Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

La millenaria potenza e le glorie marinare della Dominante
di Artemisia Zimei

Genova, Rivista municipale – settembre + ottobre 1931

Conferenza tenuta all'Associazione fra Liguri in Roma

Noi Liguri residenti a Roma, come tutti i nostri conterranei che si trovano lontani dalla regione nativa, abbiamo viva dinanzi agli occhi e non possiamo dimenticare la visione radiosa e magnifica della nostra Grande Genova, la perla del Tirreno, che, sempre ansiosa di conquiste nuove, sorge veramente superba su l'ampia curva dell'incantevole golfo lunato tra le due riviere fiorite e ridenti, nel fasto dei suoi splendidi templi, nella maestà dei suoi palazzi alti e marmorei, della sua copertina Lanterna, del suo malioso e abbagliante mare.
Genova è una città modernissima e divinamente vecchia, che non ha, a somiglianza di Roma e Firenze, il fascino di una città del passato o del silenzio, come le mistiche cittadine umbre, perché la sua millenaria potenza e grandezza ha lasciato scarse e lievi tracce nei monumenti e nei ruderi antichi, essendosi la sua gloriosa attività svolta quasi esclusivamente sul mare, che nel suo eterno mormorio sembra ricantare i suoi fasti secolari; perché la sua vita si accentra e ferve nel fitto agglomerato di case intorno al porto, il più febbrile e il più ricco d'Italia, simile ad una selva di antenne, elevantisi verso l'azzurro terso del cielo insieme a dense scie di vapore e al sibilo stridente delle sirene.
Dalle semplici narrazioni degli antichi annalisti, vagliate a lume della moderna critica storica, balza quindi luminoso più che altrove il ricordo emulatore delle fulgide glorie marinare di Genova nel corso dei secoli, si levano ammonitrici le nobili figure dei nostri avi, onesti mercanti doviziosi ma sobri, rudi e mugugnoni ma generosi, modesti ma fieri delle loro industrie e della propria indefessa attività commerciale, rozzi ma capaci di superare nei sottili accorgimenti dei traffici l'astuzia levantina, giustamente chiamati i Fenici dell'Evo Medio perché, dotati d'indole energica e gagliarda, seppero abilmente tessere sulle coste dell'Africa e dell'Asia Minore l'immensa trama dei loro commerci, esperti fondatori di fiorenti colonie, valenti capitani e naviganti audaci, forti tempre di coraggiosi esploratori e geniali scopritori di nuove terre, valorosi marinai e guerrieri intrepidi, che, animati dall'amor patrio, dall'ardore religioso o dal miraggio dell'oro, non indietreggiavano dinanzi ad alcun ostacolo e sapevano vincere e morire, portando nel cuore il ricordo delle loro donne in attesa.
L'origine dei Liguri è ancora incerta e disputabile, ma secondo l'ipotesi più attendibile, basata su recenti studi storici e archeologici, essi furono con i Siculi fra i primi abitatori d'Italia, dopo gli Aborigeni; appartenenti alla tenace e ardita razza iberica e immigrati attraverso le Alpi, i Liguri sì stanziarono nel vasto territorio che si stendeva fino al Po e al Ticino e comprendeva largo tratto dell'Italia superiore e media, nonché l'attuale Provenza, respinti più tardi entro i confini dell'odierna Liguria da altri popoli migratori, quali gli Itali (1500 a. C.), gli Etruschi (sec. VIII a. C.) e nel secolo V a. C. i Galli, mentre nel VII secolo a. C., abbattute le confederazioni etrusche e occupata gran parte della pianura padana, i Celti avevano rispettato l'indipendenza dei Liguri a occidente e dei Veneti ad oriente. La civiltà Ligure risale quindi al remotissimo periodo preromano, come appare dai giacimenti neolitici rinvenuti nell'Appennino, dalla necropoli arcaica di Sant'Andrea in Genova (sec. IV a. C.) e dagli scavi preistorici, di recente fatti lungo le coste delle due riviere e inerenti alla primitiva civiltà speleica, allorché i Liguri vivevano nelle caverne o nel cuore delle foreste e più tardi nei primi villaggi di famiglie indipendenti, uniti fra loro da un vincolo federativo.
Alti, robusti e selvaggiamente fieri, vestiti di pelli, adorni di monili e collane di conchiglie forate o denti di animali, privi di animali domestici e spesso molestati dalle belve, ignari dell'agricoltura ma dediti alla caccia e alla pesca, i primitivi Liguri si servivano di armi e utensili di pietra e d'osso, si cibavano di selvaggina e dei frutti naturali del suolo, nutrivano un culto verso i morti e credevano rozzamente in una vita futura, si distinguevano con gli strani nomi di Epanteri e Veturi sui monti, Apuani a Pontremoli, Tiguli in Tigulia e Segesta o Sestri Levante, Genoati a Genova, Ingauni presso Albenga, Sabazi a Vado, Intemeli a Ventimiglia e Vedianzi intorno a Cernenelo.
La fondazione di Genova risale al 707 a. C.: secondo la fantasia degli storici medioevali, Giano, figlio di Saturno, re degli Itali, ne sarebbe stato il fondatore, e il suo nome si vuole derivi anche da ianua, cioè porta del continente, e perfino da genu per la curva a ginocchio delle rive del golfo di Genova. Non mi soffermerò ad illustrare il primitivo castello dei Liguri Genoati, sorto sul colle di Sarzano e dominante il primo sicuro porto naturale del Mandraccio, né le successive evoluzioni edilizie e topografiche di Genova, … ma piuttosto accennerò al progressivo e mirabile sviluppo marittimo e commerciale della Dominante nelle diverse epoche storiche. monumento Bisagno
Prima del secolo IV a. C. le navi dei Fenici toccavano Genova, chiamata da Strabone l'emporio della Liguria, che fin da quei remoti tempi ebbe relazioni notevoli con tutti i popoli mediterranei, risentì l'influenza della civiltà greca e con Roma seppe conservare amichevoli rapporti di neutralità, per cui venne saccheggiata e incendiata da Magone, durante la prima guerra punica (205 a. C.), mentre nel 180 a. C. i Romani avevano dovuto sedare qualche ribellione dei Galli della Cisalpina e di Liguri, partigiani dei Cartaginesi. Per il valido intervento di Spurio Lucrezio, Senatore Romano, ben presto Genova, importante centro commerciale della Liguria, risorgeva più forte e di già famosa per le eminenti qualità dei suoi abitanti, di cui Diodoro Siculo celebrò l'ardimento nelle lunghe navigazioni; incorporata da Marcello alla Gallia Cisalpini nel 222 a. C., Genova fu ascritta alla Tribù Galeria e divenne municipio sotto l'Impero Romano, durante il quale esercitò, pacifica e fiorente, una specie di signoria sui popoli vicini, tanto che due liguri, Elvio Pertinace di Vado e Tito Elio Proculo di Albenga, furono per breve tempo Imperatori Romani.
Accorta e indomita, Genova seppe conservare il proprio municipio romano durante le invasioni barbariche degli Eruli e degli Ostrogoti (493 d. C.), mantenersi quasi indipendente nel travagliato periodo del saccheggio dei Longobardi (640 d. C.), che si sostituirono nel comando ai Conti Bizantini, e della conquista di Carlo Magno (VIII secolo), il quale sembra preferisse al porto di Pisa quello di Genova, sede di una contea franca e più tardi aggregato alla cosiddetta Marca Ligure (sec. X) con l'incarico di tenere sgombro il mare dai pirati. Come Venezia era nata dalle devastazioni di Attila, Pisa e Genova trassero origine dalla necessità di difendersi dalle frequenti scorrerie dei Normanni e dei Saraceni, che vandalicamente saccheggiarono Genova nel 936, e furono proprio le imprese navali del sec. IX contro i Mori, insieme al fiorente sviluppo delle libertà comunali intorno al Mille, quando i Genovesi si organizzavano nelle prime Compagne, cioè in consorzi di famiglie legate da interessi commerciali, sotto la tutela dei Vescovi e dei Consoli, i quali erano capitani, governatori e giudici della Repubblica, che Genova iniziò quel grande movimento marinaro, destinato a rendere signora dei mari e condurre all'apogeo della potenza e della gloria la piccola città turrita, cinta da borghi di case di legno, alle quali scendeva ammonitrice nei giorni del vento aquilonare la parola del Cintraco, ricordante la custodia del fuoco, la quale, nel suo fiero e minaccioso aspetto quasi presaga dell'avvenire, rassomigliava già ad un gigante che, sorto dalla bianca spuma delle onde e annidato su gli aridi scogli, spia i pericoli, guata la preda e domina il mare.
Nel secolo XI l'Italia «distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte e toglievasi d'intorno al capo il velo dell'ascetismo per guardare all'Oriente», il Mediterraneo tornava ad essere il mare nostrum delle Repubbliche marinare italiane, che alacremente riattivavano il commercio orientale, quasi annientato in seguito all'irruente invasione arabica del VI secolo; all'effimera potenza di Amalfi, Salerno e Gaeta subentrava il primato di Pisa e di Genova, alleate nelle lotte tirreniche e mediterranee contro i Saraceni, e di Venezia, che fin dal 700 aveva avuto relazioni commerciali con l'Oriente, e che a simboleggiare i suoi stretti rapporti con l'Adriatico, divenuto per così dire un lago veneziano, dopo la vittoria riportata dal doge Orseolo II sui pirati Narentani e la spontanea dedizione delle città dell'Istria e della Dalmazia, creava la caratteristica festa dello Sposalizio del Mare, in cui il Doge, oltrepassata la Laguna, gettava dall'alto del Bucintoro un anello in mezzo alle onde, pronunziando le rituali parole: «Mare, noi ti sposiamo in segno del nostro vero e perpetuo dominio!».
L'alleanza di Pisa con Genova per difendersi dai comuni nemici della propria fede e del proprio mare può essere considerata come la prima grande impresa cristiana contro i Saraceni, quasi preparazione e preludio della meravigliosa epopea delle Crociate, e all'energico movimento antimussulmano delle Repubbliche italiane si associavano i Normanni, che, dopo aver unificato l'Italia meridionale, abbattevano la dominazione dei Maomettani in Sicilia, mentre gli Spagnuoli, guidati dal cavalleresco Cid, vigorosamente iniziavano la secolare lotta di riscossa antiaraba.
Favorita dai sovrani Longobardi, che si servirono delle navi pisane per guerreggiare contro i Bizantini, e fin dal VII secolo importante centro commerciale per la sua felice posizione allo sbocco del navigabile Arno, la Repubblica di Pisa, che nella sua formazione e nel suo sviluppo economico e politico aveva goduto, a differenza di Genova, l'appoggio dei signori feudali, fu più volte molestata, nei primi anni del Mille, da pericolose incursioni mussulmane, intorno alle quali la tradizione favoleggiò di un certo saraceno Mogehid, signore della Sardegna, il re Musatto delle cronache e dei cantari del popolo, che una notte, mentre la gioventù pisana combatteva nella Calabria i Saraceni, riusciva con le sue ciurme a penetrare di nascosto in Pisa, che fu salva per il leggendari eroismo di Cinzica Sismondi.
Con l'aiuto di Genova ed esortata in nome della libertà e della fede dal pontefice Benedetto VIII, Pisa cacciava nel 1016 i pirati Saraceni dalla Sardegna e nel seguente anno la Corsica veniva conquistata dai Genovesi, i quali nel 1087, dopo le vittoriose spedizioni pisane contro i Mussulmani di Bona (1034) e di Palermo (1063), partecipavano alla famosa crociata tirrena per l'espugnazione di Mehedia, rocca del re zirita Timino, potente tra i golfi di Gabes e Hammamet; memorabile impresa, cantata dall'anonimo poeta pisano nel rozzo latino del Carmen in victoriam Pisanorum, dove egli chiama i Genovesi virtute mirabili, ed eternata da Gabriele D'Annunzio nella Canzone del Sacramento con la stupenda pittura della Messa, celebrata sul cassero della galea capitana, in mezzo al silenzio e allo splendore insolito del mare, sul quale stavano in giolito le galee di Pisa, Genova, Amalfi, Salerno e Gaeta, unite per la prima volta a lega:
e parea quivi il comun corpo al mondo
latina annunziar le sante imprese,
prima che si crociasse Boemondo.

