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Le origini dell'ambientalismo occidentale
di Richard Hugh Grove

Le Scienze – settembre 1992

Le prime strategie per la protezione dell'ambiente furono elaborate nel XVII e XVIII secolo, quando diversi scienziati presero coscienza dei devastanti effetti dello sfruttamento nelle colonie delle aree tropicali

I diffusi timori per le conseguenze dell'attività economica sull'ambiente potrebbero sembrare una preoccupazione tutta moderna, il risultato dell'industrializzazione, della crescita demografica e di una scienza sufficientemente progredita per individuare le relazioni tra cause ed effetti. Lo US Forest Service, orgoglio di Theodore Roosevelt, e la miriade di riserve naturali istituite in Gran Bretagna dal naturalista Nathaniel Charles Rothschild sono ricordati più come tentativi di conservazione di una natura intatta che come interventi dettati dal timore di un imminente disastro ambientale.

Sant'Elena In questa stampa del 1570 l'isola di Sant'Elena, nell'Atlantico meridionale, è dipinta come un paradiso. Agli inizi del XVIII secolo, quando le foreste vennero abbattute per ricavare legname, l'isola divenne il teatro di uno dei primi interventi di protezione ambientale.

In realtà, le radici del concetto occidentale di protezione della natura risalgono a 200 anni fa e vanno cercate ai tropici. Muovendo sulle tracce di Utopia, l'ambientalismo di stampo europeo prese forma intorno alla metà del XVIII secolo, epoca in cui l'impresa coloniale iniziava a scontrarsi con l'idealismo romantico e con le scoperte scientifiche.
Tema di questo conflitto era la minaccia che gravava sull'ecologia delle isole e delle terre tropicali, dal Mar dei Caraibi all'Asia. A Londra, a Parigi e nelle altre capitali di paesi colonialisti, queste isole divennero allegorie del mondo nel suo complesso. La forza di questa metafora, insieme alla contemporanea comparsa dei primi naturalisti di professione, spronò i Governi a impegnarsi nella protezione dell'ambiente.

Già da tempo era presente, nelle visioni utopiche occidentali, l'immagine di un'isola tropicale incontaminata. Nella Divina Commedia, per esempio, Dante Alighieri colloca il Paradiso terrestre in un Oceano meridionale. Nel corso del XV e del XVI secolo, Cristoforo Colombo e Ferdinando Magellano diedero all'Europa la prima occasione di vedere con i propri occhi queste isole.
Lo «sfruttamento» in termini filosofici di questi luoghi procedette di pari passo con l'estendersi del raggio d'azione del commercio internazionale europeo. Le terre esotiche furono viste come simboli di paesaggi ideali: Eden, Arcadia o Nuova Gerusalemme. Quando infine si riuscì a penetrare negli enormi territori inesplorati dell'India, dell'Africa e dell'America, l'intero mondo selvaggio era pronto a essere colonizzato da un mito in crescita inarrestabile.
Durante il XVII secolo, nel pieno di quello che potremmo chiamare il dibattito sull'isola dell'Eden, ci si rese conto che il dominio coloniale europeo poteva avere effetti distruttivi sull'ambiente. L'agricoltura, la deforestazione, l'estrazione di minerali e la caccia da parte delle compagnie olandese, inglese e francese delle Indie Orientali avevano avviato la distruzione di territori idilliaci. Un degrado ambientale di cui si fecero testimoni diversi artisti dell'epoca. Nelle rappresentazioni di Mauritius del 1677, per esempio, era invariabilmente raffigurato l'abbattimento di intere foreste di ebano. Iniziava così a maturare la consapevolezza dell'impatto che il capitalismo e il dominio coloniale potevano avere sull'ambiente.
A questa presa di coscienza contribuì in larga misura la comunità scientifica dell'epoca, spesso profondamente coinvolta nell'impresa coloniale. Verso la fine del XVII secolo e gli inizi del XVIII, l'interesse delle compagnie commerciali per flore, faune e geologie sconosciute aveva infatti spinto molti scienziati a impiegarsi nelle compagnie stesse.
Questi scienziati, quasi tutti medici chirurghi o responsabili dei primi giardini botanici coloniali, erano essenziali per la macchina amministrativa delle compagnie delle Indie Orientali. Un esempio tipico fu Hendrik B. Oldenland, curatore del giardino botanico, ingegnere e sovrintendente alla rete stradale nella olandese Colonia di Kaapstad (Città del Capo), in Sud Africa.

