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1592: viaggio a Portofino e Genova

E' settembre 1592 quando papa Clemente VIII (1536-1605), all'inizio del suo pontificato, destina come Nunzio in Portogallo mons. Fabio Biondi (1533-1618), che chiede come suo segretario il sacerdote Giovanni Battista Confalonieri (1561-1648). Quest'ultimo scrisse un resoconto del viaggio da Roma a Lisbona, oggi conservato nel Fondo Confalonieri presso l'Archivio Segreto Vaticano.

Biondi Fabio Biondi

Il testo che pubblichiamo è tratto dal volume 45 delle "feconde miscellanee del sacerdote romano Giambattista Confalonieri. E' narrato e scritto di suo proprio pugno."

«Memoria di alcune cose notabili occorse nel viaggio fatto da me Gio. Battista Confalonieri Sacerdote Romano da Roma in Portogallo.»

Il viaggio iniziò via mare, «per maggior comodità e minore spesa», approfittando della presenza «a Civitavecchia [di] molte galere che di Genova conduceva il Sig. Andrea Doria Marchese di Toriglia1, e figliuolo del Sig. Principe Doria, per condurre in detta Città la Signora Donna Giovanna Colonna sua sposa, figliuola del Sig. Fabrizio Colonna e nepote della felice memoria di Marc'Antonio Colonna, che in quel luogo aspettava il suo Sig. sposo.»
«Il primo di novembre di Domenica del detto anno a 17 ore noi del Patriarca Biondo partimmo di Roma in carrozza… la prima sera a buon'ora giungessimo a Bracciano… il Lunedì… ci ponessimo in carrozza per Civitavecchia [dove] giungessimo la sera … Qui trovassimo che le galere del Principe Doria non erano ancor giunte a pigliare la sposa… per il tempo contrario , quale durò sino al Venerdì alle cinque… [quando] furono scoperte sette galere… Domenica dunque alli 8 di novembre 1592, c'imbarcammo noi altri nella Capitana di Cosmo Centurione2

galera galera

Martedì alle 10 a buonissima ora fatto vela con buonissima stagione e buoni venti, caminassimo tutto il giorno allegramente alla scoperta del Monte Cristo, dell'Elba e dell'isola della Corsica; né ci fermassimo mai tutta la notte seguente, fino alle 17 ore e mezza del Mercoledì alli 11 giorno di S. Martino Vescovo, quando che dopo aver fatto conto settanta miglia, giungessimo a Portofino, discosto da Genova solo 20 miglia dove senz'altro non solo potevamo arrivare la sera, ma saressimo giunti avanti giorno, se la reale havesse voluto che si fusse caminato con le vele grandi, come fu caminato col trinchetto solo. Qui spedita dal Marchese una galera, per dar nuova al Principe suo padre del suo arrivo in quel luogo, con intenzione che, se non quel giorno, almeno l'altro dovessimo arrivare in Genova, si rivoltò sì gran fortuna, che fu necessario fermarsi non solo per il pericolo evidente del mare, ma perché il Marchese desiderava di avere tal tranquillità di mare, che potesse sbarcare la sua sposa nel suo palazzo proprio che sta sopra la marina; il che non si poteva eseguire con tanta fortuna. Onde fu necessario restare tutto il Giovedì. Il venerdì poi, che il mare si era assai quetato, si sarebbe potuto andare; ma perché in tal giorno non si poteano suonare le trombe, né far festa alcuna in Genova, non volle entrare così strettamente, ma aspettò il Sabato quando che con grandissima bonaccia su le 19 ore ci partimmo da detto luogo et arrivammo felicemente con la grazia di Dio alle 22 ore in Genova. Questo Portofino è fatto dalla natura tra due monti, non è molto grande, et è esposto alli sirocchi che travagliano quei Vascelli che vi sono. E' però assai vago per le case che vi sono attorno: vi trovammo un pane bianco come un latte, ma non ben cotto, et era così caro, che veniva a costare a ragione di Roma, diciotto quattrini la pagnotta, che non poteva esser più di quattr'once: i letti uno scudo per notte, e faceano pagare non solo le stanze, ma l'aria stessa. Vi sono due chiese, la Pieve e S. Giorgio, in cima di un alto monte dove dicono vi sia del corpo di esso Santo. Discosto da questo porto due miglia, vi è il monastero di S. Girolamo della Cervara, de' Monaci Cassinensi, quale è tanto bello e fecondo di ogni grazia di Dio, che in quei sassi e monti sterili, non si può desiderar più; e hanno così gran giardini che mi maravigliai, da quali ne raccolgono grano, vino et oglio in tanta quantità che, dal grano in fuori che non li basta per collazione, del restante ne hanno da vendere, eppure vi stanno da 16 Monaci.
Sabato alli 14 detto, dopo di aver costeggiato e gustato quattordici miglia in circa di Riviera, arrivassimo in Genova…»

La sosta a Genova dura 40 giorni e Confalonieri ne parla diffusamente.

