Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Le polene
di Luciano Rebuffo

Genova – maggio/giugno 1961

Quale sia l'origine delle Polene, mitica o simbolica, decorativa o convenzionale esse raccolsero sempre nella varia e spesso sfingea espressione delle loro figurazioni fervore d'auspicio.
Senza storia e con pochissima letteratura, nonostante le vicende di cui furono testimoni, pure hanno dato ai velieri l'ansia e la volontà dei vecchi marinai. Di seguito la parte che si riferisce alle polene liguri del volume edito da Edindustria.


Dalle origini e per lunghi secoli le prue delle navi furono decorate con qualche figura. Poi, una netta frattura storica e, per così dire, iconografica. La tradizione sì interrompe nel periodo bizantino e dell'alto medio evo, tanto che non si vedono polene di sorta sulle navi delle nostre gloriose repubbliche marinare all'epoca dei loro scontri famosi, come la Meloria, né se ne vedono sulle grandi cocche atlantiche, né delle tante figurazioni delle navi di Colombo, o ritenute tali, o sulle navi della stessa epoca.

11 Polena del Bucintoro (sec. XVI) - Museo dell'Arsenale (Venezia)

I moderni dizionari di marina, nei loro scarsi cenni riservati alla voce «polena», fanno risalire tale termine al francese antico «pulanne» o «poulaine», da cui sarebbe derivata, a sua volta, l'espressione scarpe «à la poulaine» che erano quelle con la punta rivolta all'insù, che sembrano infatti ricordare la prua di una nave. Ma gli stessi francesi abbandonarono l'uso di tale termine per sostituirlo con quello di «figure de proue».
Nell'iconografia, la differenza rispetto all'antichità classica è notevole, perché non si tratta più di teste animali, ma di figure intere, sia pure di animali, ma poi prevalentemente umane, ed in specie fem-minili.
La polena in senso moderno, infatti, dai vascelli di Elisabetta in avanti, consta di una bella figura intera, con simboli ben riconoscibili, e non è da escludersi che sia una reinvenzione, come accade spesso, una ripresa di un elemento magico propiziatorio o più semplicemente di un ritorno di una moda.
Pare che i musulmani avessero l'usanza di legare al bompresso qualche disgraziato di cristiano catturato: per ricordare tale martirologio gli europei avrebbero riprodotto delle figure umane sulla prua, ed è ipotesi verosimile. Come è verosimile che si scolpissero invece, in origine, immagini di santi, per impetrarne la protezione durante i viaggi, sempre assai pericolosi, sul mare.
Ma l'origine può essere ancora più semplicemente decorativa o araldica, come sui vascelli di Elisabetta che portavano sempre (e anche nei secoli seguenti) un leone rampante, simbolo della famiglia reale, sostituito solo raramente dall'altro simbolo reale inglese, il liocorno.
I francesi, forse con una punta di sciovinismo, nelle rare pubblicazioni che trattano di scorcio la questione, fanno risalire l'uso della polena moderna a piena figura a se stessi, poiché quelle belle e varie sculture di prora si ebbero con la creazione della «grande flotta» del Re Sole, voluta e incoraggiata dal Colbert.
E' vero infatti che se gli inglesi avevano già, come detto, un leone rampante (che conservarono sulle navi da guerra fino a Nelson) e che i veneziani adottavano una testa dì leone (salvo che sul Bucintoro dove c'era la Giustizia simbolo anche di Venezia), nella marina del Colbert si usavano le varie figure umane intere, a colori vivaci e con ariosi pannelli, rappresentanti personaggi mitologici o storici.
Negli arsenali francesi lavoravano allora celebri artisti, primo fra tutti Pierre Puget, nativo di Marsiglia e che fu maestro nell'Arsenale di Tolone, dove scolpì stupendi specchi di poppa e magnifiche polene, superbe come quei suoi famosi «Atlanti» che sostengono ancora il balcone dell'Hotel de Ville di quella città.

