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Le antiche corporazioni genovesi: i minolli
di Ezio Baglini

Gazzettino Sampierdarenese – 15 luglio 2021

L'ideale per ogni armatore, sia di piccola imbarcazione che di grossa nave, è avere un carico pieno, sia all'andata che al ritorno. Ma prima dell'avvento dei brokers organizzatori, dopo il 1800, questo era raro succedesse: una nave portava un carico e poi spesso tornava vuota. Ma vuota, non appesantita se non dal carico delle vele in alto, sul mare un po' mosso o col vento forte, non era raro addirittura il rovesciamento.

foto La zona della Coscia dove operavano i minolli

La necessità di provvedere ad un peso stabilizzante fece nascere questa caratteristica e tipica figura marinara dello zavorratore (la zavorra era "a saura", e il portarla era "o saurâ"), cioè quei trasportatori di sabbia, e non "zetto", da caricare dentro le stive delle navi quale carico fittizio necessario per far mantenere alle navi, vuotate del loro carico reale, il pescaggio in mare e, di conseguenza, la stabilità e l'equilibrio, pena lo scarrocciamento nel mare mosso, fino al ribaltamento.
In "cuffe" o sacchi pesanti, il materiale veniva raccolto sulle spiagge, trasportato con barche a carico quasi a pelo d'acqua sino alle navi, poi dalla barca alla stiva in un interminabile numero di viaggi su assi mobili a seconda delle condizioni del mare, depositato lungo la chiglia, ed infine livellato per assicurare la massima stabilità.
Ovvia l'operazione inversa quando la nave arrivava vuota e doveva essere dezavorrata per essere caricata. Necessario era non perderla, sia per non alzare il fondo del porto, sia per la fatica che comportava possederla.
La parola "minollo" non ha nessun riferimento etimologico non risultando dedotto da alcuna parola precedente. Rimane quindi un nome a sé stante, nato senza un'evoluzione linguistica, anche se il mestiere è antichissimo. Da alcuni è fatto derivare dal latino "minarii" ovvero minatori in quanto operavano scavando, anche se solo in superficie; e qualcuno più erudito, li chiamava "Minali". Come tale venne accettato, rilevandosi il termine Minollo anche in un discorso del Cavour alla Camera dei Deputati a Torino, quando si espresse in favore dell'abolizione dei privilegi ai monopoli portuali (camalli, calafatatori, minolli, ecc.).
Il loro insediamento preferenziale alla Coscia di San Pier d'Arena fu senz'altro indotto dalla spiaggia, la più ricca del prezioso materiale e in contemporanea il posto più vicino al porto. La loro agglomerata presenza, assieme a quella dei primi pescatori e la loro cadenza dialettale, determinarono la caratteristica fondamentale del quartiere e dei primi abitanti del borgo.
Tradizionale era il berrettino di lana, usato poi da tutti i pescatori, di un bel blu con il pompon rosso (che ancor ora è tradizionale e generico sinonimo della figura del pescatore di nome Baciccia). Senz'altro il loro mestiere è notevolmente antico, essendo problema già dei fenici e dei romani. Ma per una primitiva organizzazione del mestiere occorre risalire ai primi anni del Mille, agli albori della Repubblica, con il nascere dei primi cantieri di navi e di una certa organizzazione dei trasporti.

Nel libro "Dell'idioma e della letteratura genovese" del 1894 Carlo Randaccio definisce «Minollu significa in italiano colui che somministra e porta la zavorra alle navi; etimologia incerta, la più probabile è greco mna, latino mina, antica unità di peso, ancora usata in Liguria, min-a; ma potrebbe eziandio venire da meinn, cava e altre simili voci celtiche, il minollu estraendo i materiali per la zavorra dalle cave di pietra.»

