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    Pezzi di storia

I ragazzi di Portofino
di Raffaele Calzini

La Stampa – 3 febbraio 1942

Si è molto parlato o scritto di questo luogo dalla bellezza famosa e qualche film superficiale e cretino ha creduto di nobilitarne la immagine portando nella foto 1 cornice del suo paesaggio donne in pantaloni, gagà in maglietta e occhialoni, di quelli che salutano dicendo «bye bye»!
Questi effimeri personaggi non hanno consistenza nella compagine di Portofino e muoiono con le grandi libecciate dell'ottobre e le giornate di grecale dell'inverno. L'inverno ripulisce Portofino e tappa in casa i ciarlieri e sparuti snob.
Allora, tra un'alba tersa e ingenua come il sorriso di una statua arcaica e notti di pece vien fuori dalle rocce, dagli uliveti, dalle pietre, il millenario spirito di questo paese divino impregnato di salsedine e di navigazioni. Dal sagrato di San Giorgio dove il prete, tracciando la croce con le reliquie del Santo guerriero, benedice il mozzo che va per mare alle osterie dai nomi lirici e dalle cucine graveolenti Stella, Aurora, Rolando, Nazionale, Tripoli, del Porto, i ragazzi tornano padroni.
La piazzetta architettata da un Serlio comico e tinteggiata da un Van Gogh inebriato, diventa il palcoscenico dei ragazzi; recitano guardando il mare, sbucando tra le quinte altissime delle case e sgattaiolando tra gli spezzati delle chiglie tirate in secco e i panfili drizzati sui cavalletti a raddobbo. Sulla falcata architettura che gli alberi di maestra tagliano col monotono oscillare dei metronomi passa mezzo giro di sole e mezzo giro di luna; l'ombra è sempre piena di riflessi d'oro o d'argento come di indistinti rumori: perché nessuna piazza fu meglio modellata per contenere la luce e il suono.
Le voci infantili sfiorano il mormorio dei frangenti da mane a sera. Nessuna infanzia, più di questa, cresce sull'orlo del mare. Qualche volta un incauto bambino cade in acqua dalla banchina o dal molo; ma è subito ripescato come se l'incidente fosse di ordinaria amministrazione; qualche altra argonauti di cinque o sei anni si avventurano in un guscio e bisogna raggiungerli e tirare l'imbarcazione a riva perché i remi sono caduti nell'onda.
Così essi prendono confidenza con l'acqua in ogni stagione: e il mare, senza letteratura e senza simbolizzazioni retoriche, assume per loro l'autorità grave e temibile, ma anche bonaria, di un bisnonno.
Finite le scuole elementari, i ragazzi che non prendono un mestiere terrestre in paese, vanno alla Scuola nautica a Camogli o alla Scuola dei motoristi a Santa Margherita, o si accodano a far pratica presso i pescatori e i marinai, o finiscono nei cantieri navali di Sestri. Molti si arruolano nella marina mercantile o nella marina da guerra; e, dopo un ciclo di mezzo secolo e la navigazione di mezzo mondo, ritornano a battere con rollante e invecchiato passo le pietre della piazza che conobbe le loro scorrerie fanciullesche.
Da quei vecchi spesso sdegnosi e irascibili assumono, se già non l'hanno per eredità di sangue, un carattere fiero e indipendente. La vicinanza corruttrice dei forestieri e gli apprestamenti più o meno pittoreschi e turistici non li toccano. Non si mettono in mostra, non lusingano servilmente gli ospiti effimeri di queste terre, non fanno tuffi o capriole per un soldo.
Si picchiano di santa ragione, si inseguono, si azzuffano tra loro, giuocano a bocce, vanno a polipi a gamberi, non per recitare una parte o echeggiare un folclore; ma perché questi giochi, questi litigi, questi duelli rientrano in un tirocinio ideale di indipendenza e di vivace frenesia.
Se festeggiano nelle vacanze l'arrivo del loro coetaneo Meo, che porta un curioso nomignolo e un cognome illustre, è perché egli si è uniformato al metro foto 2 sbracato e ribelle dei loro costumi, non certo perché rechi il linguaggio e le delicatezze cittadine.
Un certo genovesismo sparagnatore e speculatore si palesa nella loro indole fino dai primi anni, qui come in Banchi o in via Luccoli, e sanno prima contare i denari che compitare il sillabario e fanno tra loro baratti fermi come quelli dei loro vecchi sulla parola.
