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    Pezzi di storia

Gli antichi mestieri dimenticati
di Fulvio Majocco

Gazzettino Sampierdarenese - dicembre 2015

Ombrellai, cestai, bottai, arrotini, materassai e tanti altri

La civiltà dei consumi ha provocato l'estinzione di molti mestieri che fino agli anni '50 del secolo scorso consentivano a tanta gente di sbarcare il lunario o impagliatore arrotondare le magre entrate famigliari.
Impagliatori e riparatori di sedie, ombrellai, cestai, bottai, arrotini, materassai, filatrici a telaio, lavandaie ai truogoli, sarte e ricamatrici; una miriade di lavori spesso svolti per strada o in piccole botteghe, qualche volta addirittura in casa come nel caso di sarte e ricamatrici. Il progresso tecnologico ci ha fatto dimenticare la fatica necessaria a svolgere talune attività lavorative quando macchine ed elettricità non esistevano e le uniche fonti energetiche erano l'acqua, l'uomo e gli animali.
La nostra regione è montuosa, perciò colline e montagne hanno costituito da sempre una fonte primaria per approvvigionarsi di pietre da costruzione. Con la pietra estratta a forza di braccia dalle cave cittadine sono state costruite case, torri, mura, e le "ciappe" delle strade, scanalate da abili scalpellini per renderle meno sdrucciolevoli. Secoli dopo, le nostre pietre sono servite negli anni '30 per realizzare la "Camionale Genova-Serravalle", poi in pieno "boom" economico il cemento per l'edificazione collinare selvaggia. portatrici ardesia
Il marmo verde della Val Polcevera e la pietra scura di Promontorio hanno arricchito portali medievali, colonne, loggiati d'antichi palazzi, spesso in alternanza con le ardesie della Fontanabuona. L'ardesia presente in ogni angolo della vecchia Genova è capace di dare ai tetti un'impronta unica e poetica; bagnato dalla pioggia quel tono di grigio capace di evocare una profonda malinconia, che svanisce subito e si trasforma nell'allegria di mille riflessi colorati, non appena i raggi del sole lambiscono le lucide superfici.
Con l'utilizzo commerciale dell'ardesia indiana, di minore qualità ma a basso costo, le cave della Fontanabuona, famose per i piani di gioco d'innumerevoli cartiera biliardi, sono quasi scomparse e una di esse ad Isolona d'Orero si è trasformata in museo.
L'industria cartaria nella zona di Mele ha radici antiche risalenti al sei-settecento ed è rimasta attiva fino agli anni '70-'80 del secolo scorso. Una bella testimonianza di questa tradizione è conservata nella settecentesca cartiera Sbaraggia ad Acquasanta di Mele, trasformata in museo.
Nell'antichità dal papiro si passò alla pergamena, ricavata dalla pelle di pecore e capre, e infine alla lavorazione industriale della carta iniziata nel Duecento a Fabriano grazie all'invenzione della "macchina a pile multiple" che consentiva l'utilizzo di stracci di fibra, escluse quindi seta e lana. La macchina era costituita da più vasche di marmo, le "pile" appunto, in cui gli stracci, messi a bagno in una soluzione d'acqua e calce viva, erano pestati in continuazione da grossi martelli mossi dall'acqua di un mulino a pale. Si otteneva così una pasta che stesa su telai e fatta asciugare, produceva i fogli di carta.
In seguito dagli stracci si passò alla carta di recupero e dalla macchina a pile alle "molasse" (mole simili a quelle utilizzate per spremere l'olio d'oliva). Ottenuta la bianca pasta di carta, il "pisto", stesa su telai e asciugata, dapprima con i feltri e poi in essiccatoio (locale ventilato nel quale i fogli stavano appesi a corde di fibra di cocco per non lasciare segni), il miracolo si compiva nuovamente e da vecchie carte si ottenevano nuovi fogli, filigranati o no secondo il disegno impresso sul telaio.
