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    Pezzi di storia

Genova nelle impressioni di viaggiatori e scrittori stranieri
di Giovanni Petraccone

Bollettino Municipale, Comune di Genova – gennaio 1927

L'Italia ha da molti secoli esercitato un irresistibile fascino ed una morbosa attrazione sugli stranieri: per motivi religiosi o per motivi artistici, per ragioni climatiche o per ragioni politiche il nostro paese «da le molte vite e da le molte storie» è diventato la terra classica dei pellegrinaggi.

panorama Genova – Veduta generale (stampa antica)

Dalle torme di barbari che attirati dalla opima preda e dal sole italico calarono in Italia, determinando la caduta dell'impero romano, alle turbe religiose del medio-evo recantisi a venerare in Roma il successore di S. Pietro ed alle carovane di turisti inglesi o americani che oggi scorrazzano la penisola, l'Italia è stata ed è il paese al quale si sono più spesso e più facilmente indirizzati eserciti, pellegrini, visitatori. E non meno delle folle sono stati attirati dal nostro paese i grandi devoti dell'antichità e dell'arte, i romei dell'intelligenza e della cultura: da Platone viaggiante per la Magna Grecia e la Sicilia a Rabelais venuto a Roma al seguito del cardinale Jean du Bellay; da Milton, che visitava Galileo cieco, prigioniero in Arcetri, all'olimpico Goethe, per cui il viaggio in Italia rappresentò una tappa memorabile della vita e dell'arte, si può dire che quasi tutti gli spiriti maggiori che l'umanità ha avuto siano passati attraverso la visione del magnifico paesaggio italico ed abbiano sostato rapiti davanti le maggiori figurazioni dell'arte che il genio della nostra gente ha saputo offrire all'ammirazione del mondo. Chi volesse accingersi alla storia di simili pellegrinaggi ci offrirebbe la odissea di una lunga serie di grandi uomini, ma avrebbe davanti a sé un compito difficile pel quale non basterebbero molti volumi. Lungi da noi l'idea di volerci dedicare ad un'opera così grandiosa: ci basterà soltanto accennare ai principali viaggiatori e scrittori stranieri che hanno soggiornato a Genova piuttosto a lungo o vi sono soltanto passati diretti ad altra più desiderata meta. Tanto più che Genova è stata un po' come la cenerentola delle città italiane, non certo ricercata, ammirata, vezzeggiata come la città, già sua rivale, regina dell'Adriatico o come la città dei fiori, o la città eterna o la bella Partenope. Non passioni famose che l'abbiano avuto a teatro, come Venezia, non grandi poeti che l'abbiano celebrata.
Sarebbe tuttavia interessante ricercare le cause di un tal fatto che non può essere spiegato soltanto con ciò che Genova non è una città importante per l'arte quanto le altre maggiori consorelle accennate (giacché, come si comprende, l'arte è una delle maggiori attrattive per chi viene in Italia a scopo di visitarla): certo ha dovuto nuocere alla Superba una certa fama di inospitalità e di noncuranza che l'ha fatta considerare città di corsari e di mercanti. Ha osservato al riguardo uno scrittore genovese che ha fatto un caldo elogio della sua città, Alessandro Varaldo, che «i facili turisti, i conquistatori grossolani d'impressioni, gli uomini degli albums e delle matite, sapevano che cosa trovare a Venezia, a Firenze, a Roma o a Napoli, conoscevano Verona e Pisa, Assisi e Sorrento, ma di Genova ignoravano le memorie e i paesaggi, perché Genova non ha vissuto mai come una vecchia marchesa di cartapecora sui biglietti d'entrata delle sue ville, dei suoi musei, o delle sue bellezze naturali, né ha mai ostentato i suoi panorami né offerto i sorrisi del suo mare o del suo cielo. Centro di due riviere che vivono d'ospitalità ha sempre avuto fama di inospitale e sono pochi, assai pochi gli scrittori e gli artisti in genere che si diedero la pena di passare solto la porta della Lanterna senza uscirne l'indomani per la strada romana o per quella piacentina». E ancora: «E non soltanto i poeti, non i novellieri e i pittori, non soltanto gli artisti infine, ma neppure gli storici, dal Delecluze al Gregorovus che vennero a scavare ed a ricostruire ed ai quali dobbiamo tanta gratitudine, si occuparono di Genova, lontana povera, fuori delle strade abituali, appartata dalle grandi vie di comunicazione, estranea alla grandezza della penisola. Ebbe i rifiuti, le elemosine, i rimasugli, le poche ore fra un battello e l'altro: non si venne mai a Genova come a una meta, a meno che non si avesse un incarico preciso, per completare una collezione, come il De Foville. Genova non fu mai centro d'irradiazione o sosta d'ammirazione prefissa, decisa, voluta o sognata: si trovò qualche volta per caso sulla via battuta, ospitò nervi e bronci, fu presa d'assalto per una notte e abbandonata in fretta, un po' d'Andrea Doria, un po' del Blocco dell'ottocento, e tutto il resto ignoto, e tutto il resto non cercato e tutto il resto come se non esistesse, come se non risplendesse, come se non avesse impresso nessun solco nella storia dei destini d'Italia».

