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    Pezzi di storia

Sem Benelli
di Giovanni Cenzato

Genova, Rivista del Comune – settembre 1959

Rievocato, a dieci anni dalla morte, e nel cinquantenario della "Cena delle beffe" nel castello di Zoagli, trasfigurato nella luce, fatto vivo per il fluire dei ricordi.

Irrequieto, impetuoso, innamorato di tutte le cose, alfieriano nel volere fermissimamente, in quel vivere duro cominciò a scoprire da solo nuove ragioni e nuove Benelli leggi del gran dolore umano, e poiché lo attraeva il teatro, sentì che per essere autore bisognava avere una missione, essere apostoli, materni, creativi, rivoluzionari, politici. Questo diceva, questo sentiva, ed era il suo fermento, il suo travaglio intimo.

Sem Benelli (Filettole, PO 10/8/1877-18/12/1949 Zoagli), drammaturgo, scrittore di copioni cinematografici, poeta e scrittore.
Frequentò la scuola dei padri scolopi di Firenze, ma nel 1895, poco più che diciassettenne, alla morte del padre fu costretto a interrompere gli studi di filologia e filosofia all'Istituto Superiore di Firenze per iniziare un lavoro: aveva già scritto una commedia in versi, Vocazione, poi distrutta.
Fu volontario durante la prima guerra mondiale e guadagnò due medaglie d'argento e due croci al valore; eletto al Parlamento dal collegio di Firenze nella lista liberale per la XXV legislatura (1919-21), su invito di Mussolini entrò, per la XXVII legislatura (1924-29), nella lista nazionale e fu eletto nel collegio della Toscana; si dimise nel 1924 dopo il delitto Matteotti per passare all'opposizione antifascista (Benelli più che fascista fu mussoliniano, anche se duce bocciò sempre il suo ingresso fra gli Accademici d'Italia).
Si ritirò a scrivere nel suo castello di Zoagli, che gli costò più della sua disponibilità e a causa del quale morrirà indebitato
Fu volontario nella guerra contro l'Etiopia; durante la seconda guerra mondiale si rifugiò in Svizzera.
Si ritirò infine a Zoagli, dove morì triste, disamorato e appartato.
(La Gazzetta ha pubblicato nel 2014 l'articolo "Prossima vendita all'asta del castello di Zoagli di Sem Benelli")

E questo dovrebbero imparare i giovani: che l'opera d'arte è l'unico miracolo terreno voluto e concessoci da Dio; ma che per vivere luminosa e durevole, un'opera d'arte deve avere un annuncio, una gestazione, una natività, deve essere soprattutto consacrata da una sofferenza.
Venne il giorno in cui egli espresse la sua vocazione per il teatro con un dramma, che ebbe proprio questo titolo: Vocazione. Lo scrisse e lo sottopose a G. S. Gargano1, critico ed esteta, traduttore valente di Shakespeare, il quale lo inviò a Luigi Suner2, autore di teatro che, allora godeva di una certa reputazione. Il Suner, a cui Benelli portò personalmente il lavoro, accolse benignamente l'autore, ma non volle giudicare il dramma; preferì invece inviarlo con una lettera di raccomandazione a Italia Vitaliani3.

