Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Un giornale e un'epoca
di Mario Bettinotti

Genova – febbraio 1952

Più volte mi venne in mente di scrivere la storia de «Il Lavoro». testata
E mica per un capriccio nostalgico (ho, sul «Lavoro», deposti i miei primi ed alquanto faticati parti articolistici che avevo vent'anni: preistoria) ma perché, intorno al giornale di salita Di Negro si svolse, specialmente nel primo ventennio del secolo, tutta, o quasi, la vita intellettuale, letteraria, artistica, oltreché in largo senso politica, di Genova e della Liguria.

De Paoli De Paoli

Fu davvero il «Lavoro» dei primi tempi cenacolo di prodi ingegni e fiaccola di raccolta per quanti, di qui e di fuori, labilmente di passaggio, vollero scaldarsi ed illuminarsi in un alcunché di superiore, oltre l'arida mediocrità quotidiana.
C'eran da vincere, a Genova, confronti assai impegnativi. Basti pensare al vecchio «Caffaro» di Anton Giulio Barrili, al più recente «Cittadino» di Ernesto Callegari, ed al «Giornale del Popolo» di Pio Schinetti.
Non si mettono in conto l'«Epoca» di Gustavo Paroletti, il «XIX» di Luigi A. Vassallo e il tradizionale «Mercantile» che, fra le notizie commerciali, esibiva a sua volta sporadici spunti finemente polemici.
Il «Lavoro» nacque coll'affermarsi delle organizzazioni sindacali enucleate nella Camera del Lavoro che il prefetto Camillo Garroni sciolse nel 1900 provocando così, col grandioso sciopero del dicembre, la caduta del Governo del tempo e l'instaurazione d'un novus ordo imperniato nel binomio Giovanni Giolitti e Giuseppe Zanardelli.
Il piccolo on. Fasce aveva visto giusto quando, a commento del colpo di testa prefettizio e dell'ambiguo procedere del governo di Saracco, aveva così sentenziato:
«Se lo scioglimento della Camera del Lavoro era legittimo doveva essere mantenuto, se era illegittimo non doveva essere operato».
Logica tipicamente nostra, adatta al gusto degli esercenti di Prè e di S. Teodoro, che dell'on. Fasce erano i grandi elettori.
Ma, a vittoria ottenuta, ed in previsione delle grandi battaglie che specialmente nell'ambito por-tuale dovevano scatenarsi, era naturale che le organizzazioni sindacali già dette pensassero a munirsi d'un organo di stampa che le guidasse e, contemporaneamente, mettesse «in fatto» la distratta opinione pubblica.
Il «Lavoro» nacque così, in una grande riunione di rappresentanti di leghe, di mutue, di cooperative, tenutasi nel giugno del 1903 nell'ex Oratorio di S. Filippo in via Lomellini, presenti i nomi più alti e preclari della democrazia locale.
Ricordo, per tutti, Nino Ronco, allora Sindaco di Sampierdarena. Fu lui, in apparenza così inerte e distaccato, a dare il segnale degli applausi, quando lo stato maggiore dei convocatori della riunione (ed erano Gino Murialdi, Lodovico Calda, Leoni Ricciotti, Pietro Chiesa, Mosè Cereseto, e taluno dei dirigenti della gloriosa Confederazione Operaia di piazza Embriaci) annunciò che l'«organo delle organizzazioni operaie del Genovesato» poteva considerarsi virtualmente un fatto compiuto.

