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    Pezzi di storia

Pesci rari nel mare ligustico
di Decio Vinciguerra

Bollettino del Comune di Genova – 31 marzo 1923

I naturalisti che da un secolo ad oggi hanno vissuto nella nostra città non potevano sfuggire all'attrazione che emana dal mare che la bagna e che in ogni epoca ha costituito la principale sorgente della sua prosperità ed hanno tutti rivolto la loro attenzione agli animali che vivono in esso e specialmente ai pesci. I primi naturalisti liguri in ordine di data, e può anche dirsi di merito, Massimiliano Spinola e Domenico Viviani, benché specializzati, il primo nello studio di altri gruppi di animali e il secondo in quello delle piante, hanno pubblicato notizie più o meno estese sui pesci del nostro golfo, ed Agostino Sasso (non Sassi come generalmente si scrive) che fu il primo professore di zoologia nell'Ateneo ligure compilò, per la Descrizione di Genova e del Genovesato, pubblicata in occasione della ottava riunione degli scienziati italiani, tenuta in Genova nel Settembre 1846, un catalogo di pesci liguri che è anche oggi il lavoro fondamentale per lo studio della nostra ittiofauna.

Fig. 1 Fig. 1 - Selache maxima - (Mus. Civ.) lung. m 3,25

Si deve a Sasso la importante collezione di pesci del Museo Zoologico della nostra Università, egregiamente preparati dall'abile tassidermista Luigi De Negri, che contiene esemplari rarissimi e che fu notevolmente accresciuta dai professori Lessona, Trinchese, Pavesi. Gasco e Parona che si succedettero nella direzione di quell'istituto.
Col sorgere poi del Museo Civico di Storia Naturale, lo studio della ittiologia ligure assunse nuova importanza, perché il marchese G. Doria procurò di sviluppare quanto era possibile quella parte delle collezioni, indirizzo nel quale si continuò dalla Direzione attuale, per modo che anche la raccolta ittiologica ligure del Museo Civico è ricca di individui rarissimi, benché le manchino ancora taluni di quelli che figurano nella Universitaria. L'una e l'altra pertanto si completano e permettono di farsi sulla loro scorta un'idea abbastanza esatta della fauna ittiologica del nostro golfo, dimostrando così che essa è ben lungi da quella povertà, talora ricordata a titolo di dileggio.
Troppo lungo sarebbe il far cenno di tutte le specie nostrane di pesci e però mi limiterò al ricordo di quelle che, sia per la loro rarità che per altro motivo, appariscono più degne di considerazione.
La conformazione del nostro golfo, nel quale si riscontrano notevoli profondità a poche miglia di disianza dalla costa, ha fatto sì che vi ha preso notevole sviluppo la pesca con i palamiti, mercé la quale si ottengono numerose specie di pesci carnivori viventi sul fondo o presso il fondo e tra questi parecchi squali, alcuni dei quali possono raggiungere dimensioni considerevoli quali l'Hexanchus griseus (volg. mûggio), la Lamna Spallanzanii (volg. meanto), il Prionodon glaucus (volg. verdun) e l'Alopecias vulpes (volg. pescio ratto) di cui un individuo esistente nel Museo Civico misura m 3,75, dei quali ben due per la sola coda. Ma il più notevole fra tutti gli squali liguri è la Selache maxima (Fig. 1), forma singolare, caratterizzata dal prolungamento del muso, specialmente evidente negli individui giovani. Questa specie non infrequente nell'Atlantico settentrionale, era sino a 50 anni fa del tutto sconosciuta nel mare ligustico e di essa si potevano accennare solo poche ed incerte catture nel Mediterraneo, dove costituiva una grande rarità. Nel 1871 ne fu preso a Lerici un esemplare che attualmente si conserva nel Museo Universitario e fu illustrato dal professor Pavesi, il quale ne studiò anche un secondo preso a Vado nel 1877 ed ora nella collezione del Museo Civico. D'allora in poi le catture nel Mediterraneo, e specialmente nei nostro golfo, di questo strano pesce si sono moltiplicate in modo straordinario e non passa anno che non ne venga segnalata più d'una. Nell'anno scorso furono presi nelle acque liguri non meno di tre esemplari di questa specie, che ora ha ricevuto dai pescatori il caratteristico nome volgare di pescio elefante, a cagione del ricordato prolungamento del muso. Gli individui sinora osservati nel Mediterraneo non raggiungono mai le dimensioni di quelli dei mari settentrionali, ove essi possono arrivare a 12 e anche più metri di lunghezza. Quello di Vado è lungo m 3,25 e non si ha notizia certa di esemplari presi nei nostri mari che tocchino i 4 metri, non potendosi tener conto di una indicazione relativa ad uno che ne sarebbe stato preso nel Quarnaro nel 1866 che sarebbe stato lungo circa 8 metri.
Le dimensioni che può raggiungere la Selache sono eguagliate o solo di poco superate da quelle di un altro grosso squalo, non raro nel Mediterraneo, che talora incappa nelle reti delle tonnare, come in quella di Camogli, il vero pesce cane o cagnassun (Carcharodon Rondeletii) di cui esistono nel Museo Universitario due grossi esemplari, uno dei quali rimonta ai tempi di Sasso, il quale scrive che pesava 80 rubbi, ossia 640 chilogrammi, mentre di un altro squalo più raro ma di statura minore, l'Odontaspis ferox (volg. cagnassun de fundo) ne esiste un esemplare che pesava 48 rubbi. Merita pure di essere ricordato anche l'Echinorhinus spinosus (volg. tacca de fundo), caratterizzato dalla presenza di piastrine spinose sulla cute, esso pure assai raro.

