Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

L'aspro dialetto
di Jean Aicardi

Genova – novembre/dicembre 1974

I panni sporchi si lavano in famiglia e siamo d'accordo. Lo saremmo un po' meno con chi si ostinasse a scambiarsi in famiglia anche quelli puliti. L'inclinazione a non vantarsi col vicino neanche delle virtù più legittime è certamente meritoria: che poi sia sempre proficua è da dimostrare. Noialtri liguri vantiamo annalisti, filologi, ricercatori e custodi della storia e del costume di casa quali forse nessun altro popolo da Venezia a Capo Passero: ora, c'è chi dice che delle illuminanti scoperte e delle fatiche vecchie e nuove si scriva o si faccia materia di incontri solo a livello strettamente locale. O quasi. Eppure sono sufficienti una o due visite in biblioteca, a Genova, per sbalordire di fronte alla caterva di opere che raccontano la Superba e i genovesi dall'evo antico a oggi: ma autori che, spesso, appena fuori del confine, sono famosi quanto lo era Carneade! Per poca scienza? Tutt'altro. E' invece probabile che qui si tenda troppo a circoscrivere, e troppo poco a divulgare, trascurando di rendere di pubblico dominio, soprattutto dei "foresti" una storia e una lingua difficili ma affascinanti.

incisione 1 "Genova storica: sintesi"
(opera in rame dell'incisore Quinto Testore, 1° premio
per la scultura all'Esposizione Internazionale d'Arte di Atene)

Ho detto "una lingua". Già. Se ho capito bene, agli illustri ricercatori d'ogni tempo non è sfuggito l'interesse della Cultura o semplicemente degli appassionati per la genesi e l'evoluzione dell'idioma genovese. Il segreto, allora, starebbe anche qui nell'evitare di parlar troppo "fra noi nativi" usando un metro che, al di là dei Giovi o appena lasciato il mare delle due riviere, non ha più… corso legale: ancora una volta, dunque, il pericolo (e la sterilità!) dei panni in famiglia.
La lingua del "scì", l'"aspro dialetto" che, come si vedrà, non è poi aspro, merita miglior sorte; se s'ha da parlarne parliamone ma ci si faccia capire da chi ligure non è, quando il fine comune è quello di rendere al dialetto merito filologico, d'accordo, ma anche l'ingenuo fascino della bella avventura. Perché la storia dell'idioma genovese è, in fondo, un'avventura capace di esaltare chi racconta e chi sta a sentire: basta solo un po' d'orecchio allenato ai suoni, per scioglierne il mistero. E io per conservare alla "favola vera" il suo aspetto immaginoso, non citerò - pur ripetendo dove occorra le frasi testuali più indicative - nessuna delle numerose fonti cui ho attinto; e le avrò lo stesso nel cuore e nello spirito per le cose che hanno saputo dirmi. Faccio mie, invece, le parole d'un autore acutissimo genovese che scrisse quel che scrisse ottant'anni fa e che oggi forse riposa fra i dimenticati. Con esemplare umiltà si definisce modesto linguista e dice: "… Cercai, scrivendo, di scordarmi eziandio di quel poco; ciò perché volli essere inteso da tutti."

Se molte lingue si identificano col popolo che le ha adottate, a quella genovese potremmo dare senza tema di parzialità la maglia di prima in classifica. Filologia, dialettologia: parole eminenti, ma basta molto meno per "vedere" la somiglianza fra un genovese e il suo dialetto, adottato nei suoni primari migliaia di anni fa dal "popolo storico più antico d'Italia" e protagonista della più grande vicenda migratoria delle genti italiche. Ecco: già si parla di millenni, eppure il primo dizionario genovese, salvo errore, porta la data del 1851: non ha che cento anni! Ed è a quest'epoca che la glottologia nazionale inserisce per la prima volta nei suoi ponderosi volumi un capitolo dove si ragiona "Del posto che spetta al ligure nel sistema dei dialetti italiani".
Sia come sia, l'homo ligure, dall'età delle caverne fino ai grandi eventi che lo vedranno padrone di mezzo mondo e, alla fine, suddito obbediente ma non rassegnato del regno di Sardegna, se l'è sempre adattato su misura, il suo strano linguaggio. E la convivenza con numerosi popoli della terra, dai baschi ai celti, dai greci ai latini, dai germani ai turchi, dai provenzali ai normanni, non gli impedì di correggere suoni e voci in linea con il proprio carattere e con le proprie necessità: un'identità quasi fisica, sbalorditiva!

