.
I dieci uomini del tavolo si sono alzati - un ritardatario tracanna l'ultimo sorso di rubino - un cenno, un rapido incrociare di occhiate e tosto un canto si eleva, poggiato su note gravi, finché uno svolazzio di «contralto», rincorso da una voce tenorile dà il tema, immediatamente commentato dai baritoni e ritmato dai bassi possenti.
Ora tutta la prodigiosa orchestra è in voce e l'onda sonora corre dalle smorzature al fortissimo con un andamento baldanzoso e irruente, picchiato dagli ultimi squilli del contralto, che incita il «pri-mo» all'attacco del «refrain».
I tempi si accelerano, si inseguono, sospinti dai suoni gravi e dal sapiente arpeggio di una voce chiusa - il «chitara», - che governa il ritmo travolgente.
Breve sosta: bisbiglio di ammirazione nella folla, fatta ora più attenta per la ripresa della seconda strofa.

Pittaluga Pittaluga

Qui il «refrain» ha un portamento più deciso; le voci escono dalle gole più calde e più fuse; non sono dieci cantori: è un solo mirabile strumento che lancia al sole l'inno di gioia e di baldanza con un finale di note sopracute, coperte dallo scroscio impetuoso degli applausi.
L'esaltazione della folla è al più alto diapason; visi rossi, occhi lucidi, gridi incomposti di «evviva» e di «bravi»; eppoi ancora applausi e tinnir di bicchieri…

Una nota personalità politica, in una sua recente visita alla nostra città, ebbe a dire che il popolo genovese, rude lavoratore e silenzioso curatore di traffici, «non ama il canto».
Vorrei chiedere in prestito l'erudizione dell'amico Rimassa per poter dimostrare come fin da tempi remotissimi, quando le nostre navi rosso-crociate correvano trionfali tutti i mari allora conosciuti, nelle lunghe calme della navigazione, o nelle ancor più lunghe soste nei porti levantini, i marinai liguri affidavano al canto la nostalgia della propria terra e le audaci imprese della propria razza.
E quei canti, nati sotto le stelle, o dopo l'ansito periglioso di una bufera, o dopo l'urto vittorioso di una battaglia, si diffondevano in lontani lidi, preda gradita di altra gente, che nelle voci dei liguri trovava la prima cellula, l'embrione, di una propria tradizione canora.

Rapetti Rapetti

Lascio questa, che potrà forse essere gentile leggenda, e torno ai «cantori» di oggi.
Se l'illustre uomo politico in uno dei pomeriggi festivi si trovasse ad assistere ad una qualsiasi delle molte esibizioni delle nostre «squadre» impropriamente dette di «bel canto», rallegranti le sagre delle nostre vallate, ritratterebbe senza dubbio la sua affermazione, poiché difficilmente in altra regione troverebbe cultori più appassionati del canto, inteso come spontanea manifestazione collettiva, polifonica, dell'anima veramente popolare.
E qui occorre subito precisare: parlo di «cantori» e non di «canzoni» genovesi, per non tentare nemmeno lontanamente di usurpare la benché minima particella di quella che è tradizione consacrata e indiscussa della terra Partenopea, anche se da qualche anno la canzone napoletana va imbastardendo la peculiare melodia della sua anima coi ritmi sincopati delle «trepidanti» musiche (?) d'oltremare!
Da noi esiste la tradizione canora in quanto che il nostro popolo canta le canzoni che sbocciano altrove.

Sciaccaluga Sciaccaluga

Non esiste, dirò cosi, la «produzione». Né sono finora sufficienti a contraddire la mia asserzione i troppo rari, anche se fortunati, tentativi di qualche nostro poeta o musico e dell'unico interprete genovese, re pregevolissimo di un… regno incontrastato perché inesistente.
Valga questo mio sfogo, molto obbiettivo del resto, d'incitamento a chi sente vibrare nei propri precordi l'ispirazione al verso e al canto nostrani; si moltiplichino questi e quelli e il sullodato sovrano abbia per lo meno una numerosa corona di principi ereditari!…

Il Genovese ha caratteri spiccatamente diversi dal napoletano. Non possiamo immaginare un «Bacciccia» «co-a chitarra e a luna», che «chiagne e canta» sotto «a fenesta d'a riggina» del suo cuore.
Per poco che sostasse, la finestra si spalancherebbe per mandare l'immalinconito amatore a farsi… benedire, quando non lo benedicesse direttamente una provvida rovesciata di catino.

