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    Pezzi di storia

E' morto Raffaele Rossetti1
di Emanuele Gazzo

Genova, Rivista del Comune – dicembre 1951

L'eroe che all'alba del 1° novembre 1918 affondò l'ammiraglia austriaca "Viribus Unitis"

- Vedi? quello è Rossetti, l'affondatore. Rossetti
- Quello grande e grosso?
- Quello. Ero un ragazzo, allora, e come a tutti i ragazzi, vedere in persona un «Eroe», un vero eroe da leggenda, dava un fremito di commozione. Ma eravamo, in quel lontano dopoguerra, ragazzi sui generis, come Rossetti era un eroe sui generis. E soltanto per questo ci piaceva.
Eravamo disincantati. I nostri giovani e fervidi occhi avevano visto, troppo presto, lo spettacolo degli eroi da parata, nei quali ci accadeva di riconoscere così facilmente soltanto dei vanitosi e dei prepotenti. Così giovani, eravamo già diffidenti o addirittura ostili nei confronti di tanta gente che non voleva smettere la divisa e che anzi già pensava a mettere l'uniforme a tutto un popolo, e che vedeva nei galloni, nelle nappe e nei pennacchi i veri segni della gloria.
Sapevamo che Rossetti era molto diverso da quelli. La divisa, lui se l'era tolta. Alla divisa aveva rinunciato soltanto per amore della verità. Nastrini non ne esibiva. E lo avevamo visto, a Piazza Corvetto, circondato da Generali e Ammiragli, quando gli fu appuntata sul petto la medaglia d'oro: appena discostatosi dal gruppo delle autorità, egli si tolse la medaglia, se la ficcò in tasca. Non lo faceva per jattanza, ma per pudore. Aveva il senso vero, umano, del valore, che è audacia ragionata e accettazione cosciente del sacrificio, in una valutazione obbiettiva e staccata.
Lo vedo ancora mentre ascende la Salita Di Negro per recarsi alla redazione del «Lavoro» dove aveva tanti amici. Era, appunto, quello «grande e grosso»: un uomo ben costruito, un po' lento, meditato nei movimenti. Capivo come l'esile e romantico Raffaele Paolucci, che gli fu compagno nell'impresa ardimentosa di Pola, lo avesse visto quasi giganteggiare, nella statura fisica e morale. Scriveva infatti Paolucci, rievocando quella fredda mattina di novembre in cui i due ufficiali italiani, dopo aver fatto saltare la «Viribus Unitis» venivano avviati a bordo della nave-ospedale «Habsburg»: «mi sostiene la presenza dell'ingegnere che, a testa alta, fiero come un romano antico, cammina davanti fulminando con gli occhi i marinai che vorrebbero tenerlo per le braccia».
E pensare che, se qualcosa spiaceva a Rossetti, era proprio la retorica della «romanità»!

Viribus Unitis La corazzata austro-ungarica Viribus Unitis, disl. p.c. 21 600t.

Andava su da Canepa, in quella libera cittadella che era allora il «Lavoro», dove incontrava tanti amici sinceri, Bordiga, De Floriani, Ginatta, Striglia. E capitavano altri: Santino Caramella, De Logu, spiriti liberi, tra i quali si sentiva a suo agio. Lo vedo per Salita Di Negro con Giovanni Ansaldo. Ansaldo allora, magro com'era, pareva ancor più alto, e lo chiamavano «u pittastelle» per quel suo camminare col naso puntato verso il cielo. Il suo temperamento ironico e scettico ben si accordava con l'amaro fondo ribelle di Raffaele Rossetti. Ed era con loro anche Tito Rosina, fresco di quelle letture dannunziane che per quelli della sua generazione erano state nutrimento spirituale agli ardimenti, come dimostrò la guerra 1915-18, mentre per troppi altri divennero poi pretesto a un superomismo sprezzante dei valori eterni. La parola di D'Annunzio per la Beffa di Buccari, ritornava attuale: «tutta la vita dell'anima mia fu vissuta perché quest'ora splendesse».