Fig. 2 Fig. 2 - Cephaloptera Giorna - (Mus. Civ.) larg. m 2,64

L'altro sott'ordine di pesci cartilaginei, le razze, è anche rappresentato nel nostro mare da parecchie specie che si ottengono esse pure con i palamiti, o con le reti a strascico delle bilancelle; alcune fra esse possono raggiungere grandi dimensioni come quella che fu descritta da Sasso col nome di Laeviraja bramante perché chiamata precisamente bramante dai nostri pescatori, sopra un individuo del peso di 160 chilogrammi, esso pure conservato nel Museo Universitario, mentre un altro individuo di dimensioni un po' minori esiste nel Museo Civico. Ma il gigante di questo gruppo è la curiosa Cephaloptera Giorna (volg. pescio vacca) (Fig. 2), che ha due appendici ai lati del capo simili ad orecchie, un esemplare della quale, appartenente alle collezioni del Museo Civico, misura m 2,64 da una estremità all'altra delle pinne pettorali, e fu preso il 14 novembre 1887 nell'interno del porto di Genova. Questa specie arriva a dimensioni anche più grandi, poiché se ne conoscono individui che avevano un disco di più di tre metri di diametro, mentre in qualche specie affine dei mari tropicali quello può essere di ben otto metri.
Tra i recenti acquisti del Museo Civico merita poi di essere ricordato un individuo di un'altra specie di questo gruppo, appartenente alla famiglia dei Trigonidi, complessivamente indicati dai pescatori col nome di ferrasse e di ciucci, che hanno la coda armata di una robusta spina seghettata sui margini, la cui puntura può produrre ferite dolorosissime e pericolose. E' questa la Pteroplatea altavela che fu presa nello scorso novembre nelle acque di Arenzano, ed è il secondo individuo che sia stato preso nel nostro golfo1.

Fig. 3 Fig. 3 - Ranzania truncata - (Mus. Civ.) lung. m 0,59

I pesci a scheletro osseo, assai più numerosi dei cartilaginei, presentano di conseguenza una molto maggiore varietà di forme e di organizzazione, sicché essi sono a loro volta distribuiti in diversi gruppi. Ad uno di questi, i Plettognati, appartiene il ben noto pesce luna (Orthagoriscus mola) abbastanza frequente e che può raggiungere dimensioni enormi, poiché se ne videro esemplari che pesavano circa una tonnellata, mentre una specie più piccola, ma assai più rara, ha proporzioni assai più modeste. Questa specie, la Ranzania truncata (Fig. 3), non ha la forma tondeggiante del pesce luna, ma assai più allungata e posteriormente come troncata: essa fu trovata in molte località mediterranee, ma non è comune in nessun luogo; del nostro golfo non conosco altro esemplare che quello di Camogli, posseduto dal Museo Civico.
Quasi ugualmente raro, se non più, è il Lagocephalus Pennanti, unico rappresentante mediterraneo di una famiglia di pesci tropicali che, per essere dotati della proprietà di poter introdurre aria nel loro corpo e gonfiarsi, hanno ricevuto il nome di pesci palla; di essi non conosco altro esemplare ligure che uno preso presso a Cornigliano nel 1840.

