Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Come eravamo
di Giorgio Triani

L'Unità – 10 + 11 + 13 agosto 1990

Dopo il bagno un goccio di rosolio
Non era ancora il tempo delle ciliegie d'inverno e delle arance d'estate. Ogni cosa a suo tempo e nella sua stagione. Le villeggiature non facevano eccezione. cartolina 1 Per quasi tutto il secolo scorso la sospensione dagli affari e la lontananza dalle città coincidevano con i mesi più caldi, quelli nei quali tradizionalmente è più intenso il lavoro agricolo. Ed infatti attorno al I870 se la villeggiatura era definita dai dizionari come «il soggiorno che si fa in campagna per ricrearsi», i villeggianti erano in gran parte coloro che avendo una proprietà in campagna dovevano vigilare sui raccolti (dal grano all'uva), dunque soggiornare «in villa» da giugno a settembre.
Villeggiare era pertanto oltre che un piacere un dovere, che per lo più veniva assolto a due passi da casa, anche se già a partire dagli anni successivi all'unità non mancavano le avanguardie turistiche, né i necessari distinguo fra chi andava a fare campagna e chi invece faceva rotta per le stazioni balneari e termali. «Chi non prende la via ferrata per andare a tuffarsi nell'acqua che gli conviene, non fa i bagni… si lava tutt'al più, si rinfresca… ma non è un bagnante» scriveva causticamente la Nuova Antologia nel 1872.
Era però fuori dai confini nazionali che i soggiorni climatici, la moda di immergersi in mare o di «passare le acque» si diffondevano con incredibile celerità. Come testimoniano ad esempio i disegni della rivista satirica inglese Punch raffiguranti nel 1863 l'arrivo a Margate, sulla costa inglese, di un affollatissimo «battello dei manti», oppure l'annotazione di un cronista parigino che alla metà del secolo scorso, di fronte ai 30mila parigini partiti per le villeggiature, osservava come la vita della capitale si concentrasse nel periodo estivo attorno alle banchine delle stazioni «dove i mariti accompagnano le mogli che parton per i bagni di mare o per la campagna».
Nell'Italia che nell'ultimo quarto del secolo scorso, con la costruzione dell'identità nazionale, cercava di affrancarsi dal suo miserevole stato di «grande proletaria» le villeggiature restavano prerogativa di ceti ristretti. Nobiltà, finanza e aristocrazia politica si davano convegno presso le fonti termali. Era nelle villes d'eaux che all'ombra dei riti salutari il gran mondo si divertiva tessendo le trame della piccola come della grande politica. Ai bagni di Plombières era avvenuto nel 1858 lo storico incontro fra Napoleone III e Cavour che aveva gettate le basi dell'alleanza italo-francese da cui poi sarebbe scaturita la nascita del Regno d'Italia. A Bad Ems era scoppiata la guerra franco-tedesca del 1870. A Bad Ischl nel 1914 Francesco Giuseppe firmò il manifesto di guerra «Ai miei popoli». Salsomaggiore Terme e Montecatini, sia pure in modo non paragonabile a Vichy e a Baden Baden dove il Kaiser stesso dava la consacrazione ufficiale alle cerimonie salutari, erano meta di una clientela illustre dalla regina Margherita a Giovanni Giolitti e Giuseppe Verdi
La borghesia agiata urbana, i ceti medi commerciali e delle professioni liberali, preferivano invece alle citta d'acqua i soggiorni in montagna e soprattutto al mare. Il carattere di relativa novità che avevano le villeggiature balneari era infatti congeniale alle classi emergenti, dal momento che non evocava antiche tradizioni e retaggi mentre consentiva modalità di fruizione economicamente e socialmente dimensionate. cartolina 2
Sulle rive del mare, in particolare lungo le riviere adriatica e ligure, nel 1880 - lo stesso periodo in cui l'ex cameriere svizzero Cesar Ritz apriva la sua catena di grandi alberghi, inaugurando la stagione dei «Grand Hotel des Thermes et des bains» - veniva così prendendo forma un modello di vacanza che ricalcava quello dei soggiorni in campagna, «in villa». Era una vita semplice quella che si conduceva a Cesenatico, a Pegli, a Pesaro, ad Anzio si respirava l'aria buona, si passeggiava sulla spiaggia, che spesso si percorreva anche con il calesse, ci si bagnava raramente e comunque sempre con grandi attenzioni. Le varie «Guide dei bagni» raccomandando infatti ai bagnanti di provvedersi di «un ragionato e prudenziale