Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Istituto Nautico di Camogli: 1917-1918
di Giovanni Maria Viganò

Genova – dicembre 1964

Il paese e la scuola mi vennero incontro un mattino di metà settembre limpido in cielo, azzurro sul mare, incerto di luce sul monte non ancora invaso dal sole.

foto 1 La R. nave da guerra «Napoli»

Mi vennero incontro quasi in silenzio in quel risveglio calmo sulla strada deserta tra i platani non appassiti e sussurranti alla lieve brezza della valle.
Il ricordo è preciso, senza ombre come tutti i ricordi che nel tempo segnano per ciascun uomo l'inizio di una diversa esistenza; per me quell'incontro apriva al mio domani l'avventura sul grande mare.
L'Istituto Nautico di Camogli a quell'epoca, era il primo anno della grande guerra, veniva considerato dai più come la migliore scuola esistente da noi; il paese, o meglio la città perché così aveva diritto di qualificarsi per il suo numero di abitanti, si raccoglieva ancora tenacemente attorno alle sue tradizioni, al nome dei suoi tanti velieri, ognuno con la sua storia di uomini e d'imprese. Allora, come oggi, l'Aurelia passava sulla dorsale di Ruta, e quel trovarsi quasi staccato dagli altri centri della costa costituiva per quel caratteristico mondo un privilegio piuttosto che un disagio; il privilegio di potersi racchiudere nel segno di un suo carattere tramandato da generazione in generazione e impresso nella stessa conformazione dell'abitato così come era, e in parte oggi rimasto, ricercante in alto in case altissime lo spazio introvabile tra il mare e il declivio dei monti. Solo la collina di Ruta si apriva più dolcemente e dalla collina scendeva il sole.

foto 2 Piroscafo «Europa»

La scuola era sistemata al pianterreno del palazzotto del Municipio, di fronte alla Stazione, poche aule ma sufficienti per il numero degli allievi che a quei tempi frequentavano l'Istituto. Aule grandi, luminose, ma disadorne, con i banchi messi a gradinata e la cattedra di legno vecchio sulla pedana scricchiolante.
Allora le scuole destinate all'istruzione nautica erano soggette a trapassi continui di sottomissione, se le sballottavano il Ministero della Pubblica Istruzione e quello della Marina con un susseguirsi continuo di norme, di disposizioni, di programmi a tutto danno dell'insegnamento sempre limitato e più volte incerto. Il materiale didattico era povero; ricordo un sestante gelosamente custodito che appariva raramente per la prova pratica di misurazione di altezze sul tetto del palazzotto in qualche parentesi della lezione in aula; poi spariva e ritornava negli scaffali polverosi.
Non c'era altro; non un goniometro, non un apparecchio azimutale, non una bussola: forse una rosa ma non ne sono sicuro.

foto 3 Piroscafo «Duca di Genova»

In questa modestia, che era però comune a tutte le scuole, l'Istituto prendeva fama dalla personalità dei suoi insegnanti. Erano tutti bravi, ciascuno a suo modo, ma tutti raccolti nella serietà del compito, tutti tesi a dare quanto potevano nella ristrettezza dei programmi, nel limite delle ore assegnate a ciascuna materia. Chi voleva imparare, imparava, e quel diploma ottenuto rappresentava nell'ambiente del mare un titolo di preferenza per quel difficile imbarco d'allievo che l'armamento offriva. A quell'epoca in genere e per non perdere tempo non c'era altra strada che quella di chiedere un posto a prua, fra gli altri.
Preside dell'Istituto era l'ingegnere Goeta; sardo d'origine, viveva a Camogli da diversi anni dove aveva preso moglie. Ottimo uomo, nascondeva sotto una lieve vernice di severità un senso paterno che lo portava a indulgere piuttosto che a condannare.
S'interessava di noi, anche delle nostre marachelle, delle nostre avventure che dati i tempi erano più sognate che vissute.

foto 4 Sommergibile tipo N in prova nel golfo di Genova (1917)