Ansiosi di liberare i propri fratelli cristiani dalla crudele prigionia e dalla barbara schiavitù degli Infedeli, allettati dalla prospettiva di un ricco bottino e di aprirsi le vie del commercio nell'Africa mediterranea, reprimendo le violente piraterie saracene, quei fieri e prodi guerrieri medioevali, che ascoltavano devotamente la Messa, prima di muovere all'assalto della città nemica, sentivano fremere nei loro cuori la dolce nostalgia della patria:
Kyrie, eleison . Le guardie del calcese
trasognando vedean nell'acqua i bianchi
marmi fiorir delle lor dolci chiese.

Miravano i Pisani Ugo Visconti
ch'era il lor fiore, e rivedeano corca
la dolce Pisa in ripa d'Arno ai ponti,
e dove la fiumana si biforca
l'orme di Piero, e alzata in pietre conce
la preda di Palermo e di Maiorca.
Misurar si sognavano a bigonce
i Genovesi e il console Gandolfo
l'oro ch'avean pesato a once a once…

Dall'altare di battaglia solenni si diffondevano intorno le nobili parole animatrici del Vescovo, e con squisito senso artistico il D'Annunzio descrive la suggestiva scena commovente della Comunione in mezzo al mare, dinanzi a Mehdia agguerrita e minacciosa:
Agnus dei. E per tutta la compagna
fremito corse; ché, splendor d'Iddio,
splendé nella raggiera l'Ostia magna.

E l'Ostia sfolgorava su l'altare
a tutti i marinai come la spera
del sole. E Dio ricamminò sul mare…