coraggio» consigliavano massaggi allo stomaco con olio d'oliva prima dell'immersione e un bicchierino di rosolio e una lunga passeggiata all'ombra per il dopo bagno. Sul bagnante incombeva sempre il ridicolo. Per questo ci si immergeva «vestiti da bagno». D'altra parte il valore salutare della villeggiatura consisteva nel cambiamento di clima. Medici famosi come Paolo Mantegazza, autore anche del celebre romanzo d'amore e malattia «Una giornata a Madera» (1869), celebravano la «boccata d'aria», ma questa non abbisognava di costumi temerari. Era sufficiente passeggiare e respirare a pieni polmoni come testimonia il fatto che tutta la vita balneare, non diversamente dai soggiorni montani e termali, si concentrava lungo la «Promenade», la passeggiata che talvolta si prolungava in piattaforme e in rotonde a mare.
Solo con l'approssimarsi del Novecento - «secolo indecente e impudico», come lamentava un lettore dell'Illustrazione Italiana - le spartane prescrizioni idroterapeutiche cominciavano ad essere sempre più corrette e addolcite Per quanto sempre forti restassero le leggi che tutelavano il pallore e il pudore, il corpo si scopriva. Si riducevano progressivamente i costumi da bagno e si chiudevano gli ombrellini delle signore, mentre il diffondersi della moda degli sport offriva nuove e inedite possibilità di movimento. Lentamente e non solo metaforicamente la società borghese veniva cambiando pelle, si scopriva il valore della luce, dell'esercizio fisico, si facevano escursioni, gite in bicicletta, giri in barca, ci si spogliava, si apprezzavano nuove libertà, si scorgevano nuovi orizzonti. I sapori della campagna, del mare, dei monti si facevano sempre più intensi, nuovi, seducenti.
Naturale che di anno in anno il numero dei villeggianti crescesse, anche se i grandi numeri e le folle erano ancora ben lungi dal materializzarsi. Nel 1883 in una stazione come Cattolica fra le più frequentate dai forestieri sul litorale adriatico, il concorso dei bagnanti - provenienti per la maggior parte da Bologna - era attorno ai 1200 o 1300 per stagione. Nel 1894 Varazze sulla costa ligure, come scriveva la Domenica del Corriere era «popolata da una grossa colonia di bagnanti» gran parte della quale fatta di «famiglie di milanesi qui venute, cagnolino e velocipede compresi». Più che quel «milanesi», che comunque fa luce sulla provenienza geografica dei villeggianti, è il «velocipede» che può dare un idea della consistenza numerica di quella colonia, tenuto conto che i proprietari di biciclette a Milano erano nel 1898 6mila. più della metà dei quali divenuti tali nel 1896, anno in cui in tutta Italia ne esistevano 30mila. A Venezia nel 1906, due anni dopo che il New York Times l'aveva definita «il più interessante dei ritrovi estivi italiani» e nel momento in cui esisteva già una consistente dotazione di alberghi, ville e locande, i turisti nell'intero arco di una stagione erano stimati sui 13mila. cartolina 3
Tuttavia se si mettono a confronto i luoghi di villeggiatura e i villeggianti in un arco di tempo compreso fra il 1890 e il 1910 si può osservare come il processo di costruzione della moderna civiltà delle vacanze sia strettamente legata all'apparizione e al successivo diffondersi in ordine di tempo della bicicletta e dell'automobile. Esse infatti diedero letteralmente ali alle villeggiature indicando anche le possibilità di una loro individualizzazione. Certo più simbolicamente che materialmente perché il treno restò sino ad anni a noi vicini il mezzo che consentiva alla quasi totalità dei viaggiatori di raggiungere i luoghi di vacanza
I risultati erano sorprendenti già prima dello scoppio del conflitto mondiale. Per i lavoratori, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, le vacanze restavano un miraggio, quando non provvedevano le istituzioni pubbliche o filantropiche inviandoli negli ospizi marini e montani. Già erano ipotetiche le 8 ore di lavoro - perché nell'Italia d'inizio secolo non era raro che si lavorasse da «sole a sole» - e problematica talvolta anche la difesa del riposo domenicale, figurarsi le ferie. Solo Ferragosto era per tutti tempo di riposo. Era poco, ma in quel breve tempo e sia pure solo nelle zone più progredite le vacanze di massa facevano le loro prime prove generali.