C'era una volta&133; i liguri con la coda. Dio sa da dove venissero e le teorie son troppe per avallarne qualcuna. Persa la coda, compaiono nella penisola.
A giudizio degli storici più vicini ai nostri progenitori (vicini per modo di dire), questi cavernicoli dei monti scendono dalla catena pirenaica dove han fatto vita comune coi baschi e gli iberi, tant'è che "li-gor" (li = popolo, gor = altura) sarebbe voce d'estrazione basca che sta per "gente di montagna" e che più tardi i latini corromperanno in "li-gur". Come parlino, in quei giorni remoti, è difficile dire ma l'influenza da quelle tribù è provata; e molte di quelle voci arcaiche gli restano nel linguaggio e le ritroviamo tutt'ora ad onta dei millenni e delle mutazioni. Qualche esempio stupefacente?

incisione 2 "Evoluzione della scrittura in Liguria"
(opera in rame dell'incisore Quinto Testore, cortesemente concessa dall'artista
alla rivista "Genova")
  • la parola "concia": dal basco-iberico "adobo" al ligure "adubbu" (delle voci liguri dò solo la pronuncia, a benefizio di chi non legge agevolmente il dialetto che d'altra parte non tutti scriviamo ancora allo stesso modo, aspettando il beato giorno della sua unificazione);
  • la parola "acciuga": dal basco "antzua", all'iberico "anchoa", al nostro "anciùa";
  • la parola "muso": dal basco "morro" al genovese "muru". E tante altre.

Un certo giorno scendono da nord le tribù celtiche che per semplificare chiameremo galliche. Sospinti da esse, parte dei liguri abbandonano i monti pirenaici e si spostano lungo la dorsale che dalla Francia meridionale costeggia Liguria e Toscana; occupano un fiordo che da loro prenderà nel tempo il nome di Ligurnus portus, la "Ligorno" del nostro Giustiniani: Livorno, insomma, che gli inglesi rispettosissimi chiamano tutt'ora Leghorn. Lì, grosso modo, sorgerà il golfo ligustico.
Altri liguri, cresciuti di numero (fors'anche con lo zampino dei galli!) emigrano nella Gallia e qui si dividono: alcuni a occidente del Reno dove cambiano nazionalità, formano con quelle genti un sol popolo e&133; viva la Francia. Gli altri, a oriente, fino all'Isère, alle Alpi, al Varo: giusto ai confini d'Italia, alle porte di Nizza. Qui, pur armonizzando coi celti, conservano caratteri e tradizioni autonome: nascono i celto-liguri, lo dice anche Aristotele. Saranno costoro i diretti ascendenti dei liguri-genovesi e dal quel momento adotteranno parte del costume e della lingua celtica magari con una goccia di iberico. Strabone, al tempo d'Augusto, non ha dubbi sul popolo selvaggio ma bene organizzato che - all'alba della Storia - convoglia i suoi prodotti (legna e stoffe e bestiame) nel grande emporio di Genova e li vende al mercato.
Genova! Chi le ha dato il nome? Forse il dio Giano; o forse, "Zenua", l'imposero i greci da "zenos" (forestiero); o più verosimilmente è voce celtica "Genua" (àdito, entrata) antenata del latino "janua": oppure, un nome discende dall'altro. Meglio tornare a Strabone che non trascura la lingua, di quel popolo, e che a modo suo spiega con un esempio la fusione dei due idiomi, ligure e gallico. "Caliga" (calceamentum militare) e "sàgum" (tunica) son voci celtiche adottate dai liguri prima che dai latini e neanche lui avrebbe immaginato che duemila anni dopo la sua morte quelle voci sarebbero rimaste ancora attaccate ai genovesi:

Devoto Giacomo Devoto, genovese, uno fra i maggiori glottologi della storia contemporanea
  • "caegâ" = calzolaio; e "saaghetta" = veste da caccia. E non sono le sole, a pescare nel mucchio.
  • "a raon", "brug", "jamagan", "marmear", "toc", "reatha" eccetera, trasferite in genovese non mutano gran che: "a rêu", "brûgo", "magún", "marmelâ", "tóccu", "regàtta".

