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    Pezzi di storia

Pasquino nell'antichità
di Carlo Pascal

"La lettura" Rivista mensile del Corriere della Sera – gennaio 1922

I1 Pasquino della Roma del Rinascimento, acre motteggiatore di papi e di principi, pronto a lanciare il breve epigramma, col veleno nella punta, che si ripeteva per migliaia di bocche ed era la più mordace satira politica, non ha avuto lontani progenitori nella Roma pagana?

Augusto Augusto
(Roma, Museo Capitolino)

Certo il suo più vicino antenato è nella Roma del Medio Evo, nel Pasquino scolastico, accademico, pedagogo, che si sbrigliava e liberamente effondeva la sua vena nelle occasioni delle gazzarre studentesche. Già anzi, anche prima del 1400, quando la poesia antiecclesiastica fiorì col decadere della fede, nei canti dei goliardi si hanno motteggi e rampogne contro il clero avaro e simulatore, contro i potenti, corruttori e corrotti. Ma questi elementi di poesia giocosa e aggressiva sono così insiti nell'anima popolare che ragionevolmente si può presumere di ritrovarli anche molto prima, nella vita turbolenta e varia di Roma pagana, in mezzo a quel popolo così insofferente di freni, agitato da passioni violente; a quel popolo che con minacciosi continui moti otteneva bensì che fossero possibili i repentini trapassi da infime condizioni agli alti fastigi del potere, ma quando questi trapassi avvenivano, non ristava di motteggiarli.
E fu il caso di quel Ventidio Basso, che da mulattiere giunse sino al consolato. Ed il popolo andò scrivendo per le vie di Roma:
 Accorrete, accorrete, auguri, aruspici,
 S'è avverato testé un prodigio insolito:
 Uno strigliava i muli, ed ora è console.

Come appunto per il Pasquino del Rinascimento, questo mezzo di satira popolare serviva per significare la protesta del popolo contro ingiustizie, abusi e corruzioni. Del famoso Verre, pretore in Sicilia e dilapidatore dei beni di quei ricchi proprietari, e sfacciato gaudente, i siciliani si vendicavano facendogli trovare fin sulla sua tribuna scritti i versi contro una donna da lui amata. A Roma la plebe si sfogò contro Cesare scrivendo sulla statua di lui:
 Bruto, che scacciò i re, fu console per primo;
 Questi che scacciò i consoli, in ultimo fu re.

Come è noto, il popolo aveva il sospetto che Cesare aspirasse alla dignità regia. Egli s'era fatto conferire il consolato, la dittatura, la prefettura dei costumi, il soprannome di Padre della Patria, una statua tra i re, un suggesto1 al teatro, una sedia aurea nella curia e al tribunale, una tensa2 e una portantina nelle pompe circensi, e templi ed are e simulacri presso quelli degli Dei, e pulvinari3 e flàmini4 e Luperci5, e la dedicazione di uno dei mesi, dal suo nome appunto nominato Iulius.
E se è vero quel che riferisce Cicerone, egli aveva sempre sulle labbra due versi delle Fenicie di Euripide, versi nei quali è detto che, se è da violare la giustizia, si violi solo per regnare. E' bensì vero che una volta alla plebe, che lo salutava col nome di re, egli rispose esser Cesare, non re, e nella festa dei Lupercali si tolse il diadema postogli sulla testa dal console Antonio, e lo offrì a Giove Ottimo Massimo, dicendo solo Giove essere re; ma in tutti questi infruttuosi tentativi non si può non vedere un'accorta, lenta preparazione ad un evento desiderato. Ed il popolo ne aveva il presentimento e rampognava Bruto come degenere nipote dell'antico Bruto, e lanciava sulla sua tribuna le scritte: «Tu dormi, o Bruto» e «Tu non sei Bruto» e sulla statua dell'antico Bruto scriveva: «Ah, se tu vivessi!»
Un altro atto di Cesare eccitò vivi risentimenti nel popolo: l'elevazione alla dignità senatoria di alcuni Galli, che egli aveva tratto nel suo trionfo in Roma. Immaginarsi che scandalo! il popolo li aveva visti poc'anzi nella pompa trionfale, vestiti alla foggia loro, con le larghe brache, come anche oggi usano i contadini di Francia, ed or li vedeva indossare la maestosa toga, che per avere la larga striscia rossa chiamata clavus tutt'intorno agli orli, si diceva appunto laticlavio. Ed il popolo se ne sfogò con due versetti; l'uno:
 «Trasse i Galli nel trionfo, or li tragge nella curia»;
l'altro:
 Le brache i Galli deposero e il laticlavio assunsero».

