Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Carrellata storica e tradizioni del genovesato
di Paolo Cornacchia

La Scelta - SO.CREM

La storia
La nascita della città di Genova affonda nella leggenda e si colloca presumibilmente intorno al VI-V secolo avanti Cristo; favorita dalla sua posizione al porto centro del golfo ligure ritenuto uno dei più validi punti di approdo del Mediterraneo occidentale. Fu sottomessa dai Romani dopo aspre dispute nel 7 a.C., ma fu solo dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente avvenuta nel 476 d.C. che godette, grazie ad un'invidiabile posizione geografica, di una discreta indipendenza peraltro sconosciuta ad altre più importanti città italiane: fu in grado, infatti, di offrire rifugio sicuro a facoltose famiglie di Milano che, fuggendo dall'invasione longobarda, furono convinte ad edificare nuove chiese da dedicare al Santo Protettore della loro città d'origine: Sant'Ambrogio, dedicazione che ritroviamo "condivisa" con la celeberrima Chiesa del Gesù ma anche nel genovesato in una chiesa sorta tra Rapallo e Zoagli in splendida posizione sul golfo del Tigullio.
Con la grande unificazione del mondo occidentale ed in particolare con la costituzione ad opera di Carlo Magno del Sacro Romano Impero la città cadde sotto il regno dei Franchi, ma sarà con le crociate del XI secolo che Genova e la Liguria coglieranno l'occasione per l'ingresso a pieno titolo nelle grandi potenze dell'epoca.
Già intorno al 1015 il dominio sulla Corsica, "liberata dagli arabi infedeli" era stato promesso e concesso dalla Santa Sede a Genova e tra il 1016 ed il 1087 le navi genovesi avevano combattuto gli arabi in Sardegna ed in Tunisia, giungendo anche ad Alessandria di Egitto in cerca di occasioni di commercio ed intraprendendo la doppia politica di espansione cittadina e familiare che abilmente mescolava spedizioni militari ed alleanze politiche ad iniziative commerciali private tendenti ad aumentare il potere economico della città e delle grandi famiglie.
La prima Crociata, bandita da Urbano II, fu al di là dell'originario significato religioso, rapidamente sfruttata dai liguri per i vantaggi economici e politici ad essa connessi. Nell'anno 1099 Guglielmo Embriaco espugnò Gerusalemme con l'impiego di due torri mobili costruite con parti delle navi: l'episodio, citato tra l'altro da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata, conferma anche l'alta considerazione che avevano i maestri d'ascia genovesi.
Nel primo decennio del XII secolo, la flotta genovese al comando dell'Embriaco conquistò Cesarea, Acri, Sidone, Beirut e conseguendo ampi bottini, ma l'inserimento nei mercati orientali e lo sviluppo del futuro impero coloniale poterono avvenire grazie ai numerosi liguri che si stabilizzarono nei paesi del levante e del nord Europa.
Con il Trattato del Ninfeo nel XIII secolo Genova offrì aiuto al pretendente al Trono di Costantinopoli allo scopo di cacciare i veneziani ed ottenere in cambio un qualsiasi monopolio commerciale nell'impero e nei porti del Mar Nero. Nel 1267 la città di Pera e la sovrastante collina di Galata divennero colonia genovese e da qui si iniziò l'espansione verso i porti dell'Egeo e del Mar Nero, mari che videro sventolare in numero preponderante il vessillo di San Giorgio fino all'anno 1473. A quell'epoca Genova era divenuta la più grande potenza marittima europea.
La presa di coscienza dell'importanza assunta dalla città si ritrova nei lavori dei grandi annalisti che solo a Genova riuscirono ad esprimere cronache organizzate e complete. Caffaro fu il primo a presentare nel 1152 la sua opera ai Consoli del Comune di Genova che ordinarono di conservarla ed aggiornarla. Seguirono poi Oberto Cancelliere, Ottobuono Scriba, Ogerio Pane, fino a Jacopo Doria che terminò la sua narrazione nel 1293, dopo quasi duecento anni ininterrotti di cronache storiche. cantiere
Intanto, l'espansione continuava: alla fine del XIV secolo il drappo di Genova sventolava dalla Corsica alla Sardegna, in Tunisia, a Tripoli in Libia, ad Alessandria di Egitto, al Cairo ed in Palestina, a Cipro nelle città di Famagosta, Nicosia e Limassol, lungo le coste dell'Armenia a Focea, nel Mar Nero a Tana, Sebastopoli, Trebisonda e soprattutto a Caffa, in Crimea. Fu proprio Caffa la principale colonia genovese nel Mar Nero, fondata per scacciare i veneziani da quel mare chiuso che, però, apriva ampie vie commerciali verso la Cina e l'India.