Genovesi e Pisani per la conquista di Mehedia ottennero privilegi doganali, che dovevano aumentare con la partecipazione alla prima Crociata, la quale fu predicata in Genova dai vescovi di Gratz e di Arles nella chiesa di San Siro, e molti dei migliori cittadini partirono Crociati nel luglio 1097, si distinsero nella presa dell'inespugnabile città di Antiochia (1098), ricca di vetuste memorie, dall'accecamento di Nabucodonosor alla potenza di Antioco e alla conquista romana di Lelio Scipione.
Anche la presa di Gerusalemme del 1009 si deve in gran parte al valore dell'armata genovese e i Crociati riuscirono a scalare, dopo lungo assedio, le mura della Città Santa, mediante un'altissima torre, resa ignifuga dal corame che tutta la rivestiva, ideata e fatta costruire dal genovese Guglielmo Embriaco, celebrato dal Tasso
…in fra i più industri ingegni
ne' meccanici ordigni, uom senza pari
.
Fu allora che i Genovesi, grati a Dio per le vittorie riportate in Palestina, il prezioso bottino e i privilegi acquistati, innalzarono in uno slancio di fede la loro bella Cattedrale di San Lorenzo, la più antica d'Italia per costruzione, nella quale ancora oggi si venerano le Ceneri di San Giovanni Battista, che i fratelli Embriaco avevano portato in patria da Mirrea, città dell'Asia Minore. Nella Cattedrale di San Lorenzo, scrigno di tesori artistici e teatro dell'eloquenza sacra e civile, si consegnava il vessillo trionfale di San Giorgio ai capitani e agli almiranti, si cacciavano in bando i ribelli, si conciliavano le cruente guerre delle fazioni, si ricevevano i giuramenti di fedeltà dei feudatari e aveva luogo l'investitura dei feudi, la benedizione delle imprese e il giubilo delle vittorie.
I Crociati Genovesi si segnalavano inoltre a Giaffa, nella presa di Tiro e di Cesarea, l'antichissima Torre di Stratone, che Erode aveva riedificato in onore di Cesare Augusto e da Vespasiano resa colonia romana col nome di Flavia, durante l'assedio della quale Guglielmo Embriaco, soprannominato Testa di martello o di maglio, salito per primo sulle mura di Cesarea, arditamente incitava con infiammate parole i Crociati, che per il suo valore vinsero con grande strage e ricco bottino; ma i Genovesi preferirono riportare in patria la sola Tazza di smeraldo, nella quale si credeva che Cristo avesse mangiato l'agnello pasquale e che tuttora fa parte del tesoro di San Lorenzo, coronando con un nobile gesto di fede ardente l'impresa gloriosa, che mirabilmente rivive nei versi del D'Annunzio, epico cantore delle nostre belle gesta d'oltremare:
In Cristo re, o Genova, t'invoco.
Avvampi. Odo il tuo Cintraco, nel caldo
vento, gridarti che tu guardi il fuoco.
Non Spinola, né Ftesco, né Grimaldo
trae con la stipa. Il sangue del Signore
bulica nella tazza di smeraldo.
S'invermiglia a miracolo d'ardore
il tuo bel San Lorenzo, come quando
tornò di Cesarea l'espugnatore.
Tornò Guglielmo Embriaco recando
ai consoli giurati, in sul cuscino,
tra la sesta e il bastone di comando,
tra la coltella e il regolo, il catino
ove Giuseppe e Nicodemo accolto
aveano il sangue dell'amor divino.
Era desso, l'Embriaco, figliuolo,
quei che fece al Buglione il battifredo
onde il voto santissimo fu sciolto…
.
Nel privilegio, scritto nella chiesa del Santo Sepolcro in nome del Patriarca Daiberto e di Baldovino, re di Gerusalemme, si leggeva: «… valorosissima gente di Genova… per di lei mano si piacque Iddio onnipotente fossero conquistate le più preclare terre di Palestina…» , e secondo quanto afferma il Ghirardacci nella sua Storia di Bologna (63-1105), sull'architrave del Santo Sepolcro veniva scolpito da un bolognese, a caratteri cubitali d'oro, il motto: Praepotens Genuensium praesidium, a significare la potente difesa e protezione dei Genovesi; parole cancellate in seguito da popoli rivali di Genova e invidiosi di questa sua fulgida gloria, sebbene i pontefici Alessandro III (1170) e Urbano III (1186) invano ordinassero con Brevi che i Genovesi venissero reintegrati nel loro diritto.
Per il vigoroso aiuto fornito con le numerose spedizioni di uomini, con le macchine da guerra, le galee e le navi adibite al trasporto dei cavalli e delle vettovaglie, i Genovesi ottennero l'esenzione dalle imposte e dai dazi in tutte le terre conquistate, ebbero case, fondaci, contrade e chiesa in Gerusalemme, in Antiochia e a Giaffa, la terza parte delle città di Tiro, Cesarea, San Giovanni d'Acri e perfino buona parte dei dazi sulle merci importate o esportate dai mercanti degli altri paesi. Così sorsero e si svilupparono, insieme a quelle pisane e veneziane, le colonie genovesi in Oriente: artigiani e mercanti creavano nelle principali città di Palestina e dell'Asia Minore i propri quartieri, piccoli centri d'irradiazione dell'attività economica, i quali, a differenza delle colonie romane di carattere esclusivamente militare, offrivano una pallida ma cara immagine della patria lontana ed erano retti da un Console, rappresentante del governo della Repubblica di Genova, giudice delle controversie fra i suoi concittadini e tutore dei loro interessi.
La prima Crociata non solo corrispose agli ideali religiosi e alle tendenze cavalleresche e bellicose dei Genovesi, ma spostandoli verso paesi meglio favoriti dalla natura e più adatti allo sviluppo della loro intelligente attività, li rese importatori delle ricchezze e dei prodotti orientali in Europa, segnando l'origine quasi favolosa della secolare potenza e della prosperità commerciale di Genova sul mare, temuta rivale di Pisa e trionfatrice anche di Venezia.
Prima che il pontefice Innocenzo II fosse riuscito a pacificare le Repubbliche di Genova e di Pisa (1133), che si contendevano con violente rappresaglie il possesso della Corsica e la consacrazione dei suoi Vescovi, San Bernardo da Chiaravalle era venuto in Genova a predicare la pace in mezzo al popolo devoto: «… Oh! se a voi piacciono, o Genovesi, le armi, se v'è grato provare le forze vostre, non contro i vicini e gli amici sia l'impeto delle generose ire, ma contro i nemici della Chiesa: espugnateli, o Genovesi; difendete la corona del regno vostro invaso da' Siculi; sopra questi, onorati gli acquisti e giusti saranno i possessi…» .
Infatti, qualche anno dopo, per aderire all'invito del pontefice Eugenio III e recare aiuto ai re di Castiglia e di Navarra contro i Saraceni, Genovesi e Pisani, dimenticati i vecchi rancori, con entusiasmo partivano Crociati, e le donne genovesi donavano i propri gioielli per fronteggiare le spese della guerra, mentre i Consoli decretavano infamia eterna a coloro che non avessero voluto partecipare alla spedizione.
Già nel 1115 i Pisani avevano adornato il loro Duomo colle spoglie della vittoriosa impresa balearica di Maiorca, che, con l'episodio della città rimasta priva di uomini validi e affidata alla custodia dei Fiorentini, offerse a Sem Benelli il suggestivo quadro storico per la sua Gorgona, in cui egli ha saputo poeticamente ritrarre l'antagonismo e le rivalità allora divampanti tra le potenti repubbliche di Genova e di Pisa, nelle orgogliose parole pronunziate dal console pisano:
Se non abbiamo come i Genovesi
avuto in dono per divina sorte
le rive come fatte di protese
prore così che sembra per miracolo
veder le navi scendere dai monti,
abbiamo noi quest'Arno che traversa
il cuore nostro ed è vena perenne;
e come il cuore che, se più si esalta,
più rende vita e spirito alle membra,
così Pisa, se più s'inorgoglisce,
più manda fuori sue galee di fiamma
.
Trentadue anni dopo questo primo felice tentativo pisano, per opera di Ansaldo Doria e Oberto della Torre i Genovesi riportavano splendide vittorie a Minorca e Almeria (1147), ottenendo due terzi delle terre occupate, l'esenzione dal dazio di pedaggio e rivaggio, e il conte Raimondo di Barcellona donava loro tutta l'isola dinanzi al porto di Tortosa per ricompensare «l'insigne fede e la sincera amicizia dello strenuissimo popolo Genovese» , che l'aveva aiutato ad espugnare la fiorente città di Tortosa sull'Ebro (1149), ricca di miniere e cave di marmi preziosi.
La nascente potenza di Genova fu minacciata dall'ambizioso sogno cesareo di Federico Barbarossa, che mentre mise a ferro e a fuoco le più prospere città della Lombardia e d'Italia, opprimendo ferocemente i vinti, non riuscì a piegare la ferrea tenacia, la dignitosa fierezza e l'imperturbabile coraggio dei Genovesi, consapevoli dei loro diritti e orgogliosi delle proprie forze, tanto che il Barbarossa dovette astutamente mostrare di voler rispettare e onorare Genova come alleata.
Nel superbo affresco di Palazzo Doria, dovuto al pennello del celebre artista Ottavio Semino e raffigurante gli ambasciatori genovesi alla dieta di Roncaglia, emergono le nobili figure dell'annalista Caffaro e di Oberto Spinola, il quale con la dignità di un antico Romano virilmente propugna dinanzi al Barbarossa i diritti della Repubblica, che ricusava di fornire esercito e di consegnare ostaggi e tributi all'Imperatore, perché i Genovesi vivevano liberi col frutto del proprio commercio e già pagavano innumerevoli dazi. Oberto Spinola fu il paladino dell'indipendenza genovese e anche quando il Barbarossa voleva abusivamente concedere ai Pisani la giurisdizione sulla Sardegna, egli seppe rivendicarne il dominio a Genova, pronunziando sdegnato questa fiera risposta: «… Io, in nome della mia città, qui pubblicamente vi affermo e sostengo che il vostro comando non è né giusto, né equo, né ragionevole, che la mia patria non è tenuta in alcun modo ad osservarlo. La Sardegna è nostra, non dei Pisani, e voi direttamente non potete né dovete giudicarci; quell'isola teniamo e possediamo; né alla vostra corte siam venuti perché citati od appellati ci sia fatta ragione, o dobbiamo stare alla vostra sentenza. Salvo l'onor vostro, quanto dite è contro l'equità e l'onore di questa imperial corte; noi non siamo obbligati ad osservarlo; né mai l'osserveremo…» .
Ostile ai privilegi del clero e al predominio politico del Papato, scienziato, filosofo, poeta e guerriero, odiatore come gli avi delle libertà comunali, tiranno e lascivo, ma ospitale e munifico mecenate nella sua fastosa reggia di Palermo, Federico II fu meno astuto del Barbarossa nella sua politica verso Genova, perché da principio estese e protesse il commercio genovese, riparando il tradimento e le ingiustizie di Enrico VI, suo padre, ma imbaldanzito poi per la vittoria riportata a Cortenuova (1237) sulla seconda Lega Lombarda, egli usurpava i possessi genovesi in Sicilia, a Tunisi e in Soria, pretendeva il dominio della Repubblica di Genova, e mentre il Barbarossa si era limitato a fomentare di nascosto le lotte tra Pisa e Genova, Federico II apertamente sobillava il marchese di Finale, Giacomo del Carretto, i rivieraschi e i Pisani ad assalire da ogni parte la superba città.
Le prepotenti intimazioni e le codarde minacce imperiali non valsero però a scemare la fermezza e l'invitto valore dei Genovesi, che, ergendosi coraggiosamente a sostegno del Pontefice e a difesa della libertà, della religione e della giustizia, seppero resistere da soli allo scomunicato Imperatore e ricacciare più volte gli invasori, guidati dall'intrepido podestà Corrado di Concessio, che nel Duomo di San Lorenzo così li incitava alla pugna: «… siate pertanto fermi e costanti, uomini genovesi; vi sieno presentì le grandi cose operate dai maggiori vostri; con quelle memorie date opera di conservare la libertà e l'onore ch'essi vi hanno lasciato; abbandonate i negozi e le gale, deponete gli abiti appariscenti e leggeri, indossate le armi a difesa della Romana Chiesa ed esaltazione della fede cristiana; state per la Repubblica in modo che se i nemici osino mai venirvi contro, restino confusi ed atterriti al solo vedervi!» .
A perenne ricordo della vittoriosa resistenza opposta a Federico II, i Genovesi imprimevano sul loro sigillo un grifone, simbolo di accorta vigilanza, che stringeva fra gli artigli l'aquila imperiale e la volpe pisana, col motto latino: Gryphus ut has angit sic hostes Janua frangit (Come il grifo tormenta l'aquila e la volpe, così Genova abbatte i nemici).
Per la partecipazione alla terza Crociata (1189) i Genovesi ottenevano franchigie e l'ampliamento dei possessi orientali, nel 1218 Giovanni Rosso della Volta e Pietro Doria sconfiggevano i Saraceni a Damiata, e sotto il governo del primo Capitano del Popolo, Guglielmo Boccanegra, che con la famosa Convenzione di Ninfeo (13 marzo 1261) assicurò stabilmente alla Repubblica il monopolio del commercio orientale ed ebbe anche il merito di chiamare il popolo alle magistrature contro gli abusi dei nobili e del Clero, i Genovesi, gelosi dei progressi fatti dagli astuti e freddi mercanti Veneziani in Oriente, dopo la quarta Crociata (1202-1204), favorivano l'avvento al trono di Michele Paleologo, che sulle rovine del vacillante Impero Neo Latino ripristinava nel 1261 l'antico Impero Bizantino. Così Genova si sostituiva nell'Asia Minore alla Serenissima, s'impadroniva del Bosforo, del sobborgo di Pera, delle fiorenti colonie di Caffa, Tana e Galata, dove i Genovesi, distrutto il palazzo e la loggia veneziana, con le pietre trasportate in patria avevano edificato la bella chiesa di San Giorgio; si apriva un ricco e fortunato campo di attività commerciale, che le frequenti rappresaglie di Venezia poterono solo lievemente danneggiare, e invano Marin Sanudo tentava di promuovere una crociata europea allo scopo di riconquistare almeno l'Egitto e farvi rifiorire il commercio veneziano.
Memorabile in questo travagliato periodo di astiose guerriglie l'episodio di Pierino Grimaldi, che nella battaglia di Malvasia (1263), abbandonato dal compagno Peschetto Mallone quando già la vittoria arrideva ai Genovesi, piuttosto che fuggire dinanzi alla flotta veneta, preferiva resistere ed eroicamente soccombere: «Morì Pierino Grimaldi - scriveva con aurea semplicità l'annalista Scriba - ma per gloria della Repubblica si tenne ognor vivo…».
Il 5 agosto 1284, Oberto Doria, strenuo vincitore della flotta pisana presso lo scoglio della Meloria, rientrava trionfante in Genova con un numero così grande di prigionieri (oltre novemila fra i quali il duce pisano Alberto Morosini), che fu comune il detto: Chi vuol vedere Pisa vada a Genova! La strepitosa vittoria genovese segnò il tracollo della potenza pisana e Firenze con le altre città guelfe della Toscana ne approfittarono per abbattere la ghibellina Pisa, fatalmente destinata a questa tragica fine dopo tanti secoli di glorie marinare e di grandezza commerciale in Oriente, magistralmente rievocata nei versi carducciani:
Da la foce de l'Arno e de le spente
Città d'Etruria, da le sedi or liete
Di primavera, al vento d'oriente,
Navi di Pisa, sciogliete, sciogliete.
Come stuolo di cigni in onde chete
Avanti Febo suo signor movente,
Bianche l'azzurro Egeo soavemente,
Navi di Pisa correte, correte…