Ed eccoci ora ad un altro arricchito, e da umilissimo stato salito ad alta fortuna, Sarmento. E' uno dei personaggi oraziani, rappresentatoci al vivo, nella sua scurrilità mordace e pettegola. Chi non ricorda la famosa satira quinta di Orazio, la descrizione del viaggio a Brindisi? Giunta alla villa di Cocceio, l'allegra brigata si raccoglie a banchetto, ed assiste allo scambio di motteggi pungenti e di lazzi salaci tra Cicirro Messio e Sarmento.

Tiberio Tiberio
(Roma, Museo Capitolino)

Era questi un antico servo, che per protezione e favore era salito in ricchezza e potenza, ma che in seguito poi per vizii e dissipazioni perdette tutto e si ridusse a miseria estrema. Quando era stato servo era riuscito a fuggire, ma era stato ripreso e dal padrone condannato alla catena; di qui presso Orazio il motto di Cicirro, il quale gli domanda perché mai fosse fuggito e se avesse fatto dono ai Lari della sua catena. Per il suo spirito e la sua astuzia venuto in grazia ai potenti ed arricchitosi, aveva ottenuto un ufficio importante presso il questore, l'ufficio di scriba questorio, una specie di tesoriere di Stato; il che si diceva avere una «scrittura questoria». Tale ufficio conferiva anche, se non di diritto, almeno per consuetudine, la dignità equestre. Ora il popolo, sempre insofferente allo spettacolo di sfacciata ostentazione dei nuovi arricchiti, vedendo Sarmento sedere tra i cavalieri, gli lanciò contro l'epigramma: «Altra scrittura ha Sarmento, altra ne avrebbe voluto il popolo; abbia ciascuno ciò di cui è degno; Sarmento porti le grosse catene. Contadini, per non stare in ozio, qualcuno di voi leghi Sarmento».
Vi è un gioco di parole sulla scrittura questoria di Sarmento: ben altra scrittura, vi è detto, avrebbe voluto il popolo! Si allude certamente alla scrittura di «servo fuggitivo», che si incideva sui collari dei servi, quando dopo la fuga eran ripresi dagli antichi padroni. E l'epigramma finisce con l'augurare che si abbia ciascuno quel che gli spetta: Sarmento si abbia le grosse catene, e i contadini rompano gli ozii per occuparsi a legar Sarmento. Si ha anche qui doppio senso: sarmento significa anche frasca o ramicello secco; e i fasci di tali ramicelli si legavano per darvi fuoco all'occasione opportuna. L'augurio del popolo era dunque bene atroce: che Sarmento fosse legato con le catene ai piedi e che attorno gli si abbruciassero fasci di sarmenti!
Come abbiamo già accennato, questo poveretto non poté godere a lungo delle sue ricchezze: la prodigalità, l'ambizione ed il fasto lo trassero a rovina, sì da indurlo a vendere perfino i libri della sua azienda domestica. Ma sembra che la povertà non gli togliesse il buon umore, né gli rendesse ottuso lo spirito: giacché richiesto perché mai avesse venduto anche quei libri, rispose aver perduto bensì il patrimonio, ma non la memoria. Evidentemente la perdita del patrimonio lo dispensava da nuove registrazioni in quei libri e la sua memoria gli conservava vivo il ricordo delle antiche.