Ma perché «quell'ora splendesse», Rossetti dovette subire un mortificante ed estenuante travaglio, che incise profondamente sul suo spirito. Egli era infatti un uomo profondamente semplice, nutrito non di retorica ma di sacrificio e di rinuncia, e di concretezza quotidiana. Era il temperamento dell'uomo di mare, e fu uomo di mare appunto più nel carattere che nella effettiva pratica della vita. Di vecchia famiglia genovese, era l'ultimo di dieci fratelli e sorelle, nato nel 1881, in una bella casa della collina sovrastante San Bartolomeo degli Armeni. Aveva studiato ingegneria navale a Genova e, appena laureato, aveva concorso per entrare in servizio permanente effettivo nel corpo del Genio Navale. Riuscì primo. Quando giunse la notizia, il notaro Rossetti, padre di Raffaele, morì.
Sembra che tutta la vita di Rossetti sia dominata da questa morte. Lo confidò una volta anche a Paolucci, parlandogli delle asperità anzi delle «ispidità», come lui diceva, del suo carattere.
Dal 1904 fece i suoi periodi di imbarco ed a terra. In particolare si occupò dell'allestimento della corazzata «Cavour», fu imbarcato sulla «Pisa» durante la campagna di Libia. Nel 1915, allo scoppio della guerra, era qui a Genova, all'Ufficio Tecnico del Genio Navale.
E dal 1915 incomincia il dramma di Rossetti, ignorato dai più i quali conoscono solo il trionfale epilogo di un'impresa che egli aveva meditato ben diversa e più efficace.
Per rievocare questo dramma bisognerebbe ripubblicare documentazioni e racconti troppo lunghi, bisognerebbe riaprire una polemica chiusa. Ma, con estrema sintesi, le tappe sono queste:

  1. Il 7 settembre 1915 il maggiore del Genio Navale Raffaele Rossetti espone ai suoi superiori un progetto, per il momento ancora impreciso, per un apparecchio che consenta ad un uomo di penetrare in una base navale nemica recando una carica di esplosivo fissabile alle navi avversarie mediante un dispositivo speciale. Come apparecchio di propulsione è concepito un normale siluro, opportunamente adattato. affondamento
  2. I numerosi tentativi che il Rossetti fa perché gli sia consentito di condurre esperimenti allo scopo di realizzare il suo progetto, cadono nel vuoto, nonostante ne siano interessati i più alti gradi della Marina. Un ufficiale racconta, alla base navale di Brindisi, che al Ministero si afferma che il maggiore Rossetti sarà sottoposto a visita medica collegiale per accertare la stabilità delle sue capacità mentali.
  3. Raffaele Rossetti, con estrema pazienza e tenacia, e attraverso mille sotterfugi, conduce avanti gli esperimenti da solo, o meglio con l'aiuto di un marinaio, il sardo Giuseppe Sanna. Il primo esperimento in mare può avvenire soltanto il 18 gennaio 1918, a La Spezia.
  4. Il pomeriggio del 2 aprile 1918 Rossetti è ricevuto dal Capo di Stato Maggiore della Marina, Vice Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, che ha letto un promemoria sull'apparecchio, lo approva e manda Rossetti a Venezia dal Comandante Ciano, capo dell'Ispettorato Mas. Ritorna quindi alla Spezia per la costruzione «ufficiale» degli apparecchi, che sono pronti in luglio. A questa data ritorna a Venezia per gli apprestamenti finali e gli allenamenti, che compie con l'ufficiale medico Raffaele Paolucci, designato a suo compagno nell'impresa.
  5. Dopo numerosi rinvii, la sera del 31 ottobre Rossetti e Paolucci con il loro apparecchio vengono trasportati da un Mas (sul quale sono Costanzo ed Alessandro Ciano e Sem Benelli) al largo delle ostruzioni di Pola. Superano ben sette ordini di ostruzioni, collocano la carica di esplosivo alla nave designata, la nave ammiraglia austriaca «Viribus Unitis», pur essendo certi di non poter fare ritorno a bordo. Alle 6,30 del mattino del 1° Novembre la nave esplode, e dopo pochi minuti si capovolge ed affonda. Il comandante della nave trova la morte nell'affondamento. Solo da poche ore la nave aveva inalberato la bandiera jugoslava, in seguito al disfacimento, ormai in atto - ma ignorato ancora dai nostri comandi - delle forze navali austriache.
  6. Il 17 febbraio 1919, in una riunione del Consiglio Superiore di Marina, relativa al riconoscimento dei meriti degli affondatori si legge che il capitano di vascello Costanzo Ciano «non fu solamente l'inventore dell'apparecchio e dei successivi miglioramenti che vi furono apportati per renderlo rispondente allo scopo, ma bensì e soprattutto l'organizzatore della preparazione e dell'allenamento necessario ad assicurare il successo dell'operazione».
    Queste parole furono pubblicate testualmente nella «Gazzetta Ufficiale». E' abbastanza comprensibile quel che si determinasse nell'animo di Rossetti, animo che non concepiva la menzogna e la bassezza. Fu la ribellione. Furono le dimissioni dalla marina e un'azione rettilinea e dignitosa perché la falsità fosse ritirata. Fu ritirata infatti, ma dovettero passare dei mesi, durante i quali l'amarezza più profonda, il più profondo disprezzo per i lumaconi imberrettati dell'alta burocrazia militare, lo sdegno verso i giocolieri dell'eroismo, impressero una indelebile traccia nell'animo di Rossetti.
mappa La Viribus Unitis e il piroscafo Wien
nel porto di Pola. Il tracciato, linea punto linea, segna il percorso dellìapparecchio S.2 dalle 4.30 fino al momento dell'attacco


