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    Pezzi di storia

Antiche navi da guerra a remi (4/4)
di Vernard Foley e Werner Soedel

Le Scienze – giugno 1981

(precedente)

Poiché abbiamo supposto che la nave bersaglio fosse immobile in attesa dell'attacco e che offrisse all'attaccante la fiancata, questo problema della deviazione del tiro potrebbe non apparire tanto grave. Anche il rollio della nave doveva incidere, per quanto in piccola misura, sull'elevazione della catapulta, così come la lieve sbandata della nave a ogni remata dei vogatori. Nonostante il grande rapporto tra lunghezza e larghezza della polireme, la prua si sollevava leggermente durante la palata, e si abbassava subito dopo. Anche col mare calmo queste irregolarità potevano essere determinanti quando si tirava a un bersaglio basso a lunga distanza. Inoltre, quando la nave bersaglio era immobile in acqua, eventuali perdite inflitte ai vogatori avrebbero avuto conseguenze meno disastrose di quelle sofferte da una nave in movimento.

stabilità Quattromila vogatori assicuravano la propulsione a questa mostruosa nave da guerra a due scafi fatta costruire da Tolomeo IV ad Alessandria verso la fine del III secolo a.C. Secondo la descrizione attribuita al greco Calisseno, conservata negli scritti di Ateneo e di Plutarco, la tessarakònteres, nave di quaranta rematori per ogni gruppo di remi, aveva due scafi ed era lunga 280 cubiti (128 metri); una volta trasportò 2850 fanti e 400 marinai di coperta. In questa ricostruzione degli autori, secondo uno schema elaborato da Lionel Casson dell'Università di New York, otto uomini sono assegnati a ciascun remo nei quattro banchi superiori, sette nei banchi di mezzo e cinque nei banchi inferiori. Accettando questa disposizione degli uomini in sezione, ogni fila longitudinale di uomini avrebbe dovuto comprendere cento uomini per dare il totale complessivo di 4000. Secondo i testi antichi, i remi più lunghi misuravano 38 cubiti (17,5 metri). La grande stabilità del catamarano ne fece la piattaforma ideale per grandi catapulte. Non c'è però alcuna prova del fatto che questa nave sia mai stata impegnata in battaglia.

Pare quindi, in complesso, che le catapulte fossero in grado di neutralizzare almeno parte della minaccia rappresentata dagli speroni e dalle tattiche di abbordaggio, tornate di moda. Le catapulte fecero la loro comparsa al tempo giusto per spiegare i mutamenti osservati nella disposizione dei vogatori: i loro livelli di prestazione erano sufficienti a mettere fuori combattimento i vogatori se non ad affondare le navi e le loro caratteristiche di fuoco da piattaforme su navi erano tali da scoraggiare ogni tentativo di speronamento. L'accresciuta stabilità dei catamarani li rese particolarmente idonei come piattaforme per catapulte. Rimane da spiegare perché, dopo il 250 a.C., tali grandi navi da guerra tornassero a sparire di nuovo dalla scena, per essere sostituite da triremi o da navi ancora più piccole.
La ragione dev'essere stata almeno in parte tattica. Pare che la lentezza delle poliremi più grandi abbia incoraggialo l'evoluzione di tattiche di disturbo da parte di navi più piccole e più veloci. Alla battaglia di Chio, nel 201 a.C., per esempio, piccole navi aperte chiamate lemboi1 furono efficaci nel sottoporre a ripetuti attacchi le più pesanti navi di Rodi. Dopo l'attacco iniziale, quando le navi più grandi non si trovavano più nella formazione ordinata iniziale, i lemboi si insinuarono fra loro, ne danneggiarono o impacciarono i remi e ne spaccarono i timoni laterali. Un'insufficienza strutturale della catapulta le impediva di tirare a bersagli che si trovassero ad angoli inferiori all'orizzonte; ciò significa che una zona di sicurezza parziale circondava una grande nave armata di catapulte per quelle imbarcazioni che fossero state così piccole da insinuarvisi. Pare purtroppo che non esista però alcuna attestazione di piccole imbarcazioni che siano riuscite a insinuarsi fra gli scafi gemelli di catamarani, protette in parte dai posticci, distruggendone i remi su entrambe le fiancate.
Questa è un'idea interessante, ma sappiamo che almeno parte dei catamarani avevano gruppi di speroni che sporgevano fra i due scafi, impedendo l'ingresso nello spazio intermedio.
Il declino delle grandi navi a remi può essere ricondotto in parte anche ai grandi eventi politici del tempo. Con l'espansione di Roma, che mise fine alle rivalità fra i successori di Alessandro, la marina romana limita sempre più la sua azione a compiti che richiedevano navi più piccole e più veloci, come quello di liberare i mari dai pirati. Nell'ultima grande battaglia navale dell'antichità, quella di Azio, nel 31 a.C., le navi pesanti di Antonio furono sconfitte dalle navi più leggere e più veloci di Ottaviano dirette dall'ammiraglio Agrippa. Quest'ultimo aveva aggiunto vari ritocchi tattici che contribuirono al successo, come il lancio di grappini2 per mezzo di catapulte e di proiettili incendiari, alcuni dei quali pare venissero lanciati nello stesso modo. Le dimensioni e la complessità dei nuovi imperi richiesero una maggiore versatilità alla loro marina, cui furono affidati compiti come blocchi navali e il pattugliamento dei mari. I costi molto maggiori delle grandi poliremi, sia in uomini sia in materiali, contribuirono a determinarne il declino nel periodo imperiale. Anche Roma dovette ridurre al minimo le sue spese militari.