Chiesa Chiesa

L'idea di affidare a Giuseppe Canepa la direzione del giornale venne a Gino Murialdi, esperto conoscitore di uomini, oltreché formidabile realizzatore.
Come?
Così.
Egli aveva notato qualche breve scritto da Giuseppe Canepa pubblicato sopra un minuscolo ebdomadario socialista di Oneglia: «La lima» e vi aveva intravista l'unghiata leonina.
Fu, in effetto, una rivelazione. E chi ricorda i magistrali articoli del primo Direttore de «Il Lavoro», specie in tema di politica estera, non può non averne ammirata la chiarezza, la precisione, l'equilibrio.
Giuseppe Canepa aveva squisite virtù di volgarizzatore. Volgarizzatore nel miglior senso della parola.
Sapeva di scrivere per un pubblico prevalentemente composto di lavoratori: d'onde il suo sforzo inteso a dare, dei più complicati fatti del giorno, e delle idee che in essi si concretavano, la nozione più semplice ed esatta.
Non una parola di più né una di meno negli articoli di Giuseppe Canepa, e quasi il compiacimento di scendere terra terra per meglio accostarsi all'anima dei semplici e dei puri di cuore.
Altro che lo «scrivere difficile» di cui si compiacciono tante mezze calzette del giornalismo odierno!
Fu lui, Giuseppe Canepa, a dare al «Lavoro» l'indirizzo politico che, salvo l'imperativo dei principi ideologici, sottrasse il giornale alla schiavitù del partitismo: nel senso che il «Lavoro» fu bensì un giornale socialista ma non si piegò mai alle imposizioni d'alcuna conventicola né assunse il timbro di alcuna patentata «ufficiosità».
La stessa larghezza Giuseppe Canepa usò nel fare appello, per la vita e la diffusione del giornale, ad ogni valida energia intellettuale, indipendentemente dal vincolo della tessera, di qualunque tessera. E fu perciò che il «Lavoro», infrangendo gli angusti confini imposti dalla tutela esclusiva di ben determinati interessi, diventò un giornale «cittadino», e cioè un giornale di tutti.
Il che spiega la tiratura che, nei momenti di maggior floridezza, rasentò le centomila copie: fenomeno più unico che raro nell'ambiente nostro, che fu e si mantiene provinciale malgrado ogni sforzo di nazionalizzazione.
Furono accanto a Giuseppe Canepa nei primi tempi, nei tempi eroici del giornale, quando sembrava che ogni giorno fosse l'ultimo giorno per questo foglio di lotta e di passione, Alessandro Sacheri, Arturo Salucci, Luigi Campolonghi, Luigi Cerchiari, Mario Malfettani, Enrico Braggio e quel Carlo Bordiga che, esordendo come mirabile capocronista, si trasformò poi in oculatissimo amministratore.

Cabrini Cabrini

Poi vennero altri «professionisti» di chiara (qualcuno anche di illustre) fama: e si chiamarono Claudio Miotti, Eugenio Guarino, Umberto V. Cavassa, Leone De Floriani, Ernesto Mombello, ed altri egualmente valenti di cui mi sfugge il nome.
Ma la famiglia del «Lavoro», come ho detto, distendeva propaggini in tutti i campi.
Artisti come Lorenzo Viani, come Pietro Gaudenzi, come Luigi Gustavino, come «Cirillo», il famoso caricaturista morto nell'ora giovanile in cui più splendevano le sue promesse, diedero al giornale i loro iniziali saggi; né si dimenticarono più dell'ospitalità offerta dall'oscuro organo di salita Di Negro, così povero e così «signore».
Belle nottate di tanti e tanti anni fa quando, nella maggior saletta redazionale, si riunivano in lieti e forti conversari Pierangelo e Adelchi Baratono, Giuseppe De Paoli e, più rumoroso e pittoresco di tutti, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi.

Rigola Rigola

Il fiero apuano, in cronica bolletta, e sempre assetato (non soltanto di gloria) capitava lassù, alle verdi spalle della «Villetta» odorante di tutti i suoi fiori, preferibilmente nelle ore piccole. E, per rimediare le poche diecine di lire che gli erano necessarie a inumidire la gola, buttava giù sul tamburo, scrivendo magari sui margini d'una rivista o sul risvolto d'un quaderno, l'articolo ferrato d'erudizione e balenante d'immagini che il giorno dopo compariva in terza pagina.
Ricordo una tipica scenetta.
Fu una notte affocata d'agosto. Il poeta, scritto il suo «pezzo», s'era sdraiato sul divano dell'anticamera redazionale e, a bocca aperta, se la russava beatamente.
Capita Gino Murialdi e, contrariato da quella vista, mentre tutt'attorno ferveva il lavoro, scuote il dormiente e gli grida:
«Oè, pelandrone! Questi sono gli uffici del «Lavoro»: mica il camerone del Ricovero Masoero…».
«Ceccardone» sbarrò gli occhi, balzò in piedi, s'ingobbì più di quanto già non lo fosse e, puntando l'indice contro il disturbatore, tuonò:
«Indietro, mercante! Io sono la quercia: e tu il porco che si ciba delle mie ghiande »!
Gino Murialdi era uomo di troppo spirito per offendersi dell'invettiva, e tutto finì in una risata collettiva.