«Qui ci sarebbe troppo che dire, s'io volessi entrare nel pelago delle lodi di Genova; né io oserei mai di vole impiastrare le carte delli suoi encomii con sì basso stile et cos' rozza mano. Oltre che non è mio intento di comporre libri o tessere istoria che ciò lo fanno et l'han fatto uomini eruditissimi: ma solo io pretendo di notare alcune cose, che ho viste e di che mi sono informato a pieno, nell'occasione di questo viaggio; epperò, posposto ogni ordine di natura, o di dottrina, metterò solo in carta quelle cose che sono per giovarmi alla memoria, acciò col progresso di tempo, se Dio mi darà tratto di vita, possa ricordarmi delle cose passate, per non poter dire di aver perso i passi e la fatica della mia gioventù affatto affatto.
Non sarebbe inutil cosa ragionar prima delle cose animate, e poi delle inanimate; e delle animate, prima delli religiosi tanto uomini come donne (ove delli monasteri di monache) e poi delli secolari e secolare: et perché il formale della città consiste nelli cittadini, prima trattare della Repubblica con suoi ministri et entrate, et poi de' particolari de' cittadini con le ricchezze loro. Similmente delle guardie, gabelle, artigiani e cento altre cose simili. Venendo poi al materiale, si potrebbe trattare dell'aria, del sito della città, delle strade, palazzi, riviera, fortezze, Lanterna, ville, giardini, prospettive, porto, molo, Darsena, ponti, arsenali, mercanzie, traffichi, monete, borghi, suolo della città, fiumi, lazzaretto e mille cose di questa maniera che si ridurrebbero a questi et altri capi. Ma perché, come ho detto, non è questo lo scopo mio, anderò notando solo alcune cose per gusto mio e per l'avvenire anco servarò solo l'ordine delle cose che vedrò di giorno in giorno, senza pensare ad altro.
I Religiosi di questa città sono moltissimi e vi sono quasi de tutte sorte religioni che sono in Roma. Tutti per lo più hanno bellissime chiese, ma quasi tutti sono poveri, e se non fussero l'elemosine la farebbono molto male.
L'Arcivescovo di questa città è al presente l'Ill.mo e Rev.mo Mons. Alessandro Centurioni, chierico di Camera, Prelato compitissimo e cortesissimo; e tanto che aveva apparecchiato quattro regali appartamenti per questi quattro prelati se avessero voluto restar seco tutto questo tempo come per una notte vi restò il mio Patriarca et per alcuni giorni il Patriarca Caetano. I razzi, i letti, le seggie, gli argenti, li brasciere, piatti et altri vasi pur del medesimo, erano in gran numero e di grandissima valuta, e che non invidiavano qualsiasi cardinale della corte Romana, oltre li pasti sontuosissimi ch'egli fece più volte a questi Signori.
Il palazzo dell'Arcivescovo è ornato di molte belle pitture, massime il volto della sala. La Chiesa di detto Arcivescovo è grande e magnifica con tre navi; in particolare vi è dentro una cappella alcuni sacchetti delle ceneri del gloriosissimo e santissimo Precursore di Cristo, S. Giov. Battista. Si mostra anco una gioia materiale che sta sotto 12 chiavi, ch'è il catino tutto d'un pezzo di smeraldo, quale tiene il popolo che fusse quello in che Cristo Signore nostro mangiasse l'agnello pascale: ma la maggior parte de' homini savii tiene che più tosto fosse una delle preziose gioie che donò la Regina Sabba a Salomone, perché invero è cosa inestimabile di prezzo. Si mostra anco una gran croce d'argento con molte reliquie.
L'entrata dell'Arcivescovado è poco più di mille scudi, cosa molto meschina, come anco sono tutti li canonicati di detta chiesa, quali vestono di paonazzo in coro, con rochetto e cappa paonazza foderata di armellino all'usanza romana; e nondimeno il maggior canonicato non passa cento scudi; or che saranno li beneficiati e chiericati, che portano ancor loro certe almuzie di pelle di varie sorti? In universale questa città ha pochissimi preti, perché vi sono tenuissimi benefici; cosa da non credere in una città cosi ricca.
Li Religiosi anco sono in gran numero e poverissimi. Non vi è quasi religione in Roma che non sia qua: anzi certi frati o monaci di S. Basilio che hanno una chiesa intitolata S. Bartolomeo, fuori di Genova, mezzo miglio, non ve ne sono in Roma, e vanno vestiti come li Domenicani, fuori che la pazienza è negra.
Questi Monaci hanno molte cose notabilissime in chiesa ed in convento, perciocché hanno in prima in chiesa quattro quadri, le pitture fatte da Luca Cangiati3 genovese, che qualche quattr'anni fa morì di poco più di 40 anni in Spagna mentre stava all'Escuriale a servizio di S. M. Cattolica: un quadro è della resurrezione di Cristo, miracoloso. Il secondo della Trasfigurazione, il terzo del battesimo di Cristo, il quarto di S. Luca, S. Basilio. Ma nel refettorio ve n'hanno quattr'altri del medesimo maestro che come devoto di quel luogo, si pigliò per capriccio di arricchirlo di simile tesoro. Hanno dunque un Cristo in Croce ancor vivo con dimostrare le tenebre sopra la terra. 2. un S. Matteo, 3. un S. Luca stimato forse la più bella cosa che mai abbia fatta. 