castello Il Castello

Pochi giorni dopo avvenne l'imprevisto: la celebre attrice voleva conoscere l'autore ed assicurargli la ferma intenzione di rappresentare il lavoro. Giudizio che stupì lo stesso Suner il quale, (solo allora) volle leggere il dramma e lo richiese alla benevole attrice, dando poi a Benelli questo sconcertante giudizio: «Continui a lavorare, quella grande attrice è una maga, la ringrazi e strappi la commedia».
Così il velario, che stava per schiudersi agli occhi avidi del giovane autore, si rinchiuse bruscamente, gettandolo in un doloroso scoraggiamento, aggravato dal fatto di doversi occupare di problemi lontani dal suo sogno d'arte ma non per questo meno impellenti: il pane per sé e per i fratelli e anche per la moglie, che gli parve necessario di avere per colmare la sua solitudine.
Dovette allora dirigere con un amico una piccola fabbrica di mobili d'arte che era già del padre, e dividerne con lui i magri e faticati proventi. Eccolo quindi artigiano e commerciante insieme. Ma non accadde mai, in nessun tempo, che un poeta nato facesse quattrini col commercio: anche Balzac vagheggiava una bottega di droghiere, ma non poté realizzarla, per fortuna di quelli che non gli versarono il danaro per aprirla…
Tuttavia la realtà di quei giorni insegnò a Benelli che cosa volesse dire la parola «vita» quando questa è un complesso di problemi economici, sociali, morali; quando pone l'uomo contro l'uomo, il capitale contro il lavoro; quando mostra l'ingiustizia di alcuni rapporti fra l'uomo e la società e il terribile peso di un lavoro forzato, cui si contrappone il miraggio di quello liberalmente scelto.
L'arte, come tutte le amanti, prima di concedersi lo fece soffrire. Ancor più lo fece soffrire dopo, ma a questo «dopo» collaborarono molto anche gli uomini. Il suo noviziato sulle scene fu pallido e doloroso: Lassalle, La terra, La nostra gioja, commedie subito spente, finché arriviamo a Tignola, lavoro nel quale Benelli esprime tutta l'amarezza e l'impazienza della meta non ancora raggiunta, l'umiliazione della sua povertà che resisteva impassibile e insfrattabile in quella sua squallida casa, svuotata anche dalla morte che gli portò via la moglie tanto teneramente amata.
Magro, di statura media, col viso fra benigno e triste, con la fronte spesso corrugata «e la bocca che pareva masticare ostinatamente lo sdegno e la pazienza»; questa si può dire rimase sempre la sua espressione, se si eccettua la luminosa parentesi della Cena delle beffe. E dico «parentesi», perché quel trionfo, lo sbalzò sì di colpo fuor della sua vita grigia e lo portò in pieno sole, alla sognata beatitudine, al tanto atteso benessere, ma non poté esentarlo dalle tasse che il destino pretende per ogni felicità terrena.

sindaco Parla il Sindaco di Zoagli Avv. Merello

Comunque questa felicità venne, piena e assoluta, anticipata anche dal successo della Maschera di Bruto che, se non raggiunse l'intensità di quello della Cena, impose Benelli all'attenzione e all'interesse di tutto il mondo teatrale e letterario, tanto da fare di lui un «personaggio».
La Cena delle beffe nacque da una novella del Trecento, di Grazzini4, detto il Lasca, ma da quella piacevole burla di sapore tutto toscano, Benelli derivò una fosca storia di vendette e di rancore, ove il riso è beffarda ironia, il pianto un bene nascosto, l'amore un complice dell'odio, tutte tinte che sempre prevalsero poi nel teatro benelliano.
La letizia spensierata, ridente, giovanilmente immemore, non cantò mai in lui. In questo suo volgere al tragico un soggetto nato giocondo, mi pare che ci sia lo stile, l'intonazione, l'impostazione di tutta la sua futura produzione, costantemente toccata da un genio amaro.
La Cena venne scritta a San Terenzio presso Lerici, nel golfo della Spezia, dove il poeta aveva affittato tre camerette in una torre che domina quel tratto di mare da cui Shelley partì senza tornare, e dove s'era soffermato entusiasta un altro grande romantico: Byron. Quel golfo, Benelli lo ricorderà circa vent'anni dopo in un canto: «Notte sul golfo dei poeti» pubblicato sul Corriere della Sera, credo nel 1919.
Ma a San Terenzio scrisse solo due atti: la spesa dell'affitto era troppo greve, e Benelli ritornò alla sua abitazione di Milano in via Castelmorrone 6, dove completò il dramma: l'ape aveva succhiato tutti i fiori della poesia e il miele poteva anche nascere in un oscuro quartierino di città.
La rappresentazione della famosa tragedia avvenne come è noto a Roma, al teatro Argentina, il 16 aprile 1909, (ed è doloroso pensare che il cinquantenario di un simile capolavoro, salutato da Domenico Oliva5 come l'avvento sulle scene italiane di un teatro di vera poesia lungamente desiderato, non abbia scosso nessun mattatore, che forse ha preferito invece rendere omaggio ad autori stranieri).
Il varo fu laborioso per le spese della messa in scena che gravavano sullo striminzito bilancio del teatro, sovvenzionato dal Comune. Ma allora Benelli conobbe la fedeltà di alcuni grandi amici come Edoardo Boutet6, critico teatrale napoletano; Vincenzo Morello7 (Rastignac); Galileo Chini8, ingegno versatile, pittore, ritoccatore di opere d'arte, che si impegnò senza anticipi di dipingere le scene, disegnare i costumi e farli eseguire da un vecchio vestiarista di Firenze. Che direbbero certi registi d'oggi, insaziabili nel pretendere milioni per allestire il vuoto?
Venne il gran giorno, e Benelli che, incontrando la mattina l'insegnante più caro della sua fanciullezza, Ermenegildo Pistelli9 gli disse: «Padre, vada stasera al teatro Argentina, forse domani non le spiacerà di avermi avuto suo scolaro…» La fiducia dell'insegnante doveva essere molta, se rispose: «Caro Benelli, mi vestirò da secolare e andrò in loggione». E mantenne la promessa…
Il successo proruppe grandioso, trionfale, esplosivo. L'opera volò subito, si può dire, per tutto il mondo. Tradotta da Richepin10, Accademico di Francia, venne rappresentata a Parigi da Sarah Bernard11 nella parte di Giannetto. Se ne impossessò subito il cinema. Pubblicata in volume, ebbe immediatamente decine e decine di edizioni: migliaia e migliaia di copie si sparsero per tutta Italia. Musicata dal maestro Umberto Giordano12, salì vittoriosa la scena lirica.
Tutta la produzione benelliana risentì della Cena e con l'Amore dei Tre Re e il Mantellaccio che vennero subito, cominciarono, nonostante gli unanimi consensi del pubblico, le critiche: la sua poesia sembrò agli Aristarchi13 troppo lontana dal senso umano, necessario in ogni rappresentazione scenica, e venne creato subito, certamente per opera di invidiosi, quell'antagonismo fra Benelli e d'Annunzio pel quale il nostro poeta soffrì tutta la vita, condannato come fu, contro voglia, ad essere il contraltare di d'Annunzio, l'antipapa, come dice Tom Antongini14, il biografo della vita intima del così detto Immaginifico.
Vennero altre tragedie che tendevano ad assumere significati meno episodici, più vasti, più ricchi, ma nei quali, come dissi, le note più vere erano pur sempre quelle della Cena: un caldo sentimento amoroso, una sensualità musicale, un non so quale insieme di idealismo platonico e di realismo carnale, sfociante in un desolato pessimismo, nel quale troviamo vili gli uomini, anche se si ispirano a gloriosi esempi; torbide, astiose, traditrici le convivenze; una ferocità tigrina e beffarda nei momenti di supremazia; una paura livida nell'ora della sconfitta.