La neonata Repubblica di Genova, riconosciuta nel 1162 dall'Imperatore Federico Barbarossa, era con il suo impero coloniale un'entità composita, formata da un insieme di situazioni giuridiche nate e mantenute diverse a seconda delle opportunità; essa al pari delle altre repubbliche affrontava un problema determinante per il proprio futuro politico cioè in quale senso dirigere la propria espansione: ad occidente le merci erano più povere - grano, sale, pelli, carni - ma le rotte erano più brevi e vi era la copertura della Chiesa di Roma e del sacro Romano Impero; ad oriente le merci erano più ricche - spezie, sete, gioielli, mastice ed allume per le industrie tessili - ma le rotte erano più lunghe e costose e la presenza di musulmani e bizantini era foriera di futuri scontri. Inoltre, ad occidente rivaleggiava con Pisa che dopo l'iniziale alleanza nata nel XI secolo per combattere i pirati saraceni e i re arabi di Sardegna e Tunisia, era divenuta una temibile concorrente; ad oriente, invece, la concorrenza diretta era con Venezia.
Genova doveva scegliere e con la sua spregiudicata intraprendenza "scelse tutto".
Lo scontro con Pisa fu lento e lungo e finì per coinvolgere in varia maniera papato ed impero che nei conflitti locali miravano a rivendicare la loro autorità universale. Dopo un'effimera vittoria dei pisani all'isola del Giglio nell'anno 1241, la battaglia definitiva si svolse il 6 agosto 1284 alla Meloria: i genovesi catturarono migliaia di prigionieri (detenuti e sepolti nel campo ancor oggi denominato Campopisano) e imposero condizioni durissime agli sconfitti. Sei anni dopo Genova avrebbe devastato definitivamente Pisa, distruggendone il porto e annientando ogni velleità della città toscana. In questo momento le repubbliche marinare erano rimaste solo due (Amalfi era già decaduta alle soglie del XII secolo).
La storia della rivalità tra Venezia e Genova risale fin dal 1208 quando le future repubbliche si scontrarono per il dominio dell'isola di Candia e durò, tra alterne vicende, sino al 1298 quando le due flotte si scontrarono a Curzola nell'Adriatico in una battaglia terribile che costò 9.000 morti e 7.500 prigionieri, fra i quali il comandante della flotta veneziana, Andrea Dandolo, ed il celebre Marco Polo che proprio nelle carceri di Genova avrebbe poi dettato a Rustichello di Pisa Il Milione. Non vi fu un trionfo come alla Meloria, ma la vittoria a Curzola permise comunque a Genova di consolidare il proprio monopolio commerciale sulle rotte del mar Nero. Seguì il trattato di pace concluso a Milano il 25 maggio 1299 che, però, fu solo una pausa nelle lotte che sarebbero riprese con alterne fortune nel secolo successivo.
Può essere interessante osservare come le due città marinare che dominavano il Mediterraneo erano, però, profondamente differenti, nella struttura sociale e politica.
Venezia, nata anch'essa sulla forza di solide famiglie aveva sviluppato, nel 1400, il concetto di stato territoriale riuscendo a superare gli interessi del patriziato mercantile; Genova era nata secondo una mentalità imprenditoriale ed a tale mentalità sempre si piegò; le famiglie amministravano in proprio o per conto del comune colonie o quartieri; si arricchivano e facevano politica, indebolendo lo Stato come entità in sé che veniva a perdere potenza e prestigio. Una chiara dimostrazione di ciò è data dalla pressoché inesistente politica di espansione verso l'entroterra, il cui solo scopo era ritenuto quello di difesa delle vie barche mercantili verso i mercati europei. Così l'assenza del concetto di Stato comportò che, a mano a mano che aumentavano le difficoltà, la madrepatria si liberasse prioritariamente della gestione delle colonie (ad esempio nell'anno 1346 si sbarazzò della Maona di Chio).
Alla fine del Trecento la Repubblica Marinara di Genova si sfaldò politicamente, perdette l'indi-pendenza politica ad opera di francesi, milanesi e spagnoli e, consolidando il debito pubblico nel Banco di San Giorgio, si trasformò progressivamente in uno Stato di banchieri e finanzieri.
Prima di proseguire ad esaminare la storia di Genova nei secoli successivi, è utile fermarsi a verificare come l'espansionismo della repubblica accompagnato ad un'ampia tolleranza verso genti di tradizioni, religioni e lingue diverse, abbia permesso utili scambi culturali. Così il confronto con il pensiero greco-arabo favorì tra il Duecento ed il Trecento l'interesse per le discipline scientifiche. Celebri trattati di botanica e medicina (è da tener presente che all'epoca la divisione tra le varie branche del sapere non era certo definita) vennero realizzati da Simone da Genova, Ruffino, Galvano da Levanto, mentre ampia diffusione ebbero le carte e gli strumenti nautici realizzati da Pietro Vesconte ed Andalò de Negro.