Neppure Augusto fu immune dai morsi della malignità popolare. Nei tempi che a lui seguirono, il nome e la figura di Augusto rimasero quasi venerandi e sacri, ed il suo esempio e il suo ricordo furono invocati quali monito e rimprovero ai degeneri successori; ma durante la sua vita il popolo con maliziosa curiosità ne andò scrutando vizii e difetti, ed esagerò qualche sua bizzarria o capriccio, e di tutto fece argomento di acre satira. Dei suoi conviti si narrarono strane cose; che fossero dodici in tutto i banchettanti, sei maschi e sei femmine, e ciascuno vestito alla foggia e con gli attributi di una delle maggiori divinità, sicché tutti insieme raffigurassero i dodici dei detti Consenti, gli dei maggiori di Roma, i cui nomi Ennio aveva racchiuso in due versi:
 Giunon, Vesta, Minerva, Marte, Diana, Cerere,
 Giove, Mercurio, Venere, Nettun, Vulcano, Apollo.

E Apollo era proprio lui, Augusto! Ne corse per le bocche di tutti un epigramma molto salace, in cui si canzonava questo banchetto di dei, e si mordeva Augusto qual mentito Apollo, cui le cene erano occasioni di disordini, e si conchiudeva col presentare i veri dei fuggenti dalla terra per l'abbominio del sacrilegio.
Ecco l'epigramma, in cui il nome Mallia del secondo verso ha dato luogo a molteplici congetture: noi crediamo probabile fosse il nome di una mima, presso cui fosse celebrato il festivo simposio:

Nerone Nerone adulto
(Roma, Museo Capitolino)

 Si adunarono a mensa costoro col loro corego6.
  Mallia accosto alle mense vide sei dii, sei dee.
 Cesare empio, faceva le mentite parti di Febo,
  E consumava a cena adulterii divini.
 Tutti allor dalla terra lontano fuggirono i Numi;
  Fuggì da quel dorati letti lo stesso Giove.

E' giustizia dire che da questo fatterello mal si argomenterebbe che Augusto avesse tali abitudini di stravizi e di lussuriose mollezze. Per contro della sua abituale frugalità e sobrietà, della scelta severa dei convitati, del suo fermarsi poco a mensa, recandovisi ultimo e partendone primo, e certo per attendere a tutte le infinite occupazioni dei pubblici affari, fa buona testimonianza tutto ciò che narra Svetonio nei capitoli dal 74 al 78 della sua biografia.
Durante il triumvirato di Antonio, Lepido ed Ottaviano nel 711 di Roma, sulla statua di quest'ultimo si trovò scritto:
 Mio padre fu banchiere, io son Corinziario.
Chi scrisse il verso prestò fede e dette credito ad una fama che corse in Roma, e che cioè Ottaviano, perché cupidissimo dei preziosi vasi Corinzii, facesse proscrivere qualcuno che ne aveva insigne raccolta, per impadronirsene: una fama, come è evidente, di stile troppo neroniano, perché noi possiamo per Augusto accettarla. Gli antichi per altro riferirono che nella proscrizione fatta da quel tristo triumvirato, Ottaviano si mostrò insolitamente crudele.
Come è noto, il partito Pompeiano non era finito con la morte di Pompeo, ed Ottaviano dové per alcuni anni combatterne le milizie superstiti, che erano capitanate dal figlio del duce, Sesto Pompeo. Questi occupava la Sicilia e quasi tutto il mar Tirreno, e nel 716 di R. riuscì ad infliggere ad Ottaviano doppia sconfitta navale. Dové correre la fama che Ottaviano si consolasse o si stordisse col giuoco, giacché contro di lui si divulgò per il popolo l'epigramma:
 Due volte vinto in mar perdé le navi:
 Per vincer qualche volta il giuoco or tenta.

A quel medesimo anno si riferisce un altro verso mordace, in greco. Fu provocato da uno scandalo di corte, il matrimonio di Ottaviano con Livia, già moglie di Tiberio Claudio Nerone. L'antico marito si diportò in modo abbietto: la dotò qual figlia, intervenne al banchetto nuziale, né ebbe risentimenti, mortificazioni e vergogna per la procacità dei fescennini7. Tre mesi dopo, Livia dette alla luce un bambino, e passò allora in proverbio il verso motteggiatore:
 I Numi hanno figlioli anche in tre mesi!

