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    Pezzi di storia

Monete genovesi
di Leonida Balestreri

Genova – marzo 1964

L'importanza di un'organica e modernamente concepita storia delle vicende della moneta di Genova - di un paese, cioè, che per secoli e secoli rappresentò uno dei cardini più saldi dell'economia dell'Occidente - costituisce un argomento relativamente al quale l'opinione degli studiosi non può essere che pienamente concorde, consapevoli come essi sono di quanto un'opera del genere possa significare ai fini di un più completo approfondimento dei temi stessi di storia generale. La numismatica offre infatti all'attento indagatore della società dei tempi trascorsi elementi documentari di altissimo valore, e sovente tra i pochi - quando non addirittura tra i soli - che abbiano potuto resistere all'assalto distruttore del tempo.

11 Denaro primitivo
in mistura coniato nel secolo XII - due rovesci con particolari segni di zecca

Gli studi in ordine alla moneta genovese sono abbastanza numerosi e in genere impostati sulla base di rigorosi criteri scientifici, ma essi - fatta solo gualche eccezione che si collega principalmente ai nomi del De Simoni e del Gandolfi - vertono per lo più su temi particolari. Quello che sinora mancava era un lavoro di sintesi, aggiornato sino al presente tenendo conto di tutti i risultati in questo specifico settore di ricerche raggiunti dagli studiosi di numismatica del tempo nostro.
Siffatta lacuna ci sembra ora perfettamente colmata da un'opera di vasto respiro, che, sotto il titolo di «Monete genovesi», il dott. Giovanni Pesce ha di recente dato alle stampe per i tipi delle Edizioni Libri Artistici, di Milano.
La personalità del dott. Pesce, parimenti conosciuto ed apprezzato nel campo medico-igienistico e negli ambienti dei cultori più qualificati nella storia ligustica, costituiva già di per se stessa la più sicura delle garanzie del valore da attribuirsi a questa opera. Ma in fatto non ci si può esimere dal riconoscere che in questo suo completo ed approfondito lavoro il nostro valoroso Autore ha, per così dire, superato se stesso, dandoci un'opera che - senza tema alcuna di esagerazione - ben ci sembra di poter qualificare come un punto fermo, assai difficilmente superabile, in questo particolare settore di studi.

22 Genovino del primo tipo coniato prima del 1252 è la prima moneta d'oro genovese

Tale giudizio non è affatto gratuito, trovando esso invece la sua motivazione in tutto un complesso di elementi, primo tra i quali la formula davvero efficace adottata per la redazione del volume. Per tracciare le vicende della moneta genovese l'Autore si rifà infatti all'intero svolgimento della storia della città, ponendo in luce, con profondità di indagine non meno che con acutezza di valutazioni, il riflesso che sulle vicende della moneta appunto hanno avuto i grandi eventi politici e sociali, oltre che quelli di ordine strettamente economico. La lunga storia della moneta genovese è pertanto ricostruita non come una arida catalogazione di pezzi di più o meno preziosa rarità numismatica, ma come un qualche cosa di vivo e di palpitante, quasi una proiezione o - se si vuole - uno specchio della plurisecolare vita della città. Ma, in verità, non si saprebbe se considerare di più siffatto elemento, ovvero l'incomparabile valore di documento dei diversi momenti dell'evoluzione cittadina che - proprio per il modo come sono presentate - risulta offerto dalle monete che il dott. Pesce viene via via illustrando.

33 Quartaro in rame coniato prima del 1339

E' una materia insomma, quella contenuta nel volume in esame, che, affidata come è ad uno studioso di particolare competenza, appare quasi trasfigurata rispetto a quello che essa è di norma, divenendo motivo di interesse non soltanto per gli specializzati, ma anche per il lettore comune, al quale è resa di facile intendimento. L'accurata scelta delle illustrazioni, l'abbondanza delle riproduzioni a colori dei diversi tipi di monete delle varie epoche, e l'ampia aggiornata bibliografia, nonché l'integrale pubblicazione, in appendice, di un antico «Trattato della Zecca di Genova - Sue prime memorie e valuta delle Monete», dal dott. Pesce posseduto nel manoscritto originale, conferiscono a questa opera un carattere di completezza degno del più vivo apprezzamento. Certo è che, dopo un lavoro del genere, non vi è più momento alcuno della lunga storia della moneta genovese che possa considerarsi rimasto in ombra.