22 Polena forse genovese del sec. XIX - (Museo navale Ge-Pegli)

A sostituire il Puget all'Arsenale di Tolone fu in seguito chiamato nientemeno che Charles Le Brun.
C'è chi sostiene che il Puget si rifacesse, per la decorazione delle galee, a quelle eseguite dal nostro Pietro da Cortona per le navi medicee (se ne può vedere un modellino all'Università di Bologna), il che segnerebbe un precedente incontestabilmente italiano, ma è noto che le galee non avevano polena e quindi si tratterebbe semmai di decorazioni di poppa, cioè «specchio» e «cortelà».
Ma c'è di più. Risulta che il Santacroce, contemporaneo di Pietro da Cortona, aveva già eseguito polene e decorazioni di poppa nell'Arsenale della Repubblica di Genova.
Comunque il Puget creò una scuola viva e valente (al Museo di Marsiglia si possono vedere i magnifici disegni originali di mano del Maestro) con decorazioni ricchissime, tanto che il ministro Colbert, a chi lamentava l'alta spesa di tempo e denaro, ribadiva che ciò era necessario a maggior gloria del re, perché, «nulla val meglio a colpire l'occhio del nemico che gli ornamenti più splendenti». Ed era chiaro che pensava a vascelli più maestosi e belli di quelli degli inglesi coi loro monotoni leoni, o degli olandesi che avevano cominciato a dar fastidio, coi loro boriosi ammiragli scolpiti a prua. (Gli olandesi, infatti, preferirono sempre polene che riproducessero loro famosi uomini di mare, e giunsero a decorazioni fastose e stupende, come si vede nell'inesauribile raccolta delle stampe marinare del Van de Velde, ora al National Maritime Museum di Londra).
Alla morte di Puget, Jean Aicard cantò questi suoi lavori marinari, in una poesia che comincia con questi versi:
«Et le voici sculptant, à son tour, ces galères
qu'il fait lourdes d'un monde et qui restent legères.»

33 Polena della nave «La Giustizia» (sec. XIX) - Museo dell'Arsenale (La Spezia)

Se si tien conto che il Puget dimorò ben sedici anni a Genova, come non pensare che abbia eseguito anche disegni di poppa e polene per i vascelli della «Serenissima Repubblica»? Una traccia in-confutabile di ciò non l'abbiamo trovata, ma è congettura sostenibile, come è probabile che polene e figure abbia eseguito con lui Giacomo Filippo Parodi che molto lavorò in legno ed ebanisteria, facendo sculture varie e persino mobili raffinatissimi, e che collocò una propria statua nei nicchioni della Basilica di Carignano, vicino appunto a quelle del Puget.
A Genova, del resto, Domenico Piola e Gregorio De Ferrari disegnarono bellissimi specchi di poppa di vascelli, dei quali abbiamo i disegni originali, e forse anche polene.

44 Polena di nave sconosciuta - (Museo Ge-Pegli)

Al Musco dell'Arsenale di Venezia si possono osservare due telamoni di poppa genovesi, belli e movimentatissimi, che richiamano nettamente la maniera dello Schiaffino.
E' poi noto che Anton Maria Maragliano eseguì a Genova le decorazioni di poppa della galea capitana della Repubblica, con storie di Colombo.
E siccome le statue lignee del Maragliano erano sempre colorate da un certo Lorenzo Campostano, con colori bellissimi e resistenti il cui segreto non volle mai rivelare, è probabile che lo stesso Campostano abbia colorato polene di navi, che a causa della salsedine richiedevano colori particolarmente forti e resistenti. A Venezia, inoltre, si ha traccia di decorazioni navali eseguite da Andrea Brustolon.
Come sì vede, ci troviamo in presenza di alcune prudenti congetture, legittime in un campo dove i dati sicuri sono pochissimi, inesistente una qualsiasi bibliografia, e infruttuose le ricerche di archivio.
Per fortuna le raccolte di stampe e i molti modellini pervenutici (modellini che non avevano allora lo scopo esclusivo di soddisfare l'orgoglio del costruttore o di abbellire la sua dimora, ma erano un preciso sussidio tecnico, tanto è vero che venivano costruiti negli stessi arsenali navali) ci mostrano inequivocabilmente i vari tipi di polena esistenti, dall'epoca dei vascelli in avanti.
Sono i vascelli, infatti, le prime navi che portano sul mare queste grandi figure che sembrano dominare spavaldamente l'onda impetuosa, e sono dei e dee, guerrieri epici e leggendari, con la spada sguainata, Minerve con l'elmo fiammeggiante, re con lo scettro e la corona, che si affrontano irosamente al rombo delle prime «carronades».
Del resto, è dimostrato che certi tipi di navi, contemporanee o successive, non portavano polena, come le caracche, i galeoncini, le polacche, le saettie, gli sciabecchi, le galee (salvo qualche piccola testa di animale, ma assai raramente).
Per i vascelli da guerra (ma la differenziazione tra navi da guerra e da commercio era, come noto, pressoché inesistente a quei tempi) i diversi tipi di polena sono addirittura un segno della nazionalità, e di ciò restava traccia anche nella lingua, nel dialetto: in veneziano, ad esempio, polena si diceva senz'altro «leone» per le ragioni già dette, cosi come in genovese si usava «mascherone» perché spesso la polena consisteva in una maschera come quelle che si vede spesso nella decorazione esterna degli edifici genovesi (nelle navi più antiche i mascheroni si mettevano anche lungo la murata). Ma in seguito il termine finì per unificarsi, man mano che andavano scomparendo le polene di tipo «fìsso», e restarono solo differenze dialettali: in genovese «polena», in corso «Pulena», in anconetano «falena», in veneziano «polegia» e in tarantino «pulema».
E' certo inoltre che ben presto il termine dialettale acquistò anche significato traslato: in genovese, ad esempio, «faccia dì polena» stava a significare «faccia tosta», e la metafora sembra davvero ben trovata.