S. Domenico Piazza S. Domenico – La chiesa ed il Convento

C'è del vero in questo sfogo soprattutto per quanto riguarda l'epoca nostra, giacché Genova non è visitata dagli stranieri e dagli italiani quanto meriterebbe; tuttavia non bisogna dimenticare che un certo numero di visitatori e di artisti stranieri s'è ricordato di Genova e che qualcuno l'ha anche decantata; non bisogna dimenticare che per un certo tempo la bellezza dei palazzi di Genova fu famosa in tutta Europa e che l'incanto della sua vista dal mare era subito da tutti coloro che avevano la ventura di giungerci su di un battello; e che non scarse testimonianze ci rimangono di una viva ammirazione per la Superba.
Verso i primi anni del '700 una gentildonna inglese, che veniva da Costantinopoli, ove il marito era ambasciatore d'Inghilterra, lady Montagu scrivendo di Genova in una lettera alla sorella così si esprimeva: «Genova è posta in una bellissima baia, estesa, come essa si trova sul dolce pendio di una collina, sparsa di giardini ed abbellita da stupende opere architettoniche»; e dopo aver parlato della statua di Andrea Doria che aveva vista nel cortile di palazzo Doria e che le piacque moltissimo soggiungeva: «Questo mi fa ricordare dei palazzi di Genova che non saprei descrivere come meritano. La via chiamata Strada Nuova è fiancheggiata, in tutta la sua lunghezza dai più bei fabbricati del mondo. Devo ricordare particolarmente il palazzo Durazzo, quello dei Balbi, uniti da un magnifico colonnato, il palazzo Imperiale in questo villaggio di Sampierdarena (la Montagu scriveva da una villa di Sampierdarena) un altro dei Doria. Non si sa cosa ammirar di più, se la perfezione dell'architettura o la gran dovizie di ricche suppellettili disposte col gusto più raffinato o con prodiga magnificenza».
E pochi anni più tardi un altro scrittore inglese, Tobia Smollett, giornalista ed autore di una Storia dell'Inghilterra esprimeva analoga ammirazione per la Superba: anche egli vi giunse con un battello e ammirò la città «la quale vista dal mare, sporgente dalle acque in forma di anfiteatro fa un effetto stupendo: a nord la città si stende per lungo tratto sui monti, circondata da un doppio ordine di mura, il più esterno dei quali si vuole che copra 15 miglia di circuito»; e fu colpito dalla vista dell'«elegantissimo faro», dalla vista del porto e della Darsena ove si trovavano le galee della Repubblica. Egli osservò la magnificenza dei palazzi genovesi: «Le due vie chiamate Strada Balbi e Strada Nuova sono file ininterrotte di palazzi ornati di giardini e di fontane» e soltanto gli parve che la moda di dipingerli all'esterno riuscisse di effetto meschino. Visitò chiese e palazzi ed avendo conosciuto una dama che lo trattò con molta cortesia e lo fece entrare nel gran mondo genovese, quasi si sarebbe lasciato persuadere a passar l'inverno a Genova se non avesse avuto altri impegni a Nizza.
E veniamo ad un altro viaggiatore settecentesco, al famoso Presidente De Brosses al quale Alessandro Dumas ha giocato il tiro di farlo ritenere un denigratore di Genova attribuendogli la frase che «fra i piaceri che Genova può procurare non ve n'è che eguagli quello di lasciarla». Invece basta leggere la parte delle Lettere familiari dello «spirituel» Presidente, che riguarda Genova, per convincersi della innegabile simpatia che egli provò per la città e gli abitanti. Egli vi giunse il giorno di S. Giovanni del 1739 attraverso il sobborgo di Sampierdarena e non mancò di notare la bella porta, il faro, il porto e la città e soprattutto la bellissima vista che egli non esitò a qualificare la più bella che si possa trovare. E anche l'impressione della città è per lui magnifica, per quanto egli non manchi di osservare che «solo gli stolti e i bugiardi credono che Genova è costruita tutta in marmo» e che «se si volesse proprio fare una proposizione generale bisognerebbe dire che è tutta dipinta a fresco» osservazione del resto giusta e che è possibile anche oggi verificare esatta. Le vie gli apparvero come «immense decorazioni d'opera», fiancheggiate da palazzi a sette piani; egli le trovò solo troppo strette tanto che gli venne latto di osservare «che se da un lato questa città è molto più bella per le costruzioni, che Parigi, essa non può mostrarle per la cattiva loro disposizione»; e la Strada Nuova e la Balbi gli sembrarono senz'altro superiori a ciò che di più bello vi fosse a Parigi. Una colorita descrizione egli ha lasciato della processione di S. Giovanni e della funzione nel Duomo, giacché da viaggiatore diligente non volle mancare a tali spettacoli nonostante la stanchezza del viaggio. E diligentemente visitò le chiese ed andò ricercando ed ammirando i quadri di cui fece un catalogo dei più importanti, e frequentò i teatri e volle conoscere la vita elegante recandosi alle cosiddette conversazioni, vale a dire riunioni dalle otto o nove di sera a mezzanotte, nelle quali si ballava, si giocava, si davano gelati e cioccolatta. Da quel buon gastronomo che il De Brosses era, trovò tuttavia poco soddisfacente la cucina genovese.