eventi Eventi e idee che diedero corpo all'ambientalismo occidentale

Con l'estendersi dei territori sotto il controllo delle compagnie, cresceva anche il numero degli scienziati. Intorno al 1838, la Compagnia inglese delle Indie Orientali impegnava più di 800 chirurghi in India e nelle Indie Orientali. Sempre più complessi, inoltre, si facevano i compiti affidati a questi dipendenti colti e spesso di spirito libero.
Entro il XIX secolo, in tutti i nuovi territori operavano accademie e società scientifiche. Queste istituzioni agevolavano lo scambio di comunicazioni tra scienziati, che vi potevano discutere le loro osservazioni sui mutamenti indotti dall'imperialismo. Convegni e pubblicazioni contribuivano a diffondere teorie sull'ambiente e un flusso sempre crescente di informazioni sulla storia naturale e l'etnologia. Così, mentre provocava trasformazioni ecologiche di enorme portata, l'impresa coloniale aveva anche creato un gruppo composto da uomini - e alcune donne - orientati a considerare in termini rigorosi e analitici i processi di trasformazione ecologica e la necessità di un controllo del territorio.
Uno dei primi luoghi in cui la scienza ebbe un ruolo di stimolo alla conservazione fu Mauritius. Toccata per la prima volta dai portoghesi, quest'isola dell'Oceano Indiano fu rivendicata dagli olandesi nel 1598; cadde poi sotto il dominio francese nel 1721 e da quel momento si trovò a essere direttamente collegata alle visioni utopiche del Romanticismo e della fisiocrazia francese, una filosofia economica fondata sulle «leggi di natura» e sui metodi di Isaac Newton.
I primi colonizzatori olandesi non erano certo conservazionisti. All'epoca in cui essi abbandonarono l'isola, le enormi foreste di latifoglie di Mauritius erano in gran parte abbattute nelle zone più facilmente accessibili dalla costa. A quel punto, alcuni attivi riformatori anticapitalisti francesi tentarono di opporsi a un'ulteriore deforestazione e Mauritius divenne il teatro di uno dei primi esperimenti di salvaguardia della natura.
Queste iniziative furono opera di scienziati che aderivano in gran parte alle idee di Jean- Jacques Rousseau e del rigoroso empirismo maturato nell'ambito dell'Illuminismo francese. Nella loro prospettiva, una gestione responsabile dell'ambiente era prioritaria da un punto di vista estetico e morale, oltre che necessaria sul piano economico. Questi uomini - tra cui Philibert Commerson, Pierre Poivre e Jacques Henri Bernardin de Saint Pierre - intendevano costruire a Mauritius una società giusta, non corrotta dall'assolutismo francese.
Le strategie seguite da questi scienziati si fondavano sulla consapevolezza dell'impatto globale che la moderna attività economica poteva avere. Commerson, allievo di Linneo, era stato botanico reale al seguito di Louis Antoine de Bougainville nel suo viaggio intorno al mondo. Sua moglie, Jeanne Baret, viaggiò con lui, e divenne così la prima donna a circumnavigare il globo. (Per imbarcarsi, si era travestita da domestico.) Al termine della spedizione, indusse il marito, il più esperto botanico del XVIII secolo, ad assumere l'incarico di botanico di Stato a Mauritius nel 1768.
Bernardin de Saint Pierre, un ingegnere che raggiunse Commerson a Mauritius, benché impressionato dalla deforestazione, si convinse di aver trovato a Mauritius un'incomparabile armonia tra gli uomini e la natura, armonia che celebrò nel romanzo Paolo e Virginia, uno dei primi romanzi del Romanticismo francese. Bernardin de Saint Pierre era convinto che la conservazione di questa armonia richiedesse una rigorosa salvaguardia delle risorse naturali.
A loro volta, Commerson e Bernardin de Saint Pierre influirono su Poivre, Governatore di Mauritius dal 1767, aggravandone le preoccupazioni riguardo al clima e all'economia. Di convinzioni fisiocratiche, Poivre riteneva che si dovessero applicare le conoscenze scientifiche all'amministrazione delle terre. Egli era stato in origine un missionario gesuita, aveva studiato i metodi di forestazione e di orticoltura indiani e cinesi ed era stato profondamente influenzato dai metodi di protezione delle foreste che aveva osservato nell'olandese Colonia di Kaapstad.
Nella loro ricerca di piante medicinali in India, gli olandesi si erano resi conto che i loro sistemi di classificazione erano meno raffinati ed efficaci di quelli della botanica medica di una casta indiana di Malabar, gli Ezhava. Hendrik Adriaan van Rheede Tot Drakenstein, il promotore della conservazione forestale nella Colonia di Kaapstad organizzò la traduzione in latino dei testi Ezhava. Il risultato furono 12 volumi pubblicati ad Amsterdam sotto il titolo di Hortus Malabaricus, il giardino di Malabar, che servirono da base per tutte le successive classificazioni europee della vegetazione dell'Asia meridionale e sudorientale. Il riconoscere la superiorità del sistema Ezhava diede lo spunto per il primo tentativo di salvaguardia delle piante da parte degli olandesi.
Anche se poteva risultare una novità per l'Occidente, la protezione delle risorse naturali era una pratica avviata da tempo immemorabile. Questo riconoscimento è particolarmente significativo ai nostri giorni, nel momento in cui un numero sempre maggiore di ricercatori rivolge la propria attenzione ai popoli indigeni per comprendere il potere medicinale delle piante tropicali o si interessa ai tentativi compiuti su piccola scala per contrastare la desertificazione. Le popolazioni indigene hanno combattuto con successo l'erosione del suolo nell'Africa orientale precoloniale, nelle Isole di Capo Verde, nel regno del Ghana e nell'India della dinastia Maurya, così come negli antichi imperi coloniali cinese e veneziano. Già nel 450 a.C., per esempio, Artaserse I si sforzò di porre limitazioni all'abbattimento dei cedri del Libano.