Con il ricco bottino tolto a Pisa i Genovesi costruivano due darsene e Marino Boccanegra, succeduto a fra' Oliverio nelle grandiose opere portuarie, gettava in mare il molo vecchio, edificava l'acquedotto e il Palazzo del Comune (1291), fregiato in seguito con i trofei di guerra e completato dalla cosiddetta Torre del Popolo (1307), contenente lo storico campanone; austero e sontuoso edificio, al quale salirono i vincitori di tante battaglie e gli ambasciatori di Sovrani e Repubbliche rivali per ossequiare, nei secoli di splendore della Dominante, la suprema maestà del Doge.
Sul finire del secolo XIII i Veneziani predavano diverse colonie genovesi e ne molestavano per rabbia impotente il commercio. A Lamba Doria, giovane sagace e ardimentoso, la Repubblica affidava il compito di vendicare le ingiurie veneziane: «Va, giovane animoso, - gli diceva all'atto della partenza il Capitano del Popolo dinanzi ad un'immensa folla trepidante e fiduciosa - la patria ti affida tutte le sue forze, corri a raffrenare l'orgoglio dei nostri nemici e mostrati degno successore dei Doria» .
Nelle acque di Curzola sull'Adriatico ebbe luogo, l'8 settembre 1298, la battaglia decisiva, che fu prodigio di valore da ambo le parti: erano novantacinque galee venete, comandate dal doge Andrea Dandolo e da Matteo Quirini, che si avanzavano minacciose contro la flotta genovese, composta di appena settantasei galee al comando di Lamba Doria, di cui mi piace ricordare un atto romano. Nel furore della mischia, il suo giovanissimo figliuolo, ferito a morte, cadeva esanime nel proprio sangue, e attirato dalle alte grida dei compagni d'arme, che profondamente addolorati avevano cessato di combattere, Lamba Doria accorreva presso il figlio; ma non volendo compromettere l'esito della battaglia, il fiero patriota riusciva a reprimere eroicamente il suo strazio, e fissato un'ultima volta lo sguardo sull'amato volto esangue, sollevava il cadavere del figlio, lo stringeva teneramente al petto, poi con mossa fulminea dal cassero lo gettava in mare, esclamando: «Se tu fossi morto in grembo alla Patria, non avresti certo avuto sepoltura più bella! Compagni, mio figlio è morto, ma egli vive in Cielo; Dio ci guardi dal contristarci per una sorte sì bella: ai valorosi degna tomba è il luogo della vittoria…» .
Animati dal magnanimo esempio del loro Condottiero, i Genovesi raddoppiavano di valore e ottenevano una delle più strepitose vittorie che la storia della Repubblica registri, poiché oltre alla perdita di quasi tutta la flotta, i Veneziani ebbero diecimila morti e prigionieri i capitani più illustri della Serenissima, cioè Morosini, Gradenigo, il celebre Marco Polo, che nelle carceri di Genova dettava a Rusticiano da Pisa Il Milione, dotta relazione dei suoi viaggi famosi; e il doge Andrea Dandolo, cui la fortuna era stata avversa, si rompeva il capo contro l'albero maestro della sua vinta galea capitana, piuttosto che sopravvivere all'onta della sconfitta e ornare il trionfo dei nemici, che rientravano baldanzosi a Genova.
Così l'alba del Trecento salutava signora dei mari le Repubblica ligure, perché aveva cacciato i Pisani dalla Corsica e dalla Sardegna, per il trattato di Ninfeo si era sostituita al commercio veneziano a Costantinopoli e nel Mar Nero, aveva annientato Pisa alla Meloria e Venezia a Curzola, raggiungendo una smisurata potenza, che ispirò il D'Annunzio nella stupenda invocazione alla Dominante:
Odimi, pel sepolcro solitario
del tuo Lamba colcato in San Matteo
lungi al figlio che s'ebbe altro sudario;
pel fonte del tuo picciol Battisteo
donde al mare t'escì la grande schiatta
sperta di mille vie come Odisseo,
di mille astuzie aguta, assuefatta
ai mali, contra i rischi pronta, a scotta
tesa, a voga arrancata, a spada tratta,
improba e col gabbano e con la cotta,
usa il giaco fasciar di mal entragno
come di cuoia crude la barbotta,
indomita a periglio ed a guadagno,
or tutt'ala di remi al folle volo,
or piantata nel sodo col calcagno;
odimi, Mercatante, dal tuo molo,
Guerriera, dal naval tuo sepolcreto,
Auspice, dal tuo scoglio ignudo e solo,

… Ascia di Dio…
… O Madre delle navi!…

La fortuna del porto di Genova era dovuta alle retrovie che lo congiungevano ai paesi transalpini: le mercanzie che i Genovesi importavano dall'Oriente venivano smerciate in Lombardia, nella Svizzera e in Alemagna, oppure attraverso il Piemonte e la valle del Rodano affluivano a Lione per diffondersi in tutta la Francia e in alcune città della Lega Anseatica.
Un proverbio medioevale diceva: Genuensis, ergo mercator, infatti i Genovesi furono per lo più dediti ai traffici, nel bacino del Mediterraneo possedevano numerose e prospere colonie, e sulle sponde opposte del Bosforo avevano edificato due fortezze, quale espressione di sovranità sul Mar Nero, con il diritto di porre la catena all'entrata di questo mare e riscuotere una lucrosa tassa sul passaggio delle navi. L'antico commercio genovese, notevole anche per la varietà degli ottimi prodotti, fu attivissimo perfino con l'Inghilterra, le Fiandre, la Romania e l'Armenia, ma in special modo fiorente in Palestina e nell'Asia Minore, in Egitto, nei lauti empori di Barberia, nelle principali città della Provenza, e l'amoroso Contrasto di Rambaldo di Vaqueiras, le dolci canzoni provenzali di Folchetto di Marsiglia e di Lanfranco Cicala risuonavano nelle case austere dei Genovesi, insieme ai fieri sirventesi di Bonifacio Calvo e al canto eroico dell'Anonimo, che nel primitivo dialetto ligure inneggiava alla grandezza della sua possente città natale:
Zenoa è citae pinna
de gente e de ogni ben fornia:
con so porto a ra marina
porta è de Lombardia.

lor naviglio è si grande,
per tuto lo mar se spande.

e tanti sun li Zenovexi
e per lo mondo sì destexi
che unde li van e stan,
un atra Zenoa ge fan.

