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    Pezzi di storia

Un po' di storia del miglio marino
di E. C. M.

Rivista di Cultura Marinara - n.5/6 1945

Estraggo da un volume della pregiata «Revue Hydrographique» di Monaco da un articolo del Kaptein J. Lochstöer, un sunto di altro articolo disegno dell'autore apparso in «Norsk Tidsskrift för Sjövesen» qualche parola su di un argomento vecchio, ma sempre interessante. A sua volta, l'autore s'è servito, fra l'altro, di una nota «Geschichte der Seemeile» di Wagner, comparsa in «Ann. O. Hydrogr. u. Mar. Meteorol.» del 1913.
La misura della distanza in mare, nei tempi antichi, non era punto legata al primo del meridiano terrestre. Nel XV secolo si usavan molto le Leguas spagnole, di cui occorrevano 17,5 per formare 1 grado di cerchio massimo terrestre. A quest'epoca si era molto incerti sulla grandezza reale del grado, perché si aveva solo una conoscenza molto imperfetta delle dimensioni del globo. Cristoforo Colombo aveva ammesso che il grado era di 56 2 3 miglia romane (84 km circa). Perciò, il suo calcolo della grandezza del grado era del 32% inferiore al reale.
Nel 1715 lo scrittore navale inglese Henry Wilson scriveva: «è indiscutibile che la lunghezza del nodo1 sulla sagola del loch2 dev'essere la 120a parte d'un miglio, perché ½ minuto (ampollina di 30 secondi) è la 120a parte di un'ora; ma le difficoltà sorgono dal fatto della divergenza delle opinioni sul numero di yards contenuti in un grado di circolo massimo terrestre». Pierre Bougner, che fece parte della missione incaricata di misurare un grado d'arco al Perù, verso il 1750, s'esprime così: «gli Italiani si servono di miglia, che contano mille passi geometrici o passi doppi, ciascuno di 5 piedi; e suppongono che sessanta di queste miglia fanno un grado. Questo modo di valutare le distanze è molto comodo; … ma è d'uopo necessariamente cambiarne la lunghezza, e aumentarla di circa un settimo. Infatti, mille passi geometrici o 5000 piedi del Roy non rispondono che a 833 tese e un terzo, mentre bisogna dare 950 tese al miglio per renderlo eguale ai nostri terzi di lega o ai minuti di grado di meridiano o di equatore che noi consideriamo eguali».

Il miglio marino o nautico internazionale è pari a 1852 metri; esso rappresenta la lunghezza di un minuto primo d'arco di meridiano. E' stato adottato da 22 nazioni marittime nel 1929 alla Conferenza idrografica di Monaco. In Italia si è adottata questa misura convenzionale internazionale con legge del 21 marzo 1930.

Ecco le miglia che sono state impiegate, a cominciare dal XIV secolo per la misura della distanza in mare:
uno di 1230 metri circa;
uno di 1500 metri circa;
uno di 1850 metri circa.
Uniti a queste «piccole» miglia vi sono state «grandi» miglia marine in uso; esse erano legate alle due ultime piccole miglia citate con un rapporto fisso. Erano: La legua maritima spagnola eguale a 4 x 1480 metri circa. Se ne contavano 17 1 2 per grado, ciò che porta quest'ultimo a 105 chilometri circa, mentre in realtà è di 111 chilometri. La liene marine francese e la sea league inglese aveva 3 x l500 metri circa: il grado ne conteneva 20 ed era, per conseguenza, di 90 chilometri circa. Il miglio olandese-tedesco (di 5500 metri circa), - se ne contavano 15 in un grado - portava il grado a 82,5 chilometri, Queste miglia si riferivano alla grandezza del grado. Quando ci si accorse che la terra era più grande di quanto si fosse supposto fin allora, si modificò la grandezza del miglio. Il miglio olandese-tedesco fu portato da 5500 metri a 7400 metri; quello anglo-francese da 4500 metri a 5500.