riunione Nel XVIII e nel XIX secolo, diverse società scientifiche sostennero l'urgenza di una protezione dell'ambiente. Intorno al 1860, per esempio, i membri della Literary Scientific Society di Madras propugnarono l'istituzione di riserve forestali in India. Particolarmente efficaci, in tal senso, si rivelarono gli interventi degli scienziati Edward Balfour (in piedi) e Hugh F. C. Cleghorn (ultimo a destra).

Ma l'aspetto più importante e innovativo dell'attività di protezione ambientale dei francesi a Mauritius fu il riconoscimento della relazione tra la deforestazione e i cambiamenti climatici locali. Un'ordinanza del 1769 contemplava varie disposizioni ispirate da questa consapevolezza: il 25 per cento di tutte le proprietà terriere doveva essere mantenuto a foresta, in particolare sui ripidi pendii montani, per prevenire l'erosione; tutte le zone spogliate della loro vegetazione dovevano essere riforestate; e tutte le foreste entro i 200 metri circa dall'acqua dovevano essere protette. Otto anni dopo venne istituito un servizio forestale in piena regola. E nel 1803 fu proibito l'abbattimento di alberi a quote superiori a un terzo dell'altezza delle montagne.
La legislazione non si occupò solo di foreste. Nel 1791 vennero emanate leggi per combattere l'inquinamento delle acque da parte dei colorifici e degli zuccherifici. Nel 1798 venne regolamentata la pesca per evitare la compromissione di una risorsa alimentare vitale.