44 Ducato in oro di Carlo VI Re di Francia,
Signore di Genova dal 1396 al 1409
55 Grosso multiplo coniato nel secolo XIII (argento, solo diritto)

Le prime monete genovesi di cui restano esemplari, coniate in una lega di rame e d'argento, risalgono agli inizi del 1139, anno in cui Corrado II concedeva alla Repubblica il diritto di battere moneta. In base alle valutazioni del Canale - suffragate da talune ricerche d'archivio dello Spotorno e del Gandolfi - apparirebbe peraltro che già prima di quel tempo i Genovesi avessero coniato loro monete, con esclusione solo di quelle d'oro, per mettere in circolazione le quali non si poteva assolutamente prescindere dall'autorizzazione imperiale. La supposizione è, del resto, più che plausibile, dato che è difficile rendersi conto come - data l'importanza di centro commerciale da essa allora già raggiunta - Genova potesse fare a meno di una sua moneta. Sino alla concessione di Corrado II - confermata poi nel 1194 da Arrigo VI - si deve comunque ritenere che per le necessità dei loro traffici i Genovesi si siano avvalsi specialmente della moneta pavese, e di quella aurea dell'Impero d'Oriente, rappresentata, quest'ultima, dai soldi d'oro di Bisanzio o bisanti, altrimenti indicati anche sotto il nome di iperperi, in quanto depurati al fuoco.
Ma nella prima metà del secolo XII, dato il deprezzamento subito dalla moneta aurea di cui sino allora si erano avvalsi i Genovesi - e con essi, si può dire, tutte le altre popolazioni italiane - si impose l'esigenza di ricorrere ad altro tipo di moneta più stabile nel peso e più pura nel metallo, onde avere un metro costante di valore sul quale basare le contrattazioni.
Tale necessità era particolarmente sentita da parte degli stati italiani più intensamente dediti alle attività commerciali, vale a dire Genova, Firenze e Venezia. E non fu perciò per caso che le date di emissione delle prime monete d'oro in queste tre città si seguono nel tempo molto vicine le une alle altre. Il fatto è però che anche in questo particolare campo - come il dott. Pesce esaurientemente dimostra - la priorità spetta ai Genovesi, dato che la comparsa del loro genovino ebbe a precedere di alquanti anni quella del fiorino, coniato per la prima volta a Firenze nel 1252, e quella dello zecchino, posto in circolazione a Venezia solo nel 1284.

66 Scudo d'oro del Sole
di Antoniotto Adorno Doge dal 1515 al 1527 (diritto)

Che se poi, in tema di monete auree, si fa riferimento alle frazioni del genovino, rappresentate dalla quartarola e dall'ottavino (rispettivamente la quarta e l'ottava parte del genovino), si va ancora più addietro nel tempo, risalendo in pratica - secondo quanto già emerso dalle ricerche di Corrado Astengo - all'epoca medesima della concessione a Genova del diritto di zecca.

77 sin: Testone in argento coniato durante la Signoria Genovase di Francesco I (1527), (diritto)
dx: Testone in argento di Antoniotto Adorno - Doge dal 1515 al 1527 (diritto)

Non stupisce invero questa priorità genovese nell'emissione di monete d'oro, in quanto essa - al pari di altre loro anticipatrici realizzazioni sì nel campo della finanza che in quello del diritto commerciale - va strettamente congiunta alle esigenze imposte dalle particolarità della loro vita economica.
Universalmente apprezzata per la costanza delle sue caratteristiche, la moneta aurea genovese (il genovino aveva un peso di tre grammi e mezzo ed era coniato in oro puro a 24 carati) costituì per non breve volgere di secoli una delle più tangibili espressioni della saldezza dell'economia dello stato di cui essa portava il nome.
Inizialmente queste monete recavano sul retto la raffigurazione stilizzata del castello - o porta o torre - e la scritta IANUA, e sul rovescio della croce contornata dalla leggenda indicante il nome del sovrano che aveva concesso il diritto di battere moneta. E' da notare al proposito che il riferimento a Corrado II ebbe ad esser mantenuto su tutte le monete genovesi sino al 1637, e, sporadicamente, su qualche pezzo staccato, anche dopo tale epoca.
Le caratteristiche della monetazione genovese vennero, con molta saggezza, mantenute il più possibile costanti. Le variazioni apparse sulle scritte che figuravano sui diversi tipi di monete andarono connesse essenzialmente ai mutamenti verificatisi nel regime politico della città. Così l'apparizione della Civitas Ianua corrispose all'avvenuto rafforzamento dell'autonomia cittadina.
Le prime serie numismatiche genovesi - imperniate sul denaro, in mistura, sul grosso, in argento, e sul genovino, in oro - si andarono via via arricchendo per la comparsa di valori divisionali. Il tipo di moneta spicciola, denominata nell'uso corrente minuto, - secondo quanto osserva il dott. Pesce - sta senza dubbio all'origine della frase «acquistare o vendere al minuto» usata per indicare contrattazioni di entità molto limitata, mentre va riferita al grosso, moneta invece di assai più elevato valore, l'acquisizione al comune linguaggio dell'espressione «comperare o vendere all'ingrosso».
Ma non è questo il solo caso in cui modi di dire connessi alle denominazioni o ai particolari della loro moneta sono entrati nel linguaggio corrente dei Genovesi. La frase «giocare a croce e grifo» - variante del «testa e croce» adottato in altre città - deduce così la sua origine da piccole monete, interamente in rame, del valore di un quarto di denaro - denominate quartari o clapucini dal nome dei lavoratori artigiani del rame - che, comparse per la prima volta sul finire del secolo XIV con le tradizionali impronte e scritta, ebbero in seguito a recare sul diritto, in luogo del castello, appunto il grifo, il fantastico animale dal corpo di leone e dalla testa di aquila, rappresentante - da solo o, più generalmente, in coppia - l'emblema della Repubblica.

