Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Dove si fabbricano e riparano barche
di Umberto Ferraris

Stampa Sera – 20 aprile 1937

Un mastro d'ascia tenace in un cantiere in miniatura - Si ripara una chiatta ricordando la vita di un veliero - Il molo a mezzogiorno - Colazione alla genovese

Di qua dal molo che divide il porto, il porticciuolo «Duca degli Abruzzi» ostenta la raffinatezza delle sue imbarcazioni, in una sensazione di maestro d'ascia «salotti mondani» che si siano trasferiti nell'acqua. Di là, dove il mare, se infuria, già è mare libero di esplodere, Baciccia Dall'Orso ha eretto il suo cantiere in miniatura. I suoi compagni di una volta hanno nella maggior parte ceduto al tempo.
Mestiere in disuso quello del mastro d'ascia! Taluno vive a Chiavari rimpiangendo i bei dì in cui i giovani ingegneri saputi e petulanti non erano giunti a mettere in fuga dai cantieri l'abilissima categoria dei mastri d'ascia. Tal'altro a Rapallo, a Santa Margherita, a Camogli e a Recco consuma la sua vecchiezza, narrando, quando il sole è tepido, ai suoi nipoti le vicende liete e tristi dei «barchi» che recavano per il mondo il segno e la prova delle sue mani sapienti.
Baciccia Dall'Orso non ha ceduto.
«Il legno c'è…»
Quasi a disfida degli ingegneri che creano i gioielli marinari che fanno del porticciuolo «Duca degli Abruzzi» una macchia bianca ondeggiante dolcemente, ha disteso gli attrezzi suoi contro la scarpata che sembra un tentativo della spiaggia di non cedere al muraglione di corso Aurelio Saffi, ha costruito un breve scalo per le barche che ancora escono dalle sue mani e con una maestranza dì aiutanti che non giunge a sei persone (i suoi figli compresi) ha continuato il suo mestiere. In Genova. Non sopportando l'umiliazione di andare a lavorare in un borgo, a Pra, a Voltri o ad Arenzano.
«I tempi non sono più quelli, è la sua prima dichiarazione quando vado a trovarlo, ma…» non esprime il suo pensiero se non con gli occhi nei quali è facile leggere una cocciuta volontà di non cedere: «Vede, continua, barche nuove da costruire poche. Ormai vanno tutti a ordinarle a Varazze o altrove…» ha un moto di dispetto… «Perché poi? Io sfido tutti i costruttori moderni a fare un «gozzo» che tenga il mare come i miei».
Un giovane si avvicina «Sciö Baciccia il legno c'è. Vuol dirci quanto ne dobbiamo tagliare?» Il vecchio mastro d'ascia mi fa cenno di seguirlo. Lasciamo una grossa chiatta che pavoneggiantesi in mezzo al cantiere evoca certi scenari da teatri di provincia per «La nave» di Gabriele D'Annunzio. Attraversiamo la breve spiaggia ingombra di scheletri di barche, di vecchi gozzi che hanno la poppa o la prua tagliata.
Baciccia Dall'Orso guarda il lavoro dei suoi aiutanti con uno sguardo rapido. Mugugna: «Non hanno più passione», osserva, corregge.
Visto dinanzi a una barca muta viso. Sembra che la vecchiezza che gli fa strascicare il passo scompaia, gli occhi diventano brillanti. I gesti secchi, espressivi.
«Prima di cominciare il rivestimento bisogna vedere lo scheletro. Amia Reliö… Questa "stamanea"1 non tiene».
L'aiutante che è chiamato lo guarda con ammirazione che si accompagna a timore.
«Il lavoro del calafato, aggiunge a un altro, è lavoro di pazienza». Il giovane che stava con stoppa e pece chiudendo le giunture di una barca ormai riparata alza il viso. «Amia chi… Ti sembra calafatare questo?».
Crolla il capo. Prosegue: «Quando imparavo, se avessi lavorato come qualche giovane d'oggi, quella buon'anima del «Diavolo» (ogni mastro d'ascia che si rispetti ha un suo soprannome) mi avrebbe spedito a casa con un solo calcio».
Nulla è sciupato
Tira fuori dalla tasca uno spago. Adocchia il tronco che ci è dinanzi. Fa calcoli mentali. «La chiglia…» con lo spago misura il tronco in dipinto lunghezza «la prendiamo dalla parte centrale». Riguarda il tronco. Immagina la barca che sta per nascere. Sembra la disegni con la mano. Le «stamanee (listelli curvi dello scheletro) escono di qui…». Si china sul tronco. Ne chiude con le mani una parte. Si rivolge al giovane che gli è vicino: «Hai compreso?». Quello fa segno che si.
Attraverso le indicazioni di lui, i gesti, il disegno che si vede nascere nel pensiero, il tronco sparisce, lascia il posto ai pezzi già segati, piallati e curvati che u' sciö Baciccia vede e indica. La chiglia s'appoggia come un guizzo ligneo sui puntelli. Le «stamanee» sono a poco a poco curvate a fuoco e acqua. Aggiunte alla chiglia formano uno scheletro bianco che rivestito si staccherà dai puntelli per scendere in mare.
Dove le maestranze lavorano di macchina numerose e concordi la barca nasce come un oggetto.
Qui sorge umana viva, innamorata del mare come il suo genitore che la crea in sé prima che nella realtà. «Questi - continua Baciccia Dall'Orso indicando alcuni grossi chiodi ricurvi - possono servire per gli "scarmi"2».
Il senso dell'economia è in lui evidente. Nulla è sciupato. Nulla può essere disperso.