I Liguri, che furono i più abili filatori d'oro del Medioevo, erano dediti anche all'arte della lana, cui appartenne Colombo e il doge Paolo da Novi, all'arte della seta, chiamata da Antoniotto Adorno «non che l'occhio destro, l'anima della nostra città» , e all'industria del corallo, che fu per lungo tempo nelle mani dei Lomellini e venne cantata da un poeta del secolo di Dante, Fazio degli Uberti, nei versi:
Lo mar liguro ingenera corallo
Nel fondo suo, a modo d'arboscello,
Pallido di color tra bianco e giallo.
Si spezza come vetro il ramicello
Quando si pesca, e quando più è grosso,
E con più rami, tanto più è bello.
Siccome il cielo vede, divien rosso,
E non più si trasforma di colore,
Ma fassi forte e duro al par d'un osso…
.
Fin dal 1139 l'Imperatore Corrado III di Germania aveva concesso alla Repubblica Ligure il cospicuo privilegio di battere moneta e, dopo circa un decennio, a gli antichi bruniti si sostituivano i genovini d'oro con la leggenda Civitas Janua, anteriori quindi di oltre un secolo ai fiorini di Firenze (1253) e ai ducati veneziani.
Sempre onesti nei loro traffici e governati da savie leggi marittime, emanate dal Consolato del Mare per mantenere e regolare la viabilità dei mari e gli scambi commerciali, ai Genovesi si deve l'abolizione del barbaro diritto di naufragio e l'invenzione della commenda o pacottiglia, da cui derivò l'odierna società in accomandita.
Secondo il Tiraboschi e il Muratori, i Genovesi furono i primi a scrivere i propri Annali e i Consoli decretavano che venissero conservati nel pubblico archivio, «affinché per ogni tempo in avvenire agli uomini futuri fossero le vittorie del genovese popolo conosciute» . Sulle pareti del Duomo di San Lorenzo, accanto agli affreschi rievocanti le gloriose gesta liguri, come già i Romani sulle tavole di bronzo, la Repubblica faceva scolpire le sue leggi, che fin dal Mille condannavano il duello e prescrivevano nei contratti la firma dei testimoni, indizio di civiltà, se si pensa che allora in Italia erano poche le persone che sapevano scrivere il proprio nome.
Un singolare esempio di generosa rettitudine ci offre l'episodio di Salagro Di Negro, vincitore nel 1334 degli Almovari, masnadieri catalani, il quale, catturate quattro navi che portavano in Sardegna gentildonne e cavalieri aragonesi, usava pietà verso i feriti e faceva rispettare dai suoi soldati le donne. Tuttavia uno dei prigionieri, vinto da insana gelosia, uccideva la propria sposa, e condotto dinanzi al capitano nemico gli confermava che aveva preferito la sua morte al suo disonore, allora Salagro sdegnato ordinava che venisse ucciso perché aveva osato sospettare l'onestà genovese .
L'ammiraglio ligure Simone Vignoso, occupata l'isola di Scio, stabiliva che fosse punito con le verghe chiunque avesse predato i campi degli isolani, e avendo suo figlio trasgredito tale ordine, con romana fermezza che ricorda quella di Bruto, il fiero capitano non esitò a fargli subire la minacciata pu-nizione, sordo alle suppliche dell'esercito genovese e degli stessi Greci .
La presa di Scio e delle Focee rinfocolava le ostilità tra la Serenissima e la Dominante, che si contendevano l'impero dei mari, e invano il Petrarca scriveva in una nobile lettera al doge di Venezia: «Prostrato a piè delle due Repubbliche, pieni gli occhi di lagrime e di amarezza il cuore, io grido loro: deponete l'armi civili, datevi il bacio della pace, unite gli animi vostri e le bandiere. Così l'Oceano e l'Egeo vi siano favorevoli, giungendo le vostre navi prosperamente a Taprobana, all'isole Fortunate, a Tule incognita e fino ai due poli. I re e i popoli più lontani vi andranno incontro, i barbari dell'Europa e dell'Asia vi paventeranno, e la nostra Italia sarà a voi debitrice dell'antica gloria…» .
Imbaldanzita per la vittoria di Loiera (agosto 1353), Venezia non voleva concedere la pace e i Genovesi nell'impossibilità di continuare la guerra, perché travagliati da una forte crisi finanziaria, furono costretti a dare la signoria di Genova al potente Arcivescovo di Milano, Giovanni Visconti (ottobre 1353), il quale contribuì all'armamento di una poderosa flotta che a Porto Lungo, artefice della vittoria Pagano Doria, sconfiggeva i Veneziani, che lasciarono nelle mani dei vincitori il loro duce Nicolò Pisani e il glorioso stendardo della Repubblica di San Marco .
Nel 1373 Pietro di Campofregoso toglieva alla Serenissima l'isola di Cipro, e in seguito alla sconfitta di Pola, mentre con iniqua ingratitudine i Veneziani imprigionavano Vittor Pisani, colpevole solo di non aver vinto, i Genovesi esaltavano la valentia di Luciano Doria, ardito e generoso capitano, che in Schiavonia aveva donato ai soldati, privi di vettovaglie, la propria argenteria e perfino la preziosa fibbia della sua cintura .
Nell'ultimo libro delle Istorie fiorentine, il Machiavelli scriveva: «Esempio veramente raro e da' filosofi in tante loro immaginate e vedute Repubbliche mai non trovato… egli è il sistema dell'amministrazione adottato in Genova nelle Compere di San Giorgio…».
Infatti il Banco di San Giorgio fu maestro di scienza finanziaria alle nazioni europee e le sue operazioni commerciali, i suoi Statuti e Regolamenti costituiscono un patrimonio di civiltà e di sapienza economica, che altamente onora Genova più dei suoi trionfi navali, perché contribuì al progresso di tutto il mondo civile. All'inizio del XV secolo, il famoso Banco di San Giorgio si trasferiva nel vetusto palazzo della Dogana, edificato nel 1257 dall'insigne frate Oliverio da Sestri Ponente, quale sede dei Capitani del Popolo, e che la tradizione vuole sia stato costruito con le pietre del fondaco veneziano di Costantinopoli.
Nei vasti saloni austeri dello storico palazzo, sulla facciata del quale le intemperie hanno scolorito l'affresco di Carlo Mantegna, rappresentante San Giorgio in atto di trafiggere il favoloso dragone, si ammirano le statue di tanti munifici Protettori del Banco di San Giorgio e illustri finanzieri genovesi, come quel Francesco Vivaldi, inventore del moltiplico o interesse composto, che servì di base alle moderne speculazioni bancarie; e alle colonne dell'artistico portico trecentesco rimasero appese per vari secoli, quale glorioso trofeo, le catene strappate al porto di Pisa nel 1920 e che Genova restituì all'antica rivale nel secolo scorso, in segno di fratellanza nazionale.
Genova deve la conservazione del Palazzo di San Giorgio a S. E. Paolo Boselli, nobile e serena figura di uomo di Stato, che, quando si discuteva per ragioni di pubblica utilità la demolizione dell'antico edificio, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione nominava nel 1889 una Commissione, che risolveva il problema dal punto di vista storico e artistico.
Il governo della Repubblica, incapace di difendersi dalla fitta rete di famiglie feudali, annidate sui monti circostanti, e impotente a reprimere le aspre lotte civili tra le ambiziose famiglie dei Campofregoso e degli Adorno, degli Spinola e dei Fieschi, dei Grimaldi e dei Lomellini, come già nel Duecento aveva sentito la necessità di eleggere un podestà straniero perché estraneo ai partiti, durante i secoli XV e XVI doveva adattarsi a subire successivamente il giogo del re di Francia Carlo VI (1396-1409), del marchese Teodoro Paleologo di Monferrato (1409-1413), del duca di Milano Filippo Maria Visconti (1421-1435), di Carlo VII di Francia (1458-1461), degli Sforza (1464-1466) e di Luigi XII, che nel 1502 entrava in Genova da conquistatore e, vinto dalla grazia di Tommasina Spinola, bellissima gentildonna genovese, deponeva sulla sua tomba precoce un commovente carme.
Verso la metà del Quattrocento, causa l'impoverimento del pubblico erario e la decadenza del commercio orientale per la perdita di molte colonie, in seguito all'irruente conquista turca, la Domnante sentiva spegnere lentamente in sé l'indomita energia che l'aveva resa universalmente rispettata e temuta nel Medioevo: Francia e Spagna se ne contendevano il possesso, il Piemonte, la Lombardia e la Toscana guardavano con bieca invidia l'inquieto grifone, e il popolo che vedeva le cupidigie e le insidie dello straniero, in cui serpeggiavano i primi germi di malcontento verso il Governo sempre più gravoso e aristocratico, conduceva una vita inerte, cortigianesca e partigiana, ma che ebbe ancora bagliori di viva gloria con Francesco Spinola, l'eroico difensore di Gaeta, e con Biagio Assereto, che
… distolto da rogito o caparra
e posto sopra il cassero, l'abeto
trattò meglio che il calamo, la barra
di battaglia assai meglio che il sigillo
.
riportando su Alfonso V d'Aragona, presso l'isola di Ponza, una formidabile vittoria (1435), della quale l'Assereto scrisse una curiosa relazione in dialetto genovese, parca e serena come un atto notarile, che è uno dei più singolari documenti della nostra storia navale nell'Evo Medio.
Se l'infelice tentativo del doge Paolo da Novi (1507) per rendere Genova indipendente dai Francesi oppressori, ci offre un tipico esempio dell'indomito e gagliardo spirito di libertà genovese, l'audace schiera dei navigatori liguri ha scritto nella storia d'Italia e della civiltà mondiale luminose pagine di gloria imperitura.
I fratelli Vivaldi furono i primi ad avventurarsi oltre le Colonne d'Ercole (1291) per tentare la circumnavigazione dell'Africa, Nicoloso da Recco approdava nel 1341 alle Canarie, Lanzerotto Pessagno fu il primo a vedere il fiume Senegal e a raggiungere la Guinea, Antonio da Noli scopriva e colonizzava in parte le Isole del Capo Verde, Antoniotto Usodimare esplorava con il veneziano Alvise Cadamosto la foce e il corso inferiore del fiume Gambia, e Antonio Malfante scopriva l'immensa regione desertica del Sahara, invano cercandovi ostinatamente l'oro e forse per questo considerando fallita l'impresa, ma le sue mani vuote avevano lacerato il mistero di un continente: mani liguri, mani italiane !
Estenuati dalle fatiche e dai disagi o afflitti da perniciose malattie, questi arditi navigatori erano talora costretti a ritornare in patria, ricchi di esperienza e di notizie, ma il loro animo, incurante del pericolo e assetato di conquista, irresistibilmente attratto dal fascino dell'ignoto e con inquieta cupidigia ansioso di trovare una nuova via alle Indie e rinvenire i favolosi tesori celati nelle foreste tropicali, era sempre teso verso altre prove e nuovi orizzonti.
Tragiche le vicende della vita di Cristoforo Colombo, dal ventennio di logorio e di sforzi per imporre agli scettici e ai beffardi la propria convinzione, al decennio di angosce e umiliazioni subite per le invidie e le rivalità dei suoi nemici, in seguito alla meravigliosa scoperta dell'America e al trionfo di Barcellona. Una sedicente critica demolitrice spagnuola e francese ha osato mettere in dubbio l'italianità di Colombo, non peritandosi così di venire a tacciare implicitamente d'ipocrisia il Grande, che in pubblico solenne documento notarile si proclamò genovese, e che anche in mezzo agli onori e ai trionfi sentì acuta la nostalgia di Genova, come appare dalla lettera che nel 1502, prima di partire per il suo quarto ed ultimo viaggio transoceanico, egli indirizzava al Magnifico Ufficio di San Giorgio, stabilendo che dopo la sua morte, un decimo delle rendite a lui assegnate dal re Ferdinando di Castiglia dovesse essere annualmente versato ai Protettori di San Giorgio per ridurre i pubblici dazi, e nella quale egli scriveva: «Benché il corpo cammini qui, il cuore è costantemente costì…».
Alla vita di Colombo, densa di alto interesse storico e drammatico, in cui bellamente s'intrecciano elementi di romanzo, di epopea e di tragedia, recarono un prezioso contributo gli studi critici di Prospero Peragallo, storico e geografo insigne, del quale pochi mesi fa mi parlava con entusiasmo S. E. Paolo Boselli. Ed è soddisfacente per noi pensare che sia stato proprio un genovese, illustre congiunto del benemerito Vice-Presidente della nostra Associazione, a ricercare e studiare con rigoroso metodo scientifico documenti ignorati e importantissimi sulla figura del grande navigatore, soprattutto riguardo al suo soggiorno in Portogallo e che servirono di base alla critica moderna. Nella prefazione, inviando il suo libro dal Portogallo a Genova, Prospero Peragallo diceva: «… so, in una parola di aver costantemente servito alla verità, o almeno a quella che come tale mi si presentava, senza ambizione, senza fini biechi, senza odi, né antipatie di persone e senza preoccupazioni nazio-nali…» ; parole che ci rivelano la lealtà dell'uomo e dello studioso insieme all'acume e alla diligenza dello storico, che seppe scrivere pagine di storia scrupolosamente vagliata e nelle quali pur si sente tanto afflato di poesia, affinché giustizia fosse resa al suo sommo concittadino.
Il ligure Giovanni Caboto, condotto giovanetto a Venezia, riuniva in sé lo spirito avventuroso e tenace delle due grandi regine dei mari, e al servizio di Enrico VII d'Inghilterra suscitava nel tranquillo popolo inglese fervore di viaggi e ansia di esplorazioni geografiche. Egli esplorò le coste del Labrador fino allo Stretto di Hudson, la Nuova Scozia, la parte occidentale dell'isola di Terranova (1497), e da lui sembra sia derivato il vocabolo cabotaggio per indicare la navigazione costiera, mentre più tardi il figlio Sebastiano Caboto, degno erede del suo nome e della sua gloria, ebbe il vanto di suscitare in Inghilterra lo spirito dell'organizzazione commerciale, gettando le basi dell'imperialismo inglese. Meno gretti degli Spagnuoli verso Colombo, gli Inglesi, celebrando nel 1897 il quarto centenario della prima spedizione di Giovanni Caboto, eressero in suo onore una grandiosa torre sulla spiaggia di Bristol, riconoscenti al grande ligure, che «destò nel popolo inglese le latenti virtù marinaresche e lo trasse in quella via nella quale divenne la prima potenza marittima e coloniale del mondo».
Fin dal 1347 Luca Tarigo risaliva il Tanai e nel 1540 il genovese Paolo Centurione giungeva in India attraverso la Russia e l'Afghanistan; inoltre ventisette italiani, quasi tutti liguri, fra cui Giovanni Ponzorone da Sestri Ponente e il savonese Leone Pancaldo, partecipavano alla famosa spedizione, iniziata nel 1519 dal portoghese Ferdinando Magellano, e compilavano un'interessante relazione del loro viaggio di circumnavigazione del globo.
Nella secolare lotta contro Venezia, Genova aveva avuto agio di mostrare la superiorità dei suoi ordinamenti, delle sue costruzioni navali, dei suoi capitani ed equipaggi, ma per le incessanti discordie interne e gli insufficienti guadagni, ben presto i migliori uomini di mare furono costretti a passare al servizio dello straniero, in qualità di maestri di marineria, costruttori di navi e disegnatori di carte geografiche. Fra tanti gloriosi nomi di ammiragli al servizio della Corte di Francia basterà ricordare quel Giorgio Centurione che, nella spedizione di Tunisi contro i Corsari (1390), faceva per la prima volta manovrare una macchina da guerra, detta becco di falcone, costruita su quattro galee accoppiate e che poteva contenere venticinque frombolieri; e non bisogna dimenticare che la Francia deve ai liguri Obertino Spinola, Enrico Marchese e Lanfranco Tartaro la costruzione del suo primo arsenale militare a Rouen. Più tardi Leonardo Pessagno acquistava fama al servizio di Edoardo II d'Inghilterra, Emanuele Pessagno iniziava in Portogallo quella che fu detta «una dinastia di almiranti», Benedetto Zaccaria, ardito navigatore e maestro nell'arte della guerra navale, veniva creato ammiraglio dai re di Castiglia, fondava una fiorente colonia ligure a Scio (1304), e nel secolo XIV Egidio Boccanegra, riformatore della marina castigliana, fu insuperabile nell'insegnamento della tattica bellica e della scienza nautica.
A Pegli, nella sontuosa Villa Doria, sede del Civico Museo Navale, s'inaugurava nel maggio dell'anno scorso un busto bronzeo all'ammiraglio genovese G. B. Pastene, per iniziativa della Società Scientifica del Cile e quale segno di gratitudine alla memoria dell'intrepido e generoso navigatore, che, allontanatosi appena diciassettenne dall'Italia del Cinquecento, portò nella lontana terra cilena la fiaccola luminosa della civiltà latina. Conquistatore del Cile in nome della Corona di Spagna (1544) e governatore di Valparaiso, egli diede sviluppo al porto di questa bella città del Pacifico e con raro disinteresse dedicò all'incivilimento del Cile le acquistate e le avite ricchezze.
Gli antichi cartografi genovesi furono valentissimi nel comporre carte nautiche e portolani, artisticamente miniati come fogli di codici: celeberrime le nove mappe nautiche di Pietro Visconte Genova (1317), la Carta cosmografica del genovese Pareto (1455), la Carta da navigar del genovese De Canepa (1480) e fin dal Trecento Andalò Di Negro aveva dettato le regole dell'Astrolabio.
Fra i più grandi capitani liguri giganteggia la mirabile figura di Andrea Doria, soprannominato dai contemporanei re del mare per le sue innumerevoli vittorie, e salutato dai suoi concittadini vindice e autore della pubblica libertà, perché mosso unicamente dall'amor patrio, egli passava dal servizio di Francesco I, re di Francia, a quello del potente imperatore Carlo V (1528), il quale a ragione si vantava che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati, restaurando la Repubblica ligure indipendente dal dominio francese e sotto il governo dei dogi biennali. Così Andrea Doria si creava in Genova una signoria non di nome ma di fatto, perché basata sulle forze navali di cui disponeva in qualità di assentista o appaltatore di galee; eletto comandante supremo della marina spagnuola, egli ebbe ai suoi ordini i più illustri uomini di mare della Spagna, e la sua statua, pregevolissima opera del Montorsoli, venne collocata nel cortile del Palazzo Ducale.
Come già Carlo V molti anni prima, nel 1548 anche Filippo II visitava Genova e veniva alloggiato nel sontuoso palazzo di Andrea Doria a Fassolo, rimanendo profondamente ammirato dei tesori d'arte profusi nella principesca dimora, tanto che invitava poi alla sua corte i migliori artisti genovesi per affidar loro l'incarico di abbellire l'Escuriale.
Si narra che, durante la traversata, l'ambizioso e prepotente monarca manifestò al Doria il desiderio di essere alloggiato nel Palazzo Ducale, e che questi argutamente gli rispose: «Potete chiederlo al Governo arrivando a Genova, ma difficilmente coloro che vi dimorano, vi lasceranno il posto»; coraggiose e franche parole, che rivelano il carattere adamantino di questo illustre figlio della Liguria, il quale, resistendo a lusinghe e minacce, non permise mai che venisse eretta in Genova una fortezza per installarvi il presidio spagnuolo .
Verso il Mille, i mercanti genovesi portarono dall'Oriente il culto di San Giorgio, che divenne ben presto il governatore ideale, il vessillifero e il patrono della Repubblica, e gli archeologi hanno spesso rinvenuto sulle antiche fortificazioni liguri l'effige di San Giorgio, temuta impresa araldica della Dominante. In quei secoli di fede ingenua, nelle vaste sale dei turriti manieri medioevali risuonava il canto dei giullari, rievocante le gesta del biondo cavaliere, ardito come Orlando paladino, sereno nelle imprese più audaci, modesto nella gloria, e questo santo campione dell'epoca cavalleresca, eroico salvatore di una vergine principessa, destinata ad essere pasto di un terribile drago, commoveva le castellane, entusiasmava i fanciulli ed era esempio di nobiltà ai cavalieri.
San Giorgio, ispiratore del Donatello, del Carpaccio, di Raffaello e di Rubens, la cui figura di combattente vittorioso fregiò i portali delle case dei Capitani della Repubblica e venne impressa sulle bandiere del Levante, sulla poppa delle galee, sulle monete, le armi, i bronzi delle artiglierie e le pagine dei codici alluminati; San Giorgio, caro alla musa popolare ligure, la cui epica lotta col mostro suggeriva a Federico Schiller una delle sue ballate più note, e che durante il Risorgimento ispirò Terenzio Mamiani a comporre un Inno a San Giorgio con la radiosa visione augurale dell'eroismo dell'Italia nuova, emulatore sul mare delle antiche glorie liguri, compiute nel nome di San Giorgio, quel nome venerato che risuonò per tanti secoli nelle guerre, auspice di vittoria, e nel mondo commerciale e finanziario quale incitamento a risolvere i problemi economici più arditi.
I Genovesi, popolo devoto, ebbero in gran venerazione anche San Giovanni Battista, proclamato «padre di Genova» (1327), e il 25 marzo 1637, in segno di ringraziamento alla Madonna per la vittoria riportata su Vittorio Amedeo I di Savoia e per la preservazione dalla peste, nella Cattedrale di San Lorenzo il Cardinale Giovanni Domenico Spinola riceveva dalle mani del doge Gian Francesco Brignole la simbolica offerta della Corona dogale e delle chiavi della città; era la prima volta che l'immagine della Vergine sventolava sullo stendardo della Torre dogale e veniva collocata sulle porte della Lanterna e del Bisagno con l'iscrizione: Città di Maria Santissima.
Nel maggio 1684 una poderosa flotta francese, capitanata dal celebre Duquesne, si schierava in ordine di battaglia dinanzi al porto di Genova e il marchese di Seignelay, ministro di Luigi XIV, dichiarava con aspre parole alla deputazione inviata dal Senato genovese, che la Repubblica si preparasse a subire tutto il peso della collera del Re Sole, se non consegnava subito quattro galee armate e non inviava alcuni Senatori a chiedere scusa al Re, promettendogli di sciogliere l'alleanza con Carlo VI di Spagna. Anche in questo doloroso frangente la Superba non volle umiliarsi e allora cominciò a cadere sulla città una pioggia ininterrotta di bombe; dopo tre giorni di bombardamento, il Seignelay, credendo di aver vinto la costanza dei Genovesi, fece sospendere il fuoco e riallacciò le trattative, ma il Senato fieramente rispose che non era solito di negoziare sorto lo scoppio delle bombe, e i Francesi indispettiti ricominciarono a bombardare implacabilmente l'indomita città finché, esaurite le munizioni, furono costretti a ritirarsi.
L'accanita resistenza di Genova destò la simpatia e l'ammirazione di tutte le nazioni europee, poiché i liberi cittadini di una debole città avevano dimostrato maggior coraggio e decoro di tanti so-vrani, e Luigi XIV era furente di collera perché la Dominante era l'unica che avesse osato resistergli. Se in seguito i Genovesi, abbandonati dalla Spagna, dovettero accettare la pace di Versailles (1685), non per questo fu doma la nobile fierezza ligure, come appare dal significativo episodio del doge Francesco Maria Lercari, uomo sagace e arguto, che, accolto pomposamente a Versailles nella sfarzosa reggia del Re Sole, a un cortigiano che gli chiedeva che cosa lo avesse più meravigliato nella splendida dimora, rispondeva: «Di trovarmici io!» .
Il secolo dei nei e dei cicisbei con le sue parrucche incipriate, i guardinfanti, le trine e i belletti, anche a Genova si svolse in un'atmosfera di voluttà e di malizia, ebbe sfumature di raffinatezza e di galanteria: epoca di riso sguaiato e lacrime ardenti, di lusso eccessivo e romantiche avventure, di prepotenze, bagordi e veleni. Erano tornati di moda i biglietti furtivi e le scale di seta, dai balconi fioriti le dame genovesi si compiacevano di ascoltare sospirose serenate, e alla presenza delle madri, le fanciulle gettavano dalle finestre ai passanti, fiori, frutta e parole carezzevoli o mordaci. Su per gli scaloni istoriati di affreschi delle patrizie dimore, nelle vaste sale decorate da stucchi policromi e dorati, le allegre brigate prolungavano le veglie e il giuoco fino a notte tarda. La nobiltà ligure, vincendo la propria indole rude e diffidente, accolse le frivolezze del Settecento, e alla conversazione brillante e colta delle gaie riunioni s'intrecciavano spesso frizzi sguaiati o pettegolezzi piccanti; le gentildonne i cavalieri, intenti al giuoco della cavagnola o del biribis, ordivano talora intrighi amorosi e politici, e nel prologo di una sua commedia «La Zingara», Gerolamo Boccardo, rivolgendosi con fine ironia o indulgente consenso alle bellissime e gentilissime dame genovesi, insinuava che «non è mica male l'haver malitie, ché anzi sono lodevolissime, se usate per far credere alla suocera che, quando siete in veglia al tavolier de' tarocchi, mai voi non alzate il viso da' dipinti fanti che havete fra le mani a' fanti veri che havete intorno, pronti anch'essi a porsi nelle vostre mani» .
Splendidi in ogni loro manifestazione, i Genovesi lo furono soprattutto nell'arredamento delle proprie dimore, tanto che il Gualdo scriveva: «L'argento è così comune che anche i mercanti di classe inferiore mangiano in tali piatti e perfino le persone più basse hanno qualche argento nelle loro case». Luigi XII asseriva che i palazzi genovesi erano meglio forniti e più doviziosi della sua stessa reggia, l'imperatore Giuseppe II, ospitato dai Durazzo (1784), ebbe a dire: «Io non sono meglio alloggiato a Vienna!», e il Boccaccio lasciò scritto: «… che i genovesi usi sono di nobilmente vestire, non di lana, ma di seta e broccato, porpora e panni dorati…» , tanto che il Serenissimo Doge usava indossare in pubblico il manto d'oro, foderato di ermellino.
Nei profumati giardini settecenteschi si ballava la gavotta e il minuetto ed erano in voga le bizzarrie più delicate, dal delizioso laghetto con le gondole terminate in cigni, alla capanna dell'eremita con il frate di legno sulla porta e all'improvvisato teatro arcadico, dove le gentildonne genovesi e gli abatini si divertivano a rappresentare i melodrammi del Metastasio o le commedie di Goldoni.
Gaudenti e sfarzosi anche nei conviti, allietati sul finire dal canto dei menestrelli e dalle smorfie dei mimi, la mensa dei patrizi genovesi scintillava di candelabri d'oro, era adorna di preziose stoviglie, di anfore e coppe di cristallo di rocca o di madreperla, di statue di zucchero, rappresentanti eroi o divinità pagane, mentre da artistiche fontane argentee zampillavano i vini di Coronata, di Noli o delle Cinque Terre, e siccome era in uso che il cavaliere e la dama mangiassero nello stesso piatto e bevessero allo stesso bicchiere, si procurava che ogni gentiluomo avesse accanto a sé una dama o una damigella di suo gradimento.
In un Discorso a Lodovico Dolce, il letterato Girolamo Ruscelli da Viterbo encomiava «la bellezza, la gentilezza ed il vero splendore delle nobili donne di Genova, le quali tutte si danno agli studi, e principalmente a quelli della bellissima lingua nostra volgare» . In quell'epoca fiorirono infatti gentili poetesse come Placidia e Maddalena Pallavicino, Lucia Sauli, Livia Spinola e Tommasina Fieschi, mentre Angela Veronica Airoli e Sofonisba Anguissola Lomellini si distinguevano nella pittura e nella musica.
Fra le donne insigni per santità di vita Genova vanta Santa Caterina Fieschi Adorno, Battistina Vernazza, Virginia Centurione Bracelli, fondatrice delle Brignoline (1630), e Maria Antonia Solimani, fondatrice delle Romite di San Giovanni Battista (1744), volgarmente chiamate le Battistine.
Celebre fu allora la carità di Laura Violante Pinelli e di Sofìa Lomellini, morte di contagio soccorrendo gli appestati (1657), la virtù della bella genovese Nicoletta Conio, sposa di Carlo Goldoni, che fu console della Repubblica di Genova a Venezia (1741), mentre Ginevra Lomellini, di cui Boccaccio scrisse le lodi, Angelina Serra Durazzo, Paolina Adorno e Pellina Lomellini Brignole-Sale, tanto amata dal volteriano nipote del Cardinale di Richelieu, sono rimaste famose per la loro straordinaria bellezza. E nella classica ode A Luigia Pallavicino, caduta da cavallo, il Foscolo proclamava la bellissima donna «fra le Dive liguri, regina e Diva!», esaltandone l'incomparabile fascino nei versi :
Armoniosi accenti,
dal tuo labbro, volavano,
e, dagli occhi ridenti,
traluceano di Venere
i disdegni e le paci,
la speme, il pianto e i baci.

