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    Pezzi di storia

L'antico gioco del "biribisso"
di Giorgio Clavarino

Genova, Rivista del Comune – maggio 1964

Il mito del genovese prudente e saggio nello spendere il proprio denaro si rivela sempre più privo di fondatezza. Mille esempi, recenti e lontani, possono essere sciorinati a smentirlo, a rovesciare completamento il tradizionale «cliché» che, dei nostri concittadini, viene tramandato.

tavola La tavola del «biribisso»

Limitiamoci qui ad un solo particolare aspetto del costume genovese; possono essere considerati prudenti e saggi i cittadini che scommettono, nel 1600, somme ragguardevoli al gioco del «seminario»1, facendolo con così scarso senso della misura, da indurre il governo, nel 1618, a proibire il gioco con apposita legge? E che ci insistono, malgrado la legge suddetta, con costanza degna di miglior causa, fino a che - nel 1656 - il «seminario», per poterlo almeno in qualche modo controllare, viene proclamato monopolio governativo?… Diabolico «seminario», che preoccupò tanto i reggitori della cosa pubblica genovese sia nella fase, diciamo così, pre-governativa, sia in quella ufficiale, quando - rivelatosi fonte di pingui entrate per le casse della città - corsero voci sull'intenzione del Papa di farlo abolire…; voci, solamente voci, evidentemente, il gioco del «seminario» esiste tuttora: non si gioca più, come ai suoi primi tempi, con lo scommettere sull'estrazione dei nomi di 5 persone che erano chiamate al governo: ora il sistema è diventato un po' più complesso, c'entrano 90 numeri, le ruote, ed ha anche cambiato nome, si chiama «lotto»… ma esiste ancora…

ghiande Le «ghiande» del «biribisso» con i foglietti

Il fatto, del resto risaputo, che il gioco del lotto sia nato a Genova e vi abbia a tal punto attecchito non l'abbiamo citato soltanto per dimostrare la spiccata propensione dei genovesi a sperperare il loro denaro, ma anche e piuttosto per introdurre il discorso sulla passione pazzesca che, nei secoli XVII e XVIII soprattutto, accendeva nobili e plebei della città per ogni tipo di gioco. E questo malgrado le leggi si affannassero, ad ogni piè sospinto, a proibire anche quelli che, ai nostri occhi, apparirebbero del tutto leciti ed innocui.
Si giocava nelle case dei nobili, provocando le proteste dei moralisti, molti dei quali esternavano la loro indignazione al Gran Consiglio, ai Magistrati degli Inquisitori di Stato, con letterine adeguatamente anonime, contenenti esplicite denunzie contro le principali dame dell'aristocrazia genovese, accusate di dare ospitalità nottetempo ai giochi d'azzardo più sfrenati; e si giocava anche nelle taverne dei poveri, addirittura nelle strade, di fronte alla Chiese, ostentando la più assoluta indifferenza alle proteste dei religiosi, principalmente delle buone monache costrette ad ascoltare le espressioni poco ortodosse con le quali i plebei commentavano il loro gioco.

tratto dal libro "Giuochi e passatempi" a cura di Jacopo Gelli, ed. Hoepli, 1929

Il biribisso tabella
Il biribisso o biribissi è un giuoco d'azzardo per eccellenza, il quale si fa tra un banchiere e quanti giuocatori si vogliono, ed ha analogia con la girella o roulette.
A far questo giuoco si sogliono adoperar certe pallottoline forate per lo lungo, in ciascuna delle quali s'introduce un numero dall'uno in su, progressivamente. Talvolta, però, invece di pallottoline bucate si adoperano pallottoline piene che hanno una parte appianata, sulla quale è inciso il numero.
Tali numeri sono più o meno, secondo le usanze de' diversi paesi, e corrispondono ad altrettanti segnati sopra un tavoliere in separate caselle, dipinte a figure umane o animalesche. Vincitore è quegli che, avendo messo una moneta sopra un numero, ha la fortuna che il numero medesimo sia cavato dalla borsa o dall'urna, ove si pongono e si agitano le pallottoline suddette. La vincita è regolata in questa proporzione, che se, per esempio, i numeri sono 36, come si usa tra noi, il banchiere paga al vincitore 32 delle monete dal vincitore giuocate. Una tal regola per altro non è costante, variandosi ancor essa a piacimento.
Il biribissi in Francia si giuocava, giacché dal 1837 è proibito, con un tavoliere di 70 caselle, e 20 erano i numeri da estrarre, ed il banchiere pagava 64 volte la somma scommessa.
Il giuoco del biribissi è antico fra noi, e si trova ricordato, per proibirlo ben inteso, ne' Bandi antichi, e anche in quelli… moderni. Ma per passare il tempo in casa propria con gli amici e con poste di poco conto è lecito di giuocare a questo rovinoso passatempo, malgrado le proibizioni.
NB. Le scacchiere coi numeri in corsivo sono nere, le altre rosse