Saltando i secoli come pozzanghere, eccoci intorno al quinto prima di Cristo, in piena Storia! Ed è tutto un succedersi di arrivi e partenze: cimbri, fenici, greci, cartaginesi, romani.
Già, i Cimbri, gli antenati dei tedeschi che, da buoni tedeschi, faticano a starsene a casa propria e che un bel dì fanno sangue comune coi liguri. Più o meno alla stessa epoca ecco i focesi, ascendenti dei greci, salire dall'Asia Minore. E qui bisogna dire una cosa. Fino ad allora i liguri erano stati gente dei monti (e voi vedete come lo siano tutt'ora, se date un'occhiata alla loro disposizione naturale per le salite in genere e per la montagna in particolare). Grazie ai focesi essi imparano due cose: a coltivar l'ulivo e la vite e a condurre una barca sul mare.
Il mondo gira e una nuova civiltà, ma di quelle autentiche, si estende ovunque: quella dei greci. Sono forti, sono evoluti. Per cominciare, si impadroniscono del golfo delle Cinque Terre e ne fondano uno nuovo che dedicano alla dea Selene, "Luna" per i latini che un giorno ribattezzano Luni, al confine tosco-ligure. Poveri di coste e montagnini al novanta per cento, i nostri liguri traggono dai greci il motivo fondamentale della loro emancipazione e diventano naviganti sul serio, oltre che maestri in quest'arte; si affratellano ai nuovi venuti, fanno un popolo nuovo. Per tre secoli impongono a tutti la loro legge e la loro forza: Genova è al centro dei traffici e della vita sociale. Poi, dopo una certa influenza ebraico fenicia, la prima grande mazzata: intorno al 230 a.C. entrano, come si dice, in conflitto con quelli di Roma che vorrebbero annetterseli senza nemmeno una carta da bollo. Ma come andò lo sanno anche i bambini. La resistenza durò un secolo e ci resta Tito Livio per testimoniare tutto il filo che dovettero torcere i romani prima d'averla vinta.
Ma si tratta di resa onorevole e con l'uso delle armi. I Romani non sono scemi: c'è il Mediterraneo da far rispettare. E Genova ottiene la sua indipendenza territoriale e politica (mai decaduta e tutt'ora rivendicabile, tanto per la Storia!). Alle tribù liguri confederate andranno, come ricorda qualcuno, "i diritti de' conquistatori" e, militarmente parlando, "un corpo distinto e nazionale".
Già. Ma dall'età dei celti fino a questa di Roma, che cos'era capitato al loro linguaggio, a contatto con quello dei cimbri e, più tardi, dei greci? Ebbene, le voci via via insinuatesi nell'idioma di quelle nostre tribù non gli impedirono di accomodarselo ai denti e al palato, liberandolo del superfluo che male si adattava alle fatiche per la sopravvivenza e, in definitiva, faceva perder tempo.
Fra le antiche voci germaniche e quelle di ceppo greco adottate dalla lingua genovese e poi evolutesi nel tempo, ma non più perdute, eccone alcune significative.
Dei Cimbri (tedeschi), per esempio, conserviamo parole da nomi geografici o da soprannomi; ed è confermato che le stirpi liguri dei Cogorno, degli Adorno, Spotorno, Piccardo e cosi via, hanno assunto desinenza sassone da "horn" (corno) e da "heard" (arduo).
Così il germanico "gar-bald" (arma audace) sarebbe soprannome d'un tale che fondò l'omonima vallata del chiavarese da cui, è evidente, ebbe origine la famiglia che in Chiavari darà i natali al padre dell'Eroe. Così la voce "hansz-alt" (vecchio compagno) è matrice d'un'altra stirpe nostra, quella degli Ansaldo. Se poi consideriamo, fra moltissime, due voci arcaiche: "foeder" e "stumpfde" e le confrontiamo con le genovesi "poê" (padre) e "stundàiu" (rozzo, ottuso), troviamo senza equivoci non solo chiara derivazione ma la trasformazione "all'uso nostro".
Coi greci, l'idioma si arricchisce in misura ben più alta. Trascrivere anche solo una parte degli esempi occuperebbe pagine e pagine. Scelgo, fra le Più o meno note:

Bacigalupo Nicolò Bacigalupo
  • koilas = valle: in uso a Genova per indicare il vecchio quartiere "a salire" della Chêullia, di qua della Porta Soprana;
  • artytikà = carciofo: da noi corrotto in "articiocca";
  • hormizein = ormeggiare: da noi, in dialetto, "ormezzâ";
  • amaygdala= mandorla: che solo in genovese - "amàndua" - conserva l'origine;
  • kithàra= chitarra: ben più affine alla voce genovese "chitàra";
  • patàs = fango: in dialetto genovese "paatàn";
  • makàr= magari: in dialetto, "magàra";
  • syllabé = zittire: e in genovese "sillâ". Infine, gli ormai celebri:
  • sélinon = sedano, e "basilicós"= basilico, da noi conservati nei secoli sotto le voci di "séllau" e di "baxeicò".

Avevamo lasciato i genovesi costretti ormai ad indossare la tunica romana. E' a questo punto che i nostri antenati han da vedersela col latino.
Intanto, c'è latino e latino. Per essi, non quello "volgare" delle colonizzazioni ma forse meno corrotto e che il genovese, ormai tenuto in gran conto da Roma, riduce alle sue esigenze.
"&133; Brevità e precisione - si legge da qualche autore - avverso alle consonanti di difficil pronunzia, avverso ai sinonimi generatori di confusione: l'idioma d'un popolo lavoratore in terra e in mare che non aveva tempo da perdere: quale il popolo, tale la lingua.
Superfluo ogni commento. C'è pure chi sostiene che "nessun dialetto, eccetto il toscano, ha conservato l'impronta latina più di quello genovese".
La sentenza agli esperti di lingue indoeuropee e affini. A me, più familiarmente, preme confrontare una ventina di voci, fra mille, per sottolineare il fenomeno di adozione e anche quello di trasformazione quando il latino, per i liguri antichi, era… troppo lungo. E osservare fino a che punto la parola italiana, rispetto a quella genovese, si sia allontanata dalla lingua latina. Le voci che trascrivo non suonano nuove all'orecchio dei glottologi e degli specialisti di cose genovesi: saranno allora oggetto di curiosità per quanti altri non l'hanno mai incontrate. Fra gli oggetti d'uso comune:

  • baule: in latino = "baiulus" - in genov. "bàilu";
  • fazzoletto: in latino = "mantilius" - in genov. "mandìllu";
  • bambola: in latino = "pùpum" - in genov. "pupùn";
  • bastone: in latino = "baculus" - in genov. "bàccu";
  • petardo: in latino = "fùlgur" - in genov. "fûrgau";
  • sega: in latino = "serra" - in genov. "sêra";.