All'inizio il servizio era sprovvisto di specifico regolamento portuale ed era soggetto al solo controllo di un "guardiano del porto" che si limitava, dalla sua casetta posta vicino al molo Vecchio, a verificare strettamente che non avvenissero spargimenti di materiale nello specchio del porto per non contribuire all'annoso problema del fondale basso.
La corporazione nacque nel 1585, su domanda di alcuni capitani di navi ai Padri del Comune, e contemporanea loro sollecitazione del nome di Antonio Garibaldi quale unico e serio fornitore di sabbia pulita, non terrosa o mista a pietre inidonea allo scopo. Si iniziò così in quell'anno a sancire e prefissare le regole di quella che diventò una vera e propria Confraternita, fornendo una licenza specifica, dietro versamento di una cauzione di 150 lire, e con autorizzazione di prelevare sabbia sul litorale di San Pier d'Arena solo per un terzo del fabbisogno giornaliero. In seguito, nacquero regolamenti o precetti, emanati al fine di regolamentare il loro lavoro, il comando dei capo famiglia e l'ingresso nella corporazione dei giovani; ciò malgrado, anche dopo l'istituzione della Corporazione e il tutto sancito con minaccia di punizioni pesanti, infinite apparvero le irregolarità, le disattese, furti e frodi incontrollabili. Solo l'8 giugno 1611 uscì il primo statuto.
Ai primi ventiquattro "marinai", iscritti e riuniti così in associazione o confraternita, si stabilì che tra loro si chiamassero "fratelli" e fu loro data la nomina di maestri dell'arte, con a capo un console ed un vice console; veniva fissato il pieno monopolio dell'arte; l'iscrizione si ereditava di padre in figlio, oppure si comprava o vendeva ad una tariffa omologata da applicare uguale per tutti per evitare dannose concorrenze e le sanzioni da subire in casi di inadempienze o irregolarità responsabilità tecniche del mestiere. L'età minima d'inizio era a sedici anni, con un periodo di apprendistato di quattro anni.
In cambio dei privilegi, ogni minollo doveva ogni anno trasportare gratuitamente quattro barcate di materiale del fondale portuale e scaricarlo fuori del bacino, in luoghi prefissati "dal sig. Deputato" oltre Lanterna. Dal "Libro dei Minolli" manoscritto rilegato, conservato tra i registri dell'oratorio di Coronata del P.mo Genaro, 1754, si fa obbligo agli iscritti all'arte - per un atto sancito davanti al notaio Angelo Grana - di pagare per ogni "barcata (carico)" un soldo all'Oratorio (o di San Martino o di Coronata); doveva essere il patrone o marinaio e le loro mogli a versare il dovuto al console il quale custodiva le monete in una bussola chiusa a chiave le quali erano custodite dai cancellieri.
Le barche dei minolli erano per lo più dei "leudi" o "liuti o pendo", di cui assai spesso divenivano proprietari, utili allo scopo, ma pericolosi nel diporto, specie col mare grosso e privi di covertata, riconoscibili per un numero progressivo e per il nome di battesimo legato per lo più al nome di una donna di casa. Era un loro detto: "Vale più essere padrone di un gozzo che marinaio di un grande vapore".
La loro funzione suppletiva era anche di tenere pulite e sgombre le spiagge; causa l'incessante bisogno di sabbia si dovette legiferare perché il prelevamento avvenisse razionalmente, a volte anche lontano: un decreto del 1761 obbligò recarsi a fare prelievi "alla bocca della Fiumara di Polcevera" (ed in casi estremi anche in riviera alla Vesima o anche Arenzano), allungando così però il tragitto e i tempi di fornitura, riducendo così le possibilità di guadagno.

Minollo è anche il nome di un animale immaginario nello sketch La fine del mondo interpretato nel 1979 dal gruppo La Smorfia (Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro).
L'animale è bipede, naso lungo, orecchie grandi simili a un foglio accartocciato: forse Troisi si ispirò nel nome alla tradizione marinara. Il successo fu tale che il termine entrò in alcuni modi di dire: ad esempio "andare a caccia di minolli" nel senso di "perdere tempo".