Non c'è da illudersi né da meravigliarsi. Chi vede lontano, nelle piccole e nelle grandi cose, è considerato un visionario, un pazzo, un malato. Quando la verità si svela, si trova sempre qualcuno che - magari con buona grazia - gli ruba non solo i riconoscimenti materiali ma anche la gloria. Rossetti non riusciva a capacitarsi di queste cose e lottava ad armi impari. Affermava degli ideali. Da quel dopoguerra lesse meglio nel suo animo, animo di ribelle, di solitario, di uomo libero. E guardò in viso l'umanità ed i propri simili con occhi diversi. Concepì un senso profondo di rivolta contro ciò che è falso, retrogrado, arido. A Firenze, dove si recò con Ansaldo in occasione del processo contro Salvemini - il primo grande processo contro la libertà di stampa - fu bastonato a sangue.2 I giovanotti della «Disperata» gli gridavano «Ora ci ritornerai, vero, a Firenze? ». Ed egli si affacciava al finestrino del treno e rispondeva «Ci ritornerò, state tranquilli».
A Santa Margherita, dove visse poi per tanti anni, sulla piazza piena di camice nere e di fez e di manganelli, gridò «Viva l'Italia libera!».3 E finì per doversene andare ramingo pel mondo, specialmente in Francia, dove per vivere si mise a fare il linotipista.
Aveva chiuse nel sensibile cuore le tappe del suo dramma. Lo rodeva il rammarico di quella impresa compiuta sul limite estremo, di quella impresa nella quale aveva trovato la morte un comandante che non era più un avversario. Quando vide la immensa chiglia verdognola della «Viribus Unitis» che spariva tra i flutti esclamò tra sé, sbigottito «e questa è opera mia». Forse in quel momento si iniziò - lo scrisse egli stesso - la lunga crisi che incise così a fondo nel suo animo. Dell'ingente premio in denaro toccatogli (650 mila lire, come a Paolucci) non gli rimase un soldo; metà ne diede alla vedova del comandante della «Viribus Unitis», il resto a marinai ed amici. Rinunziò alla divisa, agli onori, ad una posizione che avrebbe potuto aprirgli una strada brillante. Rinunziò financo alla sua pensione di ufficiale.

decorazione La cerimonia della consegna della medaglia d'oro a Raffaele Rossetti. A sinistra di Rossetti, il Ministro della Marina, Amm. Del Bono
in Piazza Corvetto, a Genova

Fu un uomo che «non si adattò».
E per questo piaceva tanto a noi, allora ragazzi…