Altre voci:

  • bacio: in latino = "basium" - in genov. "bàxu";
  • cadenza nella pronuncia: in latino = "concynnitas" - in genov. "còcina";
  • fanghiglia: in latino = "blattea" - in genov. "bràtta";
  • immondizia: in latino = "romenta" - in genov. "rûmenta";
  • all'improvviso, senz'ordine: in latino = "abrupte" - in genov. "abréttiu";
  • vedovo: in latino = "viduus" - in genov. "vìduu";
  • rovescio: in latino = "reversus" - in genov. "revèrsu";
  • sciocco: in latino = "nescius" - in genov. "nésciu".

tra i verbi:

Firpo Edoardo Firpo, il grande cantore della poesia ligure
  • cominciare: in latino = "incipere" - in genov. (per elisione) "inçâ";
  • erompere, scoppiare: in latino = "derùere" - in genov. "derûaa";
  • mescolare: in latino = "miscere", "remiscere" - in genov. "mesciâ", "rémesciâ";
  • annegare: in latino = "necare" - in genov. "negâ";

e infine l'avverbio dunque = latino "tunc", che i genovesi pronunciavano "dunca"; voce rimasta solo tra i liguri del nostro entroterra.
Vedete bene, da questi esempi, il bisogno di elidere i suoni e ridurre la parola, pur conservandola laddove in italiano non ne rimane traccia. E, a proposito di elisioni, mi pare probante qualche altro esempio:

  • guardare: in latino = "admirari" - in genov. "amiâ", rinunciando alle r;
  • dito e svelto: in latino = "digitus" e "expeditu" - in genov. "dïu" e "spedìu" entrambe sbrigativamente sfrondate delle consonanti g, t, s.

Ancora il ligure si inventa la desinenza "ze" (di zeneize) che sostituisce alla latina "gere" per verbi quali "stringere" o "frangere" (genov. "strénze" e "frànze"). E riduce in "ao", poi "au" e definitivamente in "ou" di più rapida pronuncia, la desinenza "atus" e derivati, come ad esempio in:
baciato: latino "basiatus", genov. "baxóu".
E ancora:

  • avevo: in latino = "habebam" - in genov. "àja";
  • ghiaia: in latino = "glàrea" - in genov. "gèa";
  • ala: in latino = "ala" - in genov. "âa";
  • toro: in latino = "taurus" - in genov. "tôu";
  • tavola: in latino = "tabula" - in genov. progressiv. 1) "tàua" e 2) "tôa".

Uomo "diverso" come vuole Dante, il ligure, unico fra i popoli d'Italia che indistintamente adottarono il "" in linea col bel paese, inventa il suo "scì" che poi diverrà sillaba radicale o finale d'altri vocaboli (per es. "scìtu" per "sito" (dimora) e "càscia" per "cassa"). Salvo una preziosità, per così dire: quella per indicare il Signore Iddio = "Segnü", che in nessun modo egli vuol confondere con le voci comuni di "sciü" (o "scignúru") e "scignúa", per "signore e signora".
I toscani, che sono i toscani, ripudiano la u latina a favore della o (alto per "altus", noce per "nux", rotto per "ruptus", eccetera), il genovese accomodò ma restò fedele: "ätu", "nüxe", "rúttu". E restò fedele, al contrario del toscano, ai prefissi latini: "re" e "de", quali ad esempio in:

  • ricordare: latino = "recordari" - in genov. "régordâse";
  • rimediare: latino = "remediare" - in genov. "rémediâ";
  • disperare: latino = "desperare" - in genov. "déspeâ";
  • ridurre: latino = "reducere" - in genov. "rédûe".