«Che vuole, mi dice, bisogna utilizzare tutto se non si vuole rimettere…», guarda in giro quasi a convincersi di dire la verità. «Però legno che non ha paura del mare il mio. Si fa presto a dire: faccio una barca. Bisogna vedere il legno prima. Il legno è tutto».
Batte con la nocca della mano l'anima del tronco. Ne ascolta il suono, come un cassiere ascolta il suono dell'oro.
«Sente? Di qui uscirà una barca che passerà di padre in figlio». Sorride soddisfatto. «Ieri ho incontrato ö neigrö. Scia ö cönösce? Ha una mia barca da quaranta anni».
L'aiutante comincia a segare il tronco, ö Baciccia lo vigila. Tratto a tratto lo sostituisce perché il filo del taglio non obbliqui… «Continua cosi, hai compreso?».
Torna alla chiatta. «Vede ? Dovrebbe essere nuova. Invece fa acqua che è una pena. Colpa del legno. La poppa non regge più».
La chiatta è sfondata a poppa, sì che la chiglia sembra un osso che esca da una carne malamente ferita. Baciccia Dall'Orso completa l'opera dello sfondamento brontolando: «E' marcio che pare in acqua dal tempo di mio nonno. Bei lavori… Gli ingegneri li fanno. Noi dobbiamo ripararli».
Lavora brontolando alla sua maniera. «La Maria Teresa che uscì dal mio cantiere trent'anni fa tiene ancora il mare che è un piacere a vederla».
Tento di approfittare del nome del piccolo veliero per farlo parlare. Ma ö Baciccia finge di non udire. Quando lavora non risponde. Da buon genovese al cento per cento non parla se interrogato, è disposto a narrare la storia della «Maria Teresa» della «Santa Maria» della «Rosetta» e di quanti altri velieri ricorda, quando gli pare e piace. In fondo non parla per far piacere a chi l'ascolta, ma per il piacere di ricordare a se stesso.
Il sole incendia la breve spiaggia cantiere-scalo.
Ö Baciccia continua imperterrito a segare, a staccare i pezzi che si sbriciolano, a gettare lontano il legno ormai inutile. A tratti s'asciuga il sudore, beve ad una gran tazza, approfitta della breve sosta per guardare in giro, dare un suggerimento, fare un'osservazione.
«Troppo fuoco per curvare quel listello Reliö».
«Meglio, piano e dritto che in fretta e storto, Giancö».
Con le dita ascolta qua e là la chiatta a poppa. «E' peggio di quel che credevo» brontola. E riprende a liberarla della parte malata con la cautela e la velocità di un chirurgo dall'occhio fino a dall'orecchio avvezzo.
«La Maria Teresa, riprende ad un tratto senza smettere il lavoro, aveva uno scafo che se ne infischiava del mare. Quando aveva le vele gonfie sembrava volasse sull'acqua».
Un colpo di cannone
Guarda il mare lievemente increspato. Sembra che riveda il veliero snello. «Me l'aveva ordinata padron Razeto. Ci avevo messo il mio cuore dentro. Scia s'immagine ö spagnollö (altro mastro d'ascia) andava dicendo che meglio della sua Rosetta non si poteva fare». Ride soddisfatto al ricordo. «La Maria Teresa s'è messa navigare da mattina a sera e da sera a mattina. Ne ha fatti noli. All'Elba, all'Avenza, a Livorno per legnami, per marmi, per vino…».
Un colpo di cannone che scende dai Righi interrompe il suo racconto. Ö Baciccia si asciuga con una mano il sudore.
«Mesö giörnö».
Al rimbombo lontano risponde vicino una sirena, dieci sirene: stridule e canore, acide e dolci, melanconiche e prepotenti. Dal molo vanno a S. Pier d'Arena, da San Pier d'Arena tornano al molo aumentate di tono, discordi e concordi. Il molo si popola d'una folla di uomini dal passo affrettato, che d'incontrano con gli uomini che escono dai cantieri, diventano folla che si scompone e si ricompone.
Gli aiutanti di Baciccia Dall'Orso se ne vanno veloci. Taluno acquisterà «frisceu» e pane in un qualunque vico e farà la sua colazione seduto sul molo o appoggiato alla balaustra di corso Aurelio Saffi. Tal'altro in una delle numerose taverne del rione del Molo attenderà che giunga l'ora di tornare al lavoro.
Baciccia Dall'Orso non si muove dal suo cantiere.
Dal cancello in legno che chiude la breve spiaggia sbuca una ragazzetta alta un metro, stretti i capelli in due trecce dure e lucenti, che reca in un tovagliolo il desinare per il padre e per sè.
«Ö me Möccin» sorride il mastro d'ascia e i suoi occhi duri si addolciscono di tenerezza.
Ö Möccin si avanza verso di noi. Saluta con un «Scignöria» che per quel mi riguarda è più seccato che cortese. Si china in un angolo della breve spiaggia.
«Papà è pronto».
Il mastro d'ascia mi dice «uol restare? Minestrone col pesto, stoccofisso e bacilli».
Mi scuso andandomene, mentre Baciccia Dall'Orso si siede su una pietra.
Ö Möccin, che avrà dieci anni, sembra una mamma o una moglie nel versare nel piatto il minestrone, nel ricoprire quel che resta, nell'adempiere precisa e fiera alla sua importante funzione di servire la colazione al papà… Che è il più bravo mastro d'ascia di Genova.


1 La definizione è contenuta più avanti nel testo
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