Ovviamente, la vera forza dei genovesi era il commercio in tutte le sue forme sul quale ebbe un'incidenza notevolissima il rapporto degli ebrei con i genovesi: una delle prime forme di contratto commerciale genovese, la commenda, è molto simile all'istituzione ebraica della izqa ed anche se assegno, cambiale e girata ed altre pratiche bancarie non sono nate a Genova, è certo, tuttavia, che qui si sono perfezionate e che nel Trecento a Genova si potevano trovare banche in grado di compiere quasi tutte le operazioni di un moderno istituto di credito. Già nel 1138, quando l'imperatore Corrado II autorizzò la città a battere moneta, era nata a Genova la Zecca, che assunse rapidamente una grande autorevolezza come dimostra l'atto con cui l'imperatore Enrico IV nel 1194 chiese, per finanziare la campagna di conquista di Sicilia e Puglia, che l'argento necessario venisse coniato in monete "in forma ianuensi" per far fronte ai pagamenti.
Come anticipato, verso gli inizi del Quattrocento la Repubblica di Genova attraversò una grave crisi economica, mentre le colonie orientali con le espansioni di Maometto II caddero in poco più di venti anni in mano ai turchi chiudendo per sempre le vie dell'oriente e delle sue ricchezze.
Nel 1407 nacque, sotto il governatore Bucicaldo (Jean Le Meingre signore di Boucicault), il Banco di San Giorgio che diverrà "Stato nello stato" (definizione del Macchiavelli), istituto finanziario con funzioni di governo, garante dell'ordine economico e sociale della Città.
Lo sfruttamento dei prestiti che i privati facevano allo Stato in cambio di interessi su dazi e gabelle vari risaliva già al 1148 ai tempi della guerra con i saraceni in Spagna. In pratica i privati costituivano delle società apposite che stipulavano con il Comune delle "compereluoghi" (cedole) che determinavano la sua percentuale sia di finanziamento che di interessi da riscuotere. Nel 1252 le varie società vennero riunite in una sola che assommava ben 28.000 luoghi e nel Trecento il debito pubblico era talmente aumentato che si decise di consolidarlo, cioè di limitarsi a pagare gli interessi a tasso fisso, senza restituire la totalità delle somme ricevute al momento della scadenza del prestito. La gestione del debito consolidato venne affidata ad una società costituita appositamente, indipendente ed autonoma rispetto al governo della Repubblica i cui amministratori venivano nominati dagli stessi creditori. Essendo stata posta sotto la protezione del patrono della città, prese il nome prima di Compere di San Giorgio, poi di Banco. Alla nuova istituzione il governo cedeva l'esazione di alcuni dazi, sia per pagare gli interessi, che per estinguere il prestito. In breve tempo il Banco di San Giorgio acquisì un tale potere ed influenza che il governo della città gli chiese di finanziare le spese pubbliche ed in seguito gli affidò il compito di amministrare colonie e terre: nel 1447 gli fu affidata Famagosta, nel 1453 la Corsica e nel 1455 le colonie del Mar Nero, mentre in Liguria amministrò per decenni Lerici, Sarzana, Pieve di Teco, Ventimiglia e la Valle Arroscia. Il ruolo di ente di governo nazionale del Banco venne riconosciuto anche dal Macchiavelli, dal Pontefice Sisto IV e dalle principali nazioni europee che con esso intrattenevano rapporti diplomatici. Il Banco di San Giorgio influenzò a lungo la vita della città (ancora nel 1746 pagò una somma altissima al comandante delle truppe austriache per evitare il saccheggio della la Lanterna città) e terminò solo nel 1805 con la riorganizzazione amministrativa della Liguria voluta da Napoleone.
Intanto nel 1466 era nato ad Oneglia Andrea Doria riconosciuto come il padre della Patria, forse l'unico grande uomo politico nella storia della Repubblica di Genova, dotato di un vero senso dello Stato. La sua riforma aristocratica degli alberghi nobiliari genovesi, cioè delle associazioni di famiglie, creò a partire dal 1528 una nuova classe dirigente e quello spirito di emulazione e grandezza che avrebbero resa la città "superba" nelle sue forme e nella sua ardita intraprendenza.