Dopo le rovinose guerre per il Finale e il marchesato di Zuccarello, protagonisti principali i Del Carretto, grandi e ostinati ribelli, Genova dovette subire l'invasione e la tirannia del generale Antoniotto Botta Adorno, traditore genovese al servizio dell'imperatrice Maria Teresa, il quale pretendeva dai suoi concittadini un enorme tributo (1746). La macchia del suo vile tradimento fu però lavata dal Banco di San Giorgio, che per salvare la citta dal saccheggio austriaco generosamente anticipava alla Repubblica il suo cospicuo capitale circolante, che non venne mai restituito, come pure dal gesto ardimentoso di Balilla, il «divino monello» di Portoria, che provocò la cacciata degli Austriaci …
Ormai la Dominante agonizzava e per una crudele ironia del destino, alla distanza di circa tre secoli aveva perduto due uomini che avrebbero potuto renderla più grande sulla terra e sul mare: Cristoforo Colombo, incompreso in patria, e Napoleone Bonaparte, nato in Aiaccio un anno dopo la cessione della Corsica alla Francia (1768), il quale, mentre avrebbe potuto risollevare le sorti della Repubblica Ligure, ne affrettò la caduta (1707).
«Genova nei dì della patria fu meravigliosa», ebbe a dire Cesare Abba, essa diede alla causa del Risorgimento italiano il grande patriota Nino Bixio e l'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi, condottiero della famosa Spedizione dei Mille (5 maggio 1860), che, dopo la fiera lotta vincitrice contro le milizie borboniche, esclamava commosso: «Ah! i mae Zeneixi!», riassumendo in questo grido spontaneo tutta la sua ammirazione per il valore dimostrato da Simone Schiaffino di Camogli, da Luigi Sartorio e dagli altri garibaldini genovesi.
Garibaldi chiamava la Superba «quartiere generale dell'Indipendenza» e, prigioniero nella fortezza di Savona, Giuseppe Mazzini ideava la Giovane Italia. Il pensiero civile e politico di Dante alimentò le gagliarde idee mazziniane, che, fecondando l'eroico spirito del popolo genovese, infiammarono la gioventù italiana e resero il Mazzini apostolo della redenzione e della libertà nazionale, per cui a ragione il Carducci cantava:
Da quegli scogli, onde Colombo infante
Nuovi pe'1 mar vedea mondi spuntare,
Egli vide nel ciel crepuscolare
Co'l cuor di Gracco ed il pensier di Dante
La terza Italia; e con le luci fise
A lei trasse per mezzo un cimitero,
E un popol morto dietro a lui si mise.