Nunziata Piazza Nunziata nel 1800


Passando dal '700 all''800 cambia tutto lo scenario: non più Genova repubblica, coi suoi Dogi e le sue decorative funzioni; non più quella vita brillante che rivive in alcune pagine delle Memorie di Giacomo Casanova ed a cui anche il buon Presidente De Brosses fu lieto di partecipare; non più portantine con dame incipriate seguite da cortei di servitori; non più cicisbei ed arcadia. Non per nulla è passato sull'Europa il turbine della Rivoluzione Francese e l'astro napoleonico. Comincia l'epoca delle congiure e del sacrificio che sboccherà nel fantastico viaggio di mille uomini dallo scoglio di Quarto.
Ed al principio del secolo troviamo a Genova uno straniero, un poeta, che elegge a sua dimora la solitaria collina di Albaro donde fa rare apparizioni in città e che medita di andar a compiere altrove quell'opera di libertà che gli è vietata di spiegare in Italia. E' Byron che era riparato a Genova dalla Toscana, ove s'era compromesso nel ferimento di un sergente, e che nella villa Saluzzo, ove ora una lapide ne ricorda il soggiorno, trovò un tranquillo soggiorno, quasi una preparazione alla morte che l'attendeva poco più tardi. Raccolti dei fondi colla vendita di libri e mobili, noleggiato un battello, l'Ercole, sul quale caricò armi, munizioni, cavalli, due cannoni una certa quantità di medicinali, un giorno del luglio del 1823 partì per la Grecia, come un cavaliere errante, per un viaggio senza ritorno! Meno che un anno dopo egli discendeva nella tomba, a Missolungi, quietando per sempre il suo spirito ardente!
E sulla stessa collina di Albaro un altro grande scrittore inglese, venti anni più tardi doveva sostare ammirando, non senza sorridere con una benevola ironia di tante cose che gli parevano strane e nuove; un'altra lapide ricorda il soggiorno che vi fece Carlo Dickens «geniale e profondo rivelatore del sentimento moderno». Le impressioni di Dickens su Genova costituiscono alcune tra le più belle pagine di quelle «Pictures from Italy» che costituiscono il suo resoconto del viaggio in Italia in cui la sua arte di umorista fine e delicato è stemperata in tanti quadretti che si direbbero all'acquarello. Che tenuità e che grazia! Non è il caso di riportare le non poche pagine che egli dedicò a Genova, tra cui deliziose quelle con le quali descrive la cosiddetta Prigione rossa, cioè la villa Bagnarello che egli abitò («una casa antichissima, male mobiliata, stranamente costruita, che sembra abitata dagli spiriti, che ripete l'eco delle parole e quale io non avevo mai né veduta né immaginata») e soprattutto non bisogna nascondersi che molte sue osservazioni sono tutt'altro che favorevoli. Ma col tempo le impressioni cattive si dileguarono ed egli non mancò di amare con viva simpatia la città che gli offriva meravigliosi panorami quale quello che egli andò ad ammirare dall'alto del monte Fasce: persino quelle stradicciuole di campagna che gli avevano fatto al suo arrivo così cattiva impressione (la carrozza con cui egli giunse per poco non rimase incastrata nei muri della strada) gli apparvero pittoresche tanto che gli sembrò un giuoco piacevole il perdersi in esse per ritrovar la propria strada «attraverso le difficoltà più sorprendenti e più inaspettate». Dopo qualche mese di soggiorno a Genova l'autore di David Copoerfield non poteva a meno di pensare con tristezza al giorno della partenza per il ritorno a Londra.