L'idioma ligure conserva, com'è già apparso evidente, la x finale latina. Ma, nemico giurato delle tronche, integra la lettera (che in dialetto suona "j, alla francese) con una e più muta che espressa, ed ecco che la "pax" diventa "páxe" e la "crux" diventa "crúxe". Nemico delle tronche, d'accordo, salvo che per la lettera "n". In tal caso, e ce lo dice un linguista tedesco (nientemeno!) del secolo scorso, al ligure non sfuggì che m e n "…somigliano a vocali (…) perché non causano rumore alcuno nel canale della bocca (…) e il suono sfugge attraverso il naso…"

incisione 3 "Golfo Ligustico"
(ancora un'opera in rame di Quinto Testore)

A parte il candore dell'immagine, io dico che non è facile confutarla, se si è attenti alle inclinazioni dialettiche del genovese. Difatti le forme latine quali: "carbo", "ratio", "canis", "leo", "passio" ed altre, suonano nell'"aspro dialetto": "carbùn", "raxùn", "càn", "liùn", "pasciùn", dove la n nasale è poco più che muta e manifestamente lontana da quella vicino ai denti degli italiani del centro-sud; e addirittura impronunciabile, per i forestieri, al femminile in ultima sillaba ("fortuna", "schiena", "luna") dov'è faucale (alla radice della lingua) e nell'idioma scritto viene scissa con un trattino dalla vocale: "furtûn-a", "schén-a", "lûn-a". Se a questo suono nella parola si aggiunge il fenomeno dell'elisione di vocali, allora per chi non sia di Genova la voce non è solo impronunciabile ma peggio che marziana nel suo significato: si pensi a "èn-a" e a "mèn-a" che corrispondono ad "arena" e a "marina"!…
A veri e propri monosillabi, infine, riduce il ligure molti verbi detti all'infinito e dove la lingua italiana abbrevia d'una sillaba in meno rispetto al dialetto:
dire e fare, dal latino "dicere" e "facere", si mutano in genov.: "" e "", pronunciate strascicando la vocale quasi a sottintendere i suoni mancanti.
Il processo fonetico fu dunque per i liguri una questione di convenienza. Ai cavernicoli, ai marinai, ai faticatori che sudavano la terra, occorreva brevità e risparmio di fiato. Lingua povera perché essenziale. Ma nessuno - aggiunge uno studioso d'altri tempi - "#133; può stare a petto del genovese per semplicità, precisione e per dolcezza di pronunzia…". Ahi. Siamo alla nota dolente, siamo al dilemma. E' "aspro" o non è "aspro", l'idioma del scì? Lo dico subito: è arduo, soprattutto perché gli altri popoli di derivazione celtica (lombardi, piemontesi) pronunciano in modo diverso, alla francese. E poi perché, fin dalle origini, il "foresto" associa quasi inconsciamente l'idioma della Lanterna al carattere ermetico della sua gente… Ma qui il tema è quello del linguaggio. E allora come si fa - dicono da qualche parte - a definire "aspro" foneticamente un dialetto dove le vocali spadroneggiano sulle consonanti al punto che "… nessuna lingua indoeuropea, salvo la greca, può stargli a fronte?…" Dice: ma le consonanti sono le ossa d'una lingua. Bene. E l'homo ligure, per non essere disossato, accentò le vocali, ci guadagnò nel fiato e questo è tutto. Due soli esempi… distensivi. Ancora qualche decennio fa, prima delle contaminazioni della lingua madre, qui da noialtri per dire "laboratorio" dicevano: "lauéiu". Oppure, poniamo il caso che qualcuno chiedesse, di un angelo: "Le aveva le ali?", in dialetto suonava così: "U e àja e äe?"
E' forse più dolce la zeta dei fiorentini?…
Siamo agli ultimi dieci secoli del grande viaggio e li faremo a velocità spaziale, per forza maggiore. Ma – sorge la domanda - quand'è che i liguri-genovesi avevano adottato il latino? Poiché durante le guerre puniche fu console in Roma, salvo errore, il genovese Publio Elio, è da escludere che si fossero rassegnati a parlarlo solo… alla caduta dell'impero romano, come vorrebbe uno studioso francese: almeno i genovesi di Genova, evoluta socialmente e culturalmente. Non del tutto i "paisén" invece, ben più tenaci nella conservazione dell'arcaica parlata. Mi piace tuttavia quello studioso transalpino quando scrive: "je regarde le ligurien comme l'un des anciens idiomas qui, longuement en lutte avec le latin, ne disparurent pas totelment devant lui…"
E infatti, al tempo di mio nonno i sullodati "paisén" usavano ancora un dialetto infarcito di voci basco-celtiche che, potessimo trascriverle, sarebbero illuminanti per tutti.

Roma si sfascia, cade l'impero, si espande la cristianità, arriva in Italia il "volgare" che - in mancanza d'unità politica - sancisce almeno quella dell'idioma. Non so come parlassero i genovesi nei secoli XI e XII e non fa testo il celeberrimo trovatore Rambaldo de Vaqueiras col suo genovese "ch'o fa angoscia", direbbe il povero Marzari. Ai trovatori della Lanterna ho dedicato a suo tempo qualche modesta fatica; vale solo ripetere che i Cigala, i Calvo, i Gattiluso e compagni, membri del maggior centro trobadorico in Italia, rimarono anche in dialetto, dopo il provenzale e il volgare. Dunque, se provenzali e genovesi parlarono insieme il volgare latino, la convivenza fra loro è cosa certa. Premettendo che la lingua scritta provenzale (dialetti della Francia del sud) manca dell'accento francese dove esiste nell'idioma ligure, ecco qualche esempio di affinità nelle voci fra i due popoli:

  • capovolgere: in provenzale: "abausa" - in genov. "imbösâ";
  • pizzicare: in provenzale: "pessiga" - in genov. "pessigâ";
  • rigido: in provenzale: "rede" - in genovese "rédenu";
  • pipistrello: in provenzale: "rato penado" - in genov. "ráttu penûgu";
  • gilé: in provenzale: "gipo" - in genov. "gipunéttu";
  • batuffolo: in provenzale: "amaluc" - in genov. "malóccu";
  • tromba da travasar vino: in provenzale: "cantabruno" - in genov. "cantabrûn-a";
  • andare: in provenzale: "ana" - in genov. "anâ";
  • alterarsi, turbarsi: in provenzale: "chanta" - in genov. "sciätâse";
  • mammella: in provenzale: "tetino" in genov. "tettìn";
  • tegame: in provenzale: "tian" - in genov. "tiàn";
  • ieri: in provenzale: "veire" - in genov. "vëi".


Prima del Mille i saraceni avevano toccato le spiagge liguri facendone vedere d'ogni colore ai nostri uomini e più ancora alle nostre donne, "trascinate ai molti letti de l'Islam", per dirla col Carducci. Ma più tardi saranno i liguri ad avventurarsi nei porti saraceni d'Africa e di Sicilia, dando vita ai loro commerci. Da tali relazioni e dalle imprese in Levante il dialetto esce arricchito di voci, molte delle quali si trasferiranno, per suo tramite, nella madrelingua. Voci in prevalenza d'uso marinaro e domestico:
da "agib" (arnese) al ligure "agìbbu"; da "càsr" (castello, cassero) al nostro "càssau"; da "damdjana" (fiasco) a "damixàn-a"; da "dar-as-sina" (arsenale) a "dàrsena"; da "hammàl" (facchino) a "camàllu"; da "mizar" (velo) a "méizau"; da "sciarab" (sciroppo) a "scialàppa"; da "sciàbaka" (rete) a "sciàbega".
Nel Duecento e nel Trecento saranno le antiche lingue di Francia a far suono comune con quella dei liguri. E infinite sono le voci scomparse, dopo quel tempo, dal francese moderno e conservate tutt'oggi nell'idioma genovese, a cominciare dal dittongo "ei", diventato "oi" nella lingua francese (roi, poids, etc.) ma non nel genovese: dall'antica voce rei, peis, suona oggi "re" e "péisu". Altri singolari confronti:

  • personne (nessuno) - "nissun" in franc. ant. - "nisciûn" in genovese;
  • bouton (bottone) - "pommel" in franc. ant. - "puméllu" in genov.;
  • avoir (avere) - "aveir" in franc. ant. - "avéi" in genov.;
  • froid (freddo) - "freid" in franc. ant. - "fréidu" in genov.;
  • gardez vous (attenti) - "awardevet" in franc. ant. - "avardève" in genov.;
  • deux (due) - "dui" in franc. ant. -"duï" in genov.;
  • bavarder (litigare) - "ratelar" in franc. ant. - "ratelâ" in genov.;
  • pouvoir (verb. potere) - "poeir" in franc. ant. - "poéi" in genov.

Il fatto è che alle lingue neolatine l'"aspro dialetto" attinse in ogni tempo e ricambiò il favore, suppongo, in eguale misura. Trascurando il portoghese, il rumeno e il ladino per non dilatare troppo il discorso; fuori confronto l'italiano di cui ci siamo già occupati, ho messo insieme un piccolo numero di vocaboli spagnoli e francesi e che ritroviamo nell'idioma ligure ma non nella lingua italiana: motivo di più per concedere al dialetto d'appartenere alla casta delle lingue nobili.
Dalle voci affini alla lingua spagnola:
spagn. "donde", genov. "dùnde" (dove) - spagn. "aguaitar", genov. "agueitâ " (spiare) - spagn. "chacharon", genov. "ciaciarùn", (pettegolo) - spagn. "chocar", genov. "ciocâ " (risuonare) - spagn. "arrancar", genov. "arancâ" (strappare) - spagn. "espejuelas", genov. "spegétti" (occhiali) - spagn. "fideos", genov. "fidë " (vermicelli) - spagn. "resalte", genov. "rasätu" (scossa, spavento) - spagn. "regatona", genov. "regatún-a" (rivenditrice).
Dalle voci affini alla lingua francese (fra le tante che non ritroviamo nei vicini dialetti lombardo-piemontesi e nemmeno nella lingua di Dante):
franc. "aussi", genov. "ascì" (anche); franc. "démanger", genov. "smangiâ " (prudere) – franc. "poèle", genov. "poéla" (padella) – franc. "venin", genov. "venìn" (veleno) – franc. "lèvres", genov. "lèrfe" (labbra) – franc. "officieux" genov. "offiçiêu" (cero tradizionale per il giorno dei morti) – franc. "manant", genov. "manénte" (mezzadro) - franc. "nièce", genov. "néssa" (nipote) – franc. "tire-bouchon", genov. "tirabûsciùn" (cavatappi) – franc. "rosée", genov. "rusä " (rugiada).