Era fiero della fama della sua scuola e la difendeva come poteva.
Il professore Molfino insegnava astronomia e credo che questa scienza fosse il solo suo grande amore; alto, legnoso, poco comunicativo, il suo io interiore era tutto nella luce dei suoi occhi acuti, penetranti.
Scapolo, viveva con le sorelle nella parte alta del paese. Di lui sapevamo poco: divideva la sua giornata tra la scuola e il Circolo dei Capitani che frequentava assiduamente nel pomeriggio e durante la sera; lo temevamo, ma nello stesso tempo era in noi l'intuizione che dietro quel suo atteggiamento di distacco, in lui ci fosse qualcosa di non confessato, ma molto vicino alla nostra giovinezza irrequieta. Notissimo negli ambienti scientifici disdegnava l'approdo di convegni e congressi; la sua vocazione era la scuola e ciò che insegnava, ci trasportava pian piano senza scosse verso il mondo misterioso degli astri e delle loro leggi.
La «Navigazione», allora materia a sé, era affidata al professor Castelletto: non di Camogli, viveva a Chiavari. Alquanto pingue con un viso che un buon curato di tranquilla parrocchia gli avrebbe invidiato, portava nel suo insegnamento tutta la bonomia del suo carattere piuttosto incline a considerazioni certamente grandiose; così lo pensavamo e forse così era. E la sua materia piuttosto arida con lui si animava e rotte ortodromiche e lossodromiche si trasformavano in strade da sognare sul grande mare.
Non ricordo più il cognome del professore d'italiano; ricordo però le sue lezioni che erano come tante finestre aperte sul mondo della poesia. Amava Dante e tentava di spiegarlo a noi come meglio poteva. Era indulgente e perdonava l'incerta nostra preparazione dovuta in grande parte alla natura dei nostri studi precedenti e alla povertà dei programmi.
C'era poi "Capitan Baciccia" per l'attrezzatura e la manovra: un impasto di conoscenza pratica del mestiere e di esperienze marcate in altri campi, il tutto mantenuto su di un piano didattico di una certa aderenza da una sua attitudine al disegno veramente singolare.
In mancanza di modelli, "Capitan Baciccia" disegnava sulla lavagna, alberi, manovre, scafi, ecc. e pretendeva da noi un accurato quaderno sul quale dovevamo riprodurre i suoi disegni.
Stranissimo di carattere, piuttosto violento e sarcastico nel rimprovero avrebbe perdonato tutto meno il quaderno mal tenuto, E quel quaderno era il nostro incubo e per qualche volenteroso il mezzo di arrotondare il poco peculio mensile. Maestro Schiaffino - professore di ginnastica - era il nostro migliore amico. Alto, massiccio, biondo come l'eroe della sua terra, stravagante come tutti gli uomini torturati dai problemi dello spirito, sostanziava per noi che ci aprivamo alla vita l'immagine di una coscienza onesta in lotta contro una società lenta ad intendere il reclamante diritto di un mondo intristito dalla miseria. Mazziniano convinto, generoso sino alla rinuncia, stava tra noi, con trasporto sentimentale di educatore, preoccupato di ravvivare in noi una volontà già tesa al domani. Per la sezione macchinisti - così allora si chiamava - l'ingegnere Cambiaso riassumeva l'insegnamento delle materie tecniche. Considerato un asso, apprezzatissimo, era consulente di diverse società. Basso di statura, non certo aitante viveva anche lui solo con una vecchia governante. Non usciva mai altro che per le lezioni o per prendere il treno per Genova. Per noi era misteriosamente racchiuso nelle sue formule e nei suoi disegni.