Anche contro Tiberio si sfogò la Musa popolare. Il torvo imperatore, che fu innegabilmente superbo, diffidente, sospettoso e crudele, eccitò, anche prima di salire al trono, fieri odii; e l'esercizio del potere, aumentando a dismisura le occasioni dei biechi sospetti suoi e delle crudeltà che ne erano le conseguenze, gli suscitò contro avversioni sempre più salde e bramose di vendetta. Tacito fa menzione di invettive popolari divulgate contro di lui per l'indole crudele e superba e per le discordie con la madre. Alcuni di questi epigrammi ci sono stati conservati da Svetonio; ma per non avere egli spiegato le occasioni di essi e i fatti cui alludevano, essi non sono di facile intelligenza. Uno degli epigrammi riguarda l'esilio a Rodi, esilio durato, dal 747 in poi, otto anni, e che contribuì forse non poco ad inasprirgli l'indole. L'epigramma gli rinfaccia la povertà e l'esilio: sarà la risposta dei Rodii ai suoi vantamenti ed alle manifestazioni altezzose della sua superbia! Un altro epigramma riguarda il suo contegno ostile contro la madre:
 Aspro e crudel tu sei: vuoi che tutto io dica in un motto?
 Possa io morir, se puote anco tua madre amarti!

Ottone Ottone
(Roma, Museo Capitolino)

La madre, Livia, no non poteva amarlo, perché Tiberio continuamente ne mortificava l'ambizione e ne fiaccava l'orgoglio. Sospettoso di ogni suo atto, l'ammonì più volte che gli affari di Stato non si addicono a donne (e quante donne dell'impero vollero indebitamente ingerirvisi!), vietò che fosse chiamata madre della patria, che a sue spese dedicasse ad Augusto una pubblica statua, e convitasse in tale occasione i senatori e i cavalieri e le loro mogli.
Scoppiarono più acri le inimicizie in occasione di un negato favore ad un protetto di Livia. Questa, furiosa d'ira e di stizza, mise fuori un'antica lettera di Augusto a lei diretta, in cui si accennava alla natura caparbia e scontrosa del figlio. Naturalmente il dissidio divenne più aspro ed aperto, né mai più, per quanto le durò la vita, Livia poté riconciliarsi con lui.

Non erano lontani i tempi, nei quali le commosse fantasie avevano sperato una nuova palingenesi dell'età dell'oro, e tra pochi anni, al principio del regno di Nerone, dovevano tornare quei sogni e quelle bramose aspettazioni. Quanto più triste e desolante era lo spettacolo delle pubbliche cose, più vivo si accendeva il desiderio di un umano rinnovamento, e con maggior impeto gli animi si protendevano verso un migliore avvenire. In un'età di così fervide speranze il regno di Tiberio era una delusione ben triste, e rimane ricordo nella satira popolare:
 Hai mutato natura, o Cesare, ai secoli d'oro:
 Finché tu sarai vivo, saranno sempre ferrei!

All'avidità del bere, per la quale fin da giovane fu motteggiato col nome di Biberius Caldius Mero invece di Tiberius Claudius Nero, ed insieme, alla sua voluttà sanguinaria, si riferisce un'altra terribile pasquinata:
 Ora ha nausea del vino, perché solo ha sete di sangue;
 Avido il beve, come prima beveva il vino.

Infine un carme popolare di sei versi paragonava Tiberio, venuto al regno dopo l'esilio di Rodi, agli altri che, esiliati o proscritti, eran riusciti a tornare a Roma e l'avevano empita di stragi: Sulla, che aveva assunto il nome di Felice, ma non era stato certo felice per Roma; Mario, anch'egli reduce a Roma ed anch'egli crudele, Antonio, le cui mani erano lorde di sangue; e l'epigramma conchiudeva:
 Roma dunque perisce; regnerà in mezzo alle stragi
 Solo colui che al regno pervenga dall'esilio.