4. una cena lunga da 25 palmi con 18 figure, fatto tutto da lui solo in 19 giorni; ed è cosa incredibile a dire la velocità con che si riferisce che pingeva: di questa sola cena ne hanno trovato li frati due mila e ottocento scudi, e non l'hanno voluta dare; eppure era il Re di Spagna che la voleva. Oltre di questa ricchezza, ne hanno un'altra del piè di S. Bartolomeo Apostolo, tutto intiero, e che si vede ancor la pelle staccata dalla carne; cosa degna certo di essere vista; et è anco ben tenuta in argento, oro e perle. Questa reliquia dicono averla avuta li Genovesi molti e molti anni sono da Roma furtivamente donatagli da un Sacristano di S. Bartolomeo dell'isola, dove sta tutto il corpo. Sopratutto vi è una reliquia di stupore, cioè il santissimo Sudario di Cristo Sig. Nostro, quale mandò a donare ad Abagaro Re4, di che ne fa menzione il concilio Niceno secondo, Eusebio, Niceforo e molti altri, ove si vede l'imagine di Cristo tanto bene che più non si può: ed io l'ho vista vicinissimo, con questi Sig. Patriarchi alli 10 di dicembre 1592. Ha il volto lungo ed asciutto, ma proporzionato che non tira né in magro né meno in grasso: il fronte rotondo et alto, gli occhi negri, le ciglia inarcate e sottili, il naso profilato che tira nel lungo, la bocca piccola, la barba aguzza e folta e poco lunga; ma il crine o zazzara tanto lunga, appunto quanto terminava la barba, di modo che la punta di essa era tramezzo a' due crini al modo di una lettera maiuscola dell'M. Insomma il viso è tutto grave, tutto bello, tutto maestoso e pieno di devozione; il colore è alquanto rossastro et olivastro colorito; ma questa negrezza parte avviene dall'antichità, parte anco, perché dicono che il Re Abagaro, mentre stava male, mandò un pittore famosissimo chiamato Anania per pingere Cristo, del quale avea inteso che faceva molti miracoli, et non potendo ciò conseguire, cangiandosi ogni volta di faccia, mentre che il pittore lo volea pingere, si risolse di mandarlo ad invitare che andasse da lui et il messo trovò Cristo che predicava, onde, finita la predica, alquanto riscaldato et infocato il viso, pigliò un fazzoletto e v'impresse la sua santa immagine, quale la mandò a detto Re che fu poi risanato e venne alla fede. Questo santissimo Sudario sta sotto sette chiavi, né si mostra senza licenza del Duce. E poi che siamo alle pitture et reliquie, vi è un crocifisso vivo nella chiesa del Monasterio novo dell'Ordine di S. Domenico, con una madonna mezza tramortita, che è cosa di stupore. Similmente il S. Giovanni et la Maddalena fanno effetti invidiabili.
Ma chi vuol vedere la più bella pittura che sia nel mondo, come riferiscono li periti dell'arte, e come si crede dall'esperienza, poiché ci concorrono pittori da tutte le parti per vederla, vegga il gran quadro del martirio di S. Stefano nella chiesa dedicata ad esso santo, dove stanno li monaci di Monteoliveto. Il disegno è dal mezzo in giù, (che è il più bello) di Michel Angelo, dal mezzo in su fu finito da un suo discepolo valentissimo; le cose notabilissime, oltre le altre molte che potrei raccontare, essendovi più di trenta figure, sono prima un S. Stefano vestito in abito diaconale con le braccia aperte et con gli occhi alzati in cielo, qual vede coelum apertum et Iesum stentem a dextris virtutis Dei. 2° un'apparenza di sfondato che pare appunto che siano incavati cinque archi indentro. 3° è un S. Paolo giovinetto quale sta con un ginocchio sopra le vesti di S. Stefano, mentre era lapidato, e per vedere una carne viva, non è possibile a fare più bella cosa: la maggior parte è ignudo, massime le braccia e gambe e pare appunto che sia di rilievo. Insomma è cosa di stupore .
In questa medesima chiesa vi è la mano sinistra di esso S. Stefano, conservata benissimo, intiera e senza corruzione.
Lungo sarà s'io volessi descrivere tutte le Chiese e Monasteri de' Religiosi di questa città. Però non posso passar con silenzio il Monastero di S. Caterina dove stanno monaci di S. Benedetto di Monte Cassino: né meno voglio dire tutto quello che potrei; ma solo accennare come noi fossimo alloggiati e regalati da questi Padri, con tanta carità e splendore che non si può dir più. Monsignore ebbe un appartamento nobilissimo e quasi tutti noi avessimo camere distinte che, se fossimo stati nelle proprie case, maggior comodità non potevamo avere, et non solo in queste, ma nella comodità di cucina, tinello e fuoco in un freddo crudelissimo che in tal tempo ivi patissimo. Lascio stare la cortesia di tutti, che fu grande affatto: ma quella del R. P. Don Prospero Rapallo, Abbate di detto luogo, del P. D. Angelo Grillo, poeta famoso e padre dotato di nobilissime qualità, del P. D. Bartolomeo Porta, ministro della forestaria, dal quale ricevessimo tutte le cortesie del mondo, e del Padre Don Mauro Spinola, già mio signore e compagno antico al secolo in Roma, allo studio de' Padri Gesuiti, quale avrebbe voluto darci il cuore, non che i regali che fece per le galere, et le provisioni quotidiane che bisognavano a ciascuno. Queste cortesie di detti frati sono degne di ogni memoria, e degne di essere scritte in altra maniera e con altra esagerazione; ma questo basti per ora.