Fig. 4 Fig. 4 - Pomatomus telescopium
(Mus. Civ.) lung. m 0,52

Il già ricordato sistema di pesca con i palamiti serve a far conoscere buon numero di pesci abissali, caratterizzati tutti dal colore uniformemente bruno-violaceo e dal grande diametro degli occhi; essi appartengono a diverse famiglie e bene spesso non sono indicati con nomi volgari, perché solo accidentalmente vengono presi dai pescatori; ricorderò tra essi l'Alepocephalus rostratus, il Notacanthus Bonapartii, il Pomatomus telescopium (Fig. 4) e l'Haloporphyrus lepidion; una specie però è meno rara ed apprezzatissima come cibo, la Brama Raii (volg. rundanin). A questi pesci abissali può anche ascriversi il Ruvettus pretiosus (Fig. 5) che solo poche volte è stato pescato nelle acque liguri, ma che è alquanto meno raro in quelle della Sicilia e dell'Atlantico orientale. I nostri pescatori lo hanno chiamato col nome di murun spinoso, per la rassomiglianza di forma che esso, fatta eccezione dalla scabrosità delle squame, presenta col vero murun (Centrolophus pompilus).

Fig. 5 Fig. 5 - Ruvettus pretiosus - (Mus. Civ.) lung. m 1,11

Entrambi questi pesci hanno una meritata rinomanza gastronomica, mentre un'altra specie, essa pure abbastanza rara che vive nelle stesse condizioni, ed è di colore parimente assai bruno, tanto che ha meritato il nome di sbiro neigro (Tetragonurus Cuvieri) non ha alcun pregio alimentare ed anzi le sue carni vengono ritenute velenose.

Fig. 6 Fig. 6 - Molva vulgaris - (Mus. Civ.) lung. m 1,21

Meno rara è la Molva elongata (volg. linarda o pazienza) ma rarissima è un'altra specie dello stesso genere, la Molva vulgaris (Fig. 6), che non fu pescata nel nostro golfo che poche volte come attestano tre esemplari, esistenti due nel Museo Civico e l'altro in quello Universitario. Forse è confusa qualche volta con l'altra specie, sotto lo stesso nome volgare.