Gli inglesi non tardarono a imitare l'esempio dato dai francesi a Mauritius. Anche in questo caso, gli interventi nelle Indie Occidentali e nei Caraibi, e successivamente in India, ebbero scienziati come promotori. A Tobago, isola dei Caraibi orientali, fu particolarmente importante l'opera di Stephen Hales e di Soame Jenyns. Hales, uno studioso di fisiologia vegetale vissuto tra il 1677 e il 1761, fu un pioniere degli studi sulla traspirazione, la pressione radicale, la circolazione della linfa e la relazione tra piante verdi e atmosfera. Jenyns era membro del Parlamento della città di Cambridge e uno dei Lord commissari per il commercio e le colonie, responsabili della colonizzazione di Tobago.
Utilizzando tecniche studiate per la prima volta da Newton, Hales individuò un chiaro legame di causa-effetto tra la presenza di alberi e la piovosità. Hales e i suoi colleghi misero in guardia contro i pericoli della deforestazione. Citando gli esempi della Giamaica e delle Barbados, dove l'abbattimento degli alberi per far posto a enormi piantagioni aveva prodotto un'estesa erosione del suolo, Hales sollecitò Jenyns e i Lord commissari a proteggere le foreste.
Il risultato fu che nel 1764 vennero istituite riserve forestali a Tobago. Sulle mappe degli insediamenti territoriali, queste zone, che coprivano circa il 20 per cento dell'isola, erano indicate come «riserve di bosco per le piogge», un concetto decisamente rivoluzionario. Quelle riserve, adesso un po' più estese, esistono ancora e sono le più antiche del loro genere nel mondo.
Misure analoghe furono adottate nel 1791 nell'isola di Saint Vincent, nelle Indie Occidentali. Anche il Kings Hill Forest Act proteggeva le foreste per ragioni climatiche. Questo testo legislativo fu ispirato da Alexander Anderson, curatore del giardino botanico di Saint Vincent, il primo a essere fondato nell'emisfero occidentale. Anderson, come i suoi colleghi francesi di Mauritius, era attratto da visioni di paesaggi utopici popolati da nobili selvaggi. Favorendo la protezione di Saint Vincent, sperava di impedire l'estinzione delle specie, di proteggere il clima e di conservare il carattere idilliaco dell'isola. In pratica, però, questa visione andò in frantumi: nell'ultimo decennio del XVIII secolo, il popolo caraibico indigeno venne sradicato e la sua cultura cancellata.
Le politiche di intervento elaborate a Mauritius, Tobago e Saint Vincent fornirono i modelli pratici per il rimboschimento e i sistemi di protezione adottati in India dopo il 1847. Fino ad allora, si direbbe che le preoccupazioni per i mutamenti ambientali fossero state soffocate dalla vastità del subcontinente, vastità che nascondeva l'effetto dell'erosione del suolo e della deforestazione.
Al consolidamento dell'ambientalismo in India diedero un forte contributo gli scritti di Alexander von Humboldt, il famoso geografo ed esploratore tedesco, il quale introdusse una nuova concezione ecologica del rapporto tra popolazione e mondo naturale: quella dell'interdipendenza tra l'umanità e le altre forze dell'universo. Le sue teorie, che derivavano in buona misura dal pensiero olistico dei filosofi indù, fornivano un'interpretazione scientifica della minaccia rappresentata dalle attività umane libere da qualsiasi restrizione.

Le concezioni di von Humboldt influenzarono alcuni degli scienziati che lavoravano per la Compagnia inglese delle Indie Orientali, molto sensibili a una linea di pensiero che collegava in modo coerente deforestazione, risorse idriche, carestia, clima e malattie. Humboldt fondava le sue teorie su minuziose osservazioni condotte per diversi anni, integrate da registrazioni storiche sul livello del Lago di Valencia in Venezuela.
Numerosi scienziati scozzesi, tra cui Alexander Gibson, Edward Balfour e Hugh F. C. Cleghorn, divennero entusiastici propagatori del messaggio protezionista e propugnarono l'istituzione in India di un sistema forestale rimasto poi ineguagliato per dimensioni. In una relazione del 1852, avvertivano che la mancata realizzazione di un esteso sistema forestale avrebbe provocato un disastro ecologico e sociale.
Lo studio aveva un'impostazione di carattere globale, in quanto si fondava su testimonianze provenienti da tutto il mondo. I suoi autori sostenevano che la rapida deforestazione poteva portare a una drastica diminuzione delle precipitazioni, a una riduzione del deflusso e in definitiva alla carestia. La loro attenzione si incentrava in particolare sui vasti disboscamenti lungo la costa del Malabar, nell'India sudoccidentale.
Il loro messaggio fece vibrare la corda a cui era più sensibile la Compagnia inglese delle Indie Orientali: gli utili. Le distruzioni nel Malabar avevano provocato l'insabbiamento di alcuni porti di grande rilevanza commerciale: ciò mostrava chiaramente che cosa sarebbe potuto avvenire senza un programma statale di protezione ambientale. (Andrebbe ricordato che i primi a preoccuparsi per la deforestazione in India non furono solo gli scienziati ma anche gli amministratori locali. Nel 1830, il Rajah di Nilumbur mise in guardia il Governatore di Bombay contro le serie conseguenze dell'eccessivo abbattimento di alberi.)