Cenzato Parla Giovanni Cenzato

La forza creatrice nella quale avvolgeva di vita le sue trame, non venne mai a mancargli anche nel volger degli anni. Egli rinnovellava in ogni sua opera gli elementi poetici con meravigliosa freschezza, trovando sempre elementi di novità e di giovinezza nell'invenzione, nella forma, nel verso. Una delle più affascinanti caratteristiche del suo teatro fu quella di effondere in ogni lavoro una nobiltà, una austerità piena di grandezza. Tutte le immagini, sempre piene di rilievo, tutte le parole, ne ricevono luce. Nessuna critica, nemmeno Silvio d'Amico, che nei quattro volumi della sua Storia del Teatro Drammatico parve ricordarsi di malavoglia di Benelli (includendolo fra i pochissimi autori italiani per lui degni d'essere nominati), nessuna critica può negare al teatro del nostro questo privilegio di bellezza. E quale stupenda varietà di soggetti, di canti, di ritmi, di estri, di colori, gli fiorivano in ogni opera! Quale delicata e splendente collana di elementi mitici egli ci presenta, ad esempio, in Fiorenza!. Oppure, in Adamo ed Eva, lo accora il presagio dello sviluppo mostruoso che la civiltà meccanica avrà nell'anno 2000, dove la precisa e concisa potenza della macchina farà tramontare il regno dell'anima. Lo stesso tema che, variamente espresso, tratterà in Ali, dove c'è il grido di rivolta spirituale contro la sfrenata cupidigia dei bassi piaceri e dei brutali predomini che travagliano il mondo.
Ma la sua lira ha cento corde, la sua tavolozza mille colori. Ecco la meravigliosa predizione di Spallatonda in Arzigogolo preso dalla vertigine della femmina bellissima. Ed ecco l'ardore libero, la sciolta passione d'una rivincita spirituale in Santa Primavera, mentre nell'Amorosa tragedia egli presentandoci Pistoia sul finire del Trecento nel turbinio delle fazioni, compone una rievocazione, che chiamerei musicale, di quel secolo impetuoso.
Mai sazio di salire, di cercare, di interrogare se stesso, tenta in Vezzo di perle di contrapporre al pessimismo filosofico una speranza tormentata ma serena; canta con Le stelle l'anelito a una felicità inafferrabile, che ha l'iridescenza del sogno e la grazia dell'innocenza primitiva sognata da Rousseau; in Orfeo e Proserpina un pathos ammirabile crea un problema ricco di ardua sostanza culturale, mentre da una cupa disumanità d'azione - come nella Gorgona - sale ad una azzurra aria marina, tremante egli stesso di una pura commozione italica.
Egli è costantemente alle prese con assunti arditi, mai artificiosi, sempre acceso da una volontà di bene e di propaganda morale, usando, per offrirli ad un ideale di bellezza, i suoi più preziosi tesori dell'ingegno e dell'amore.