Il quotidiano genovese Il Lavoro, (1903-1992) uscì sotto la direzione del parlamentare socialista Giuseppe Canepa, diventando anche sotto il regime fascista la voce delle istanze sociali e sindacali dei portuali genovesi.
In seguito organo della federazione socialista ligure, dal 1947 al 1968 ebbe come direttore Sandro Pertini.
Dal 1992 ha cessato di esistere come testata autonoma ed è stato assorbito nelle pagine locali del quotidiano La Repubblica.
(Internet Culturale)

Ma la poesia e, in genere, le belle lettere, non ebbero il solo Ceccardo Roccatagliata Ceccardi a rappresentarle al «Lavoro». Fu collaboratore del giornale, nei primi tempi, anche Angiolo Silvio Novaro ed al giornale inviò una magnifica lettera di plauso e d'incitamento, dopo una sua visita alle moderne attrezzature portuali ed alle istituzioni che nel porto avevano create e potenziate le organizzazioni operaie, Edmondo De Amicis.
Alla battaglia interventista del 1915, che il «Lavoro» sostenne accogliendo l'accorato appello di Cesare Battisti, si ricollega un episodio non molto noto e che, perciò, vale la pena di riesumare.
Venne a Genova, a parlare in un famoso quanto agitato comizio all'Università Popolare, Benito Mussolini. Eran recenti la sua apostasia e la sua investitura di direttore de «Il Popolo d'Italia»: epperciò acerbe contro di lui le ire dei compagni abbandonati.
Si seppe, anzi, che il romagnolo era atteso dal pugnale di alcuni suoi conterranei, gente non usa a scherzare.
Per questo il futuro Dittatore (ma chi avrebbe, allora, potuto pensarlo?) fu preso sotto la protezione d'un folto gruppo di carbonai dal torace e dai bicipiti possenti e, finita la manifestazione, accompagnato agli uffici del «Lavoro» dove passò la notte, in attesa che il primo treno del mattino lo restituisse a Milano.
Non si tratta d'induzioni. Le prove della preparazione dell'attentato erano acquisite, e Benito Mussolini dovette la pelle alla sua guardia del corpo.
Fu, forse, in considerazione di ciò, e per un senso di gratitudine a scoppio ritardato, che al «Lavoro», durante il ventennio, fu consentito di continuare le pubblicazioni, senz'essere rigidamente sottoposto alle direttive del Minculpop.

Ceccardo Ceccardo

La cosa durò fino alla guerra: ed un bel giorno i nuovi dirigenti del giornale spedirono a Giuseppe De Luca, a Leone De Floriani a Mario Corio ed al sottoscritto una bella lettera di licenziamento per «motivi di incompatibilità politica».
E fu, dopo tutto, una liberazione reciproca: pel giornale e per noi, ché l'atmosfera di salita Di Negro era diventata veramente irrespirabile.
E tuttavia giova riflettere a ciò che fu il «Lavoro», durante il ventennio, in regime di relativa franchigia e di libertà condizionata.
Mentre tutt'intorno gravava la tenebra della schiavitù, ed ogni voce non conformista era soffocata, il «Lavoro» costituì l'ideale legame fra quanti, fra le spire della tirannide, non avevano dimenticata la loro umana dignità.
Era, ogni mattina, aprendo il giornale intelligentemente disfattista (ed i lettori sapevano leggere fra le righe), era, ogni mattina, come se tutti gli spiriti liberi e democratici si ritrovassero ad uno spirituale appuntamento.
Non certo, un faro, ma un modesto fiammifero acceso nel compatto buiore.
Chi, oggi, ha dimenticato o, peggio, chi, oggi, critica, sottilizza, discrimina, mostra di non aver capito ciò che il «Lavoro» rappresentò, come quotidiano somministratore di speranze e di conforti in un'ora in cui, i più, avevan perduta ogni fiducia e consideravano ormai eterne ed irrevocabili le loro catene.