Dal Trecento al Seicento e fino ad oggi, il parlare zeneize fa come la terra coi sismi: ondeggia e sussulta per assestarsi. Le "spìe" che ce ne avvertono sono… i poeti. Crudele, la sorte del poeta ligure: da una parte, immagini spesso inarrivabili e grande talento; ma dall'altra, un raggio d'ascolto limitato, ben che vada, alla città dov'è nato! Difficile da capire e proibitivo da leggere, all'idioma genovese non è concesso rappresentare la schietta vena del popolo che della lingua dei padri è supremo conservatore. Montale, Ceccardo, Sbarbaro, sono eccelsi poeti in lingua dove la terra di Liguria è cantata e non canta!… Non basta nemmeno l'immensa dottrina di Giacomo Devoto, fra i maggiori filologi d'ogni tempo, maestro di sapere, vanto d'Italia, ligure autentico: "… i ragazzi liguri - scriveva da Firenze - nascono con la tara di quella loro melodia strascicata…"
Melodia. Sembrano rimpianti, i suoi. E non ci basta! I poeti vernacoli. Quelli, vorremmo ascoltati e capiti; e non soltanto il Cavalli e il Firpo: anche i minori, dal verso facile e umoroso. Ma come si fa a spiegarli a quelli di fuori? Si può tradurre lo spirito di un dialetto. Ma la sua voce?… Eppure è coi poeti che si chiude l'avventura d'un idioma inventato per esprimere due qualità: concisione e riserbo, genitori buoni della parte più segreta e gelosa della sua gente: l'intimità spirituale.
Ecco perché si levarono da queste sponde e da questi monti afflati di poesia e caustico umorismo (lo dico per chi non ci conosce), figlio legittimo, quest'ultimo, di chi poco parla e molto osserva. Non tradurrò quindi i pochi versi che trascrivo, lasciando ai non genovesi il gusto di "scoprirseli" da soli, già, come Champollion coi geroglifici d'Egitto: se gli amici, tanto per fargli uno scherzo, gli avessero messo in tasca la traduzione, addio piacere. O sbaglio?
Il primo, alla sveglia del Trecento è un tale di ponente che codifica rime dove minuziosamente narra delle imprese genovesi: parlo dell'"Anonimo".
Versi puliti, lontani però dall'idioma di Genova. Corre un secolo e conosciamo le storie d'un monaco, questo sì, genovese, "… la justixia si he una dele quattro vertue cardenae, la quar si he vertue chi rende a caschaun ço che he so'… " La vedete, la sentite l'essenzialità del vernacolo parlato?
Col Foglietta, a metà del Cinquecento, la poesia è tutta genovese. Di Mariettina che si compiace troppo di sé stessa, egli canta a dispetto:
"Ma no troppo za mì, perché m'aviso
che se a se ve'si bella dentre i onde
a no ame sarvo lé, como Narciso…
"
E ai concittadini che s'adagiano nel lusso e nei gioielli, ricorda che c'è più onore nel fasciame d'una galéa:
"… Ché son mòrto maggioì
per fâne honò, ri legni dé garìe
ch'a repoìse de cangi e pompe e prìe. "
Da fare invidia all'Alfieri, per la straordinaria capacità di sintesi tutta ligure. I poeti dilagano. Caserio, Schenone, Sauli, Rossi. Ed ecco Gian Giacomo Cavalli, il maggiore dei seicenteschi: se il dialetto fosse toscano, il "Petrarca genovese" (com'è chiamato) avrebbe fama universale, se, ancora nel 1736 a Firenze, quell'ateneo lo citava "ex eadem gente homo ingenii felicissimi…" La raccolta di rime "Cittara zeneize" (cetra genovese) è l'opera più alta. Trascrivo dal sonetto d'amore detto dell'usignolo:
"Rossignêu che a son de centi
de lamenti
ti pertuzi ra boscaggia
che gran raggia
che gran spinn-a
te pertuza e t'assassinn-a!…
"
E dalle strofe popolarissime dove, avversando le lungaggini verbali ("ciambrotti") e prevedendo con qualche secolo d'anticipo la corruzione della madrelingua ai danni del dialetto, schernisce i genovesi che toscaneggiano, ecco l'ultima terzina:
"Vorrâ e che me dixessan se ûn 'frâe caro'
sensa stâghe a messciâ tanti ciambrotti
va per çento 'fratelli' e sta da paro.
"
Dopo il De Franchi - popolare nel Settecento anche per il contributo al teatro vernacolo con le traduzioni da Molière - esplode la Rivoluzione Francese, esplode Napoleone; e, con l'annessione di Genova al regno sardo, le rime tacciono!, anche se, dopo il 1815, riappare il dialetto nell'istruzione pubblica e nella magistratura locale come ai beati tempi. Ma timidamente è intanto iniziata l'età dei nuovi poeti a cominciare dal Martin Piaggio, il più celebre dei nostri favolisti e, alla fine del secolo, da Niccolò Bacigalupo, venuto curiosamente alla luce fra i mezze-maniche del Municipio genovese. I suoi poemi, godibili oggi come allora, e "vietati ai minori" dell'epoca, hanno il metro, lo spirito e il colpo d'ala del più trascinante istrionismo che la poesia comica dialettale possa vantare: come il parlar… colorito che egli mette in bocca agli eroi della sua "Eneide", tutt'altro che campioni di morale ai tempi loro, checché ne dica Virgilio. Da "O pappagallo de moneghe", il poema più lodato, al teatro. Scrisse poche commedie - popolarissima in tutta Italia "I manezzi pe' majâ 'na figgia" - che più tardi faranno la fortuna di Govi. Ma la poesia di Bacigalupo non pretende di volare.
E solo in questo secolo il dialetto ritroverà l'autentico cantore: Edoardo Firpo, che suggerisce alla critica accostamenti con il meglio della Poesia in lingua. Guardando con lui, struggente lirico d'"o grillo cantatö ", alle pietre e ai seni marini d'una Genova remota, allora sì, per usare i suoi versi, "s'ha l'impresciun de ritornâ in ta chinn-a… "
Intorno al Firpo fioriranno e tutt'ora fioriscono fervidi poeti vernacoli, da Malinverni a Gismondi, da Patrone all'Avegno, al Reverberi, al Mancini, alla Arata. Come ho detto, poco fa? "Se l'aspro dialetto fosse toscano!… "
Guai a condizionarcene, tuttavia. Rispondendo a una domanda "televisiva" qualcuno ha detto, giorni fa, che "il ricorso ai dialetti ha un'efficacia liberante". M'associo e spero. Chi, più di noi genovesi, è persuaso che la madrelingua serve a capirci ma non a conoscerci?