Il detto monastero è novo et è bellissimo con chiostri sotto e sopra depinti con li santi della Religione, tanto Abbati come Pontefici, e non solo hanno corridori scoperti, ma anco coperti, dove sta il dormitorio. Sono Padri di molto esempio, hanno l'offizio del coro molto assiduo, il loro vitto è poco più di quello che il mondo pensa, non mangiando in refettorio carne, et il rimanente assai scarso. L'entrata di questo luogo è poca, cioè di mille e cinquecento scudi, e se non fossero le limosine, non potrebbero resistere a governare quaranta o cinquanta bocche, come governano. La città ha molta devozione a questi Padri et alla chiesa dove sempre è concorso grandissimo di nobiltà. Questa è ancor ella nova, e forsi la più bella, più polita e più ariosa di questa città: è tutta depinta con belle figure, sino la volta; le cappelle anco sono molto leggiadre e grandi con mediocri pavimenti e con politezza sufficiente: di grandezza è come S. Maria dell'Anima di Roma, se ben non ha più che una nave, et le cappelle di S. Caterina sono molto più grandi, e di più ha la croce che non ha quella. Nel fine della chiesa vi è un luogo sopra una cappella con le gelosie attorno, dove si ritirano le zitelle, che ivi chiamano le putte nubili, quando vanno alla Messa per non esser viste, e questo ritiramento per simili fanciulle, dove più dove meno, è in tutte le chiese di questa città, sì che, entrate che sono in chiesa, tutte si ritirano in un luogo, separate, anzi che vanno con un velo sopra la faccia coperte. Nel coro della chiesa vi è l'organo, et l'organista che è uno di detti monaci, chiamato don Gabriele, ha un falsetto leggiadrissimo, sonoro e pieno, ma con poca gorga.
Delli Monasteri di Monache, quali sono di gran numero, forsi più di venti, solo dirò che ve ne sono tre che hanno musiche molto buone. Il Monastero di S. Andrea ha una monaca che di gorga e di passaggi pretende avanzar tutte, et il giorno di detto santo io la sentii: cosa di molta maraviglia. Nel Monastero di S. Marta vicino a detta S. Caterina, sotto la cura de' Padri Cassinensi, ve n'è un'altra che suona così bene l'organo, e canta così politamente che mi parve avantaggiare la prima, anzi, che non si potesse cantar meglio. Ma quando sentii la terza nel monastero di S. Leonardo, io non seppi che dire altro se non che questa avea più dell'angelo che della donna, perciò che supera l'età, la natura e forse l'arte in una femminuccia di quindeci anni. Qui, oltre che sentissimo un vespro et una compieta con musica formatissima, e sicurissima senza mai abbagliare, che invidiava qualsivoglia cappella d'Italia, questa monaca cantò sola et accompagnata, con tanta maniera, con tanta gorga, passaggi e leggiadria che restavano ammirati quelli ancora che di musica non s'intendevano, e poco sarebbe stato il canto, se non avesse fatto stupir tutti con il suono: ella suona d'organo, e sonò anco una lira a gamba, e poi un violino, dove sonò una Susanna con tal sicurezza, con arcate così dolci, sonore e secondo l'arte, contra battuta dell'organo, che invero mi pareva sentire un Gio. Battista del violino: e non negarei che non avesse alcuni passaggi di esso scritti a mano; e quel ch'è di contento, il padre ch'è bolognese e musico, stava in chiesa a gustare delle virtù di questa giovinetta. Questo onore fu fatto un giorno particolare al nostro Monsignore, per farli sentire cose di maraviglia.
Circa il particolare delle altre chiese, questo solo notarò per cosa bella che vi è una chiesa novamente fatta dalla famiglia dei Sauli, su la similitudine della chiesa di S. Pietro di Roma; e tutto il corpo è di quattro cappelle grandi, con la cupola in mezzo, che ancor non è finita, e tutte le altre hanno il loro cupolino, appunto come la Gregoriana e le altre quattro di Roma, et in ciascuna delle cappelle vi si fanno molti altari: è cosa degna da vedere già è polita e compita di dentro: come ha da stare di stucchi, marmi, colonne scannellate, il pavimento, le volte lavorate et ogni altra cosa; ma le facciate di fuora (che sta in isola) non sono finite; le cupole sono coperte di piombo, et il tetto delle solite piastre di pietre negre, incastrate e fermate insieme con calce, come sogliono essere tutti li tetti delle case e palazzi di detta città, quali sono durabili in perpetuo, senza pericolo che la pioggia passi, o che l'erba naschi su' tetti, sopra quali, tosto che sono finiti, non vi si può andare, parte per la gran pendenza che hanno e parte per la politezza di dette pietre. Le quattro famiglie de' Sauli che sono in questa città hanno fabbricate queste quattro cappelle una per uno, e sino al mese di dicembre dell'anno 1592, ci avevano spese cento venti mila scudi. Sopra la cupola grande di questa chiesa è una bellissima vista, et in particolare si scopre tutta la città: ma bisogna guardarsi dal vento che ivi è potentissimo.

