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    Pezzi di storia

Stare tra noi a Portofino
di Francesco Rosso

La Stampa – 25 agosto 1970

Settembre è la grande stagione del Tigullio - Una volta tutto l'arco del golfo era aristocratico e sofisticato - Rapallo è stata travolta dal turismo di massa, ma gli altri centri conservano la malinconica bellezza delle cose al tramonto: sono pieni di milanesi, larghi nello spendere, eccentrici come a Saint-Tropez - L'ora più vera di Portofino è la mezzanotte

L'estate sta doppiando il capo dell'autunno e su ogni spiaggia, credo, aleggia l'atmosfera di mestizia che scaturisce dalle cose avviate alla fine. Non così fra Santa Margherita e Portofino dove, anzi, si attende quasi con impazienza la conclusione dell'agosto e la partenza della gran massa dei bagnanti considerati intrusi su quest'arco di spiaggia che, nonostante il lento, inarrestabile decadere, conserva un sussiego aristocratico che non vuol cedere. «Verrà settembre, si dice in giro, e saremo di nuovo soltanto fra noi».

foto 1 Santa Margherita - Eccentricità
sul lungomare

Pare che da queste parti sia sempre stato così, con ospiti d'eccezione in luglio e settembre, e la gran folla di coloro che, per il lavoro, sono costretti alle vacanze in agosto ed a pigiarsi come sardine sulle scarse spiagge, sugli scogli, sulle piattaforme di cemento che riverberano un calore feroce.
Verrà, dunque, settembre per chi può fare vacanza quando vuole; ma torneranno da queste parti le clientele elette? Ecco un interrogativo cui molti non sanno dare risposta. I tempi in cui Portofino era tappa d'obbligo per una certa società che faceva crociere nel Mediterraneo su yachts vasti come transatlantici, sembrano tramontati.
Strano equipaggio
Qualcuno si spinge ancora nella famosa baia, come quel magnate tedesco dell'acciaio arrivato nei giorni scorsi con la bellissima moglie ed un gruppo di amici tutti biondi, tutti vestiti allo stesso modo, calzoni neri o viola, camicette di trasparentissimo crêpe de Chine nere o viola, gravati di collane e braccialetti d'oro, o similoro, che hanno dato spettacolo in un ambiente che pure non sa più stupirsi per averne vedute troppe. E c'è sempre Rex Harrison, seduto sugli sgabelli del bar «La Gritta» a prosciugare bottiglie di whisky. Ma gli inglesi che davano un tono a tutto l'ambiente sono migrati altrove.
Trovare le cause di questo lento decadere non è difficile, e la maggior colpevole del collasso fu Rapallo, che incominciò una politica di dilatazione della propria popolazione con scopi non ben precisi. In meno di vent'anni, Rapallo è passata da dodici a venticinquemila abitanti, con un'esplosione edilizia che ha travolto la fisionomia aristocratica di grande stazione turistica. Gliel'avevano data gli ospiti di un tempo: in inverno tedeschi, ma soprattutto inglesi, cioè coloro che avevano scoperto le bellezze del Tigullio, sul finire del secolo scorso, ed italiani in estate; con tanti ospiti di rango, monarchi, principi, granduchi, Lords, magnati dell'industria, gente che faceva propaganda indiretta e arrivava sul golfo, nelle ville e nei grandi alberghi, con folte comitive di amici a trascorrere intere stagioni, non i venti giorni di cui si accontentano i bagnanti attuali.
Un tempo, fino intorno al 1955, si diceva comunemente «Rapaggi» per indicare tutto l'arco di riviera fra Rapallo, Santa Margherita, Paraggi e Portofino, luoghi di villeggiatura raffinata; oggi, uno dei pilastri, Rapallo, è crollato sotto il peso dei villeggianti di massa, in agosto tocca punte di cinquantamila abitanti, una folla che si comprime entro una selva di cemento armato perché del verde non è rimasto nemmeno il ricordo.
La sola zona verde di Rapallo, mi dicono, è il campo di golf, che fino a ieri era a nove buche ed ora è in trasformazione per portarlo a diciotto. Ma per ingrandirlo hanno espropriato un bel po' di terreni intorno alla città, e poiché non si trovavano i soldi per pagare i proprietari che reclamavano, i contadini sono andati a fare il sit in sulle buche in attività, e non le hanno liberate finché non hanno ottenuto quanto gli era dovuto.
Decaduta Rapallo al rango di una qualsiasi città balneare, tentano di opporre resistenza Santa Margherita, Paraggi, Portofino, luoghi che conservano la malinconica bellezza delle cose al tramonto. Ci sono tanti milanesi, quasi esclusivamente milanesi, ricchi, meno ricchi, così così a finanze, tutti con un gran desiderio di esibirsi. Esiste una differenza sostanziale fra la Riviera di Ponente e quella di Levante; riservata, con un tono di aristocratica musoneria, talvolta con una punta di grettezza la prima, frequentata quasi esclusivamente da torinesi o piemontesi (con una moderata eccezione per Alassio, un po' lombardeggiante); vistosa, eccentrica, esibizionista quella di Levante, frequentata da milanesi in particolare e lombardi in generale.
Tanti antiquari
I porticcioli della Riviera di Ponente erano quasi totalmente deserti; yachts e barche d'una certa stazza, per via dello spavento provato con le indagini sulle bandiere ombra, sono fuggiti tutti in Francia, fra Mentone e Cannes. Il porto di Santa Margherita, invece, è affollatissimo di barche e yachts perché i milanesi, evidentemente, hanno capito che l'indagine sulle bandiere ombra sarebbe finita nel nulla: com'è accaduto, infatti.