Una volta iniziato il declino di Roma, diminuì ancor più nella costruzione di navi l'insistenza su un uso sofisticato dell'energia muscolare umana. Dopo il 325 a.C. circa non si parla più di triremi. La nave da guerra a remi più diffusa dei periodi tardoromano e bizantino, il dromone3, si affidava per l'offesa soprattutto al fuoco greco4. Questo antico agente incendiario poteva essere proiettato per mezzo di una sorta di lanciafiamme oppure contenuto in un recipiente che veniva lanciato con una catapulta. Di solito i dromoni avevano due banchi, e ogni remo era azionato da uno, due o tre vogatori.
La successiva importante innovazione nelle navi a remi si ebbe all'inizio del Trecento, con lo sviluppo delle galee quando gli italiani introdussero il sistema di voga a zenzile (sensile, cioè singolo), che raggruppava i remi in gruppi di tre, ciascuno dei quali era manovrato da un solo uomo, come nella trireme. La novità consisteva nel fatto che i tre uomini erano seduti l'uno di fianco all'altro su una panca comune, collocata obliquamente nella nave in modo da poter vogare senza disturbarsi reciprocamente. Probabilmente la ragione principale per l'introduzione del nuovo sistema va vista nel centro di gravità più basso e nella maggiore stabilità che esso consentiva rispetto alle navi a due banchi. In Europa si era diffusa da poco tempo la bussola, la quale permetteva ora di navigare a vela con maggiore fiducia con tempo meno buono; le galee che scortavano i convogli dovevano essere in grado di avventurarsi in alto mare in condizioni che sarebbero state proibitive per le loro antenate greche.
Il mutamento finale nella progettazione delle navi a remi ebbe luogo attorno al 1550, quando il bisogno di trasportare pesanti cannoni costrinse a tornare alle galee dallo scafo lungo, con vari vogatori per ogni remo. Benché i cannoni trasportati su tali navi fossero montati in modo da sparare solo in avanti, il loro peso comportò molti mutamenti assimilabili a quelli associati, quasi duemila anni prima, al trasporto delle catapulte. Il futuro apparteneva però a navi da guerra in grado di sparare massicce bordate senza l'impaccio della presenza dei remi e dei loro vogatori lungo le murate. Dopo la battaglia di Lepanto, nel 1571, il ruolo delle galee declinò e dopo un'ultima fase di sopravvivenza limitata in mari interni come il Baltico esse scomparvero completamente. All'epoca della loro eclisse le navi a remi avevano alle loro spalle un'esistenza, nei mari del mondo occidentale civilizzato, durata quasi due millenni e mezzo: una sopravvivenza notevole dell'uso diretto della potenza muscolare umana in una cultura che si avvicina a essere dominata in misura sempre crescente dalla macchina.


1 Il lembus aveva un unico banco di remi, senza vele: veloce e manovrabile, in grado di trasportare 50 uomini oltre ai rematori
2 Piccoli ancorotti senza ceppo
3 Nave con fondo appiattito e scafo tozzo, dotata di sperone posto in alto per danneggiare i banchi di voga delle navi nemiche; aveva un castello a poppa e uno a prua: da quest'ultimo si lanciava il fuoco greco.
4 Probabilmente una miscela di nafta, alcol, nitrato d'ammonio e zolfo, che prendeva fuoco quando veniva a contatto con l'aria o con l'acqua.

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