S. Benigno Abbazia di San Benigno

Li Monaci di S. Benedetto di Monte Cassino che sopra abbiamo detto, oltre il monastero di S. Caterina, ne hanno due altri, uno detto il Boschetto, discosto due miglia dalla città, e l'altro il monastero di S. Benigno5, vicino la Lanterna di questa città. In questa chiesa vi è il corpo del venerabil Beda6, sopra la croce di una cappella a mano diritta dell'altare, con questa iscrizione «Hac sunt in fossa Bedae venerabilis ossa». Nel Monastero poi vi è la più bella vista, assolutamente, che sia in Genova. Il Monastero di S. Caterina ha bella vista nel giardino, poiché scopre un poco di mare, la campagna e la città; ma questa non solo domina tutta la marina, standovi sopra e scuopre tutta la città con tutte le ville principali, ma signoreggia la riviera di S. Pietro d'Arena, che più vaga cosa non si può vedere. Chi vuole salire più in alto e dominare anco più, vada sopra la Lanterna che è qui vicino, dove andrà ben più in su di questo monastero, ma non vedrà molto più di quello che qui si vede, almeno delle cose principali della Città, e riviera.
Questa Lanterna è fatta per scoprire i vascelli che vengono per mare: è di altezza di 370 scalini assai ben grandi, che quanto a me non vi potei ascendere in cima, senza fermarmi un paro di volte, e solo il fanale in cima dove ardono tutta la notte 40 lampade per mostrare il porto, a' vascelli, che si scuoprono di lontano più di cento miglia, è alto più di 30 scalini di scala a piroli, et è chiuso talmente con vetri grossissimi che la reflessione de' raggi solari, li cagiona un caldo smisurato.
Altre volte vi era qui una gran fortezza, che ora si veggono le vestigie e tutta la pianta, e si chiamava la Briglia: e veramente era briglia di questa città, poiché chi la possedeva, poteva ben dire di esser padrone di tutta la città, stando situata in un luogo che per forza bisognava passare da' lati o a fronte di essa, chi voleva entrare in Genova. Ludovico XI Re di Francia, mentre era padrone di Genova, la fece, e poi egli stesso per vari rispetti la spiantò: et ora vi sta il luogo del patibolo con un triangolo di forche in un serraglio. La lanterna che ora è in piedi è bene ancor ella ben armata e fornita di pezzi grossi di artiglieria, et è tanto larga che al pari in quei corridori vi starebbero dugento persone. Ora vi stanno molti soldati per guardia e quando passano dei vascelli danno segno di ciò alla città con metter fuori uno stendardo; e quando sono meno, quanti sono, tante palle mettono fuori per segno, sì da levante, come da ponente, conforme alli luoghi dove vengono.
La Repubblica di Genova, consiste nel Duce, senatori et altri cittadini. Il Duce si fa ogni due anni, et ha cento scudi al mese, et il palazzo della Signoria: il suo officio è di proponer le cause, ma con il modo trattato di persone, e quello che si arroga può assai, et se li porta molto rispetto anzi se li dà del serenissimo, e Vostra Serenità: ha un voto più degli altri, e siede in trono sotto baldacchino: veste con roba di velluto o damaschi cremesi: ha livrea di palafrenieri e paggi vestiti al modo che vanno li fedeli dei Conservatori di Roma; e quando esce fuori, oltre la guardia de' Svizzari, vanno avanti li sei o otto palafrenieri, quattro paggi, et uno vestito di velluto, che porta lo stocco sfoderato; è accompagnato poi dalli ambasciadori de' Prencipi, senatori e tutti li offiziali di palazzo. Questa cerimonia la viddi il giorno della Concezione della Madonna 1592, con occasione della solenne processione che si fa quel giorno per voto della Città, quale in quel giorno fu liberata dalla peste. Il detto Senato, mentre va in Domo, sempre è accompagnato dal suono del Campanone del comune, quale ancora non ho sentito migliore, né forsi ho visto più grande. Il Duce in chiesa sta sotto baldacchino avanti l'arcivescovo.
Vi sono dodici senatori e dodici procuratori. L'offizio de' Senatori è di trattare le cause criminali e civili, et questi sono chiamati Signori: l'offizio de' procuratori è di trattare le cause del patrimonio. Questi vanno vestiti con robe di panno e berette di velluto nero; quelli altri con le robe e berette di velluto.
Li Senatori si cavano per bussola che chiamano il Seminario7, dove stanno quattrocento gentiluomini atti per il governo di Genova, né vi si può mettere in questo Seminario nessuno che non abbia quarant'anni; la bussola si muta ogni due anni, e da questo Seminario, come ho detto, si cavano poi li Senatori.
La giustizia è ministrata tutta da un Podestà forestiero, e da otto auditori di Ruota, quattro per il civile e quattro per il criminale; quali dopo di aver dato la sentenzia, la riferiscono in Senato, al quale sta di approvarla o no. Al podestà danno sei svizzeri per guardia.
La città deve avere settecento mila scudi di entrata, et avendo avuto bisogno li tempi passati di denari, impegnò da quattrocento mila scudi incirca di entrata, fondata sopra le gabelle, e, del rima-nente che sopravanzava, si spendevano dugento mila scudi per le spese ordinarie, et li altri cento mila erano serbati per l'estinzione del debito. Avvenne poi che, per diversi bisogni, non solo s'impegnò tutta questa somma, ma ancora ogni dì si rinnovano più debiti sopra questo monte che si chiama di S. Giorgio, dove non vi è monastero che non vi abbia un luogo. Non sono mancati gentiluomini che hanno lasciato a questo Monte notabil somma di denari, onde se ciò l'hanno fatto in vita, li hanno posto una statua in piè, se nella morte, l'hanno posta a sedere, et in due sale che vi sono, oltre le molte e varie stanze, oficii d'altri ministri di detto luogo chiamato S. Giorgio, ve ne sono molte, tutte con la sua iscrizione.
La guardia della città e repubblica è di settecento uomini, e solo alla porta dell'arco stanno centoventi italiani, dugento corsi per li bisogni occorrenti, et il restante alemanni o tedeschi, quali hanno il loro appartamento nel palazzo della Signoria.