Ed ora, dopo gli inglesi, qualche francese. Michelet ad esempio, fece a Genova una rapida visita e l'impressione non fu troppo favorevole. Trovò a Genova poca arte in genere, pur non negando che la città è costituita da «chiese e palazzi di marmo»: ma S. Lorenzo gli colpì sgradevolmente la vista colle sue alternative di marmi bianchi e neri che gli parvero di effetto mortuario. Tutta la sua ammirazione fu per il palazzo Doria e per la vista del porto che vi si gode: il fatto che nei palazzi genovesi si avevano molti dipinti di scuola fiamminga, gli parve denotare che presso i loro proprietari (i grandi signori genovesi) tutto c'era fuor che l'amore dell'ideale. Quando si dice la prevenzione! Probabilmente le sue non favorevoli impressioni ebbero un motivo sentimentale: questo, che egli, che ha voluto penetrare l'anima degli animali dall' insetto all'uccello, fu urtato dalle disgraziate condizioni in cui si trovava l'asino in città e fuori: «città rumorosa, vita rude per l'uomo, crudele per gli animali domestici, per l'asino soprattutto, laborioso, paziente, pieno di finezza, starei per dire di pensiero. Io lo vedo discendere con precauzione dalla montagna, attraverso sentieri che crollano, che solo il suo sensibile zoccolo può praticare. Egli arriva in basso col dosso carico di lunghe tavole che impediscono i suoi movimenti. Spesso soccombe sotto il peso. Allora il bruto è l'uomo. Invece dì alleggerire il fardello per aiutare il povero animale a rialzarsi, il suo conduttore (non posso credere che sia il suo padrone) lo carica di colpi, l'opprime di improperi ciò che, in questa aspra lingua ligure non è per la vittima, il supplizio minore».
Ed anche ad una causa estranea alla città ed ai suoi abitanti son dovute le non felici impressioni di Alessandro Dumas padre. Questi evidentemente fu messo di cattivo umore dal fatto che l'indomani del suo arrivo nella Superba dovette precipitosamente lasciarla perché un «emissario» del buon governo di Re Carlo Alberto gli fece sapere che non era gradita la sua presenza negli stati di Sua Maestà il Re di Sardegna; egli era troppo in odore di liberalismo per poter essere ben visto in quell'epoca (1835) di reazione e di assolutismo. Certo è che le impressioni di Dumas su Genova non furono proprio entusiastiche: nelle sue osservazioni superficiali e tra gli aneddoti più o meno autentici di cui infiora il suo racconto, egli non manca di ricordare un antico detto che certo non può far piacere né a Genova, né ai Genovesi, detto, che purtroppo le antiche guide riportano: mare senza pesce, monti senza alberi, uomini senza fede, donne senza vergogna e la frase ch'egli attribuisce a Luigi XI: «I genovesi si danno a me ed io li do al diavolo».
Neppure la visita alle tre strade famose, la Nuova, la Nuovissima e la Balbi «le sole strade che meritano un tal nome» ed ai palazzi relativi, che come egli stesso riferisce (ma noi non garantiamo l'esattezza delle citazioni) «Madame de Stäel pretendeva essere state costruite da un congresso di re» e l'Alfieri chiamava «un magazzino di palazzi» valse a dissipargli il malumore. Egli trovò tristi e mal ridotti quei famosi palazzi: «Su tutti questi palazzi il tempo ha passato una patina di tristezza. Alcuni si aprono, altri si squassano; i pezzi che ne cadono sono spinti nei vicoli che li separano ove si ammassano con le altre immondizie. E' una mescolanza dolorosa di intonachi e di marmi, di grandezza e di miseria, e si sente che per il decimo del prezzo che sono costati si avrebbero palazzi, quadri, mobili e, se bisogna credere il proverbio genovese, «la duchesse par dessus».