La riforma voluta da Andrea Doria prevedeva 28 "alberghi", cioè associazioni di famiglie (23 nobili e 5 di estrazione popolare) capeggiati dalle famiglie che avessero in Genova almeno sei case e obbligava tutte le altre ad associarsi ad esse: il governo della nazione veniva così a coincidere con gli interessi delle famiglie più ricche, ma in questo modo si evidenziavano le differenze tra i nobili "di vecchia data" essenzialmente finanzieri ed i nuovi nobili, diventati tali grazie alla riforma ed essenzialmente appartenenti al ceto mercantile, il più numeroso, ma anche il più povero, destinato ad un ulteriore rapido impoverimento con il decadimento del porto. La conseguenza fu un cambiamento fortissimo: la classe dirigente di una nazione che si era formata sul commercio rifiutava le proprie radici e si chiudeva in una mentalità egoistica, sempre meno interessata alla prosperità economica della Repubblica ed appagata dal successo dei propri affari internazionali. Quando alla fine del 1500 la città contava 60.000 abitanti fissi di cui ben il 10% costituito da vagabondi, indigenti, malati senza assistenza, disoccupati, un ristretto numero di famiglie genovesi gareggiava ad esibire il proprio potere economico costruendo gli splendidi palazzi di Strada Nuova e Strada Balbi. La loro ricchezza era enorme essendo, di fatto, i banchieri d'Europa: quando nel 1529 Carlo V dovette comprarsi l'elezione ad imperatore, in competizione con Francesco I, per pagare i grandi elettori chiese aiuto ai banchieri genovesi. Crediti contratti anche dai monarchi successivi e che spesso venivano pagati con l'argento americano: dal 1570 al 1607 ben 32 missioni con 48 galere portarono l'argento dalla Spagna alle banche di Genova. Si diceva allora che "l'argento nasceva in America, moriva in Spagna e veniva seppellito a Genova".
Dunque la storia di Genova e della Liguria è, come detto, storia di aristocratiche famiglie non di popolo né di nazione: furono le ambizioni di potere e ricchezza di famiglie nobili ed imprenditrici a guidare le vicende politiche e le attività mercantili e finanziarie della Repubblica ed ai privati si deve il cospicuo patrimonio artistico della città. Tuttavia le loro ricchezze si fondavano in gran parte sulla rischiosa tenuta economica della monarchia spagnola: così quando, intorno alla metà del 1600, i debiti cominciarono a non essere più pagati, le grandi famiglie andarono in crisi. Una per tutte la famiglia dei Centurione, economicamente annientata dopo che la Spagna si rifiutò di rifondere il cospicuo finanziamento ricevuto per la guerra contro i Savoia.
Altri gravi eventi si sarebbero in seguito abbattuti sulla città: nel 1657 la grande pestilenza (di manzoniana memoria) uccise il 70 % degli abitanti (50.000 su 70.000 abitanti!), e costrinse il governo della Repubblica e del Banco a cambiare le proprie istituzioni al fine di garantirne continuità anche in caso di morte di gran parte dei membri.
Quindici anni dopo vi fu una violenta guerra contro i Savoia che già da anni cercavano di impadronirsi della Repubblica (e le cui minacce avevano contribuito a rafforzare le poderose cinta murarie). Anche in tale circostanza prevalse la resistenza della città e la guerra terminò grazie alla mediazione della Francia di Luigi XIV e del Papa lasciando le cose sostanzialmente immutate, ma con pesantissime perdite. Subito dopo, però, sarà lo stesso Luigi XIV a cercare di sottomettere la Repubblica alla Francia: il bombardamento navale del 18 maggio 1684 (ricordato in bellissimi quadri esposti al Museo del Mare e della Navigazione) pur non portando risultati politici, distrusse palazzi nobiliari, edifici pubblici, depositi di merci e le ville patrizie di Sampierdarena.
Genova partecipò poi, alleata con Francia e Spagna contro gli Austriaci, alla guerra di successione austriaca, conseguente alla morte di Carlo VI: nel 1746 l'esercito austriaco entrò in Liguria instaurando un regime rigidissimo: il malcontento della popolazione sfociò nella rivolta popolare suscitata da Balilla che costrinse l'esercito invasore a ritirarsi.
Alla fine del '700 Genova, la cui potenza era andata sempre più declinando, poteva contare su un vasto territorio, ma su una scarsa consistenza politica e militare; l'avvento della Rivoluzione Francese nel 1789 avrebbe poi determinato per tutta l'Europa una nuova era che si sarebbe conclusa per la Repubblica con l'alleanza con la Francia di Napoleone. Il neo governo appena insediatosi ispirò la sua politica ai principi comunitari e popolari portati in Europa dalla Rivoluzione Francese: venne riconosciuta la sovranità popolare mediante la significativa affermazione dell'uguaglianza giuridica di tutti i cittadini: in pratica, venivano aboliti i privilegi sia della nobiltà che delle gerarchie ecclesiastiche. L'antica oligarchia che per secoli era stata il nerbo del potere genovese finiva col decadere definitivamente.
La storia della città continuerà con la condivisione delle sorti dell'impero napoleonico e le successive ambizioni repubblicane dei moti carbonari (con la leggendaria figura del genovese Giuseppe Mazzini) della metà dell'Ottocento per arrivare poi alla nascita del Regno d'Italia ed alla storia più recente che la città ha pagato con i disastrosi bombardamenti aerei e navali della Seconda Guerra Mondiale.