La neve conservata sui monti nelle "neviere" (grandi coni scavati nel terreno con le pareti rivestite da pietre a secco), consentiva nei secoli passati di boscaiolo gustare gelati e sorbetti quando i frigoriferi non esistevano. Il commercio della neve e del ghiaccio nell'antica Repubblica di Genova era regolato addirittura da un Magistrato che vegliava sull'oculata gestione delle limitate riserve e sulla loro equa distribuzione in città.
Il nostro Appennino, così ricco di boschi, ha dato lavoro per anni a numerosi boscaioli che non solo tagliavano gli alberi per vendere i grossi tronchi alle segherie per farne assi, ma con le parti di scarto e i tronchetti di minor diametro facevano il carbone di legna che alimentava cucine, stufe e fabbriche. Per farlo ammonticchiavano i pezzi di legno in una piramide alta circa due metri e del diametro di quattro o cinque, poi la ricoprivano di terra lasciando un foro al centro per incendiare la catasta. Lasciavano per due giorni il fuoco vivo sotto lo strato di terra, aprivano la catasta ed estraevano il carbone di legna, con una resa di un quintale ogni cinque di legna.
Carbone vuol dire fuoco che unito all'acqua torna ad essere elemento fondamentale in un altro antico mestiere della Valle Stura: la lavorazione del ferro. Fin dal '400 le donne della valle scendevano a Voltri attraverso il passo del Turchino per caricare il minerale di ferro proveniente dall'Elba e portarlo alle ferriere per estrarne il ferro. Nelle antiche fabbriche il ferro era prodotto con la tecnica del basso fuoco alla catalana che arricchendolo di fosfati impediva che si arrugginisse. Da queste ferriere è uscito il materiale per le inferriate di quasi tutti i palazzi nobiliari, compresi quelli dell'attuale via Garibaldi, ecco il segreto di tanta resistenza al tempo e alle intemperie! fabbro
Il ferro passava dalle ferriere alle fucine dov'era lavorato e trasformato in attrezzi agricoli o d'uso comune, come forbici e coltelli. Elementi fondamentali della fucina: il forno per scaldare il metallo, incudine, pinze e martelli di vario peso e forma, il maglietto mosso dall'acqua del mulino a pale, e infine il mantice, azionato da vecchi o ragazzini, per tenere sempre vive le braci del forno. Sgrossato il pezzo di ferro grazie al maglietto, il metallo era forgiato sull'incudine a forza di martellate per produrre zappe, falci, coltelli. Le lame si tempravano in acqua con l'aggiunta d'ingredienti segreti (un vecchio "spadaio" usava la pipì di un bambino dai capelli rossi). L'affilatura di coltelli e falci infine avveniva grazie alla mola, mossa anch'essa dalle cinghie di trasmissione che la collegavano al mulino.
Tipica della Valle Stura la lavorazione dei chiodi forgiati. Per produrli si riduceva il ferro ad una barretta sottile per introdurlo incandescente in una speciale forma a punta, si tagliava della giusta lunghezza e poi a martellate si creava la testa appiattita, il chiodo era pronto. A Masone e Campoligure hanno filigrana resistito fino agli anni '70 alcuni laboratori che utilizzavano rottami di ferro e vecchie balestre d'auto per fare attrezzi agricoli, molto apprezzati e resistenti. Oggi attrezzi, chiodi, decori e oggetti metallici sono realizzati con tecniche di stampaggio industriale.
Le testimonianze dell'affascinante e fumoso mondo di fabbri e fucine sono conservate nel "Museo del Ferro Andrea Tubino" di Masone. Nelle sale, manufatti e reperti di vario genere raccontano la storia della Valle, compresa una bella collezione di statuine del presepio, tra le quali non poteva mancare il fabbro, con il caratteristico grembiule di cuoio, che nel suo laboratorio in miniatura continua a battere il ferro per tramandare alle generazioni future, se non il lavoro, almeno il ricordo di tanta ingegnosa fatica.
Per completare la carrellata sui musei della Valle Stura: il "Museo della Filigrana" di Campoligure, con una splendida collezione di mirabili opere d'artigianato, e il simpatico "Museo del Passatempo" di Rossiglione che raccoglie centinaia di cose di un passato non troppo remoto.

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