88 dall'alto: * Doppia in oro del 1570 (Dogi biennali)
* sin: Zecchino d'oro di S. Giovanni coniato nel 1724
* dx: Mezzo zecchino d'oro di S. Giovanni coniato nel 1724
* Cento lire in oro del 1760 (periodo dei Dogi biennali)

Anche se questi cui si è venuti via via accennando non sono più che particolari, essi valgono tuttavia a dimostrare con tutta evidenza quello che è l'interesse che la pubblicazione del dott. Pesce può rivestire non soltanto agli occhi degli specialisti in numismatica, ma anche del pubblico più vasto, solo che esso nutra il desiderio di addentrarsi un poco nella storia di una città così ricca di passato quale Genova indubbiamente è.
La ricostruzione della storia di Genova vista attraverso le vicende della sua moneta offre al dott. Pesce spunti di particolare rilievo, specie allorquando egli si trova a dover trattare il periodo che va dal 1339 al 1528, quello cioè dei dogi a vita e delle dominazioni straniere. Nel corso di questi due secoli i dogi si preoccuparono in genere di non portare mutamenti nell'ormai radicata tradizione numismatica locale, limitandosi essi in genere a far comparire sulle monete, conservanti la consueta rappresentazione del castello e della croce, il semplice numero ordinale del loro dogato. I dominatori stranieri tennero invece, ovviamente, ad affermare la loro presenza e il loro potere apponendo sulle monete locali il loro nome e qualche emblema o contrassegno ad essi caratteristici, quali la biscia per i Visconti e gli Sforza, e il giglio per i re di Francia, talora integrato da iniziali sormontate da corona, oppure da altri attributi, quali gli istrici per Luigi XII. Le dominazioni straniere influirono anche sulle stesse denominazioni delle monete: verso il 1415 il genovino, pur non subendo alcuna modifica nelle sue ormai consuete caratteristiche, ebbe infatti a tramutare il suo nome in quello di ducato, a somiglianza delle monete in oro di analogo tipo, coniate in quel tempo dalle zecche delle altre città italiane.
Spigolare nella lunghissima serie di dati e di notizie che il dott. Pesce presenta nelle pagine dedicate all'illustrazione di questo periodo è cosa del tutto impossibile, data la molteplicità dei riferimenti e il concatenamento della materia. Ma al proposito non si può trascurare di mettere l'accento almeno su qualche particolare: e, cioè, in primo luogo, sulle nuove diciture apparse sulle monete dei dogi a vita, quali quelle disposte da Simon Boccanegra che fece coniare i genovini con scritte come «Dux Ianuae qua Deus protegat» e «Dux Ianuensium primus»; e, secondariamente, sul tipo di ducato d'oro messo in circolazione negli anni 1442-43. Quest'ultima moneta - sul cui diritto campeggiava la scritta «Libertas in Christo firmata» - rappresenta un assai interessante elemento di documentazione di un tentativo del popolo genovese di darsi più libere istituzioni, tentativo che poté essere realizzato solo per breve ora con il governo degli otto Capitani di Libertà, insediatosi dopo la definitiva caduta del doge Tommaso di Campofregoso.
Regime informato a sensi di democrazia fu anche quello che - interrompendo la serie dei governi oligarchici e delle più o meno larvate signorie straniere - fu instaurato nel 1507 dal doge Paolo da Novi, l'onesto e coraggioso tintore innalzato dalla fiducia dei concittadini alla suprema magistratura dello Stato: di questo periodo resta una documentazione numismatica in un grosso - ora rarissimo - con la dicitura «Libertas Populi Ian».
Il ricordo tuttavia di uomini e vicende di cui portano traccia le antiche monete genovesi non si esaurisce ovviamente con i brevi e saltuari accenni che si è venuti via via facendo nel tentativo di porre in evidenza almeno taluni fatti tali da suscitare maggiore curiosità tra il pubblico di oggi.
La trattazione del dott. Pesce, pur nella sua discorsiva semplicità, è talmente materiata di elementi documentari da rendere in realtà assai difficile il riuscire ad enucleare tra essi quelli che dovrebbero apparire di più vaso interesse.