Perone Perone

Genovese è il marinaio o il pescatore, o il barcaiuolo, che nella rudezza del proprio mestiere, nella lotta diuturna cogli elementi, non ha tempo da perdere…
«… so' stato tantu tiempo mieze a' via… t'aggiu chiamata e tu non si' venute…».
Il Genovese non sosta: se la sua «Marinin» non giunge, vuol dire che ha da fare anche lei, magari «e trenette cö pesto»!…
Genovese è il cacciatore, geloso più del suo fucile e del suo cane che della legittima consorte.
Un po' spaccone, come tutti i seguaci di Nembrotte5, divoratore di sentieri e di montagne, lo troverete, sul mezzogiorno, assiso con amici di «scagno» o di borsa al tavolo di un'osterietta, in atto di far onore ad un'abbondante fondina «de tiôu sciù sciûto». Né i folgoranti occhi della bella servotta varranno a fargli rompere la gradevole fatica.
Una guardata, un complimento, magari «un spellinsigôn6» dove mi so io, per convincerlo della possibilità di accendervi «i brichetti7», ma niente «suspire», niente «chiagnere pe' te!»… Oibò «E ce l'hai testa?…».

Sanguineti Sanguineti

Genovese è il bocciofilo, che conosce tutti i sassi, tutti i paracarri, tutti i buchi, tutti i ciuffi d'erba dello Zerbino meglio di casa sua. Potrebbe giocare a occhi chiusi. Sente «o ballin8» all'olfatto. «In camixetta9» state e inverno, a capo nudo, o tutt'al più coperto da un fazzoletto di lino con quattro nodi agli angoli. Maniche della camicia - finissima - rimboccate; scarpe collo «scroscio».
Ve l'immaginate questo ipotetico «sciö Parodi» interrompere la partita per imbracciare la chitarra o il mandolino e chiedere belando a un'ancor più ipotetica «sciä Genia»
«… si pienze ancora a me»
sarebbe preso a bocciate «in to coppusso10!».

I Cantori Genovesi hanno un po' dell'uno e dell'altro dei tipi sopradescritti e di altri consimili.
Allegri, buoni, fanciulli nell'anima. Gente che con un pugno potrebbe atterrare un toro, si intenerisce alla vista di un bimbo in lagrime.
Lavoratori indefessi hanno sulle spalle il peso di chissà quanti quintali imbarcati e sbarcati nella giornata; rubano le ore del riposo per trovarsi alla sera e «studiare» le ultime novità. Domenica c'è un «convegno» o «una gara» di «bel canto».
E obbediscono agli ordini di un loro capo spontaneamente riconosciuto, colla stessa disciplina con cui obbedirebbero al capo-stiva, o al capo-caravana, o «a-o prinçipà» nella fatica del giorno.
Si guardano negli occhi l'un l'altro. Il «contralto» fissa il «primo», i bassi guardano il baritono; il «chitarra» non guarda; pensa. A cosa pensa? Forse ai dispiaceri di casa sua, ai molti figli da mantenere, al recente infortunio che gli ha fracassato «o gosso in sciä caladda?»… Tutt'altro! Pensa ai tempi, non ai tempi «grammi» dell'oggi, e modula i ritmi in modo tale da dar dei punti ai più provetto tempista.

Benvenuto Benvenuto

E il canto, indipendentemente da ogni formula scolastica, ma con profonde caratteristiche di ritmi tradizionali e inalterati - i così detti «Trallalero» di origine antichissima - sgorga dal più perfetto «armonium» umano.