I ruggenti anni della trasgressione
«Eccettuato il caso di avvenuta disdetta, l'impiegato durante il contratto d'impiego ha diritto a un periodo minimo annuale di riposo da dieci a venti giorni, secondo la sua anzianità, con decorrenza dallo stipendio», così recitava il primo decreto regio (n. 112 del 1919) che imponeva agli imprenditori privati di pagare le ferie agli impiegati. Un anno appena ed ecco arrivare il primo contratto che stabiliva anche per gli operai dell'industria metalmeccanica il godimento di sei giorni di ferie annuali. Eravamo ancora lontani dal diritto-dovere della vacanza sancito dalla Costituzione repubblicana nel 1948: «il lavoratore ha diritto a ferie annuali retribuite e non può rinunciarvi». Ma ufficialmente l'atto di fondazione della democrazia turistica e vacanziera era avvenuto.
Certo, l'azione del Touring Club e il frenetico attivismo delle associazioni escursionistiche popolari - condotti pure negli anni di guerra - contribuivano a spingere schiere consistenti di italiani verso le campagne, i laghi e i monti. Allo stesso modo le colonie elio-terapiche, che con motivazioni antitubercolari a partire dal 1919 cominciarono ad essere organizzate su ampia scala dalle municipalità, dischiudevano orizzonti marini a tanti figli di lavoratori. Tuttavia questo era solo un inizio, un apprendistato che avrebbe assunto carattere consistente solo negli anni Trenta. Il fatto che tutti, senza più distinzioni di classe e di ceto, guardassero alle villeggiature come ad un approdo massimamente desiderabile non impediva che esse continuassero ad essere appannaggio di minoranze. Prova ne è che nell'agosto del 1921 un giornale consigliava ai propri lettori di «non farsi vedere almeno per una settimana, per potere poi dire, alla prima uscita, che si torna dalla villeggiatura».
La guerra aveva però gettato le premesse per una profonda rivoluzione sulla composizione sociale dei villeggianti così come sulle modalità di fruizione delle vacanze. I luoghi e i protagonisti non erano più gli stessi. L'eletta clientela aristocratica era stata travolta dallo sconvolgimento di regni e casati, di confini e sistemi politici seguito alla fine del conflitto. Negli anni Venti, a dare il tono non era più la nobiltà di sangue, ma la grande borghesia, per quanto i riti e i miti della mondanità fossero ora alimentati e officiati da artisti e intellettuali, divi del palcoscenico e nuovi profeti della moda. La campagna e le terme perdevano terreno rispetto al mare; il culto dell'ozio e dell'ombra veniva soppiantato dal nuovo amore vitalistico per gli sport e il sole: le rotte internazionali del piacere si spostavano dal Nord al Sud, lungo i binari del «Train bleu» che portava in Costa Azzurra e dell'«Orient Express» che faceva sosta a Venezia. A Cannes, a Cap d'Antibes, al Lido i «ruggenti anni Venti» venivano declinati al balneare. Dissipare, godere, trasgredire, cartolina 4 abbandonarsi al piacere sensoriale: erano le parole d'ordine della comunità di gaudenti che trovò il suo terreno d'elezione sotto il sole estivo della Riviera. Secoli di paura, di timidezza, di intransigente difesa del candore epidermico venivano spazzati via. Per tutta quell'umanità di contestatori «per principio» dell'ordine costituito, simboleggiata da Scott Fitzgerald, da Coco Chanel, da Jean Cocteau, da Cyril Connolly, che aveva fondato il «Club della cicala», mettersi nudi in riva al mare a prendere il sole anche nelle ore di massimo irraggiamento aveva un significato ben preciso: stupire, eccedere, farsi beffe d'ogni convenzione e tradizione. I riti solari del giorno erano infatti il preludio di notti folli e interminabili. Allo «Chez-Vous» dell'Excelsior al Lido di Venezia, tra i dancing più raffinati al mondo, si ballava «a tema», con le signore avvolte in lunghi pijama. Erano notti «lunari» oppure «persiane», organizzate da Antonio Ravescalli scenografo della Scala, da Brunelleschi, pittore delle interpretazioni del Settecento veneziano e da Max Reinhardt, regista dell'avanguardia. Altre avanguardie, quelle surrealiste, si ritrovavano invece nelle ville della Costa Azzurra a giocare al «cadavere squisito». E proprio sulla serpeggiante strada della Corniche a Nizza moriva Isadora Duncan strangolata dalla sua sciarpa impigliatasi tra i raggi della sua macchina sportiva lanciata a grande velocità.
Era il 1927, l'anno della conferenza sul sesso dei Surrealisti, della trasvolata di Lindbergh, del conio della nuova frase sex-appeal. L'epica balneare aveva ormai preso il via. Ma nel giro di pochi anni gli esploratori, le avanguardie, gli iniziatori dei riti sportivi e solari sulle spiagge erano stati raggiunti. Come traspare nitidamente dalla sconsolata affermazione del poeta americano E. Cummings che si lamentava nel '26 di non vedere a Venezia che «baedeker, madri e Kodak». Dove pochi anni prima era solo sabbia ora c'era di tutto: «Trapezi sull'acqua, gli anelli da ginnastica, le cabine portatili, le torri galleggianti, i riflettori delle feste della notte scorsa, il buffet moderno, bianco involgarito da una quantità di manubri decorativi».
Dopo le classi colte e agiate, i ricchi di spirito e talento artistico che la nascente industria culturale remunerava ormai lautamente era dunque la volta del ceti medi, seguiti appresso da quelli piccolo-borghesi. E questo processo di decantazione, di democratizzazione delle vacanze che avveniva con tutte le «volgarizzazioni» umane e architettoniche del coso, aveva degli effetti a cascata di grande rilevanza. La comparsa .delle prime forme turistiche di massa obbligava le élites a prendere contromisure, a ridefinire continuamente i confini della «vera» vacanza. Ciò significava in primo luogo cercare continuamente località sempre più lontane e inaccessibili non appena quelle solitamente frequentate diventavano «popolari» e rinnovare tipologie e modalità del riposo estivo. A cavallo dei due decenni si assistette infatti alla nascita di località concepite come oasi di pochi (Fregene ad esempio), mentre le crociere sui lussuosi transatlantici diventavano il massimo della sciccheria e dell'esclusività.
Ma i simboli, le strategie e i messaggi che alimentavano la guerra di liberazione turistica erano altri. Innanzitutto l'assurgere a valore dell'abbronzatura, con motivazioni peraltro già delineate dal cronista del Corriere della Sera nell'agosto del '27: «I villeggianti son quasi tutti tornati e si fan notare, specialmente le signore, per il viso abbronzato che, come le etichette degli alberghi sul cuoio dei bauli, è la conferma epidermica dei viaggi compiuti». E questo nuovo «culto solare» non aveva più - con l'eccezione delle colonie - alcuna connotazione salutistica o addirittura sanatoriale. L'abbronzatura era ormai una sorta di certificazione edonistica attestante l'avvenuto passaggio per quel luoghi nei quali, grazie alla complicità delle acque e degli esercizi sportivi, al suono delle orchestrine o del frangersi delle onde, paure, lacci, remore e convenzioni parevano dissolversi.