dodo Il dodo, che viveva solo nell'isola di Mauritius, nell'Oceano Indiano, è qui rappresentato insieme con un animale non identificato. Questo uccello, incapace di volare, si estinse poco dopo il 1670.

Il lavoro dei ricercatori si rivelò quanto mai allarmante per la Compagnia inglese delle Indie Orientali, i cui funzionari afferrarono rapidamente la relazione tra disboscamento e carestia, timorosi com'erano di un fallimento economico e dell'instabilità sociale. Sfortunatamente, fu necessario un inizio di carestia perché gli scienziati acquistassero credibilità agli occhi del Governo.
In India, i periodi di grave siccità tra il 1835 e il 1839, all'inizio degli anni sessanta e tra il 1877 e il 1878 furono tutti rapidamente seguiti da programmi statali volti a rinforzare la protezione forestale. Il sistema di conservazione delle foreste introdotto in India, che si basava in parte sull'esperienza di Mauritius, fu in seguito di modello per la maggior parte dei sistemi statali di protezione ambientale adottati in Asia sudoccidentale, in Australia, in Africa e, successivamente, in America Settentrionale.
La siccità stimolò interventi di politica ambientale anche in altre colonie. John Croumbie Brown, un pioniere della protezione della natura nella Colonia del Capo, passata nel frattempo alla Corona britannica, riuscì a ottenere il consenso del Governo alla protezione delle foreste e alla prevenzione degli incendi nelle praterie solo dopo le devastazioni prodotte dalla siccità del 1862-1863 sull'agricoltura della colonia.
La siccità del 1862 in Sud Africa, la peggiore mai registrata, non fu soltanto all'origine degli interventi conservativi in Africa, ma ebbe conseguenze di ben più vasta portata. Incoraggiò il formarsi di una vera scuola di pensiero sull'inaridimento che per la prima volta metteva in relazione l'esperienza coloniale con l'intero pianeta. Molti scienziati si convinsero che la maggior parte dei tropici semiaridi si stava inaridendo del tutto a causa della deforestazione nelle colonie, un'idea confermata da studi recenti.

Act Il King's Hill Forest Act del 1791 proteggeva gli alberi dell'isola di Saint Vincent, nelle Indie Occidentali, allo scopo di contrastare l'incipiente cambiamento climatico.