Giocavano alla «basetta»2 o «faraona»3 i nobili, alla «torretta» ed al «ziretto» i plebei: e sia nobili che plebei giocavano al «biribisso», o «biribissi », o «biribisci» o, ancora, «biribis». Quando i governanti genovesi tuonavano contro i giochi, era soprattutto sul «biribisso» che si scagliavano: le pene più severe, pene detentive e pene pecuniarie, erano riservate ai giocatori di «biribisso». In forza di una legge del 1736, coloro che venivano sorpresi a giocarvi, venivano condannati a grosse multe e, nel caso non potessero pagarle, venivano incarcerati. Sembra poi che la legge non funzionasse gran che, almeno a giudicare da una relazione del Magistrato degli Inquisitori di Stato, che chiede istruzioni sul modo di comportarsi «attesoché da alcuni condannati è stata allegata l'impossibilità del pagamento», e che comunica di aver ritenuto conveniente far scarcerare uno di questi, appunto, perché… «figlio di famiglia privo di sostanza e col peso di numerosa prole»: ma il fatto stesso della sua emanazione, le preoccupazioni del Magistrato per farla osservare, e gli episodi su riportati indicano con una certa evidenza il grado di fanatismo cui era giunta la cittadinanza genovese per il «biribisso».
In che consisteva questo gioco nefasto, temibile, che sembrava aver stregato tutta Genova? Abbiamo avuto la fortuna di vederne un esemplare completo, e dobbiamo confessarvi che non abbiamo avvertito nessuna aura malefica… Un tabellone, suddiviso in tanti riquadri, numerati e contenenti ciascuno una figura allegorica - uomini, animali, stemmi - suggestivo, sì, ma dall'aspetto del tutto pacifico; un sacchettino, simile in tutto a quello della nostra casalinga tombola, dal quale venivano estratti certi fusi forati, chiamati «giande» che, ognuno nel proprio foro, contenevano un cartoncino arrotolato. Su ogni cartoncino la riproduzione, in proporzioni ridotte, delle figure numerate del tabellone. A questo punto il meccanismo del gioco si comprende chiaramente: i giocatori - che potevano essere in numero illimitato - puntavano le loro monete su una figura del tavoliere e, chi aveva la fortuna di vedere estratta dal sacchetto la stessa figura su cui aveva puntato, era il vincitore. Sulle proporzioni della vincita, i pareri sono discordi: c'è chi afferma che venivano stabilite di comune accordo fra i giocatori, c'è chi parla invece del pagamento, al vincitore, di 70 volte la posta: probabilmente veniva adottata ora l'una, ora l'altra soluzione.
Questo era il «biribisso»: come si vede, conteneva in modo elementare e rudimentale, i principi della «roulette» con al posto della pallina, le familiari «glande» ma, pare, con la stessa possibilità acquisita magari successivamente, in seguito all'evolversi del gioco, di puntare su accoppiamenti e combinazioni. E, lo abbiamo già visto, con la prerogativa che oggi appartiene alla «roulette», per definizione, di condurre alla perdizione… A tal punto che, dopo la legge del 1736 che lo aboliva, per consolare i genovesi costernati, venne introdotto un altro gioco, detto significativamente del «contentino», basato più sull'abilità che sulla fortuna dei contendenti. Ma anche quello lo sì cominciò a giocare alterandone le norme, sicché - dopo soltanto un anno - venne proibito con pubblica grida, il che non impedì che si continuasse a giocarlo sino al 1743, quando fu giocoforza proibirlo per la seconda volta. E il «biribisso»? Sembra che anche quello continuasse ad essere giocato, più o meno clandestinamente, sin verso il 1770, quando fu soppiantato (udite! udite!) dal più moderno gioco dell'Oca.
E qui potremmo fare il punto. Senonché, scartabellando vecchi libri, siamo arrivati a scoprire che il suo tramonto, all'epoca riferita, non solo era fittizio, perché, tutt'altro che finito, dall'Italia si era trapiantato in Francia con il nome di «biribì» ma che nella stessa Francia, nell'anno di grazia 1837, in tempi perciò relativamente vicini, era stato ulteriormente - vedi caso - proibito! Fatale destino di un gioco dall'aspetto tanto pacifico e familiare, e tanto propenso purtuttavia a condurre alla perdizione…


1 Vedi gli articoli "Il Giuoco del 'Seminario' del 30 marzo 2018 e "Gioco del Seminario" del 22 giugno 2018.
2 Gioco di carte per 3 persone e un banchiere con mazzo di 52 carte, molto praticato fin dal secolo XVII; i giocatori avevano puntato a caso su due delle proprie carte coperte, il banchiere scopriva una coppia delle sue carte, una vincente per lui e una per gli avversari, quindi pagava la posta per quella degli avversari e ritirava le poste messe sulla carta risultata vincente per lui. Il gioco, abbastanza semplice e come tale rovinoso, raggiunse una notevole diffusione, poi col tempo fu soppiantato dal faraone, abbastanza simile per struttura.
2 Gioco di carte con tavoliere per un numero di persone da 4 a 10 contro un banchiere. Serve un mazzo di 52 carte e un tavoliere con 13 carte. I giocatori collocano una posta su una carta del tavoliere a scelta, poi il banchiere scopre due carte dal mazzo: una è vincente per lui e perdente per gli avversari, l'altra è vincente per gli avversari. Il banchiere tira dal tavoliere le poste collocate su carta di valore uguale a quello della perdente e paga alla pari chi ha scommesso sull'altra. Simile alla bassetta, la differenza principale consiste nel fatto che qui è il giocatore a decidere la posta da giocare e non il banchiere. E' considerato il gioco d'azzardo principe del secolo XVIII, citato da Casanova, vero e proprio costume sociale. Nel secolo XIX è apparso nell'America del Far West col nome di faro.

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