La cultura
Se la storia di Genova ci consegna una città ricca e vivace, lo stesso fervore non si riscontra nel campo della cultura: nel 1432 Enea Silvio Piccolomini, scrivendo ad un concittadino senese, osservava che "i genovesi studiano ciò che serve"; ciò non significa che i genovesi fossero incolti, ma è vero che non si formeranno personalità tali da partecipare a pieno titolo alla corrente che porterà all'Umanesimo ed al Rinascimento. Il motivo va ricercato nel fatto che la cultura del tempo era particolarmente legata alle corti, a singoli mecenati o a centri universitari.
Genova non ha né principi, né signori mecenati e neppure un'università, anche se ha una tradizione di alti burocrati spesso formatisi alle università di Pavia e Bologna come Giacomo e Stefano Bracelli, la famiglia Senarega,. gli Olderico, i Foglietta. Tuttavia, a differenza di Firenze dove la cultura umanistica viene adoperata a difesa dell'ideale repubblicano, Genova, repubblica di mercanti ed artigiani rissosi, non dedica troppa attenzione alla produzione di propaganda politica, conservando però per molto tempo quasi un paradosso quella libertà repubblicana che Firenze si vedrà negare dalla "mecenatissima" famiglia dei Medici.

Le tradizioni
Sono diverse le feste e le tradizioni, che la città ha ereditato dal passato ed alcune di esse ci consentono di capire come vivevano i genovesi di un tempo. La più importante festa di Genova, che si svolge tuttora prima di Natale anche se in forma estremamente semplificata, era la cerimonia del "Confuego", caratterizzata dalla partecipazione attiva di tutti i ceti sociali della città. La cerimonia consisteva nell'omaggio alla massima autorità (prima il potestà e, nelle epoche successive, il capitano del popolo e poi il doge) in occasione del Natale di un grosso tronco di alloro coperto di rami, portato da un corteo che sfilava dalle valli verso la città. Protagoniste principali erano le "badie", associazioni del popolo dotate di speciali prerogative che annualmente nominavano un nuovo abate. Col tempo le badie finirono per acquisire autonomia ed autogoverno suscitando preoccupazione nell'autorità civile e religiosa ed, in effetti, la cerimonia del Confuoco finiva con l'assumere un chiaro significato politico di obbedienza da parte dei componenti la compagnia verso il rappresentante del potere costituito.
Lo scambio di consegne tra il vecchio abate e quello di nuova nomina avveniva all'altezza del ponte di Sant'Agata (nella zona immediatamente retrostante l'attuale stazione Brignole). Nel corso del suo svolgimento una folla sempre più imponente andava ad ingrossare le file del corteo. "L'abate era scortato da 25 granatieri con le baionette in canna. Arrivato a Palazzo tutto il convoglio lasciava il Confuoco nel cortile. Di poi l'abate riveriva il Doge dicendogli "Bentruvoù Messè lo Duxe" ed il Doge rispondeva "Benvegnuo Messè l'Abbou".
L'abate augurava buone feste a nome della sua valle, gli dava notizia del Confuoco e gli donava un mazzo di fiori finti. Il Doge da par suo consegnava un biglietto di cartulario della Banca di San Giorgio del valore di lire 100 e tutto il convoglio tornava a casa. Fatta notte, il Doge ed i colleghi scendevano ad accendere il Confuoco e, poi, vi gettavano un vaso di vino, confetti e zucchero. Il tutto avveniva alla presenza dell'arcivescovo ed era seguito da un suntuoso banchetto offerto dal Doge a Palazzo Ducale.
Il popolo riteneva che il grosso tronco bruciato avesse carattere sacro e si contendeva i tizzoni che si riteneva avessero carattere taumaturgico. Queste usanze vennero stigmatizzate dal Boccaccio che definì la cerimonia del Confuoco con l'epiteto "avanzo di gentilismo". La festa, in effetti, non ebbe vita facile nel corso dei secoli. Abolita nel 1499 venne ripristinata nel 1530 e nuovamente soppressa dal Senato il 30 dicembre 1630 "perché arreca grave spesa agli uomini di questa valle, né si effettua senza confusione". Ripristinata in seguito in forma più semplice e senza le folle di un tempo, venne definitivamente abolita dal governo francese il 22 maggio 1797.