La misura della velocità della nave
La velocità della nave si è misurata, sino a quasi tutto il XIX secolo, con la tecnica del «solcometro a barchetta», un sistema composto di una tavoletta zavorrata a profilo triangolare assicurata ad una sagola avvolta su un tamburo e filata a poppa. Ad intervalli di 15,43 m sulla sagola erano effettuati dei nodi ed il numero dei nodi filati in 30 secondi (la 120a parte dell'ora) dava la velocità istantanea della nave; con continue misure e facendo le medie si ricavava la distanza percorsa. Dalla pratica discende come ancora oggi le velocità marittime si esprimano in nodi.
L'imprecisione era dovuta agli orologi del tempo e al fatto che per forza inerziale il solcometro sviluppava una piccola velocità propria.
Una variante, il solcometro da fondo, evitava il problema dal momento che lo strumento si ancorava sul fondo ma, ovviamente, la sua applicazione era limitata ad acque di modesta profondità.
Nel XIX secolo si ricorse a strumenti in grado di fornire la velocità istantanea e le miglia giornalmente percorse, il solcometro a elichetta, alcuni esemplari sofisticati fornivano anche la velocità media. Ancora utilizzato su imbarcazioni d'epoca, si compone di una piccola elica trainata da poppa, costretta a ruotare dal trascinamento nelle acque. Il moto è trasmesso meccanicamente, tramite una lunga corda d'acciaio, ad un quadrante analogico che riporta la velocità e conta le miglia percorse.
Col progredire dell'elettronica si sostituì l'elica con una sfera fornita di alette che ruotava a velocità proporzionale all'avanzamento della nave; ad ogni rotazione un magnete applicato all'elica inviava gli impulsi ad un sensore, che li trasmetteva ad un circuito elettronico che forniva la velocità istantanea, le miglia percorse, la media giornaliera.
Le tecnologie indirizzarono successivamente verso uno strumento che sfruttasse la pressione esercitata dal fluido in un condotto all'atto dell'ingresso. Esternamente alla carena si pone un condotto aperto, con griglia per evitare l'ingresso di corpi estranei, in cui il flusso penetra con pressione proporzionale alla velocità di avanzamento: il fluido in ingresso esercita la pressione statica e dinamica su una membrana. Un secondo tubo, orientato in senso diverso dall'avanzamento, rileva la sola pressione statica: la differenza dei due valori, la pressione dinamica, fornisce la velocità della nave.
Successivamente si diffuse il solcometro elettromagnetico, composto da un magnete (una bobina) immerso sotto la linea di galleggiamento, allineato prua-poppa, percorso da una corrente alternata. La forza elettromotrice indotta dal campo magnetico è proporzionale alla velocità e consente la misurazione di quest'ultima.
Esistono infine solcometri a effetto Doppler: un sensore trasmette un'onda sonora ricevuta per riflessione da un altro sensore, a una frequenza diversa in funzione del moto e del fondo marino (può essere usato soltanto in acque poche profonde).

Le piccole miglia marine:

  1. Il miglio mediterraneo. - Il miglio marino il più anticamente impiegato in Mediterraneo era verisimilmente di 1230 metri circa, o 5/6 del miglio romano. Esso è usato nella carta dei portolani del Medio Evo ed è probabilmente d'origine greca.
  2. Il miglio marino romano. - Secondo ogni probabilità le coste dell'Atlantico furono rilevate con un miglio dello stesso ordine di grandezza del miglio romano, o miglio di mille passi. Ai tempi delle grandi scoperte esso era verisimilmente di uso generale. I giornali di bordo di Colombo precisano ch'egli ha impiegato questo miglio. Esso era di 1480 metri circa, se ne contavano 56 2/3 per grado. Si usò in Mediterraneo fin quasi alla fine del XVIII secolo, epoca nella quale si cominciò a contarne 73 per grado.
    Al principio della scoperta la divergenza di opinioni sulle dimensioni della terra arrivava fino al 50%.
    Però da nessun navigatore il grado era allora diviso in 60 parti, ciò che è sostenuto da parecchi storici. I cosmografi cominciarono solo dal XV secolo a contare il grado a 60 miliaria (italiani). Gli Italiani si servivano correntemente di questo miglio come misura terrestre. In una edizione di Tolomeo, pubblicata a Ulm nel 1482, si trova il grado di 60 miliaria, in una carta dell'Asia Meridionale. L'autore, Nicolaus Germanus aveva già disegnato nel 1466 la carta per un'edizione di Tolomeo; può darsi che questo tedesco sia stato il creature del grado di 60 miglia. E allora - osservo - come facevano gli Italiani ad usarlo correntemente et de longtemps?
    Si trattava di una divisione comoda. In un'epoca in cui regnava tanta incertezza non v'era grande errore ammettendo che il grado fosse di 60 miglia romane (di 1480 metri circa) invece di 62 1/2. L'A. ricorda che Eratostene ad Alessandria, in ricerche di misure delle dimensioni della Terra (275 a. C.) trovò come circonferenza di questa 250.000 stadi, numero ch'egli arrotondò a 252.000, perché vi fossero esattamente 700 stadi in un grado.
    Quando si poterono conoscere le dimensioni esatte della terra non si allungò il miglio, ma si portò da 70 a 75 il numero di miglia nel grado.
  3. L'antico miglio marino britannico di 5000 piedi. - Nel XVI secolo si cominciò a munire le scale delle miglia - sulle carte - di una leggenda, o a dare parecchie scale di miglia una vicina all'altra sulla stessa carta. Ma non si poteva dedurre la grandezza assoluta di queste miglia. Né se ne trova notizia nei trattati di navigazione. Se ne parla solo vagamente nel capitolo del loch. Bourne, nel suo Regiment of the Sea (1574), parla per primo del loch. Collins scrive «il nostro miglio inglese o miglio italiano di cui ci serviamo in mare, contiene 1000 passi, ogni passo di 5 piedi ed ogni piede di 12 pollici». In un trattato del 1683 (Practical Navigation di J. Seller) si trova che il grado è stato calcolalo con 60 di queste miglia. «… 60 di queste miglia fanno un grado, per cui il grado contiene 300.000 dei nostri piedi, e un miglio (o minuto) 5000 piedi…».
    Ma questo calcolo errato è stato condannato da Norwood e da altri. Collins stimava che il grado dovesse essere di 360.000 piedi almeno, E' noto che nel 1636 il miglio impiegato in Inghilterra era codesto tal miglio di 5000 piedi. Esso corrisponde dunque al miglio che ora si chiama London-mile.
  4. Il miglio marino britannico. Nel 1637 appariva a Londra il piccolo opuscolo: The Seaman's Practise, containing a fundamental Problem in Navigation, experimentally verified. La prefazione è di Norwood: vi si mette in evidenza che il miglio di 5000 piedi è troppo corto. Norwood aveva fatto una misura d'arco di meridiano. Secondo quest'autore vi erano parecchie cause a questo malinteso circa la lunghezza del miglio. Prima: l'autore inerente alle carte piatte. Su queste infatti, i paralleli erano della stessa lunghezza dell'equatore, cioè il primo di latitudine non andava crescendo. Se, come si usa oggi, si dà al grado di equatore una lunghezza di 60 miglia, cioè 10' = 600 miglia, al 35.imo grado di latitudine, i 10° di longitudine non avranno più di 490 miglia. Ma se, a causa della proiezione, si conta anche a questa latitudine più elevata questa distanza di 10° a 600 miglia, si arriva al risultato errato che un miglio eguaglia 5000 piedi. Questo malinteso aveva, per contro, il vantaggio per i navigatori di non rischiare d'essere sorpresi dalla presenza della terra dopo aver percorso una distanza misurata al loch.
    Norwood propose di fissare il miglio a 6110 piedi, e, più tardi, a 6000 piedi, essendosi constatato che «il cammino percorso dalla nave è generalmente più grande di quanto è dato dalla sagola del loch…».
    Poco a poco questo miglio s'introdusse nella pratica ma solo nella prima metà del XVIII secolo lo si chiamò miglio marino. E' citato per la prima volta in un trattato del 1730.

1 E' la distanza tra due divisioni consecutive: nel linguaggio comune è sinonimo di miglio.
2 Loch o loc w log è lo strumento con cui si misura la velocità oraria di una nave espressa in nodi: corrisponde all'italiano solcometro.

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