Ed era soprattutto sulle rive del mare che prendeva forma il paradiso terreno, con le sue nudità da spiaggia, i suoi giochi, le sue licenziose possibilità di flirt e amori estivi, le sue trasgressioni, tollerate. Sempre più inquietanti e preoccupanti, come lamentava nel 1932 un manuale di buone maniere (Il nuovo saper vivere): «La moda della nudità tende a propagarsi sempre più. Le spiagge del Mediterraneo, della Manica, dell'Atlantico sono popolate di gente che col pretesto dei bagni di sole espongono liberamente tutto quel che è possibile senza incappare nei rigori dell'autorità locale». cartolina 5
Fra i due conflitti mondiali, nello spazio di due decenni, la scena cosi come i protagonisti delle vacanze erano completamente, radicalmente mutati. Tutto cominciava ad avere un sapore contemporaneo. Certo, per arrivare ai nostri tempi, mancavano ancora numerosi elementi: l'urbanizzazione selvaggia di monti, laghi e coste non era ancora iniziata, né tantomeno si parlava di weekend, di «ponti», di settimane bianche: i giganteschi esodi dalle città così come gli ingorghi e le interminabili file autostradali non erano nemmeno in incubazione. D'altra parte, al pessimo stato delle strade italiane s'aggiungevano i costi accessibili a pochi anche delle auto più economiche come la «Balilla» e la «Topolino», lanciate sul mercato rispettivamente nel '32 e nel '36. Ciononostante le direzioni di marcia erano inequivoche: la civiltà delle vacanze di massa bussava alle porte. A dircelo era ad esempio il dato che aveva visto nel 1937 circa tre milioni d'Italiani, molti dei quali per la prima volta nella loro vita, lasciare i luoghi di residenza per recarsi in montagna, in campagna, sulle spiagge. Ma forse ancor più emblematico era il quadro che dipingeva l'umorista Achille Campanile nel suo «Agosto moglie mia non ti conosco» (1930): «D'estate quelli che passano la domenica al mare, partiti all'alba pieni di speranza, freschi, forti, allegri, puliti, rientrano alla sera in città come un immenso esercito disfatto. Hanno le ossa rotte, le spalle ustionate, i capelli e le scarpe pieni di sabbia… Alla fioca luce delle lampade dell'ultimo trenino balneare, la ridda dei pomelli accesi, degli occhi lustri e dei nasi rossi nei carrozzoni traballanti è diabolica e spaventosa».

Nelle balere a ritmo di boogie-woogie
Festa nella festa. Festa come poche altre quella che si celebrò nel Ferragosto del 1945. Con la resa del Giappone terminava infatti la più grande guerra di tutti i tempi. Dopo l'incubo si poteva finalmente ritornare alla normalità. Fascino prepotente e gioioso del quotidiano, per una volta tinto non di grigio ma di rosa, tanto più desiderato quanto più la lunga parentesi bellica aveva imposto alla popolazione privazioni e distacco dalle piccole grandi gioie d'ogni giorno. Le vacanze erano una di queste e gli italiani ne riscoprirono con una prontezza che tradiva prima di tutto il desiderio di allontanarsi, liberarsi dalla paura. Prova ne sono le immagini del luglio-agosto 1945 che ci mostrano la stazione Centrale di Milano affollata di viaggiatori che si accalcano su treni di fortuna, formati da vagoni merci riconvertiti al servizio civile. La guerra d'altra parte aveva colpito duramente il sistema di trasporto ferroviario: distrutti o fuori uso risultavano infatti il 90% delle carrozze viaggiatori, il 50% delle rotaie e 8mila ponti.