Le teorie sui cambiamenti climatici a larga scala acquistarono ulteriore credibilità nel marzo del 1865, quando James Fox Wilson presentò alla Royal Geographical Society di Londra una relazione, Sul progressivo inaridimento del fiume Orange nell'Africa meridionale, che fece grande impressione. Wilson, un naturalista, riteneva che il fiume Orange stesse inaridendosi e che il deserto del Kalahari fosse in espansione. Egli attribuiva l'inaridimento alla «sconsiderata distruzione di alberi con il fuoco e all'incendio dei pascoli da parte dei nativi nel corso di molte generazioni».
Alla conferenza di Wilson era presente l'esploratore David Livingstone, il quale dissentì con veemenza, affermando che le precipitazioni erano diminuite a causa di fenomeni geofisici naturali. Un altro oratore, Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, sostenne che l'introduzione in Africa di asce a prezzi economici aveva favorito la deforestazione e la conseguente siccità. Un altro dei presenti, invece, il colonnello George Balfour dell'esercito indiano – fratello di Edward - fu più caustico: a suo giudizio, la diminuzione delle precipitazioni in India era provocata soprattutto dagli europei, compresi i proprietari delle piantagioni.
Balfour sosteneva che fossero necessarie contromisure. Disse di essere stato informato che il Governo di Trinidad aveva proibito il taglio di alberi in prossimità della capitale per assicurare la disponibilità di acqua piovana e rilevò che in epoca precoloniale gli indiani usavano scavare pozzi e piantare boschetti per favorire la ritenzione dell'acqua. Nel 1866, nel corso di un'altra discussione alla Royal Geographical Society, Balfour citò l'esempio di Mauritius, dove «il Governo ha approvato leggi per impedire l'abbattimento di alberi, e in questo modo ha assicurato piogge abbondanti». Insomma, intorno alla metà degli anni sessanta del secolo scorso il dibattito sui cambiamenti climatici aveva assunto una portata internazionale. Quando poi venne avanzata l'ipotesi che avvenissero mutamenti nella stessa composizione dell'atmosfera, le preoccupazioni ambientaliste si rafforzarono.
Questa teoria, che anticipava i nostri timori sul riscaldamento del globo, fu subito fatta propria da J. Spotswood Wilson, il quale, nel 1858, presentò alla British Association for the Advancement of Science uno studio sul «generale e graduale inaridimento della Terra e dell'atmosfera». Wilson affermava che gli sbancamenti, la distruzione delle foreste e lo spreco d'acqua per l'irrigazione non erano sufficienti per spiegare i cambiamenti climatici osservati. A suo giudizio, la causa andava cercata nelle mutate proporzioni tra ossigeno e «acido carbonico» nell'atmosfera. Wilson sosteneva che i loro rispettivi livelli erano collegati alla velocità relativa alla quale venivano prodotti e assorbiti dal regno animale e vegetale. Questo studio influì probabilmente sulle opinioni espresse diversi anni dopo nella discussione alla Royal Geographical Society.
Wilson concludeva avanzando fosche prospettive. I cambiamenti nell'atmosfera «come sempre avviene per i mutamenti di natura geologica, stanno lentamente avvicinandosi allo stato in cui sarà impossibile per l'uomo continuare ad abitare la Terra… Così come sono esistite razze inferiori prima che la Terra raggiungesse uno stato adatto all'uomo, è probabile che altri gli succederanno quando le condizioni necessarie per la sua esistenza saranno scomparse».

Nel 1858, lo spettro dell'estinzione dell'uomo in conseguenza dei cambiamenti climatici era sconvolgente sul piano psicologico. Eppure era in sintonia con i timori che ormai da tempo serpeggiavano nella comunità scientifica internazionale. Il concetto di rarità delle specie e l'idea di una possibile estinzione esistevano fin dalla metà del XVII secolo, quando le nozioni biologiche dell'Occidente cominciarono a comprendere anche il mondo tropicale.
La scomparsa dell'uro, un bovino selvatico, nel 1627 in Polonia, e del dodo a Mauritius intorno al 1670 fecero una notevole impressione. Nel 1680 il Governo polacco proibì la caccia in vaste aree boschive e pare si debba a questa iniziativa isolata se sopravvisse il bisonte europeo. Nel 1713 si tentò di impedire la scomparsa delle sequoie nell'isola di Sant'Elena, nell'Atlantico meridionale.
Poco dopo il 1830, la pubblicazione dei Principi di geologia di Charles Lyell fornì solide fondamenta a quelle confuse ipotesi sull'estinzione che erano già condivise da alcuni scienziati della Compagnia inglese delle Indie Orientali. Il libro metteva in dubbio la fissità delle specie e gettava le basi della moderna comprensione dei cambiamenti geologici. Lyell negava l'attendibilità della Genesi, ribaltando le nozioni sulla velocità dei mutamenti ambientali. Paradossalmente, questa discussione finiva con rendere evidente l'impotenza dell'uomo davanti ai cambiamenti dell'ambiente.
Anche altri scienziati si stavano avviando su questa stessa linea di pensiero. Negli anni quaranta del secolo scorso, Ernest Dieffenbach descrisse la fauna di Mauritius, della Nuova Zelanda e delle isole Chatham, al largo delle coste della Nuova Zelanda. Anch'egli si rese conto del rischio di ulteriori rapide estinzioni in caso di diffusione dell'attività economica europea. Il paleontologo Hugh Edwin Strickland, sensibile a questo problema in ragione dei suoi studi sul dodo e su altri uccelli estinti delle isole Mascarene (le isole Mauritius e Réunion), propose di trasformare l'intera Nuova Zelanda in riserva naturale.
L'origine delle specie di Darwin, pubblicato nel 1859, collocò il fenomeno delle estinzioni nel contesto dinamico della selezione naturale. La teoria di Darwin servì a mettere ulteriormente in allarme gli scienziati delle colonie, molti dei quali erano già consapevoli del fatto che l'uomo aveva affrettato la scomparsa di alcune specie.