99 dall'alto: * Otto lire d'argento della Repubblica democratica ligure coniati nel 1798
* Prove dei cento franchi di Napoleone I Imperatore (1807)

E' così che tutto il periodo dei dogi biennali, quello cioè che si apre nel 1528 con le grandi riforme istituzionali di Andrea Doria e si chiude nel 1797 con la caduta della repubblica aristocratica, trova da parte del nostro Autore la più attenta delle considerazioni e la più diffusa e, nello stesso tempo, particolareggiata delle analisi.
Di questi due secoli e mezzo di storia numismatica genovese alcuni momenti meritano qui di essere ricordati. Un cenno merita così il fatto che, quale primo portato degli avvenuti mutamenti costituzionali, dal 1528 le monete genovesi - apparendo su di esse la scritta «Dux et Gubernatores Reipubblicae Genuensis» - cominciano a portare, accanto a quello del doge, un espresso riferimento anche agli altri organi di governo che l'opera del doge stesso si trovavano ad affiancare.
Un'innovazione di un'importanza che è del tutto superfluo sottolineare fu rappresentata poi dalla introduzione della data di emissione delle monete, avvenuta rispettivamente nel 1541 per l'oro, nel 1554 per l'argento, e nel 1556 per la moneta spicciola. Degno di rilievo il fatto anche che negli anni successivi al 1567 il castello impresso sulle monete cominciò ad apparire accompagnato prima dall'anello e quindi dalla corona. Di non minore interesse appare infine la modifica apportata nel 1637 al tradizionale tipo monetale con la comparsa della Madonna in luogo del Castello, modifica decretata a seguito della proclamazione di Maria Vergine «Regina di Genova e del Dominio della Repubblica», avvenuta per decisione dei Serenissimi Collegi appunto nel gennaio del 1637.
Nonostante una certa sostanziale continuità dei tipi monetali genovesi, nel periodo compreso tra il 1528 e il 1797 si ebbe a registrare la comparsa di nuove monete, rappresentate in genere da multipli e sottomultipli dei valori sino allora alla base della valuta in corso, e precisamente la doppia e lo scudo, la prima in oro e del peso di circa sette grammi, e il secondo in argento, del valore di quattro lire (o testoni da venti) e del peso di 38 grammi. Monete di tipo del tutto nuovo furono invece, dopo il 1528, lo scudo d'oro del sole, coniato a simiglianza degli analoghi scudi del re di Francia, il Testone d'argento, del peso medio di gr. 9,50, e il Cavallotto, pur esso in argento e del peso di gr. 3,20.
Un elemento di curiosità è rappresentato poi dalle monete che - uscendo dagli schemi divenuti ormai tradizionali - risultano essere state emesse dalla zecca genovese prendendo a modello monete di paesi stranieri che si erano conquistate particolare credito sui mercati internazionali. Al proposito è da ricordare un tallero del tipo olandese, coniato nel 1576, ed alcune monete del tipo veneto - tra cui lo zecchino e il ducatone - emesse tra la metà e la fine del secolo XVI.
Nonostante il cospicuo numero delle emissioni (particolarmente interessanti tra le quali quelle per le colonie del Levante) la fisionomia delle monete genovesi si mantenne, si può dire per secoli, con caratteristiche di una certa uniformità. Il tipo monetale ebbe a cambiare radicalmente solo con l'avvento della Repubblica Ligure, che nel 1798 provvide a tutta una serie di nuove emissioni, dalle raffigurazioni e dalle scritte in armonia con le posizioni ideologiche, delle quali il nuovo regime era espressione.
L'annessione della Liguria alla Francia, avvenuta il 6 giugno 1805 e durata sino al 18 aprile 1814, significò durante quasi due lustri lavoro per la zecca genovese soltanto per realizzare una serie di monete con l'effigie di Napoleone I.
Una breve ripresa della monetazione per lo Stato genovese, ridivenuto indipendente, si ebbe infine nel periodo tra il 20 aprile e il 31 dicembre 1814 quando, sotto la presidenza di Gerolamo Serra, l'antica gloriosa Repubblica parve potesse tornare sulle posizioni di un tempo. L'incorporazione dell'intera regione ligure nel Regno di Sardegna, decisa dal Congresso di Vienna, doveva peraltro far rapidamente tramontare le speranze per breve ora riaccesesi. Genova finiva definitivamente come stato libero e sovrano. E il termine fine - come ovvio - suggellava anche la storia della sua moneta, una storia che pur resta, essa pure, a non peritura testimonianza di sette secoli di grandezza della nostra gente.

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