Il vento delle vacanze tornava a spirare, ma bisognava accontentarsi, fare di necessità virtù. Bastava poco però per creare atmosfere d'evasione e divertimento: il chiosco delle angurie, i pergolati delle trattorie, le rive dei fiumi (per chi non aveva la fortuna di abitare nelle città di mare), una balera improvvisata ove scatenarsi al ritmo del «boogie-woogie», il ballo approdato in Italia al seguito delle truppe di liberazione. Era infatti agli Stati Uniti che tutti guardavano, senza più l'ombra di antichi sussieghi. D'altra parte quanto elitario, «letterario», era stato lo sbarco di magnati, intellettuali e artisti statunitensi negli anni 20 e 30 sulla Costa Azzurra, a Venezia, a Capri, tanto quello delle truppe alleate nel 1944 era concretamente inauguratore di nuovi usi e costumi. Se infatti il mito dell'America nel periodo precedente era rimasto un'immagine ambivalente, sinonimo di progresso tecnico, di ricchezza ma anche di rozzezza culturale, di provincialismo, e comunque un'immagine lontana, nel dopoguerra il sistema di vita americano cominciò ad affermarsi velocemente nella vecchia Europa. Uno stile di vita divenne lo stile di vita, del quale la televisione, l'automobile, lo star system hollywoodiano erano i simboli più vistosi ed accattivanti. Era la società affluente, democratica ed internazionale per definizione, che cominciava ad affermarsi e che si segnalava per il lento ma progressivo prevalere della fun morality sulla work morality, della moralità del divertimento sull'etica del lavoro.
La civiltà di massa dell'intrattenimento e dell'evasione, con tutti i suoi eccessi, esagerazioni ed orrori, era una realtà perfettamente delineata Oltreoceano. Per vederla materializzarsi in Italia si trattava di avere solo un po' di pazienza: Rimini era ancora ben lontana dall'essere una megalopoli del piacere, un'interminabile drug-store a cielo aperto, ma il «divertimentificio» - come l'avrebbe poi chiamato Camilla Cederna - era già nato. cartolina 6
Sotto i cieli d'Europa, nel primo dopoguerra, le cose procedevano con ritmi ben diversi da quelli americani. I problemi della ricostruzione imponevano altre priorità. Solo i giorni di Ferragosto registravano folle di partenti, anche se la maggior parte, anziché quella di Portofino o Viareggio, doveva accontentarsi di spiagge più casalinghe, come l'Idroscalo per i milanesi o il lido di Ostia per i romani. Tuttavia nel luoghi di villeggiatura più celebri si cercò subito di fare rivivere i fasti d'anteguerra. E ciò avveniva ovunque facendo leva sui nuovi miti dell'effimero e dell'evasione: premi di bellezza e concorsi cinematografici, elezioni di miss e apparizioni di dive. A Cannes, dove l'apertura del festival nel 1949 era stata decretata dall'allora segretario di Stato all'Informazione Françoise Mitterrand, come a Salsomaggiore Terme e al Lido di Venezia la scena era identica, dive e divine in passerella fra ali di folla delirante. Di nuovo però, come era avvenuto nel primo dopoguerra, i protagonisti dei riti mondani estivi non erano più gli stessi del periodo compreso fra i due conflitti mondiali. Al posto di ex regnanti, cocottes d'alto bordo, «intellettuali perduti», finanzieri e miliardari americani subentravano grandi attori, stelle e stelline, produttori cinematografici dai budget più grossi dei loro sigari.