Carignano Il ponte di Carignano nel 1800

E' vero però che anch'egli partendo l'indomani dietro l'amabile invito di cui abbiamo parlato, non poté sottrarsi all'incanto della vista della città dal mare. «Genova è veramente magnifica vista dal porto A guardare quelle splendide case costruite ad anfiteatro, con i loro giardini sospesi come quelli di Semiramide, non è possibile certo immaginarsi quali vicoli infetti salgano dai loro muri di marmo. Se invece di farmi uscire da Genova, Carlo Alberto mi avesse impedito di entrarvi, io non me ne sarei giammai consolato».
Il curioso è che lo stesso Dumas ha lasciato un Viaggio in Italia di Monsieur La Blague nel quale ha fatto una specie di florilegio di tutte le insulsaggini dette dagli stranieri sull'Italia, non senza comprendervi quel che egli stesso ne ha scritto. Così a proposito di Genova egli riporta parecchi brani di cui diamo qualche saggio. Ad esempio, Amedeo Achard in uno scritto dal titolo «Un mois en Italie» scrive: «Genova è un laberinto inestricabile di stradette e viuzze. Io potrei abitarla sei mesi e non arriverei mai a capirne nulla. Un genovese che si piccava di grande scienza topografica, fu un giorno a tradimento condotto in mezzo al quartiere Carignano e quindi tutto a un tratto abbandonato dalla sua guida. Il s'est bravement perdu, non ha trovato la via d'uscirne se non après trois heures de fatigue». E ancora: «I genovesi non si fanno alcun scrupolo di stender la biancheria le long des fenêtres. Col mezzo di corde si sospende in aria, agli occhi di tutti i vicini tutto ciò che una famiglia ha de chemises et de jnpons. Nessuna casa se ne priva e questa decorazione aerea, se manca di grazia, non manca però d'originalità. E lo Janin in un suo Voyage en Italie ha scritto: «I palazzi sono deserti. Il proprietario ne è piuttosto custode che padrone e ne apre le porte. Uno che possiede quadri pel valore di un milione, sarà dieci anni che non si copre la testa con un cappello nuovo». Nella mia breve dimora a Genova non ho mancato di visitare il palazzo Ducale. Tra diverse cose degne d'osservazione vi sono quelques vieux restes qui ont peu de sens: - il frammento di una barca cartaginese; - le pietre di un castello veneziano portate da Costantinopoli dai genovesi; una catena presa ai pirati; toutes sortes de petites vanitès. Queste città d'Italia sont gueses et fiéres; non potendo essere ricche né gloriose vogliono esser nobili; mettono tutto il loro impegno a provare che la loro origine è antica, ed a questo scopo accumulano toutes sortes de chiffons de bronze, de marbre ou de papier».
Rinunziamo a continuare questa raccolta di diffamazioni su Genova e riportiamo piuttosto il seguente brano sulle donne genovesi dovuto alla penna di Alfonso Karr: «Le donne vi sono bellissime: il loro corpo è statuario, il loro portamento è pieno di nobiltà; il "mezzaro", quel caratteristico velo bianco che cinge come d'una nuvola vaporosa il volto e segna la vita, fa risaltare a un tempo le belle forme plastiche e i bei capelli neri, ornati spesso nelle popolane, di un ramo olezzante di gelsomino: queste popolane sono, qualche volta, così belle che io mi domando melanconicamente in forza di quale crudele destino io abbia dovuto trascorrere tutta la mia giovinezza, in mezzo a quella società parigina, in cui, in ogni donna, vi è una porzione maggiore di pizzo, di seta, di crine che non di donna vera…».