Si aprivano al grande genovese, poco più che ventenne, le vie del successo letterario, ma con ligure senso pratico egli sacrificava gli allori della penna alla necessità dell'azione politica e scriveva: «Fu il primo grande sacrificio. S'affacciavano in quel tempo nella mia niente visioni di drammi e romanzi storici senza fine, e fantasie d'arte che mi sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che non quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra abbiezione». E per santo amore italiano Giuseppe Mazzini, che aveva ricevuto dalla natura «un'anima fatta per sentire la beatitudine di avere una patria», affrontava più tardi serenamente gli stenti e la disperata tristezza dell'esilio.
Accanto a questi magnanimi suscitatori si ergono le nobili figure di tante donne liguri, che seppero instillare nei propri figli un immenso amore all'Italia, come Maria Drago Mazzini, Eleonora Curlo Ruffini e la madre dell'ardente patriota e poeta Goffredo Mameli, nonché la bellissima e colta marchesa Laura Di Negro Spinola, che mentre suo padre, valente studioso e poeta, ospitava nella graziosa villetta Di Negro, il Monti, il Perticari ed altri fra i più illustri uomini del tempo, si faceva protettrice dei patrioti italiani e in special modo dei fratelli Jacopo e Giovanni Ruffini.
Abbiamo veduto, come attraverso le lenti di un telescopio, le gloriose vicende della Repubblica di San Giorgio, ma con altra potenza di rievocazione e magistero di forma avrebbero dovuto essere narrate le glorie marinare, la storia di Genova nostra, che nel volgere dei secoli presenta una meravigliosa continuità e appare fremente di vita in un impeto così intenso, da ricordare le parole del Michelet: «cette vieille terre italique sur quelque point vous la touchiez, la vie fremissante en jaillit et la jeunesse eternelle…»
Noi Liguri siamo un popolo attivo, energico, accorto e ardimentoso, dotato di paziente tenacia e uso a comandare, ma vantiamo anche un'eletta e ininterrotta schiera di scienziati, storici, giuristi, poeti e pittori insigni, come Luca Cambiaso, Lazzaro Tavarone, Teramo Piaggio e Domenico Piola. Anche oggi i numerosi monumenti marmorei e bronzei, la monumentale necropoli di Staglieno, l'Accademia Ligustica di Belle Arti, fondata a mezzo il sec. XVIII da alcuni mecenati genovesi, la musica soavemente ispirata di Laura Breschi e il geniale teatro di Gilberto Govi attestano che il tradizionale e raffinato senso artistico ligure è tuttora in piena efficienza; e nella terra di Paganini e di Sivori è di recente assurta a squisita espressione poetica e musicale la canzone genovese, affermatasi con vivo successo anche nell'America Latina, dove a differenza degli altri italiani, che si piegano a parlare spagnuolo o inglese, i soli genovesi parlano zeneize, questo espressivo dialetto che ha un largo fondo di latinità, ma suona talora aspro e incisivo, quasi accogliesse in sé una eco del fischio del vento e della furia dei marosi.
Sempre ospitale, la Dominante accolse con cavalleresco sfarzo imperatori, principi e papi, fu gra-dito soggiorno di uomini illustri come Giuseppe Verdi, il grande poeta inglese Lord Byron, l'esule napoletano Carlo Pisacane, che quivi meditò l'eroica spedizione di Sapri (1857), e Federico Nietzsche, entusiasta della Liguria, che giudicava esuberante di un meraviglioso e insaziabile egoismo, di un te-nace desiderio di possesso e di preda.
A prescindere dall'invettiva famosa contro i Genovesi (Inf. c. XXXIII, v. 151-153), ispirata a Dante dalla bieca figura di Branca D'Oria e che egli derivò anche dal parziale giudizio, non scevro di bassa invidia, che gli uomini del medioevo formularono sui Liguri, il divino Poeta nel De vulgari eloquentia non giudicò il genovese fra i dialetti da «gettar via», ma gli spiaceva solo l'aspro suono degli z, abbondanti nell'antico idioma ligure; e vive nella Divina Commedia la bellezza selvaggia delle impervie pendici della Liguria marittima presso Lerici e Turbia (Purg. c. III, v. 49-51), il ricordo della «fiumana bella» che tra Sestri Levante e Chiavari «si adima» (Purg. c. XIX, v. 100).
Per il suo golfo pittoresco e i suoi splendidi palazzi, il Petrarca definiva Genova «un tempio sacro alla felicità e all'allegrezza,… una città in atto d'impero assisa su alpestri colline, per uomini e mura superba, il cui solo aspetto ti dice essere sortita al dominio dei mari…» ; e più tardi, mentre dagli ozi sereni della sua Savona, Gabriello Chiabrera poetava :
… Qui risplende il cielo
Come zaffiro: qui verdeggia l'erba
Come smeraldo ed ogni fior d'aprile
Liberal d'ogni odor quivi sorride…