Le folle erano protagoniste anche dell'altra grande festa della città, il Carnevale. "L'Italia ha pochi luoghi dove il Carnevale si festeggi come a Genova" dichiarava nella prima metà del '600 Anton Giulio Brignole Sale ed è vero che il Barocco non perde occasione per animare la città di trionfi e mascherate, giostre e tornei, sfilate e giochi di fuochi. Nel torneo effettuato in Strada Nuova ( cioè l'attuale via Garibaldi ) nel 1589 vennero spesi ben 25.000 scudi: "Stupefatti e stracchi li astanti in veder tanta varietà di Cavaglieri e tanta varietà di vestiti così suntuosi, tutti bordati con oro e gioie di estimabil lavoro e pregio, comparve il marchese Ambrosio Spinola conduto da Amore nel suo carro tirato dalle quattro parti del mondo Asia, Europa, Africa e America. Il qual carro era posto in mezzo ad una montagna et essa in mezzo ad un palazzo et in vero bellissima impresa e di gran costo… Mentre ognuno intento a veder la vaghezza di sì bella impresa, ne giunse un'altra se non più bella almeno tale che non vi era che soggiungere; 'et è Gio'. Carlo Lercaro conduto in un orca marina, la quale aprendosi ha partorito una Galea piena di tutte l'arte liberali, col Cavaglier in mezzo con i suoi padrini, era vestito d'oro e di azzurro è detto il Cavaglier Sereno … Giunse la notte dove si appizzono molte torchie e si diede principio alla folla nella quale tutti gli cavaglieri con ventureri combatterono per un quarto d'hora … ed avendo tutti li cavaglieri li suoi lumi, tutti ad uno ad uno se ne uscirno fuori del campo di battaglia e certo che fu vista bellissima perché lo splendore dei lumi in quelle armi fu meraviglioso" (da Invenzione di Giulio Pallavicino di scrivere tutte le cose accadute alli tempi suoi 1583 – 1589).
In generale le sfilate si svolgevano nel cuore della città in strada Nuova o in Piazza Fontane Marose, ma l'opportunità politica poteva far preferire luoghi diversi, come quando nel 1575 i nobili nuovi fecero allestire il torneo nel quartiere popolare di Ponticello.
Dopo i corsi trionfali nelle logge e nei saloni dei palazzi avevano inizio le danze, le commedie teatrali o le opere musicali.
Il visitatore apostolico consigliava nella lettera alla signoria del 4 dicembre 1582 di "moderare la troppo larga libertà delle donne et conservare strettamente quell'ottima legge che fu fatta l'anno passato di proibire le veglie, nelle quali si vigila per far mille disordine e peccati". Si infittirono le proibizioni che, tuttavia, non riuscirono nell'intento; anzi le veglie si moltiplicarono ed indiscussa fama ebbero le "Quaranta vigilie" che si tenevano a turno in altrettante case per un periodo di quaranta giorni. Nel '500 passarono da Genova le principali compagnie di storia dell'arte: i Gelosi, i Confidenti, gli Uniti, i Desiosi, gli Accesi. Nei documenti medioevali sono riportate le storie dei balli, la oriunda e la farandola che il popolo ballava sfrenatamente attorno ai falò accesi sulle spiagge, nelle strade e piazze della città a partire dal 17 gennaio, inizio del Carnevale. Dello stesso periodo sono le "bataiole" esercitate dai giovani del popolino, mentre i membri dell'aristocrazia si "combattevano" con lanci di arance e limoni. Giulio Pallavicino racconta che le autorità cercavano invano di proibirle, in quanto causa di disordini e risse furibonde.
La violenza congenita nella società si esaltava nelle feste e ancor di più nelle esecuzioni capitali che si concentravano in questo periodo dell'anno richiamando folle di spettatori. Lo smembramento del fantoccio di Carnevale corrispondeva al corpo squartato del condannato e si può dire che i tratti realistici con cui i pittori dipingevano il martirio dei santi traessero ispirazione dal supplizio dei malfattori. E' lo stesso Pallavicino che dopo aver narrato lo splendido corteo dei cavalieri con le fiaccole aggiunge: "In altra specie fu questa mattina bellissima vista in Palazzo del Potestà perché vi si vede 3 impiccati alla finestra tutti perforati di archibusate". Uno spettacolo di sicura presa sul pubblico se ancora nel 1844 Nietzsche racconta che le dame genovesi si facevano accompagnare sulle alture del Righi per assistere al supplizio sul patibolo del condannato.