Arrigo Heine ha anche scritto di Genova in qualche pagina dei Reisebilder e certo non troppo favorevolmente: dopo una non lusinghiera presentazione della città «vecchia ma senza antichità, ristretta ma senza raccoglimento e brutta fuor del credibile» fa parziale ammenda subito dopo: «Vista di sera e dal mare la città fa meno brutta impressione. Distesa com'è sulla spiaggia, somiglia allo scheletro di un gigantesco animale marino buttato là dalle onde; e su lo scheletro si muove, attivo e affaccendato, un popolo di formiche dette genovesi, mentre il mare gli canta la ninna nanna e la luna, occhio pallido della notte, lo sta melanconicamente a guardare». Ma Heine è un cattivo osservatore giacché guarda con gli occhi della fantasia e non con quelli del corpo: ond'è che nel giardino di palazzo Doria il vecchio Nettuno che troneggia in mezzo alla vasca, gli appare corroso e mutilato e la fontana non ha più acqua e sui neri cipressi che la circondano, il gabbiano fa indisturbato i suoi nidi; e i palazzi di Strada Nuova e Via Balbi «abbandonati e caduti» mostrano qual più qual meno gli splendori del lusso di una volta; mentre poi la sua ammirazione prorompe nella pinacoteca d'uno di questi palazzi per il Cristo di Paolo Veronese e per alcuni quadri del Rubens «saturi della massiccia giovialità di quel bonario titano olandese, il cui ingegno bizzarro aveva ali sì gagliarde che potrebbe elevarsi sino al sole quantunque molti quintali di formaggio di Olanda gli gravassero i piedi». E' nella medesima pinacoteca che egli, tra tanti ritratti di belle dame genovesi, ritrova quello della sua Maria, morta, dipinta da Giorgione.
Questa rassegna di scrittori stranieri che hanno scritto bene o male di Genova potrebbe ancora continuare ma non è nostra intenzione volerla completare. Ci sembra che il già detto basti a dimostrare l'interesse che la Superba ha sempre destato nei suoi visitatori. E non bisogna troppo prendersela con quelli che non l'hanno compresa e magari ne hanno detto male: si vede che non l'hanno osservata o il loro spirito era turbato da altre preoccupazioni. Ha scritto Chateaubriand: «Un momento basta al pittore di paesaggi per schizzare un albero, prendere una veduta, disegnare una rovina; ma anni interi sono troppo corti per studiare i costumi degli uomini e per approfondire le scienze e le arti»; Voltaire, a proposito dei viaggiatori stranieri, ha con la solita penetrazione osservato: «Niente è così frequente fra essi di mal vedere, mal riferire ciò che hanno visto e prendere soprattutto in una nazione, di cui s'ignora la lingua, l'abuso di una legge per la legge stessa; e infine di giudicare dei costumi di tutto un popolo da un latto particolare di cui s'ignorano ancora le circostanze».
Tanto ciò è vero che non solo Genova, ma molte città italiane furono misconosciute, anche quelle più celebri: ad esempio Napoli, così diffamata dagli stranieri, e non soltanto dei tempi andati. Tutti ricorderanno ad esempio che Giuseppe Baretti, l'autore della Frusta letteraria, dovette dare una solenne lezione al medico inglese Sharp, il quale aveva scritto molte corbellerie sull'Italia nelle sue Lettere dall'Italia, confutandole in un libro pubblicato a Londra nella lingua dello Sharp medesimo, dal titolo «An account of the Manners and coustoms of Italy; with observations on the Mistakes of some Travellers With Regard to that country».
Del resto i tempi moderni hanno questo di buono che permettono a chiunque, o perlomeno con assai più grande facilità dei tempi andati, di rendersi conto del bene e del male, del progresso e della decadenza delle città e dei popoli senza bisogno di riferirsi ai giudizi altrui. E crediamo che da una più diretta conoscenza, Genova non abbia nulla da temere e tutto da guadagnare.

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