Concludo così il viaggio dell'antico idioma che l'"assuetum malo ligurem" (il ligure avvezzo alle calamità) inventò a sua immagine, visto che la legge fonetica che lo regola è la "legge della necessità". In carattere con la concisione e col caustico umorismo, rinverdirò un epitaffio e una battuta. L'epitaffio venne alla luce un secolo fa dagli scavi in San Giovanni di Prè: è la lapide funeraria di due fratelli morti e sepolti insieme giovanissimi da oltre sette secoli, nel 1259. Dopo il latino, ecco lo stupefacente epilogo in volgare-italiano, insomma in dialetto, che giusto allora, ai giorni di Jacopone (Dante non era ancora nato) soppiantava il latino per scopi pratici o religiosi.
Esso mostra fino a che punto il bisogno dell'essenziale distinguesse il parlar genovese dai primi "volgari" della penisola. L'epitaffio parla per bocca dei due fratelli che scongiurano chi trovasse i loro poveri resti, di non rimuoverli o separarli, in nome di Dio:
"TU QI QI NE TROVI
PER DE NO NE MOVI
"
La battuta. Notissima a noi del Grifo, ve la propongo per lo speciale "humour" ligure dove gli "a fondo" arrivano per contrasto attraverso una mutria spesso inaccessibile come la pietra; e quale esempio-limite di concisione.
Dopo la pace forzata che Luigi XIV di Francia e gli alleati europei imposero a Genova che aveva resistito al feroce bombardamento del 1684, il doge Francesco Maria Lercari fu "invitato" a Versailles a dare un'occhiata e a meditare sulla potenza di chi aveva osato sfidare. Un cortigiano blagueur, gonfio e tronfio, s'avvicina al doge e gli chiede che cosa più d'ogni altra lo sbalordisca, alla corte del re Sole. Francesco Maria pensa, sorride stretto e risponde: "Mi chì".

Il primo viaggio qui finisce. Dico "il primo" perché noi proseguiamo: noi, discendenti dal cavernicolo dei Balzi Rossi, alle cui ossa d'età paleolitica, distese sulla pietra all'estremità di Ponente, guardammo tante volte commossi. Forse il padre è lui, di questa lingua e delle tribù domate a fatica da Roma; e forse anche della "gente di coperta", zeneixi o castigliani, guidati da Colombo: un altro Poeta!… Ecco. Salutiamoci allora coi versi d'un poeta nuovo ma che lui, Colombo, avrà "pensati" mille volte con la faccia al Tramonto, senza poter dormire:
"Vorriâe ëse a l'asmìa
dove no se vedde ciù tâera,
ma solo mâ, sempre mâ;
là, dove o çëlo l'ha çento vestî
e quande o tramonto o brûxa
i moti in França
e nûvie rosse
disegnan di pensieri…
"
E' anche questo, vedete, l'"aspro dialetto".

© La Gazzetta di Santa