Oltra di questo hanno sei galere bene armate per la Signoria. Vi sono però, oltre di queste, due altre sorte di galere: primieramente sono alcuni gentiluomini genovesi, cioè da sei o otto che hanno galere che sono sue, et l'affittano al Re, quale paga loro sei mila scudi l'anno, con obbligo di mantenervi centosessanta persone da remo e venti marinari. Altri sono che hanno galere di Sua Maestà finite di ogni cosa, per mantenimento di esse, e ricevono da S. Maestà sei mila scudi l'anno per mantenerle, e queste galere ancorché siano del Re, pigliano nondimeno il nome dalla casata di quel gentiluomo che ne ha la cura. Di tutto quello che pigliano queste galere ne va la decima al generale ed il restante se ne fa divisione ai padroni pro rata.
La Corte di Genova è obbligata a tutte queste galere di dare dieci schiavi per l'anno per ciascuna.
Circa il particolare de' cittadini, questo si può dire con verità, che questa Repubblica avanzi Venezia di ricchezze quanto alli particolari, se ben quella avanza questa nell'universale. Questi gentiluomini hanno per privilegio di poter tutti far mercanzie, senza pregiudicare alla loro nobiltà, sono ricchissimi affatto, e si troveranno molte dozzine de gentiluomini di tre, quattro e cinquecento mila scudi, et in quest'anno sono morti tre che hanno lasciato fra tutti per un milione e mezzo. Amano assai la successione, onde lascieranno talvolta ad uno che li appartiene pochissimo tutta la loro eredità, con lasciare qualche cosetta a qualche luogo pio. Hanno introdotto grandissimo lusso in casa, molti agi e mense laute con argenti et oro, cosa che prima non usavano. Lascio stare le sete, drappi, recami, letti e trabacce8 de broccato e cose simili, perché non vi è gentiluomo che non ne sia fornitissimo. E questo se non basta aggiungansi le stufe che tengono nelle case, e particolarmente nelle ville. Una ne vidi bellissima nella villa del Sig. Alessandro Grimaldi, gentiluomo di dugento mila scudi, senza quello che il Padre li lascierà. Questa mi rapprentava le delizie de' Romani, quel bagno di pietre mischie, di quella sorte che poco tempo fa si è trovato in questa città, e di che se ne servono molto per ornamento di cappelle, per colonne, incrostature, camini e cose simili. Quelle quattro urne da ricever l'acqua, quei acquedotti per l'acqua calda, per la tepida e per la fredda, quella sorte di pitture, e cento cose simili. Questo gentiluomo, per non lasciarlo da parte, è stato il più cortese verso Mons. nostro di molti altri, che non solo moltissime volte l'ha presentato e regalato de conviti lautissimi di carne e pesce, ma subito che giunse in quella città, li diede la chiave del suo giardino acciò vi potesse andare a suo bell'agio.
Gli artegiani poi sono di numero infinito, e chi ne vuol vedere una massa et un migliajo di botteghe, vada in una strada che si chiama sotto riva ch'è una strada di un miglio buono, tutta coperta, a canto il mare, e da ogni banda vedrà tutte quelle sorti de arti che vorrà. E' ben vero che ivi non sono botteghe molto grandi e d'importanza, ché le cose di seta e mercanti grossi stanno nel mezzo della città. Con questi li forastieri vanno con l'occhio aperto, acciò non innalzino il prezzo più del dovere.
Le donne di questa città sono in grandissimo numero, e per la prammatica vanno talmente vestite, che non si conoscono le gentildonne dall'artigiane. Sono di gran libertà, e di sangue bello, vanno per la strada sole senza serva, etiam le gentildonne, o vanno con altre pari loro, Più tosto vanno con alcun uomo o paggio: l'abito è modesto; usano assai cimarre9, et la conciatura di capo assai alta.
L'aria di questa città è sottilissima e freddissima che penetra l'ossa; anzi dicono che uno che abbia alcun difetto per la vita, non sta qui otto giorni che se li scopre ogni magagna. E' anco città ventosa, anzi vi regnano tanto li venti con tanta veemenza che sono costretti a turare le fenestre tanto delle chiese, come delle case lunghe e strette all'antica: e quelle delle case sono tramezzate da due colonnelle, se le vogliono fare molto larghe, perché altrimenti il vento fracasserebbe presto l'invetriate: e per questa ragione le fenestre del nobile e bel palazzo che fa la Signoria, sono di quella forma, cioè lunghe assai e strette.
Descendendo più al materiale di questa città, dico che ella è cinta di mura, fortezze, baloardi, terrapieni, fossi e tutto quello che è necessario per guardia della città, in tal maniera che quelli che se ne intendono, dicono non potersi vedere più belle mura e più ben cinte. L'altezza è grandissima, et alle porte se non basta di una, ve ne sono due o tre: dicono che circondano da sette miglia. Il sito è poco rispetto al popolo, onde si sono ingegnati di fare le case altissime, et le strade strette, che se non fosse questo sarebbe la più bella città che si potesse vedere. De palazzi ve ne sono innumerabili e tanto belli di dentro come di fuori, tutti pinti et ornati, che pare di vedere tante prospettive di scene. Vi è una strada che chiamano strada nova, quale è piena di qua e di là di palazzi che fanno a gara l'uno con l'altro di bellezza, e la strada è larga, magnifica, ariosa, e bella afatto, anzi non vi è simile: sale e scende molte volte: le piazze sono pochissime, e diranno piazze una strada larga un poco più delle altre.
Ha un porto grandissimo e bellissimo, distinto in molo, darsena e ponte. Il molo è tanto grande che può ricevere un migliaio de vascelli; è soggetto a' libecchi, onde cercano di stringerlo quanto più possono, et ogni palmo di muro che vanno avanti, dicono che costa mille scudi. Sopra questo si vedono due corpi di guardie con artiglierie in più luoghi: e qui non mancano quelli che risarciscono li vascelli, calefattano le navi, o accommodano ciò che fa necessario per uso di esse.
Ponti, sono bracci di muri dentro nel mare fatti per comodità de' vascelli piccioli che vengano a riva pieni di vettovaglie et altre cose di mercanzie che continuamente si vanno sbarcando dalli vascelli grossi.