foto 5 Esploratore «Carlo Mirabello» varato nel 1915

Attorno a questi uomini noi studiavamo; non eravamo tanti e formavamo una compagine non omogenea. C'erano quelli del luogo ed erano i più, quelli della Riviera eternamente legati all'orario dei treni e i foresti, che eravamo noi, che giungevamo da tante parti diverse, ognuno con il suo intendimento, con il suo sogno, con la sua incertezza.
Alloggiavamo presso famiglie o piccole pensioni messe su alla buona, nelle vecchie case sul mare che conservavano nell'umiltà di un quadro, di una immagine, di un fiore finto sotto la campana di vetro, il ricordo di un naufragio, di un uomo che non era più tornato.
In genere erano delle donne anziane quelle che affittavano e quasi sempre per bisogno. Parsimoniose, brontolone, mai avare, a poco a poco si affezionavano a noi e si preoccupavano di noi, dei nostri studi, delle nostre birichinate; ma c'era in noi un desiderio avido di libertà sino allora contenuta dal rigore dell'educazione familiare del tempo. La minaccia di scrivere a casa poteva poco su noi che vedevamo oltre la porta che non si chiudeva tutto un mondo intuito e che volevamo conoscere anche se poi quello stesso mondo nella sua realtà ci diceva delle cose diverse da quelle sperate.
Eravamo i "foresti", studiavamo assai poco e per qualche anima un po' troppo angelica, motivo di scandalo. Attorno a noi la cittadina viveva la sua vita patriarcale ancor segnata profondamente dalla avventura sul mare che aveva arricchito i prescelti e lasciato gli altri al limite di un modesto benessere.
Vita patriarcale che si svolgeva nella cadenza delle abitudini, mai diverse, mai abbandonate. Neanche la guerra aveva mutato quella cadenza: solo il mare era deserto e il porto presso che in silenzio senza vele. Forse in qualche casa un ritratto era stato posto accanto a quelli dei vecchi scomparsi, ma il lutto si nascondeva dietro le persiane che non s'aprivano più.
Esistenza di esseri un po' chiusi nei loro sentimenti piuttosto amanti delle cose concrete, non molto disposti ad inseguire chimere e sogni.
E così quello che accadeva o non accadeva si accordava alla misurata concezione di tutto, perché il più poteva significare inutile esibizione, spreco, perdita di tempo.
Le donne amavano più la finestra che la strada: gli uomini, quando non erano in mare o in città, amavano i loro punti di raccolta, le loro passeggiate, il circolo, tempio sommo dedicato ai commenti del giorno e alle interminabili partite a carte.
I notabili sostavano attorno alla statua di Simone Schiaffino; allora i grossi edifici di oggi non esistevano e il mare s'apriva in ampio raggio sino a punta Chiappa e quel mare era pur sempre il loro antico compagno. C'erano armatori, vecchi capitani tutti noti per le loro stravaganze, anziani professionisti che dedicavano qualche ora del giorno allo "scagno" in Genova. A volte tra loro s'infiltrava qualche giovane, ma per poco; l'età era già diversa e la vela tramontava. Nel tardo pomeriggio, i notabili a piccoli passi si avvicinavano alla Stazione per andare incontro a chi portava la copia del Mercantile: d'inverno o quando pioveva, la lettura del giornale era un rito che si svolgeva attorno al tavolo del Circolo.

foto 6 Turisti in visita a Portofino-Kulm

Ma giù, al porto, tra la Chiesa, i portici angusti e lo scalo c'era altra gente, diversa e più sensibile alla influenza della parrocchia che a sua volta cedeva una parte del proprio dominio ad un giovane prete, vivacissimo, pieno di audacia rinnovatrice che aveva signoria alla Madonna del Boschetto, su verso Ruta.
Attorno all'eroe di Calatafimi cera sentore di "loggia": sulla piazzetta del porto, accanto alla chiesa si animava uno spirito religioso piuttosto da "potere temporale".
Di notte il paese si chiudeva in un silenzio rotto dal miagolio dei tanti gatti vaganti sui tetti e dalla voce del mare senza luci.
E la notte, dopo la disciplina che il giorno c'imponeva, era la nostra migliore amica: non ci davamo a grosse impertinenze, ma per le strade deserte, nei giardini incustoditi delle ville, in qualche pollaio la nostra esuberanza di ragazzi irrequieti trovava il compenso a quell'ordine un po' monastico che l'ambiente pretendeva da noi.
Ma la nostra bestia nera era una delle due guardie municipali che formavano il corpo di polizia del Comune. Non era nativo di Camogli, ma importato; piccolo, asciutto, ermetico, camminava senza far rumore, come un felino.
Nelle nostre scorribande, a volte, di colpo ce lo trovavamo di fronte. Non gridava, non inveiva, constatava e il giorno dopo il Preside ne era già ai corrente e "Capitan Baciccia" accompagnava il suo commento all'accaduto con calci poderosi alla cattedra sgangherata.
Studiavamo poco, eravamo distratti, svogliati forse; ma il clamore della guerra sovrastava la quiete di quel mondo che era il limite dell'esistenza nostra di tutti i giorni e ci rendeva inquieti. Studiavamo poco, preferivamo il sole lungo le stradine del monte e sognavamo incontri con fanciulle che offrivano fiori e sorrisi. Quando riuscivamo a raggranellare cinque lire, e non avveniva spesso, con quel grosso capitale scappavamo a Genova: ma quella parentesi cittadina finiva con l'essere una inutile evasione che ci turbava piuttosto che quietarci. E il tempo passò: uno scorrere di stagioni e di mesi estivi che alcuni di noi, me compreso, dedicarono alle prime esperienze sul mare, e poi il Gennaio del 1918, quando la Storia si ricordò che c'eravamo anche noi, quelli del '99, ci diedero in fretta un diploma, il Preside Goeta ci salutò commosso per tutti, Maestro Schiaffino ci guardò lungamente senza parlare e ce ne andammo, ognuno incontro al proprio destino.
Quando il treno sbuffando s'infilò nel buio della lunga galleria che porta a Santa Margherita, il paese e la scuola divennero ricordo, il ricordo della giovinezza.

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