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    Pezzi di storia

Le maschere genovesi del carnevale

Parliamo di carnevale, ma ciò che vedremo si applica anche alla commedia dell'arte1 e ancor di più al teatro dei copertina burattini2 e delle marionette3, dalle cui tradizioni tutto prende lo spunto.
"La Maschera è l'espressione sintetica di una classe di persone, di una gente, di un dato costume, di un dato ordine di sentimenti e di idee. Essa non parla il linguaggio dei dotti, ma quello del Popolo: il suo libro è quello semplice, fresco, spontaneo della vita."4
A Genova era presente l'antico Teatro delle Vigne5 detto "delle marionette" anche se oltre a quelle si esibivano anche attori in carne e ossa, e il teatro Colombo; oltre a quei due, di lusso, erano famosi anche due teatrini di marionette: U Feugo in Campo Pisano e U Cincinina in Vico Santi. Quest'ultimo prendeva il nome dal suo fondatore e direttore6, commerciante di legna e carbone: la sede era in una bottega al cui ingresso si vendevano mele, le stesse vendute negli intermezzi dello spettacolo. Fu lui a creare la macchietta Barudda; scrive Rota "Le maschere che dominavano – il fulcro su cui girava tutto lo spettacolo – erano Barudda e Pipia. Il primo era l'eroe per eccellenza, fiero venturiero e audace sonatore di nerbate; Pipia era invece l'essere lepido e caustico al tempo stesso, sempre ammantato di uno scaltro velo di ostentata paura e di piacevole, grottesca infingardaggine."
Il pubblico applaudiva alle legnate subite da Barudda, servo rozzo, sboccato, balbuziente e amante del buon vino, furbacchione: probabilmente il suo carattere facile a infiammarsi suggerì il nome, dall'arabo baroud, polvere da sparo.
Nicolò Musante scrive sulla Gazzetta di Genova del 30 novembre 1919: «La sua faccia, incorniciata da una corona di barba da un orecchio all'altro girandogli sotto il mento, ha una sfericità di luna piena. In essa si fondono una bonarietà larga e una comicità plebea da pescivendolo». Indossa una giubba contadina e un berretto molle di panno, ma spesso è in maniche di camicia.
Amico inseparabile di Pipia, che invece è pallido, bitorzoluto e mingherlino con un difetto di pronuncia che lo porta a pronunciare continuamente la lettera "V".
Barudda diventerà poi amico fidato di un'altra maschera genovese, Baciccia della Radiccia7. Baciccia è il diminutivo di Gio Batta (Giovanni Battista), "radiccia" è il termine dialettale di radicchio, cicoria: un nome "nobile" che rappresenta il tipico popolano genovese mugugnone, povero ma allegro e spensierato, propenso alle bevute con l'amico Barudda.

Fracassa Capitan Fracassa

La moglie Texeinin non gli perdona le assenze da casa e lo punisce puntualmente.

Celebre è anche Capitan Fracassa: magro e allampanato, lunghi baffi, abile con la lingua più che con la spada, aggredisce con voce austera e tonante i suoi avversari ma poi è il primo a fuggire.
E' uno dei tanti capitani della scena, accomunati dagli abiti a sbuffi e la spada lunghissima: a seconda dell'epoca storica prima italiano, poi spagnolo e tedesco. Il Capitan Fracassa prese il nome da un personaggio del poema caricaturale Baldus8, dove si narrano le avventure di un furfante, Baldo, di cui Fracassus era un degno compagno.
Suo simile è Capitan Spaventa della valle Inferna, che nella versione genovese è un caporale convinto di essere bellissimo e valorosissimo, mentre è brutto e fanfarone: si vanta di inesistenti avventure amorose e guerresche mescolando lingua castigliana e italiana.
Altra maschera genovese settecentesca è O Marcheise, una presa in giro della nobiltà. Conservatore e prudente, vestito con cappello a tre punte, parrucca bianca, giacca di velluto con fregi in oro lunga fino al ginocchio, polsini in trina, calze bianche e scarpe nere.
Al suo opposto O Paisan, contadino dei monti liguri, poteva chiamarsi Gepin, Brisca o Genio. Sulla testa un lungo cappuccio rosso di lana che scende su una spalla, indossa una camicia colorata sotto un corpetto a sua volta coperto da una giubba di fustagno. Pantaloni come la giacca, una fascia rossa come cintura, lacci che chiudono sotto il ginocchio e al fianco la pennacca, la roncola: ghette bianche e scarponi sempre slacciati.
La sua compagna è A Paisann-a, di nome Nena. Con una camicia di pizzo, un corpetto di velluto, la gonna lunga ed ampia di colore vivace sopra la commedia fadette, sottoveste a falde. Scarpe di stoffa nera e grembiule da lavoro. Sulla testa il sottesto, panno arrotolato a forma di ciambella per portare pesi in bilico. Un tocco di femminilità sono collana e orecchini, un nastro di velluto nero intorno alla testa per fermare le trecce, uno scialle frangiato a tre punte. Per finire, sopra la testa il meizao, mezzaro.
Tra i campagnoli c'è O Villan che però, a differenza di O Paisan, non possiede terra e lavora sotto padrone. Il suo costume è più povero e canta in modo provocante.
Vi è poi A Marcheisa che compariva al fianco di O Marcheise, con parrucca bianca e boccoli, corpetto molto stretto, ampia sottana viola, calze bianche e scarpette nere, con in testa il classico "pezzotto".
Va infine ricordato O Sciò Reginn-a, creato e interpretato dall'attore Domenico Garello: quest'ultimo aveva preso lo spunto da un vagabondo ubriacone dotato di umorismo e con la battuta facile vissuto realmente nel settecento9.


1 Genere teatrale nato in Italia alla metà del 1500, con tipi di personaggi fissi, alcuni con maschere di cuoio, che improvvisavano i dialoghi in scena.
2 Pupazzo in legno, stoffa o altro mosso dal basso dalla mano di un burattinaio che lo infila come un guanto. Il termine deriva dall'antica parola "buratto", stoffa grossa e rigida dei setacci per la farina, o forse da "burazzo", strofinaccio.
3 Pupazzo come il burattino, mosso dall'alto. Il termine è riconducibile alle statuine mariane, "Marie di legno".
4 Così nell'articolo "Marionette" di Alfredo Rota su La Stampa del 29 gennaio 1932
5 Appartenne alla famiglia Durazzo
6 Al secolo Luca Bixio, morto all'ospedale Pammatone nel 1879, a 78 anni.
7 Portato al successo dal marionettista Mario Magonio (1909-2009)
8 Il poema fa parte della raccolta "Le maccheronee" del monaco cassinese Teofilo Folengo (1491-1544) che si firmava con lo pseudonimo Merlino Coccajo. E' scritto in latino maccheronico, lingua artificiosa composta da latino e dialetto per trattare argomenti "plebei" con effetto comico.
9 Pare fosse di famiglia agiata del Ponente ligure, tale Francesco Cavanna. Trasferitosi a Genova, viveva in miseria facendo la macchietta nelle osterie; morì nel 1792 dopo una caduta.

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