sala Nella sala del Castello

Egli ebbe ciò che oggi purtroppo è perduto: il delicato scrupolo, nella ideazione, della ricostruzione storica. Ideava, modellava, illuminava l'opera col suo fuoco interiore, mai seguace, mai imitatore. Come sul teatro scandiva il suo mirabile endecasillabo tutto porpora e oro, così nella sua conversazione tutti ammiravano il dialettico finissimo, il loico15 formidabile, che si dilettava di definizioni e distinzioni sottili, vere maglie d'acciaio fra le quali, nella discussione, stringeva l'avversario.
Tutte le sue opere ebbero il marchio di una ispirazione originale, volte ad una aspirazione che aveva la solennità d'un rito e la religiosità, direi, d'un voto. Egli scrisse ricercando, col calore di una missione, il senso dei misteri orfici, predicando ritorni alla semplicità, alla bontà, con un sacro ardore di proselitismo e dando al personaggio, nel quale adombrava se stesso, una intonazione di pastore d'anime e di suscitatore di virtù.
Per questo la sua produzione, considerata globalmente, acquista un che di corale, di sinfoniale, che ricorda ora la solennità jeratica di Bach, ora la violenza con cui Beethoven scaraventava le sue potenti apostrofi musicali. Forse si potrebbe fare un parallelo fra certe sue opere e le sinfonie di Beethoven, trovando in ciascuna la stessa ascensione spirituale, la stessa passione, la stessa luce interiore, la stessa potenza di linguaggio.
Vennero poi i tempi difficili: Benelli ebbe l'impressione di essere dimenticato, e ciò lo immalinconì profondamente.
Temette - come scriveva Grillparzer - di dover un giorno seguire da vivo i propri funerali, volle, in tutti i modi, anche se non tutti giusti e opportuni, mostrare d'esser sempre giovane e forte.
Per questo scrisse commedie di insolita forma per lui, commedie cosiddette polemiche, sfavillanti dì ingegnosa fantasia, di scattanti epigrammi, di originali paradossi: Il ragno, l'Orchidea, L'elefante, Paura, lavori nei quali ebbe in Renzo Ricci un interprete potente, ma lavori che sembravano nati da un dispetto doloroso: la sorgente rimaneva ricca, ma inquinata di amarezza.

Dorini Guglielmina Dorini legge la "parlata" di Giannetto


E' triste pensare al modo in cui fu, non so se più incompreso o ingannato, questo nostro nobile poeta. Egli s'è congedato da noi portando la ferita dell'ingratitudine. Noi dobbiamo prendere impegno di cancellargliela, amando le sue opere; ridonando ad esse la vita e lo splendore che esse ebbero quando egli ce le offrì.
Amiamolo dunque ancor più di quanto facemmo durante la sua vita. Il suo posto nella letteratura drammatica non c'è alcuno, finora, che sia in grado di occuparlo. Amiamolo perché la sua esistenza fu nutrita d'amore: amore alle genti, alle cose, ai fiori, alla musica, alle stelle, ai cieli, al creato. E amiamolo quale fu e volle essere: singolare e mutevole d'estro, accigliato e sperante, amaro e pietoso, sarcastico e indulgente, triste e felice, ombroso e generoso, ma buono, profondamente e sinceramente buono e onesto, nell'arte e nella vita, quella vita che egli amò ardentemente, e che gli diede tante affaticate illusioni e tanta realtà di dolore.


1 Giuseppe Saverio Gargano (1859-1930)
2 Luigi Suñer (1832-1909)
3 Italia Marianna Vitaliani (1866-1938)
4 Antonfrancesco Grazzini (1503-1584)
5 Domenico Oliva (1860-1917)
6 Edoardo Boutet (1856-1915)
7 Vincenzo Morello (1860-1933)
8 Galileo Andrea Maria Chini (1873-1956)
9 Ermenegildo Pistelli (1862-1927)
10 Jean Richepin (1849-1926)
11 Sarah Bernhardt (Henriette Rosine Bernard, 1844-1923)
12 Vedi gli articoli della Gazzetta "Umberto Giordano a Santa" del 2012 e "Umberto Giordano, compositore" del 2021.
13 Critici severi e pedanti, come lo fu Aristarco di Samotracia, grammatico alessandrino del II sec. a. C.
14 Tommaso Antongini (1877-1967)
15 Logico, ragionatore

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