Canepa Canepa

Furono accanto a Giuseppe Canepa, prima bandito dalla direzione eppoi riconfermato al suo posto, Lodovico Calda e Carlo Bordiga, direttori provvisori.
E quali redattori e collaboratori!
Di Giovanni Ansaldo non si discute la personalità politica, assai opinabile, né la condotta in seno al giornale, anch'essa opinabilissima: ma il giornalista era, ed è, fuori questione.
Certi suoi articoli del periodo matteottiano si ricordano ancora con un brivido di commozione: come si ricordano, a testimonianza della bravura di questo signore della penna, i celebri «pezzi» su Gino Arias, su Giuseppe Giulietti, su Giovanni Prezzolini e la lettera aperta al Podestà Broccardi perché non venisse vulnerato il folclore della festa di San Giovanni Battista, e l'inno allo scalino di porfido di via S. Luca, e la polemica sul rinnovato Santuario di Montallegro.
Erano autentiche feste dello spirito.
«Quel» giornale, il giornale di «quel tempo», era veramente un'opera d'intarsio.

Foto 1 1910 - La sala di stereotipia
Il primo "proto" Mosso sta esaminando un fiano

Redattori come Arturo Ginatta colla sua rubrica «Se abbiamo torto fatecelo sapere» e Federico Striglia colle sue «Peripatetika» e «Lucciole sotto la lanterna» davano all'insieme prodigiosamente armonioso il tocco della vivacità coloristica: mentre, in terza pagina, si alternavano firme come le seguenti: Adriano Tilgher, Giovanni Zibordi, Guido Marangoni, Adolfo Zerboglio, Pietro Silva, Luigi Salvatorelli, Giuseppe Macaggi, Rinaldo Rigola, Angiolo Cabrini, Gino Baldesi, Lio Rubini.
E le donne?
Due donne ebbe il «Lavoro» ed egualmente, benché diversamente, valenti: Guglielmina Setti e Camilla Bisi.
Sbrigativa, acuta, mordente la prima, che introdusse nel giornalismo italiano la critica cinematografica; tutta cuore e sensibilità la seconda.
Fu, credo, il periodo d'oro de «Il Lavoro».
E fu interessante assai, a chi sapeva comprenderlo ed apprezzarlo, il duello coperto ma palese fra l'intelligenza discretamente sfottente dei redattori e collaboratori, da una parte, e l'occhialuta ma assai spesso opaca vigilanza della censura governativa dall'altra.
Giorni duri eppure, in un certo senso, grati a ricordarsi, specie al lume delle esperienza del poi.
Un ultimo rilievo.
Giuseppe Canepa amava i giovani. Quando ne poteva «lanciare» qualcuno era tutto felice.

Foto 2 1910 - La sala di composizione
con le prime linotypes

Altro che l'acida invidia di certi «tardoni» sempre timorosi d'essere soverchiati dall'astro nascente!
E ci fu tempo in cui il «Lavoro» fu precisamente piattaforma di volo offerta alla giovinezza che aveva ali atte a fendere l'azzurro.
Pel tramite di F. M. Zandrino, paterno presentatore, la poesia, la letteratura, l'arte del disegno conobbero Giovanni Costanzi e Rodolfo Fumagalli, arsi nel vortice della prima grande guerra, ed Amos Nattini, illustratore della «Commedia».
E questo è stato il «Lavoro», il «mio» giornale, del quale, ripeto, vorrei scrivere la storia, quando le vicende politiche e parlamentari mi abbiano messo in quiescenza.
Che altro di meglio possono fare i giubilati?
Né m'importa se mi si dirà ch'io continuo ad essere un malinconico disseppellitore di cadaveri.
Gli è che, oggi, coloro che non sanno scrivere ripetono che noi, uomini del passato, non sappiamo staccarci da certo stile ornamentale che la svelta ed asciutta giovinezza più non gradisce.
E coloro che non sanno parlare aggiungono come qualmente la nostra oratoria, troppo giulebbosa e gualdrappata, abbia fatto il suo tempo.
Del pari, chi non ha niente da raccontare di palpitante e di attuale, deplora il nostro scavare paziente nelle tombe di ieri.
Ripeto che, colla vita de «Il Lavoro», si identificò, per lungo volger d'anni, quanto di meglio poté offrire la vita genovese e ligure.
Per questo ho scritto e, probabilmente, scriverò.

© La Gazzetta di Santa