Fig. 7 Fig. 7 - Dentex gibbosus - (Mus. Civ.) lung. m 0,92

Non tutti però i pesci viventi a notevole profondità sono di colore bruno, essendo abbastanza frequenti fra essi quelli di colorito roseo. Questo colore però è da considerarsi quale colore protettivo quanto il bruno, perché essendo i raggi rossi dello spettro nel quale si decompone la luce i primi ad essere assorbiti nella penetrazione nell'acqua, gli animali coloriti in rosso devono ad una certa profondità apparire totalmente bruni e quindi passare facilmente inosservati ai loro nemici. Sono in queste condizioni alcune specie di profondità minori quali il Sebastes dactylopterus (volg. scurpenin de fundo), il Pagellus centrodontus (volg. Bezügo) e qualche altro di un bel colorito roseo; il primo di quelli è il meno infrequente mentre due altre specie appartenenti alla famiglia dei Bericidi, caratterizzate esse pure dall'occhio grandissimo e dal colore roseo o rosso, costituiscono le più grandi rarità del nostro mare. Sono queste l'elegantissimo Trachichthys pretiosus, del quale non conosco che un paio di esemplari liguri e il Beryx decadactylus che solo una volta fu preso a Camogli il 29 novembre 1899. Di questa ultima specie ebbi occasione di vedere sul mercato di Genova molti esemplari, che erano stati spediti da Marsiglia e provenivano, con tutta probabilità, dalle coste atlantiche del Marocco, la cui ricca pescosità è ben nota tanto agli ittiologi che ai negozianti di pesci. I nostri pescivendoli avevano attribuito a quella specie il nome volgare di fiamma, col quale indicano una forma di dentice che vive ordinariamente in acque profonde, come dimostra il grande diametro dei suoi occhi, onde ha ricevuto il nome di Dentex macrophthalmus. Questa specie pescasi però assai raramente, ma anche più raro è nelle nostre acque il dentice della corona (Dentex gibbosus) (Fig. 7) di cui non conosco che un solo esemplare del nostro golfo, preso a Camogli il 14 novembre 1895 e conservato nel Museo Civico, caratterizzato dalla notevole protuberanza frontale. Parecchi ittiologi hanno manifestato l'avviso che esso non sia una specie distinta, ma l'adulto del dentice comune, ma ciò non sembra ammissibile, poiché non è raro vedere esemplari di quest'ultima specie di dimensioni anche maggiori di quello, senza che presentino traccia della protuberanza frontale. E' più probabile invece che il dentice della corona sia l'adulto di un'altra specie di dentice, rara tra noi, ma più comune nell'Atlantico orientale, il Dentex filosus, provvisto in età giovanile di lunghi filamenti dorsali ai quali deve il suo nome e che scompaiono in stadi più avanzati.
Altri pesci di fondo, che non possono però aspirare alla denominazione di abissali, sono talora catturati dalle bilancelle o paranze, quando queste si spingono a profondità un po' superiore alla ordinaria, ossia al di là dei 100 metri di fondo, o quando quei pesci, per ragioni sconosciute, si trasportano in acque più basse di quelle in cui abitualmente vivono. Per tale ragione si vede talora tra il prodotto di quella pesca l'elegante Chloropthhalmus Agassizii dai grossi occhi verdastri, e qualche esemplare della famiglia dei Pleuronettidi, cui appartengono i rombi e le sogliole, notevoli per la asimmetria del corpo per la quale gli occhi sono entrambi sopra un solo lato. Questi pleuronettidi di fondo sono indicati complessivamente col nome di petrale ed il più caratteristico e più grande di essi è l'Arnoglossus Boscii, fornito di occhi di considerevole diametro.
Né va dimenticato fra i pesci che si trovano nelle profondità del nostro golfo il ben conosciuto ed apprezzato nasello (Merlucius vulgaris) che, quantunque non presenti il colorito bruno caratteristico dei pesci di fondo ma abbia tinte più chiare a riflessi argentini, pure si pesca coi palamiti in notevole quantità e in grossi individui negli alti fondi, mentre esemplari più giovani si incontrano in profondità minori e fanno parte del prodotto ordinario della pesca delle paranze.

Fig. 8 Fig. 8 - Regalecus glesne - (Mus. Civ.) lung. m 0,56

I pesci che vivono ordinariamente in alto mare, a distanza non molto notevole dalla superficie di esso, in strati ancora abbondantemente illuminati e sono detti pelagici, hanno assai frequentemente un colorito argenteo; alcuni di essi però sono anche capaci di discendere a maggiori profondità, come dimostra il diametro considerevole dell'occhio. Parecchi di questi pesci hanno forma allungata nastriforme e dimensioni piuttosto grandi; il più comune di essi è il pesce sciabola (volg. pescio lamma) o Lepidopus argyreus, e sono meno frequenti i Trachypterus e rarissimi poi il Regalecus glesne (Fig. 8) e il Lophotes cepedianus.
Della penultima specie il Museo Civico possiede vari esemplari, di cui uno di m 2,36, preso a Santa Margherita ligure il 12 febbraio 1917, mentre nel Museo Universitario si conserva uno dei pochissimi esemplari presi nel golfo di Genova del Lophotes, caratteristico per la robusta e larga spina dorsale che sporge sul capo a guisa di cresta ed è, come il resto delle pinne, colorata intensamente in rosso.