55 Polena di nave sconosciuta - (Museo Ge-Pegli)

In còrso, invece, «pulena» significa donna brutta e mal fatta, com'erano spesso le polene dei bastimenti. Viene qui il destro di notare appunto che, se per tutto il seicento e il settecento la polena era opera artistica ammirevole, eseguita da artisti noti e soggetta ad ogni cura (tanto più che si trattava di navi che uscivano da arsenali statali e appartenevano allo stato o a grandi compagnie come quella delle Indie), in seguito era spesso opera artigianale e anonima, forse addirittura eseguita da qualche falegname del cantiere che avesse «un certo garbo», ed era quindi ingenua, rozza, spesso sgraziata, il che l'apparenta di più alle forme di arte popolare (della quale ha tutto il fresco sapore) che al mondo dell'arte «tout court». Ciò vale specialmente per i bastimenti da commercio di tutto l'ottocento – costruiti in piccoli cantieri sparsi in ogni punto della penisola - e di proprietà di piccoli armatori, che spesso avevano magari un solo «barco» e lo comandavano di persona.
E' forse per questo che ogni ricerca per stabilire la paternità delle polene ottocentesche, pur a noi tanto vicine, si rivela fatica improba e spesso vana. Abbiamo scartabellato pazientemente vecchi libri marinari ed archivi commerciali, ma quando pareva di stringere qualche cosa, la polena ci sgusciava di mano, come a voler difendere anche in questo una sua particolare aria di mistero.
Nel libro dell'Alizeri «Professori di disegno in Liguria» si trova una vaga nota su Federico Peschiera, scultore, che nel 1826 sarebbe stato chiamato ad insegnare disegno ed ornato nell'Arsenale genovese. Che ornati potevano essere, in un periodo in cui le poppe non si ornavano più tanto, se non qualche fregio e qualche polena?

66 Polena di nave sconosciuta sec. XIX
- (Museo Ge-Pegli)

Più certa è la notizia, nella stessa opera, su Salvatore Revello, nato a Taggia nel 1816. Appena affermatosi come scultore in legno, il Conte Littardi lo porta seco a Tolone ed ivi lo introduce in quell'Arsenale marittimo, dove «gli intagliatori ai bisogni dei navigli sono adoperati a fregiar d'ornamenti e di figure in legno gli scafi», e là il Revello rimane a lungo percependo regolare stipendio mensile. Egli tornò a Genova e fece parte della locale Accademia.
Per inciso, si vede qui che a Tolone continuava vitale la tradizione inaugurata dal Puget, una tradizione di bellezza e grazia che è confermata dalla magnifica polena del vascello napoleonico «La Bellona» conservata in quel Museo Navale. E per seguire fino in fondo le vicende francesi diremo che la Rivoluzione, nella sua lotta contro il culto delle persone, le aveva abolite, l'Impero le aveva restau-rate, la Restaurazione tornò ad abolirle e la monarchia di luglio le reintrodusse sotto forma di semplici busti.
Nel libro, generoso seppur ingenuo, di Gio. Bono Ferrari «L'epoca eroica della vela» si parla di certi loanesi che erano stimati intagliatori di polene, tanto da fornirne anche a cantieri esteri: Domenico Perasso e il figlio, Andrea Adani, Luigi Agnese e Giacomo Vaccarezza, oltre a un tale chiamato «lo sgraffigna santi».

77 Polena della corvetta napoletana«Ercole» (1860) - Museo dell'Arsenale (La Spezia)

Un altro nome che abbiamo trovato è quello di un certo Visentin, che avrebbe intagliato la polena della «Ermenegilda Danovaro».
Forse per un magico arcano, non si riesce a stabilire molto sulla paternità delle polene.
Si gira giornate intere per vecchi borghi marinari, tra scalette e vicoli odoranti di pesce fritto e pieni di gatti, si interrogano decine di vecchi marinai o maestri d'ascia, ma non si stringe niente: sì, le polene le facevano qui, a Sestri Ponente, a Chioggia, a Castellamare, a Sorrento, ma chi dice che le facevano intagliatori di mobili e di Madonne, chi dice che le facevano modesti modellisti o bozzellai, chi sostiene che le facevano degli ebanisti, costruttori anche di chitarre.
Documenti non se ne trovano, perché allora i «barchi» si commissionavano «a botta» e non, come si direbbe oggi «in economia», e a registro quindi non risultano le spese specificate, quindi non si trova a chi fu pagata la polena.
Si trova solo, ad esempio, «pagate L. 50 per il legno di rovere», ma con quel rovere si sarà fatto fasciame, poppa, prua o polena di chissà quali e quante navi.
Esaminando, infatti, le polene conservate nei musei abbiamo accertato che, oltre il rovere, si usavano il tiglio e l'abete.

Leggi anche l'articolo della Gazzetta di dicembre 2010 "Polena"

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