Era soprattutto sulla spiaggia e ai bordi delle piscine che i sogni si materializzavano, che i miti assumevano fattezze fisiche, vicine, terrene, che la liberalizzazione dei costumi avanzava con gli stivali delle sette leghe. Le nudità celebri, quelle di Diana Dors e Marilyn Monroe, di Gina Lollobrigida, Marisa Allasio e Silvana Pampanini - le prime dive italiane a comparire in «due pezzi» sullo schermo - erano delle vere e proprie bombe - come quella atomica di Bikini che nel 1946 diede il nome all'omonimo e ridottissimo costume da bagno - che attentavano la morale e il comune senso del pudore, nello stesso tempo in cui invitavano all'emulazione, a «far come loro». E l'esempio fu puntualmente seguito. La «scoperta» del corpo, che aveva nella nudità adolescenziale esibita da Brigitte Bardot nel film di Roger Vadim Et dieu crea la femme (1956) la sua espressione più eclatante, indicava altri tratti salienti della nascente industria delle vacanze: l'aperta esaltazione del divertimento a scapito degli aspetti salutari: l'imporsi di un modello di fruizione attiva (sport e sole) non solo al mare ma anche in montagna e nelle località fluviali e lacustri: la giovanilizzazione degli stili di vita. Era quest'ultimo d'altra parte la logica conseguenza di un processo di sganciamento dei figli dalla tutela dei genitori, iniziato appunto nel decennio Cinquanta e che aveva nel juke-box il suo emblema, lo strumento principe dello straordinario fiorire di amori estivi giovanili. In definitiva ciò che rendeva sempre più appetibili i luoghi di villeggiatura, con la loro ricca dotazione di dancing, balere, rotonde.
In tale contesto la ricerca di mari e monti assurgeva a simbolo di una condizione umana finalmente e totalmente libera: dal lavoro, dagli obblighi e dalle preoccupazioni della quotidianità, dalla cerchia degli affetti soliti. A ben vedere non era una novità, ma era inedito il fatto che a cavallo degli anni 50 e 60 poteva dirsi ormai completato il processo di transizione dall'aristocratica e voluttuaria villeggiatura alla democratica e obbligatoria vacanza. Auspice l'avvio della motorizzazione privata (dal 1955 al 1967 della «Seicento» si venderanno più di un milione e quattrocentomila esemplari), l'esercito dei vacanzieri cominciava la sua lunga marcia.
Sullo sfondo dell'imperversare negli anni Sessanta di «canzoni dell'estate» sfornate dai vari «Cantagiro», «Festivalbar», «Disco per l'estate», si verifica il fenomeno che accenna al cosiddetto trickle effect del turismo più maturo (quel ciclo perenne secondo cui le masse invadono luoghi un tempo esclusivi mentre le avanguardie ricche vanno in cerca di altri luoghi più inaccessibili). E' stato infatti in quel decennio che si sono celebrati gli ultimi fasti di Venezia, di Capri, di Forte dei Marmi, di Cortina, della Val d'Aosta, sommersi prima ancora che dal sopraggiungere delle orde turistiche dalla volgarità cementizia che ha preso avvio con gli anni del «boom». Anni nei quali si trovano intrecciati le vacanze di massa (simbolo della nuova relativa agiatezza degli italiani, che ha visto crescere la percentuale dei vacanzieri dal 13,2% del 1959 al 31,2 del 1972) e la prima rincorsa agli orizzonti esotici (nella versione domestica delle coste sarde e calabresi o in quella comunitaria del «Club Mediteranée»). Ed è sempre negli anni Sessanta che sono venuti depositandosi nell'immaginario nazionale luoghi comuni e mitologie ancor oggi agenti: le code automobilistiche per l'esodo domenicale; le folle formicolanti lungo le spiagge; il deserto delle città durante il Ferragosto; la «dolce vita» con le bellezze calate dal nord.
Guerra delle vacanze o vacanze di guerra, puntualmente riproposte ad ogni affacciarsi di stagione estiva. Riti feriali cruenti che sono giunti a noi sostanzialmente identici, nonostante che in questi ultimi trent'anni si sia assistito all'internazionalizzazione del fenomeno turistico (la «sheratonizzazione del mondo», l'ha definito qualcuno) e alla nascita del movimento di «eterna vacanza» (week-end, ponti, settimane bianche; voli charter, neve o tropici da cartolina in ogni mese dell'anno). Dilatazione delle ferie senza più limiti di spazio e di tempo, anche se il mese di agosto continua ad essere il momento della liturgica celebrazione della civiltà delle vacanze. Officiata da celebrità e Vip sdegnosi degli ammassamenti volgari, dall'alto dei loro eremi miliardari, e raccontata da intellettuali e scrittori in viaggio.

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