La darsena è un luogo serrato d'ogni intorno, dove stanno le galere sicure e possono mettere la poppa a canto la riva. Qui vi sono continuamente non solo galere moltissime, ma anco gran quantità di vascelli di vino et altre mercanzie che vengono per traffico di questa città: si serra da ogni banda: vi sta la guardia con molta artiglieria.
Oltra di ciò vi era un arsenale dove erano fatte quattro galere nove, e poco avanti la festa di S. Caterina dell'anno 1592, cascò in una notte, e sì fattamente rovinò che non si vedeva vestigio che vi fossero stati, né archi, né pilastri, né darsena in modo alcono. Il danno fu stimato per più di quarantamila scudi.
Vi sono nella città due piazze principali, una de' Banchi per li negozii de' mercanti, dove si fa ora una loggia magnifica, e di grandissima spesa; l'altra è di S. Siro dove si radunano li giovani per ridotto; et ivi si gioca, si discorre, et si nota questo e quello. Questi poi, finito il giorno, si riducano la notte alle veglie, dove concorrono le donne, quali si giucaranno taluna di loro li cinquecento scudi, oltra le danze e ragionamenti che ivi si fanno.
La qualità de' cibi che ivi si mangia è d'ogni sorte, e se bene molte cose sono care, si trovano però. La legna è carissima: si vende a peso. Però anche di questa se ne trova. Rape in quantità: fiori, rose, garofali, e carcioffi d'ogni tempo: ma il secreto è scoperto, perché ciò non avviene da temperamento dell'aria, che ivi ci è freddissimo il verno; ma perché ogni mese dell'anno trapiantano detti fiori, come rose, garofali e somiglianti, come anco li carcioffi, e così ogni anno in capo di detto mese rendano il frutto: e questo è di molta considerazione: ci vuole però qualche diligenza.
E qui se parliamo della città, quanto appartiene a quel di fuora. Ha due riviere, una di ponente e l'altra di levante. In quella di ponente vi sono situate molte belle ville, dove si riducono li gen-tiluomini a passar i caldi, il loro trattenimento è di godere la libertà della villa; e le ville sono dilettevoli per natura e per arte per la temperie nell'aria, per la suavità de' frutti, e per la vicinanza della marina, dove si riducano li gentiluomini la sera a passeggiare, con musiche e con andare talora in barca per trattenimento. Sono anco belle per la comodità della pescagione, amenità de' giardini, vaghezza de' palazzi, quali chi non vede non può descrivere, perché questa riviera è cosa la più bella che immaginar si possa e si chiama S. Pietro d'Arena. Vi è anco più in su Cornigieri, Sestri e Pegi che sono li luoghi più deliziosi. Lascio stare che questa riviera dura sessanta miglia sino a Savona: ma questa vicino alla città è cosa di molte delizie.
L'altra riviera è di levante, chiamata Albaro, quale non è così godibile come l'altra: vi sono però ville più belle: tutta la riviera di Genova tra l'una e l'altra fa più di cento ottanta miglia.
Fra le vie che sono di ricreazione fuori le mura della Città, è la strada di Besagna et l'altra vicina che sono borghi di due miglia lunghi, qual altre città, poiché e palazzi e ville e botteghe non vi mancano, come anco bettole dove si vende quella sorte di vivanda che loro chiamano gattafura10 e migliacci e castagnacci. Questa gattafura è molto in uso in questa città, non che nella villa, et è fatta in modo di torta, ma non ha che fare con le torte di Lombardia, o, per dir meglio, con le romane: e parlo delle commune, perché so bene che li gentiluomini usano sino di far torte con canditi, non che con altro.
Fuori anco della porta di S. Caterina vi è un palazzo de' Palavicini, il più magnifico di quanti ve ne sono: né ve n'è alcuno che sia meglio situato, poiché domina tutta la città, quale con questa condizione lo lasciò fabbricare, che in evento che succedesse qualche romore, egli fosse il primo a spianarlo. Di notabile vi è la grandezza e magnificenza delle stanze, le pitture famosissime e di bellissima mano, le peschiere e la fontana così artifiziosamente fatta, ché né in Roma né in Tivoli vi è cosa simile. E' una stanza ricca di statue, e di conchiglie, conche marine, coralli rossi e bianchi, pietrine di varii colori di mosaico commesse in forma di varii lavori, e, quel ch'è più notabile con tartari di tante e così varie foggie che l'arte non poteva far meglio, poi che si formano con la stessa acqua: e se ne vede uno lungo mezza canna, che tagliato per mezzo, l'acqua a poco a poco ti va rendendo la primiera figura. Lascio stare il volto et il pavimento ch'è di varii lavori.
Il Principe Doria ancor egli ha il suo palazzo fuori della città: ma questo non è palazzo, ma una grossa villa, poiché tiene un gran pezzo di strada, et ora vicino ha fabbricato una chiesuola con organo e pitture e vi ha posto li frati della Mercè che così si chiamano in Spagna. Ha giardini grandissimi fuori della delizia contigua al palazzo che sta sopra la marina, dove sono melangoli di smisurata grandezza e poi alberi piccolissimi tutti a un modo. La vista di questa casa è vaghissima, poiché scopre il mare e tutto il molo: le stanze e gli addobbamenti ricchissimi: vi manca una sala, poiché è situato in maniera che si casca in una loggia a capo le scale: tiene guardia de soldati tedeschi et ha di entrata da cento mila scudi, et è servito da Re.
In una parte della città ci è il Lazzaretto per fare la quarantena alli vascelli o gente, quando vengano da luoghi sospetti di peste: e questo è formato appunto come un castello con le sue rocche, porte, ponti levatori e cose simili, e situato sopra la marina, e vi passa a canto un fiumicello, quale anco passa per la strada di Besagna; dov'è un bel ponte et in questo si lavano i panni quali per tutti questi luoghi fanno bianchissimi e con molta facilità: io credo che venghi dalle acque, poiché poco sapone adoperano.
In questa città vi è gran copia di lettiche e careghe. Le lettiche si fanno molto belle e leggiere, ove andaranno comodamente due persone; le careghe sono sedie coperte, dove si fanno portare uo-mini e donne per tutto dove vogliono. Come anco questi cittadini sono dediti molto a negozii, di qui nasce che tra loro vi sono poche lettere, e molti danari, e le monete che qui si spendono sono queste:

 
Doppia di Spagna che vale       sc. 8. b. 18
Scudo di Spagna                     4      8
Pezza di otto reali                 3
Mezza pezza                         1     10
Il quarto                                 15
Doppia di Genova                    8     16
Scudo di Genova                     4      8
Mezzo scudo                         2      4
Mezzo scudo d'argento               2      1
Lire di Genova in pezze             1           den.  6
Cavallotto                                 4
Il soldo                                        den. 12
Lira in moneta                            20
Il soldo è di quattrini sei che sono            den. 12
Lo scudo d'argento vale cavallotti 20
Lo scudo d'oro in oro vale cavallotti 22

Mentre si stava in Genova, non si mancava da tutti quattro questi Signori Prelati, nel principio nominati, di trattare il passaggio per Spagna; onde e con la Signoria, con il Principe Doria, et con Mons. l'Arcivescovo di detta città furono tentate diverse vie per aver galere a quest'effetto; ma in fatto tutte si rendevano difficili per la cattiva stagione del verno, nel qual tempo si porta gran pericolo a navigare, massime il golfo di Leone, che nel mezzo dell'està mette paura a' naviganti, non che nel cuore del verno. Non mancavano quelli che proponevano la navigazione per via di nave, con occasione di molte e grossissime che da questo porto di Genova si partirono, adducendo di più che la comodità della nave è migliore, e che di verno è più sicura che non è la galera; anzi che la cosa sia passata in proverbio che la galera d'està e la nave di verno, si dica volgarmente da tutti. Tuttavia dopo molti e varii discorsi si risolsero di pigliar galere; e perché niuno volea mandare le sue e metterle a pericolo di questi tempi, vedendo anco l'istanza che da alcuni di questi Signori era fatta di navigare, ogniuno stava sulla sua, né alcuno si lasciava intendere, sì che cominciorono a trattare di volerne pagare una; onde furono fatte varie offerte, sì alla Signoria, come a' particolari, e massime al Sig. Cosimo Centurione, fratello dell'Arcivescovo al quale fu rimesso il negozio; e finalmente per non distendere tutto il progresso, et li dispareri, fu concluso di pagarla due mila scudi, computandosi l'assicuramento della galera che loro dimandarono a ragione di tre per cento, e stimando la galera dicisettemila scudi. Sì che fu concluso con Mons. l'Arcivescovo et Sig. Cosimo suo fratello di pi-gliare la sua galera detta Centuriona quella stessa appunto che di Civitavecchia ci condusse a Genova, e di pagare il sopradetto denaro, cioè mille scudi il Patriarca d'Alessandria Nunzio di Spagna, quattrocento l'Arcivescovo Savello, vicelegato di Avignone, e trecento per uno Mons. Patriarca mio e Mons. Orfini, collettore di Spagna.
Appena concluso questo partito, eccoti che si scopre che il Sig. Gio. Antonio de' Marini, se ne va con la sua galera in Spagna, avanti le feste, per trattar negozii della piazza di Genova con S. M., et era spedito da quei gentiluomini che tengano galere della Maestà del Re, a farle istanza dell'accrescimento del soldo, atteso li anni carestosi, nelli quali ci rimettevano del loro, per mantenere la ciurma, che erano obbligati a mantenere, oltre a molti negozii particolari. Basta, che, scoperta questa occasione, si risolsero di andare insieme di conserva; e se prima si fosse intesa, senza dubbio si trattava con questo gentiluomo, quale avrebbe almeno levati tutti li Prelati con tre o quattro de' loro servitori, inviando il restante sulle navi, e non si sarebbe speso tanto denaro. Concertarono però, da che vi era luogo in due galere, di compartirli. Onde Mons. Patriarca Gaetano Nunzio con il Sig. Benedetto suo nipote, il Sig. Domenico Bello, Ambasciadore del Duca di Savoja a S. M., e alcuni pochi altri se ne andarono su la galera del Marini, et il restante si accomodò al meglio che si poté nella Centuriona, nella quale si stette tanto strettamente, che né meno li stessi marinari si ricordavano di aver visto galera tanto imbarazzata come fu quella. Vi erano più di cinquecento persone, e solo l'Arcivescovo Savello vi aveva più di quaranta colli di roba. La galera era buona e nuova, ma infatti non è riuscita poi a viaggi lunghi, e questo è stato il primo: è troppo greve: davano la colpa che la galera non era in stiva, e che la robba era mal compartita: ma quando fu sbarcato Mons. Arcivescovo si vidde anco il medesimo difetto che, per due remate dell'altra del Marini, questa ne dava tre, et la ciurma si consumava, ancorché fosse buona. Quell'altra era leggiera e volava, massime a vela sempre, ci avvantaggiava le miglia. Insomma quell'altra era la migliore et fu anco la capitana, per esservi sopra il padrone.
Giovedì dunque a dicisette di Dicembre 1592, dopo di essersi mosse in ordine le galere, c'imbarcassimo tutti nel porto di Genova verso le 21 ora per la volta di Barcellona, et la capitana fu la prima a partirsi con buonissimo tempo et la sera alle due ore giungessimo a Savona, con aver fatto miglia trenta.
…»


1 Andrea II, figlio di Giovanni Andrea Doria (1539-1606), marchese del piccolo feudo imperiale sull'Appennino ligure di Torriglia
2 Cosimo Centurione, fratello di Alessandro, arcivescovo di Genova
3 pseudonimo di Luca Cambiaso (1527-1585)
4 Re Abgar V, il Nero (Ukkâmâ), regnò dal 4 a.C. al 7 d.C. e dal 13 al 50 la città di Edessa nella Siria settentrionale
5 Il convento benedettino e la chiesa, costruiti nel XII secolo sul colle che divideva Sampierdarena da San Teodoro, non esiste più.
6 In realtà non si tratta di Beda il Venerabile (673-735), monaco benedettino, sepolto nella Cattedrale di Durham in Inghilterra, ma di Beda il Giovane, un frate benedettino vissuto nel IX secolo
7 Leggi l'articolo della Gazzetta "Il Giuoco del 'Seminario'" del 30 marzo 2018
8 soffitti
9 zimarre, soprabiti
10 Torta di verdure e formaggio, pasqualina

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