foto 2 Portofino - «Shopping» tra le innumerevoli «boutiques»
della piazzetta

I milanesi saranno un po' bru bru, come si dice, ma è gente che non sta a migragnare sulle cento lire. A Santa Margherita, città con poco più di dodicimila abitanti, ci sono gallerie d'arte ed antiquari quasi quanti ve ne sono a Torino. In questi giorni sono in attività quindici mostre di pittura, tra personali e collettive, fra cui spicca quella di Novella Parigini che proprio a Santa Margherita, e grazie ai milanesi che ci vivono, ha trovato un certo rilancio per le sue donne-gatto, donne-albero, donne-sole, donne-luna. Perché i milanesi frequentano le gallerie d'arte, e comperano. E poiché moltissimi hanno l'appartamento a Santa Margherita, o lo stanno trattando, hanno gran lavoro anche gli antiquari, perché la loro casa al mare i milanesi la vogliono confortevole almeno quanto quella di città.
Gli stessi atteggiamenti si notano nel comportamento della gente, giovani o vecchi che siano. Nessun timore del ridicolo per l'eccentricità dell'abbigliamento; una vecchia tenda di pizzo, una tovaglia lavorata all'uncinetto possono diventare un abito strano. Molti dei giovani che la sera frequentano per l'aperitivo i bar prossimi al porto di Santa Margherita, o la piazza-palcoscenico di Portofino, dimostrano dì aver imparato la lezione di Saint-Tropez; si vedono tute di tela azzurra, che fa metallurgico, blue jeans sapientemente rattoppati, camicie indiane, ma tutto all'insegna della stranezza elegante, ricercata; persino i capelloni hanno un aspetto rileccato, come propagandisti dell'azienda di turismo.
La sera, nei locali notturni disseminati lungo la costa, al Barracuda, al Shangry la, al Covo di Nord Est, al Carillon di Paraggi, ch'è il più raffinato e costoso del Tigullio, si vede gente che spende le centomila senza trasalire, signore vestite da zingara, ma con la lunga gonna ben bassa sulle anche, ed il corpino ben alto a coprire appena il seno anche se non più giovanissimo, che frequentano le costose boutiques eleganti di Santa Margherita, o di Portofino. Ed ai tavoli, durante le soste fra un ballo e l'altro, si parla di crociere, già fatte o da incominciare, con lo yacht all'ancora nel porto di Santa Margherita.
C'è molta folla agostana, d'accordo, ma anche una clientela selezionata, che fa i bagni sugli scogli del Capo di Nord Est, oppure a Paraggi, ch'è ancora la spiaggia più elegante del Tigullio. Bagni sulle palafitte, perché l'arenile è così breve che non conterrebbe cento persone; ed i clienti dei grandi alberghi, o i padroni di ville e alloggi a Portofino, sono assai più di cento, e fare il bagno a Paraggi è ancor oggi tanto chic da non far rimpiangere la Costa Smeralda, perché di gente sopraffina, nostrana e di fuori, ve n'è ancora sul Tigullio, anche se in diminuzione.
Come a Venezia
Terminato il bagno, si va a Portofino per l'aperitivo e la cena; fa anche molto chic ancora bere il whisky alla «Gritta», pranzare al «Pitosforo», con certe botte di conti cui resistono impavidi soltanto gli industriali lombardi. Però, bisogna scegliere le ore giuste per trovare la strada un po' sgombra ed un posto per parcheggiare l'automobile; Nicola Abbagnano, ch'è praticamente cittadino di Santa Margherita, me le suggerisce; alle otto per l'andata, dopo mezzanotte per il ritorno.
In quelle ore, la massa dei gitanti torna ai piccoli alberghi, alle pensioni per famiglia, agli appartamenti, perché cenare a Portofino può essere proibitivo per i prezzi elevati. Dopo cena, molti tornano per il gelato, o la birra, in uno dei tanti caffè spalancati sulla piazza-porto, e ripartono verso mezzanotte, dopo un giro curioso alle innumeri boutiques che rendono Portofino simile ad uno sterminato, ma raffinato bazar.
Allora, sulla splendida piazza, un angolo di mondo unico, come Venezia, rimangono solo gli abitanti veri di Portofino, coloro che hanno comperato un alloggio di pescatori ed hanno poi speso decine di milioni per arredare due camere; finalmente liberati dagli intrusi tornano a sentirsi fra di loro. Il silenzio è assoluto, rotto solo dal brusio di conversazioni sussurrate nei bar eleganti e ormai semideserti, e dal miagolio di qualche gatto; lontani, come un'eco spenta, si odono i ritmi delle orchestre che suonano al Carillon di Paraggi. Perché a Portofino ogni rumore è vietato, anche la musica.

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