Giovanni Raffaele Rossetti nacque a Genova il 12 luglio 1881, il 1° settembre 1904 si laureò in ingegneria industriale presso la Scuola di applicazione per gli ingegneri di Torino e si arruolò nel Genio navale della Regia Marina: il 27 novembre 1904 fu nominato tenente. Conseguì una seconda laurea in ingegneria navale e meccanica nel 1906 presso la Scuola superiore navale di Genova e fu destinato alla direzione delle costruzioni navali dell'Arsenale di Taranto. Nel 1908 fu promosso capitano.
Il suo nome è legato all'impresa leggendaria della notte del 31 ottobre 1918.
Rossetti aveva ideato un originale mezzo d'assalto semovente: una specie di siluro. Lungo 8 metri e con un diametro di 0,6 m, era mosso da due eliche mosse da un motore ad aria compressa. A prora erano installate due cariche esplosive dotate di spolette a orologeria, scollegabili e da applicare allo scafo nemico con un sistema magnetico: per questo il mezzo era stato battezzato Mignatta4.
Gli operatori potevano sedere a cavalcioni, uno dietro l'altro, oppure stare lateralmente facendosi trascinare attaccati ad apposite maniglie.
Alle ore 22 del 31 ottobre il maggiore Raffaele Rossetti e il tenente medico Raffaele Paolucci, a bordo del mezzo, sono rimorchiati a un chilometro dall'ingresso del porto di Pola: i due riescono a superare le diverse ostruzioni che sbarrano l'ingresso e penetrare all'interno del porto. Alle 4.45 del 1 novembre mignatta collocano una carica esplosiva sotto la chiglia della corazzata "Viribus Unitis".
Mentre si allontanano, alle 5.45 Rossetti e Paolucci sono avvistati e, prima che un motoscafo li prelevi, Paolucci attiva la seconda carica e predispone la mignatta per l'affondamento; quando sono portati a bordo, sono stupiti dall'assenza di ostilità e dalla presenza sui berretti dei marinai dei distintivi slavi anziché austriaci: il motivo sarà chiarito in un secondo tempo.
Alle 6.00 Rossetti comunica al comandante della Viribus Unitis, il capitano di vascello Yanko Vucovich de Podkapelski, il pericolo che corre la nave, ma si rifiuta di rivelare dove sia collocato l'esplosivo. Il comandante ordina l'abbandono della nave, concesso anche a Rossetti e Paolucci. L'esplosione avviene subito dopo e in meno di dieci minuti la nave si capovolge; moriranno più di 300 marinai e il comandante, ferito da un rottame della nave mentre si allontana a nuoto, morirà poche ore dopo all'ospedale di Pola5.
Nel frattempo la mignatta alla deriva si arena nella darsena dove è ormeggiata la nave appoggio Wien6; quest'ultima, investita dallo scoppio, affonda.
Si saprà solo dopo, poiché la notizia era stata tenuta segreta a italiani e alleati, che proprio in quei giorni la flotta austro-ungarica era stata ceduta alla Jugoslavia (il che spiega la scritta sui berretti dei marinai): questo diede lo spunto ad alcuni per denunciare l'inutilità dell'azione.
Fatti prigionieri, Rossetti e Paolucci saranno liberati nel giro di pochi giorni, dopo l'armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918.
Per questa impresa il maggiore Rossetti ebbe la promozione per merito di guerra a tenente colonnello e la medaglia d'oro al valor militare7 con la motivazione "Genialmente ideava un mirabile ordigno di guerra marittima, con amorosa tenacia ne curava personalmente la costruzione. Volle a sé riservato l'altissimo onore di impiegarlo e, con l'audacia dei forti, con un solo compagno, penetrò di notte nel munito porto di Pola. Con mirabile freddezza attese il momento propizio e verso l'alba affondò la nave ammiraglia della flotta austro-ungarica. Pola, 1° novembre 1918".
Il decreto luogotenenziale 21 aprile 1918 n. 6158, "contenente i compensi da corrispondersi a coloro che, in azioni di guerra, abbiano distrutto navi nemiche" attribuisce ai due eroi il cospicuo premio di L.1.300.0009.
Amareggiato dal comportamento dei suoi superiori, lasciò la Marina Militare. Appoggiò l'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio (12 settembre 1919), ma con l'ascesa del fascismo si iscrisse al Partito repubblicano italiano e fu tra i fondatori del movimento antifascista Italia libera.
Nel dicembre del 1939 si ritirò a Rapallo e in un suo piccolo laboratorio inventò una termocoperta a consumo ridotto e un ferro da stiro a riscaldamento rapido; nel 1941 si trasferì a Milano e lavorò come linotipista presso l'editore Pirola.
Al termine della guerra divenne Consigliere comunale a Santa Margherita Ligure (indipendente in una lista comunista e capo dell'opposizione).
Alle elezioni del 18 aprile 1948 si presentò candidato del Fronte social comunista al Senato nella circoscrizione di Lucca, ma non fu eletto.
Morì il 24 dicembre 1951 a Milano, dimenticato da tutti: per suo volere i funerali si svolsero a Rapallo e ora riposa nel cimitero di Sant'Ambrogio di Zoagli. Il quotidiano Il Lavoro del 28 riporta "Semplice cerimonia, alla presenza del Prefetto, del presidente del Consiglio Provinciale e del vice Sindaco di Genova, dei Sindaci di Santa Margherita, Rapallo e Zoagli, di alti ufficiali della Marina – come semplice era sempre stato in tutta la sua vita Rossetti, che lasciati ad altri gli onori della sua memorabile impresa, aveva abbracciato la causa dell'antifascismo scrivendo dall'estero ed in Italia, altre bellissime pagine nella lotta per la libertà…".


1 La figura di Rossetti è ricordata anche nell'articolo della Gazzetta del 2007 "Raffaele Rossetti"
2 Il 13 giugno 1925 era impegnato a testimoniare solidarietà a Gaetano Salvemini, arrestato per reati d'opinione.
3 L'episodio è ricordato nell'articolo della Gazzetta del 2017 "Gagliardetti e contestatori eccellenti"
4 Il nome ufficiale era "Torpedine Semovente Rossetti"
5 Un anno dopo, saputo che la vedova e il figlio di 11 anni erano in difficili condizioni, Rossetti e Paolucci offrirono loro un contributo economico.
6 Da non confondere con la corazzata Wien, affondata nella rada di Trieste la notte del 9 dicembre 1917 dal tenente di vascello Luigi Rizzo.
7 Conferita il 10 novembre 1918
8 Gazzetta Ufficiale n.114 del 15/5/1918; DLgt 4/7/1918 n.990 (G.U. n.174 del 26/7/1918); decreto legge luogotenenziale 4/7/1918, n.1035 (G.U. n.182 del 2/8/1918)
9 Corrispondenti a oltre 2 milioni di euro attuali

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