Per certi bastimenti potevano occorrere 500-700 tonnellate di sabbia da depositare dove il comandante ordinava per l'assetto della nave pena il possibile rovesciamento e naufragio del veliero; se si moltiplica per l'alto traffico portuale giornaliero, ci si può rendere conto della fatica e della quantità di materiale che comportava. Il lavoro iniziava con la raccolta della sabbia, trasportandola con carri trainati da buoi fino in centri di raccolta (probabilmente al piccolo molo della Coscia ed al Molo Vecchio vicino al Lanternino, ove ovviamente dovevano provvedere a delle scorte per eventuali richieste contemporanee, oppure da mantenersi nelle barche stesse, ma mai sulle calate); su richiesta portarla sulle navi mediante sacchi (sabulum, dal latino). Vita faticosa, ma anche pericolosa: dovevano lavorare con qualsiasi tempo (sole o vento, neve e freddo) e con qualsiasi mare, ed anche per navi non ancorate nel porto.
Come altre corporazioni, e con maggiore sensibilità considerati gli alti rischi e l'imponderabilità che comportava il mestiere, i Minolli erano molto religiosi e il loro culto è dimostrato dalle attenzioni poste all'antica chiesetta dei Cibo detta del Quartieretto e dalla scelta di San Francesco da Paola quale protettore.
In quegli anni, evidentemente al limite dell'assottigliamento del litorale, legato alla diuturna usuale asportazione di tonnellate di sabbia con conseguente pericolo per le case durante i fortunali e le mareggiate, le autorità decisero di ridurre il numero degli iscritti, da trentacinque agli originali ventiquattro: allo scopo fu addirittura proibito ai maestri d'ascia sampierdarenesi di costruire nuovi leudi; fu offerto ai minolli in necessità di comprarne uno, di prenderlo da chi cessando era obbligato a vendere finché non si fosse pareggiato il numero alla cifra prestabilita.
A suon di prelevare sabbia, iniziano tempi duri per i minolli. Già nel 1825 vengono diffidati dal sindaco di raccoglierne alla Coscia; due anni dopo dall'Intendente Generale - oggi prefetto - che li obbliga ad allontanarsi verso ponente dalle parti del Palazzo del Vento. Una legge del 14 agosto1844, sancita da Carlo Alberto, abolì tutti i privilegi di tutte le corporazioni. Questa legge fu disattesa a Genova dai Minolli, come se non riguardasse loro e fecero durare ben più a lungo la tradizionale metodologia, con non lievi disagi per i mercantili.
Nel 1855, in una relazione scritta dall'Intendente generale della divisione amministrativa di Genova Domenico Buffa indirizzata al Ministro dell'Interno Cavour, sulle 11 arti privilegiate del porto, egli esprime il parere: «…dei minoli o zavorrai i quali appartengono al borgo di San Pier d'Arena e vi hanno stanza. Fors'anche l'origine di questo borgo… diede la origine ai minoli, come induce a sospettare lo stesso suo nome: gli zavorrai ivi stabilitisi, come in luogo nelle vicinanze del porto il più adatto a farvi zavorra e versarvi quella di cui volevano scaricarsi le navi, furono per l'avventura in antico il primo nocciolo di questa città di cui ora talvolta, benché a torto, sente gelosia il commercio di Genova…». Quindi i loro regolamenti avendo radici lontanissime non erano facili da scalzare anche se questi privilegi comportavano non pochi danni alle arti marittime.
Ma, con la fine della vela, anche questa attività ebbe gradatamente a diminuire spontaneamente: nel 1880 gli iscritti erano solo 45 e, gradatamente, cambiarono mestiere, ridotti a chiattaioli (o bunckeristi; ovvio il cambio di corporazione, divenendo scaricatori, pesatori, ricevitori, per lo più avendo adattato il barcone al trasporto del carbone, per una portata di 100 t) o tristemente abbandonando il mare per l'Ansaldo (allora chiamato 'il Meccanico'), tentando di fondersi con altre imprese portuali fino ad estinguersi per il sopraggiunto sistema di zavorramento ad acqua con le camere stagne nelle navi costruite in ferro.
Ancora nel 1922, nel regolamento portuale era prevista la fornitura di zavorra, previa autorizzazione del Consorzio (ufficio marittimo di ponte Morosini): autorizzate dapprima due ditte, Carlo Lagorara & C. e Bertorello, le quali dovevano depositare al Consorzio 8 cent per ogni tonnellata di zavorra (4 cent per il demanio e 4 per eventuali spese e riparazioni delle calate); poi aumentate con la Lagorara e Casassa, la Danovaro, la NGI, la Viale-Scott, i Bruzzo, i Sanguineti ecc.; i capitani o gli armatori, potevano contrattare il zavorramento del loro bastimento pagando £.1,70 / t. o in base alla linea di immersione, per una quantità limitata da avere sufficiente stabilità nel movimento dentro il porto.
Gli zavorrai dovevano espletare il lavoro di scarico delle loro barche entro cinque giorni, dovevano provvedere a tendere dei teloni per evitare l'interramento del porto stesso e non potevano lavorare di notte.
Così, SanPier d'Arena è l'unica località che ricordi questo nome ligure e questo mestiere scomparso.

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