la bellezza di Genova e del suo mare amico veniva celebrata dal Frugoni, dall'Aleardi e ispirava anche il nostro Varaldo nei versi musicali:
O mare immenso pieno di languore
che stendi da Posillipo a Sorrento
la rete arcana de l'incantamento
sì come un bacio d'immortale amore,
o splendidezza de la riva in fiore
che da San Remo a Nizza ignori il vento,
baciata con dolcissimo lamento
dal mare azzurro, queto, ammaliatore,
o mar Tirreno folle di malia
che la lanterna genovese ammira,
che la città marmorea sospira,
o mare canta de la nostalgia,
che getti col tuo murmure gentile
ne l'intimo d'un core giovanile!
.
Tutta bianca e splendente sotto il sole, sull'ampia curva del golfo pittoresco, dove un tempo approdavano le galee, onuste di carichi preziosi, Genova sembra oggi sognare i giorni della passata opulenza, e nei suoi edifici monumentali, nelle sue strade offre, come nei fogli di un ciclopico libro secolare, la visione spontanea del suo passato glorioso.
Mentre nelle altre regioni d'Italia, il Regime Fascista ha dato e continua a dare un formidabile incremento all'agricoltura, l'avvenire di Genova è ancora oggi legato al mare, a quel Mare Mediterraneo
… che vaglia
le stirpi alla potenza ed alla gloria;

più che sull'aratro, il suo destino riposa sulla prora delle navi e delle corazzate, sui navigli siluranti, scolpiti da Gabriele D'Annunzio in una delle sue Odi navali, inneggianti alla grandezza marinara della nuova Italia:
Naviglio d'acciaio, dritto veloce guizzante,
bello come un'arme nuda,
vivo palpitante
come se il metallo un cuore terribile chiuda;
tu che solo al freddo coraggio dell'uomo t'affili
come l'arme su la cote
e non soffri i vili
su la piastra ardente del ponte che il fremito scuote…

L'Italia è stata giustamente paragonata a un gran molo, lanciato attraverso il Mediterraneo sulle vie dell'Oriente, e il suo avvenire è in gran parte affidato a questo mare, nel quale tutta si protende e si bagna. Accurati studi sulle condizioni e le questioni mediterranee postbelliche hanno portato alla conclusione che «le crisi non sono finite nel Mediterraneo orientale, ma che è compito luminoso del-l'Italia, che con l'Oriente è a così stretto contatto, quello di guidarle attenuando le scosse e mostrando a tutti la via maestra proficua alla civiltà…» .

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