Genova negli occhi dei "foresti"
E' stato Francesco Petrarca ad attribuire alla città di Genova l'aggettivo "Superba", ma sono molti i viaggiatori che arrivati in città ne sono rimasti profondamente colpiti e nelle loro parole si colgono al meglio le impressioni che la nostra città suscitava ai tempi del suo splendore.
Invero, la felice posizione della città adagiata sul mare ha ispirato splendide pagine, ma è stata soprattutto l'imponenza dei palazzi a meravigliare e sorprendere i molti viaggiatori in Liguria.
"L'hai vista, obliqua sull'acqua
col suo gaio mezzaro
Genova la bella
Il volto dipinto, l'occhio scintillante,
che cicala e scherza
con la sua giogaia."

 (Alfred de Musset, A mon frère, revenant d'Italie, 1833).

"Genova è posta in una bellissima baia, estesa, come essa si trova sul dolce pendio di una collina, sparsa di giardini ed abbellita di stupende opere architettoniche… Questo mi fa ricordare dei palazzi di Genova che non saprei descrivere come meritano. La via chiamata Strada Nuova è fiancheggiata in tutta la sua lunghezza dai più bei fabbricati del mondo… Non si sa cosa ammirare di più, se la perfezione dell'architettura o la gran dovizie di ricche suppellettili disposte col gusto più raffinato o con prodiga magnificenza" (Mary Montague, Lettera, 1718).

"All'entrata di Genova scorgemmo due palazzi signorili, uno di Giorgio Doria, l'altro di un signore chiamato Seba. Mentre ci si avvia dentro la città e prima di entrarne alle porte v'è il suntuoso palazzo di Andrea Doria. L'edificio stesso, il giardino, le scale digradanti al mare, la sala dei banchetti e diverse pinacoteche sono di magnificenza regale… Le strade sono strette, i palazzi eretti magnificamente, con marmo e le altre costruzioni di pietra libera a cinque o sei piani e le finestre sono vetrate, cosa rarissima in Italia. Le vie sono lastricate con silice e le case dei sobborghi sono quasi belle come quelle cittadine" (Fynes Moryson, An itinerary, 1617).