Fig. 9 Fig. 9 - Lampris guttatus - (Mus. Civ.) lung. m 1,30

Altri pesci che vivono nella stessa zona sono notevoli perché forniti di organi fosforescenti; essi sono generalmente di piccola statura e di colorito oscuro e si prendono talora con le reti verticali tese per la cattura delle sardelle e delle acciughe, al che forse è dovuto il nome complessivo dato loro dai nostri pescatori di anciue de Spagna o anciue barbaesche. Appartengono essi ai generi Scopelus, Stomias, Chauliodus e Gonostoma. Il più notevole per la statura e la colorazione di tutti i pesci pelagici è l'elegantissimo Lampris guttatus (Fig. 9), dalle vivaci tinte e dalle carni eccellenti che purtroppo costituisce un'altra delle più grandi rarità del nostro golfo e che forma uno dei principali ornamenti della collezione ittiologica del Museo Civico, mentre un altro, il Luvarus imperialis, è un po' meno raro specialmente nella sua forma giovanile di Astrodermus elegans, ma non meno squisito. Questi due pesci vengono indicati nei cataloghi di pesci liguri il primo col nome di pescio re e l'altro con quello di pescio impeatù, ma data la eccessiva rarità di quelle specie questi nomi non sono certo di uso comune, né conosciuti dalla maggioranza dei pescatori.

Fig. 10 Fig. 10 - Coryphaena hippurus - (Mus. Univ.) lung. m 0,98

Pesci assolutamente pelagici sono quelli appartenenti al genere Coryphaena, ben noti a tutti i navigatori che li incontrano frequentemente anche nel mezzo degli oceani e, dopo averne ammirato i riflessi iridescenti e gli svariati colori, cercano il modo di impossessarsene per procurarsi il piacere più materiale di gustare le loro ottime carni. Se ne conoscono almeno due specie, una delle quali arriva a dimensioni piuttosto considerevoli, un metro e mezzo ed anche più, (Coryphaena hippurus), volg. indoradda (Fig. 10), e fa nei mesi estivi qualche comparsa nel nostro mare.

Fig. 11 Fig. 11 - Tetrapturus Lessonae
(Mus. Univ.) lung. m 2,20

Dalla tonnara di Camogli è catturato quasi annualmente qualche esemplare del comune pesce spada (Xiphias gladius volg. pescio spà) anche di grandi dimensioni, mentre di un altro genere della stessa famiglia, che si distingue dal pesce spada comune per il rostro più corto e per la costante presenza di pinne ventrali che in quello sono assenti, tranne che negli stadi giovanissimi, il Tetrapturus, non ho notizie che di due soli esemplari presi nel nostro golfo. Uno di essi è il Tetrapturus belone, specie che sembra limitata al Mediterraneo pur essendovi rarissima, essendo stata trovata poche volte in varie località e che solo nelle acque della Sicilia sarebbe un po' più frequente che altrove, tanto che vi è indicata col nome volgare di aguglia imperiale, e l'altro fu descritto dal Canestrini come specie nuova col nome di Tetrapturus Lessonae (Fig. 11) ma potrebbe non differire specificamente dall'altro. Entrambi questi esemplari appartengono al Museo zoologico dell'Università.
Non si posseggono ancora indicazioni sufficienti per risolvere la questione se quelle specie di pesci che fanno rara comparsa nelle nostre acque debbano considerarsi come dei visitatori accidentali, quasi dispersi dalle loro abituali dimore, o quali abitatori ordinari del nostro mare, che per circostanze sinora ignote o in ispecie per la effettiva scarsità del loro numero, solo per eccezione arrivano in nostro potere. Il primo caso è evidentemente quello di specie di pesci che, frequenti in altri luoghi del Mediterraneo e nel prossimo Atlantico, talora fanno la loro comparsa anche da noi. Nel Tirreno meridionale, sulla opposta costa d'Africa, in Grecia è frequentissimo un pesce che i pescatori napoletani chiamano pesce serra (Temnodon saltator) che per la prima volta, nel 1864, fu portato sul mercato di Genova ed era stato preso in acque liguri, e solo nello scorso anno io potei ritrovarne un giovane esemplare preso presso l'imboccatura del porto; esso era quasi sconosciuto ai pescivendoli che non sapevano indicarlo con un nome volgare. Questo pesce compare ora regolarmente sul mercato e talora in gran copia di individui e di grande statura, proveniente però, come altri che ho già ricordato, dal Mediterraneo occidentale o dalle coste atlantiche del Marocco e ad esso applicasi ora il nome di limun, che serve ordinariamente ad indicare giovani della leccia (Seriola Dumerilii) che si pesca in discreta quantità di grossi individui nella tonnara di Camogli.
Altra specie avventizia nel nostro golfo è una forma appartenente a famiglia affine alla precedente, il Cubiceps gracilis, del quale soltanto un piccolo esemplare era stato preso nelle acque di Nizza molti anni fa e considerato come specie nuova, mentre la specie era stata precedentemente descritta di Madera, pure su esemplare di piccole dimensioni; solo nelle acque del Capo di Buona Speranza era stato preso un individuo di oltre un metro di lunghezza che fu considerato come l'adulto della specie ed i precedenti come giovani. Questa supposizione è avvalorata dal fatto che nel gennaio 1912 era pescato in Alassio un grosso individuo di Cubiceps lungo più di un metro che presenta tutti i caratteri di quello del Capo, ma che non mi sembra sufficientemente giustificato ritenere diverso da quello di Madera e che pertanto figura nelle collezioni del Museo Civico col nome di Cubiceps gracilis.