Non mugugnano; quel rodio dello spinto e delle parole è frutto d'esperienza. I ragazzi di Portofino sono allegrissimi e baruffatori; si appiccicano soprannomi che porteranno poi lontano nei luoghi, nella vita. Così diventeranno vecchi i Malitti, i Bergamin, i Bà, i Pino, i Pelelè, che oggi si chiamano da un lato all'altro della piazza e appaiono sulla soglia di ardesia della porta. Venne fuori dalla loro schiera quel Mingo, fratello di una costellazione di belle figliole, che debuttò un mese fa a Genova come tenore tra gli applausi di tutti i portofinesi mobilitati in teatro per l'occasione.
Ve n'è di rossi come autentici celti e di bruni, decisamente mediterranei; pochi lavorano da contadini e sono i biondi o i rossicci; d'autunno invece di insidiare i polipi con la fiocina lungo le scogliere, berlingano per le colline e tendono agli uccelletti con ingegnosissime trappole create da mani malleabili e duttili che ereditano l'abilità dallo madri tessitrici al tombolo o rammendatrici di reti. Così, tra gli scrosci che si avventano per le libecciate contro San Giorgio, non è raro udire sommessi pigolii di merli o sospiri di tordi o canti di lucherini allevati dai ragazzi e appesi nelle gabbiuzze di vimini alle pareti delle case ingrommate di salsedine.
Le loro feste sono San Sebastiano e San Giorgio, San Giorgio soprattutto. Nella vigilia di questo giorno i ragazzi, tranne i pochi addetti all'apparato della chiesa e allo stormo delle campane, tutti si sguinzagliano nelle Case, nelle botteghe come guastatori di un esercito lillipuziano e rovistano gli angoli, manomettono i ripostigli, spazzano i magazzini e gli scagni facendo man bassa di arredi disusati, di oggetti abbandonati, di mobili tarlati, di carabattole senza forma e destinazione per portarli sulla piazza e fare un falò. Aggressivi come le formiche, i più intraprendenti trascinano qualche antico ceppo giù dalla montagna o qualche sfondata chiglia dal molo. La fanciullezza si accanisce a distruggere quelle reliquie di vite, di navigazioni, di foreste, agitando tronconi di remo e barre di spezzati timoni, rattizzando le braci del rogo che va crepitando alle stelle.
Il mattino dello scorso Natale fu pescato, a pochi paesi dalla riva, un delfino di due quintali; portato sulla calata sfasciato a colpi di accetta rovesciò sulle ardesie nere un guazzo immenso di sangue luminoso e denso e i ragazzi di Portofino: «Mira! Mira!», si chiamavano a contemplare gli ultimi strattoni del mostro che riportava il loro subcosciente a preistorici tempi, a carneficine che insanguinavano il mare. La loro anima si tingeva di fierezza come l'orlo delle loro scarpe di rosso nel mattino perlaceo di un Natale sanguigno. disegno
Sono a loro modo religiosi, come tutti i liguri. Dico «a loro modo» perché, l'altra domenica, due di essi, indossati i camici servivano puntualmente e ritualmente a messa, e vennero a bisticcio disputandosi a chi dovesse toccare il campanello. Si era al «Credo» e uno dei chierici doveva passare il campanello all'altro, e non lo passò; allora i due chierichetti si agguantarono per il collo e per i capelli colluttando lì sui gradini dell'altar maggiore, ai piedi del parroco stupefatto. Le fasi del litigio erano rivelate ai fedeli non soltanto dalla visione di quel viluppo; ma anche dal risonare disordinato del campanello che nessuno dei due voleva mollare. Il parroco, un sant'uomo, continuava imperturbabile il rito; sopravvenne il sacrestano e separò i contendenti a scapaccioni concludendo la liquidazione della loro funzione di chierico (o, come oggi si direbbe, le loro dimissioni) con due pedate nel sedere che scacciarono i reprobi dal tempio.
Invidiabili ragazzi di Portofino, liberi come nessuno, alzati verso il regno dei sogni dal respiro del mare, rannicchiati in questa ansa di terra come in una conchiglia di madreperla cerulea.

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