Non è propriamente una pasquinata: è un carme desolato e nel ricordo delle passate sventure di Roma e nel presagio delle future. Tiberio non vi è espressamente nominato o copertamente accennato; ma è presente allo spirito e dello scrittore e del lettore: e dai tre esempi citati e dal quarto taciuto, eppure evidente, si trae quasi la conclusione di un fato avverso, che pesi anche per l'avvenire sulla città sventurata.

Dei versi popolari diffusi contro Nerone, o per l'orrore del matricidio o per le pazzesche mostruose magnificenze della Casa aurea o per altre stravaganze e bizzarrie, non parlerò qui, avendo avuto occasione di toccarne recentemente, discorrendo di Nerone nel sentimento popolare e nella letteratura dell'età sua. Ma ai tempi stessi di Nerone è da assegnare un arguto epigramma satirico contro uno che poi fu imperatore, Ottone. Questi, splendido giovane, ed a Nerone strettissimo per vita e per vizii comuni, si era perdutamente innamorato di Poppea Sabina, astutissima donna, pronta sempre a concedersi per ambizione o per calcolo. In breve, fatto divorzio dal marito Rufo Crispino, essa divenne moglie di Ottone. Ma qui cominciarono i guai per il malaccorto e ardente amico dell'imperatore; giacché l'adocchiò Nerone e ne fu cupido, e a sentirne le sperticate lodi che ne faceva Ottone innamoratissimo, più si accendeva la sua cupidigia; e Poppea, prima con le lusinghe, gli adescamenti e le seduzioni, ne infiammò i desideri; poi quando il vide conquistato, con le ripulse. Infine Nerone, per torsi interamente dinanzi l'incomodo marito e rivale, lo mandò governatore nella Lusitania. E il popolo lanciò l'epigramma su questo onore, che era un esilio:
 Voi dite: perché Ottone con mentito onore va esule?
 Cominciava già ad essere di sua moglie l'adultero!

Ottone partì, ma non dimenticò, e fu poi tra i primi ad aderire alle sedizione di Galba.

Anche il bieco Domiziano, il «calvo Nerone», come la plebe lo chiamava, ebbe la sua parte in questa letteratura satirica popolare. A proposito di un suo editto sul taglio dei vigneti, un bello spirito adattò a lui certi versi di un poema greco, nei quali la vite diceva al caprone che la distruggeva:
 Divorami per tutta: io vò tanti frutti produrre.
 Quanti libar ne occorre a immolarti, o caprone!

Per Domiziano il secondo verso fu adattato così:
 Quanti libar ne occorre per immolare Cesare!
L'epigramma si sparse per la città e fu rapportato a Domiziano, che, superstizioso e pavido a questi oscuri presagi di morte, ritirò l'editto.
Pochi giorni prima che egli fosse ucciso, si divulgò la voce che nel Campidoglio una cornacchia avesse pronunziato in greco: «tutto andrà bene». E la plebe vi prestò fede, ed interpretò le parole come annunzio della prossima liberazione dal tiranno, e vi fu chi ne trasse l'epigramma:
 Pocanzi la cornacchia, che sta del Tarpeio sul culmine,
 Non poté dir: «va bene»; disse: «bene sarà».

Infine porrò un epigramma contro un imperatore, che fu molto caro ai Cristiani, Costantino. Ahimè! il popolo lo paragonò addirittura a Nerone e sulle porte del Palatino appose nascostamente una tabella col distico:
 Chi può desiderare di Saturno i secoli d'oro?
 La nostra età è di gemme: gemme neroniane!

In verità si può affermare che non nella sola età di Costantino Roma fu così gemmea e così neroniana; e per questa parte il Pasquino del Rinascimento troverà nella Roma dell'età sua molteplici le occasioni ai suoi motti salaci.


1 palco
2 carro a due ruote
3 pulvinare era il letto o palco imperiale
4 sacerdote dedicato
5 sacerdoti dedicati al dio Luperco (identificato con il lupo sacro a Marte)
6 direttore del coro
7 canti nuziali, popolari e licenziosi

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