Fig. 12 Fig. 12 - Seriolichthys bipinnulatus - (Mus. Univ.) lung. m 0,52

Anche più singolare è stata la comparsa avvenuta nel 1846 di uno stuolo di 8 o 10 individui di un'altra specie affine alle precedenti, il Seriolichthys bipinnulatus (Fig. 12), propria dei mari della Malesia, della quale non fu mai più osservato alcun esemplare nel bacino mediterraneo. Uno di quelli individui si conserva nel Museo Universitario di Genova ed un altro ne ho veduto in quello di Torino.
Come ho detto da principio, io non potevo propormi di trattare di tutte le specie di pesci che si incontrano nel nostro mare e però ho omesso di accennare alle più comuni e meglio conosciute anche dai non ittiologi, quali muggini, spigole, triglie, orate, sardine, acciughe ed altri consimili, che sono ordinariamente esposte in vendita nel nostro mercato. Sonvi però parecchie specie che, per la loro piccola statura, il loro modo di vivere, e il nessun pregio alimentare, sfuggono agli ordinari sistemi di pesca e non possono osservarsi che facendone speciale ricerca. Sono quasi tutte quelle appartenenti al genere Blennius (volg. bausa) che vivono tra gli scogli e le alghe che spesso li ricoprono, di colori vivacissimi ed eleganti, di movimenti agilissimi, che popolano anche le più piccole pozze di acqua e persino si dilettano a saltellare all'asciutto servendosi delle loro rigide pinne ventrali come di zampette. Associati ai Blennius vivono spesso dei piccoli ghiozzi (Gobius) volg. ghiggiuin, che con le loro pinne ventrali riunite in una specie di ventosa aderiscono agli scogli.
Purtroppo i pesci, anche se rivestiti di colori brillanti, li perdono rapidamente dopo la morte, sicché gli individui che se ne osservano preparati nei Musei bene spesso non danno che una pallida idea di quello che era il loro aspetto in vita, ed anche più alterati nel colorito sono quelli che trovansi in liquidi conservativi. Per facilitare quindi e completare la conoscenza di questi animali sarebbe necessario poterli osservare e studiare in vita, il che è solo possibile in un acquario. Un acquario marino anche se di modeste proporzioni sarebbe pertanto un degno e necessario complemento del nostro Museo Civico, ed io mi auguro non lontano il giorno che esso possa aggiungersi alle numerose attrattive della nostra città, prendendo posto fra le istituzioni che servono all'aumento della cultura popolare ed all'incremento del progresso scientifico.


1 Il 5 febbraio 1923 fu pescato al largo del porto di Genova un esemplare di un'altra rara specie di ferrassa, indicata dagli autori come Trygon thalassia, di grandi dimensioni.

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