"Esco dai palazzi Brignole, Serra… Sono sconvolto, colpito e rapito, non mi riconosco più. Ho gli occhi pieni d'oro, di marmi di cristalli… in colonne, capitelli, ornamenti di ogni genere, di ogni forma… Se volete vedere la più bella strada che ci sia al mondo andate in Strada Nuova a Genova. Una folla di palazzi che se la battono per ricchezza, altezza, volume, mostrando i loro portici, le facciate, i peristili che brillano di uno stucco bianco, nero, di mille colori. Sono dei quadri esternamente" (Charles Dupaty, Lettres sur l'Italie, 1785).

"Genova è una delle più splendide città d'Italia; i maestosi palazzi e le magnifiche scalinate di marmo bianco le danno pieno diritto di portare il nome di Superba" (Sil'vester Šcedrin, Dalle Lettere, 1829).

"Se la notte è bella, lo è soprattutto a Genova dove la pioggia è caduta come vi cade a torrenti, tutta la mattina; quando la purezza del mare lotta con la purezza del cielo; quando il silenzio regna nei viali e nei boschetti, nei marmi dalla bocca spalancata da cui l'acqua cola misteriosa; quando le stelle brillano, quando le onde del Mediterraneo si susseguono come le confidenze di una donna" (Honoré de Balzac, Honorine, 1836).

Infine sorprende l'attualità delle parole di Jules Janin: "Ho percorso in tutti i sensi questa città superba, il cui cuore non pulsa più come una volta, la cui testa è fredda ma che è ancora viva, seppure col cuore calmo e la testa fredda, tanta forza è tuttora nelle sue viscere di marmo. Si potrebbe dire che in Genova vi sono due città in un solo recinto, la vita e la morte fianco a fianco" (da Voyage en Italie, 1838).

Non sono tutti concordi i visitatori della città, alcuni la trovano orrenda ed i suoi abitanti avari ed arrivisti, ma nessuno rimane indifferente. Così Montesquieu scrive: "io sono stato otto giorni a Genova e mi sono annoiato a morte: è la Narbonne d'Italia. Non vi è nulla da vedere salvo un bel porto, ma assai pericoloso; case costruite in marmo perché la pietra è troppo cara e degli ebrei che vanno a Messa" ("Lettera a Madame de Lambert", 1728 ) e ancora "i Genovesi non sono affatto socievoli; e questo carattere deriva piuttosto dalla loro estrema avarizia che non da un'indole forastica: perché non potete credere fino a che punto arriva la parsimonia di quei principi. Non c'è niente di più bugiardo dei loro palazzi: di fuori una casa superba e dentro una vecchia serva che fila. Se nelle case più illustri vedete un paggio è perché non ci sono domestici. Invitare qualcuno a pranzo a Genova è una cosa inaudita. Quei bei palazzi sono, in realtà, fino al terzo piano magazzini per le merci. Tutti esercitano commerci ed il primo mercante è il Doge. Tutto questo rende gli animi della gente assai bassi, anche se molto vani. Hanno palazzi non perché spendano, ma perché il luogo fornisce loro il marmo" (da Voyage en Italie, 1728).

Un commento feroce, ma non bisogna dimenticare che al tempo si diceva di Genova e dei suoi abitanti: "Mare senza pesce, monti senza legna, uomini senza onore, donne senza pudore", proverbio che probabilmente ispirò a Luigi XI la frase "I genovesi si danno a me ed io li dò al diavolo".
Dunque da sempre grandi contrasti nella nostra città, che deve il suo splendore e il suo decadimento al dio Denaro che i nostri predecessori sono stati maestri nel gestire e far fruttare. Speriamo che il 2004 possa finalmente essere l'anno della riscossa, quella che né le Colombiane né il difficile e controverso G8 hanno saputo dare. Comunque sia chi ama la nostra città non può non commuoversi nel vedere il sole che scende dietro gli Appennini allungando le ombre dei suoi storici edifici ed oscurando i misteriosi vicoli del Centro Storico, mentre il mare lambisce la splendida costa.
Una magia che ci pare descritta in maniera assai efficace nei versi di Alphonse de Lamartine nella poesia "Genova" del 1826.
"Di là l'occhio incantato scorge, al piede delle colline
Genova, figlia dei mari, uscita dal seno delle acque;
le cupole sbilanciate delle sue sante dimore
dove il bronzo fremente margina le ore
e le antenne dei vascelli che dormono nel porto
si alzano al livello dei palazzi della riva
quando l'onda sprigionata li solleva
ed il penoso gemito singulta trattenendo il fremere
della spiaggia
".

© La Gazzetta di Santa