Non è forse ancora un anno l'occasione volle che ascoltassi per la prima volta un «convegno» di squadre Ne rimasi subito ammirato. Ogni squadra volta per volta saliva sul palco - una specie di «ring», senza pugni e senza spugne. Caso mai queste ultime potevano essere simboliche a volerle mettere in relazione colle numerose bottiglie di vino, che alla loro volta facevano il loro bravo convegno sul tavolo di centro.
Si cantavano tutte canzoni, o meglio, canzonette in voga: «Faro Blu», «Creola», «Tango delle Rose», eccetera.
Ad un certo momento si attacca «Pescatore a Pusilleco». In dialetto napoletano! e da genovesi, ma genovesi autentici!!
Pensavo: se vi sentono i Piedigrottai, vi accoppano!
Un'altra squadra, non so dove, ricordo ebbe a cantare:
«… Ah! com'è bella la staglione…»!!
Quella «staglione», anche se bella, non potei digerirla.
Era con me l'amico Magnone, il tanto noto e popolare «compagno», uno dei fondatori della nostra associazione. Gli dissi:
- Senta, sciö Gaitan, che proprio siano i nostri genovesi a voler cantare in un dialetto che fa «a casci e pugni» col «ciû bello parlà do mondo»?…
- Ma se son dieci anni che predico la stessa storia!…
- Vuole che le faccia conoscere chi potrebbe scrivere per questi baldi cantori qualcosa di più aderente alla nostra razza?…

Magnone Gaetano Magnone
Il padre putativo
della squadra

E ho scovato fuori un altro amico, anzi un amicone: il Ferrari. Breve: sono venutle alla luce «Ata o bassa d'Arvi l'è Pasqua», «Mazzo», «Campann-e de Pasqua», «E terrasse de Zena», «San Giambattista», tutte su parole del compianto Malinverni, cui il Ferrari era legato da profonda amicizia, e quella deliziosa «Ostaietta in Cianderlin» già nominata, canzoni che corrono oramai sulle bocche di tutti e sui dischi del fonografo, che le ha lanciate «a-i Zeneixi» delle Americhe.

La squadra che prima le ha divulgate è quella conosciutissima di San Martino d'Albaro, capitanata dal noto Fran.
Non per oscurare tutte le altre numerose e valenti, ma per essere stata la sola squadra a rispondere all'appello lanciato dalla Commissione del Cerimoniale della «Compagna» per volontà del suo vice-presidente, il prefato Magnone, intendo da queste colonne mandare, a nome dei «Compagni» tutti, il più fervido plauso ai bravi quanto modesti cantori di San Martino e il più caloroso incitamento a proseguire per la bella via intrapresa.
Altre squadre la seguiranno; pregevolissime ed encomiabilissime anche loro.
Quando fra qualche anno potrà avvenire che in una delle molte gare, che è da augurarsi siano svolte con serietà di intenti e con garanzia di giudizio, la «canzone d'obbligo», anziché essere la vieta «Partenza da Parigi», o «Passa la ronda», o «Rosignolo», sia una canzone genovese di dialetto e di sentimento, lo spirito implacabile del simpatico Magnone sarà acquietato, e non solamente il suo.

Era mestieri che tutte le nostre briose squadre della Liguria fossero accomunate in una forma associativa, che, lasciando loro ogni libertà di consuetudini, valesse a tutelarne quella caratteristica forma di arte popolare, salvaguardando il patrimonio delle nostre tradizioni canore.
La «Compagna» saggiamente ha provvisto e ha patrocinato il nascere della fiorente «Unione Ligure Squadre di Canto Popolare», aderente all'O.N.D.11, alla quale Unione sono con entusiasmo accorse le più valenti squadre nominate nel primo numero di questa Rivista.
Altre ne verranno e altre ne stanno sorgendo di nuova formazione. E' tutta una fioritura di «convegni» che settimanalmente si succedono, con interessamento sempre maggiore.
Ora non soltanto relegati nelle osterie, i Cantori nostri possono ben affrontare altri pubblici e salire altre pedane.
Le ultime manifestazioni testé avvenute e quelle altre che si succederanno confermano il mio dire.
Allo stesso modo che altre melodie ed altre canzoni e la riesumazione dei più antichi «Trallalero» possono dai forti petti dei nostri Genovesi far sentire la vera anima di questo popolo rude, sì, lavoratore, sì, ma essenzialmente buono e generoso.


1 pergola
2 gelsomini
3 bettola
4 frasche
5 personaggio biblico prode cacciatore
6 pizzicotto
7 fiammiferi
8 pallino
9 in maniche di camicia
10 collottola
11 Opera Nazionale del Dopolavoro, istituita dal regime fascista nel 1925

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