paesaggio Il paesaggio incontaminato che si può oggi osservare a Mauritius è frutto in gran parte delle riserve forestali istituite dai francesi nel corso del XVIII secolo.

Lo scalpore suscitato dal libro di Darwin fece aumentare le pressioni perché lo Stato emanasse una legislazione protezionista. Per esempio, Cleghorn, primo ispettore generale del Dipartimento delle foreste di Madras, istituito nel 1856, affermò che la deforestazione incontrollata avrebbe provocato la scomparsa di specie di valore e avrebbe impedito ai botanici di raccogliere prove dell'evoluzione. (Rendendosi conto che questi argomenti non avrebbero avuto gran peso agli occhi del Governo, scelse di sottolineare qualcosa di più ovvio, cioè i rischi economici derivanti dai cambiamenti climatici e dall'esaurimento delle risorse naturali.)
L'origine delle specie rese il Governo britannico più sensibile al concetto di protezione ambientale: in effetti, tra il 1860 e il 1870 fu approvata tutta una serie di leggi in tal senso valide anche per le colonie. Ancora una volta si iniziò da un'isola: la Tasmania. Nel 1860 fu introdotta una legge molto ampia che aveva l'obiettivo di proteggere gli uccelli originari della Tasmania; principale patrocinatore di questa legge fu un naturalista dilettante, J. Morton Allport.
L'esempio venne seguito ben presto da altre colonie. Intorno al 1865, le assemblee legislative coloniali del Natal in Sud Africa e di Victoria in Australia emanarono leggi per la protezione di diverse specie animali. Con un certo ritardo, nel 1868, il Regno Unito emanò le prime misure per la protezione degli uccelli. E' significativo che il principale artefice degli interventi legislativi inglesi fosse Alfred Newton, una persona che aveva frequenti contatti con Allport e con i primi eminenti scienziati che avevano riconosciuto la validità della teoria di Darwin. Queste prime misure per la protezione delle specie, tutte strettamente collegate alle idee di Lyell e di Darwin, offrirono un'opportunità simbolica e pratica per cercare di riprendere il controllo su un processo di degrado ambientale di cui si era arrivati a comprendere la portata globale.

Intorno alla metà del XIX secolo, gli ormai consolidati timori sui cambiamenti climatici e sulla scomparsa delle specie erano al culmine. La diffusione del modello di sviluppo economico occidentale, iniziata con l'espansione coloniale, era vista da un numero crescente di scienziati come una minaccia per la sopravvivenza dell'umanità.
Se si può trarre una lezione dalla storia del primo ambientalismo, è che gli Stati agiscono per impedire il degrado ambientale solo quando vedono direttamente minacciati i propri interessi economici. Le idee filosofiche e la scienza, cultura, popolazioni e specie indigene, purtroppo, non bastano a far adottare queste decisioni. La prospettiva di un cambiamento climatico di origine artificiale, con tutto il peso delle sue conseguenze, è uno dei pochi strumenti efficaci per persuadere i Governi della gravità di una crisi ambientale.
La nostra attuale coscienza della minaccia che grava sull'ambiente globale è allora una riaffermazione delle idee maturate più di un secolo fa. E' deplorevole che si sia impiegato tanto tempo per decidersi a prendere in seria considerazione gli avvertimenti degli scienziati.

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