Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Sono genovesi gli inizi del "boom" dei cantautori
di Cesare G. Romana

Genova – marzo 1967

«Quando sei qui con me - questa stanza non ha più pareti - ma alberi - alberi infiniti…». Questi magici versi, scritti e musicati da un giovane genovese, diedero inizio otto o nove anni fa ad uno dei fenomeni più singolari e rivoluzionari della musica leggera italiana, il "boom" dei cantautori.

Parodi Piero Parodi

Il giovanotto timido e scontroso che li aveva composti, una strana figura di intellettuale dagli abiti trasandati, grossi occhiali scuri, tenacemente ribelle ad ogni schema e ad ogni convenzione sociale, divenne in breve tempo uno dei personaggi più in vista della canzone europea. Si chiama Gino Paoli (1934). Ancor oggi le grandi orchestre di tutto il mondo suonano le stupende canzoni che lui scriveva per cantarle con la sua voce neniosa, dalle inflessioni strascicate e sensuali. E «Il cielo in una stanza» è fra quella decina - sì e no - di pagine che rimarranno come pietre miliari nella storia della musica leggera italiana del secolo ventesimo. «Con brani come questo - ci disse una volta Domenico Modugno (1928-1994) - la canzone diventa poesia pura».
Quale fu la rivoluzione operata nel cuore della canzone nostrana da questo gruppo di ribelli che, capitanato da Paoli e allevato dai fratelli Reverberi, comprese ben presto nelle proprie file autori come Bindi (Umberto Bindi, 1932-2002) e Tenco (Luigi Tenco, 1938-1967) , Lauzi (Bruno Lauzi, 1937-2006) e Fabrizio De André (1940-1999)? Il gruppo cioè che modificò radicalmente, dopo la svolta d'urto operata da Modugno, il volto della canzone italiana?
Anzi tutto, la sostituzione del vecchio concetto di musica leggera come musica di consumo, puro pretesto di indole danzereccio-ricreativa, con quello inusitato di "tematica" ossia il contenuto: l'autore canta perché ha qualcosa da dire, esprime con coerenza una propria ricerca di sensazioni, di problemi, una sua interpretazione della realtà. Donde la prevalenza del testo - ergo del contenuto - sul fatto musicale e su quello vocale, che rispetto al primo divengono elementi puramente strumentali, semplici mezzi espressivi. La musica, e la voce del cantante-autore, non devono essere "belle" nel senso comune del termine, ma semplicemente rivestire il testo poetico, accompagnarlo e raccontarlo nella maniera più funzionale. Questi i criteri che contraddistinguono il filone degli ultimi cantautori italiani, criteri che consentono di restringere la nozione di cantautore a un concetto assai più particolare di quello puramente etimologico.
Fu nell'ossequienza a tali criteri che i cantautori genovesi diedero una inedita dignità poetica alla canzone italiana e, proseguendo su basi di maggiore impegno artistico l'operazione sovvertitrice iniziata da Modugno, crearono un nuovo genere melodico che fece giustizia tanto delle smodate, corrive euforie degli "urlatori" quanto della decrepita canzone "all'italiana" ammalata di retorica e di leziosaggini.
Inseritisi grazie ai fratelli Reverberi nell'area ospitale di casa Ricordi, i "rivoluzionari" genovesi seppero crearvi un'atmosfera cui altri personaggi in contatto con la medesima casa musicale (Gaber, Endrigo fra primi) avrebbero presto aderito. Nacque così il movimento dei cantautori italiani.

Paoli Gino Paoli

Gino Paoli ne fu il caposcuola indiscusso e riconosciuto. Cominciò cantando le canzoni di Johny Ray (Johnnie Ray, 1927-1990), poi la sua attenzione si spostò sugli autori francesi alla cui lezione è sempre rimasto profondamente legato. Le sue prime canzoni parlavano di sentimenti e sensazioni elementari («Paoli - ci diceva Giampiero Reverberi - esprime la profondità delle cose più semplici col linguaggio più semplice») ma evocati con una intensità di introspezioni del tutto inedita nel costume canzonettistico. La dignità letteraria dei suoi testi, forti di un lirismo raffinato e talora malinconico, si esprimeva anche in una certa propensione al simbolismo; un simbolismo di indole per lo più naturalistica, nel senso che la rappresentazione degli stati d'animo era affidata al riscontro fra sentimenti e paesaggio, e quest'ultimo cessava di essere un fondale di comodo per divenire personaggio attivo nella trama autobiografica del cantante-poeta: «e vedo il tuo viso in tutte le perle - di schiuma che il mare ci butta davanti», oppure: «ogni parola che ci diciamo - è stata detta mille volte - ogni attimo che noi viviamo - è stato vissuto mille volte: - sassi - che il mare ha consumato - sono le mie parole - d'amore per te…»
Ma il tema fondamentale di tutta l'esperienza paoliana è sempre stato l'amore. Nel trattare questo tema, il più antico ed il più sfruttato, Paoli ha dato la misura della propria originalità creativa. Ne è venuta un'autentica filosofia dell'amore che trova i suoi punti focali in una duplice angolazione, quasi una contrapposizione dialettica.
Da un lato l'amore come sentimento assoluto, che dilata tutte le cose all'infinito («Il cielo in una stanza»), dissolve la coscienza delle cose stesse («Senza fine - tu trascini la nostra vita - senza un attimo di respiro - per amare - per poterci ricordare - ciò che abbiamo già vissuto…») e si sostituisce, annullandoli, al tempo e allo spazio («tu sei un attimo senza fine - non hai ieri non hai domani - tutto è ormai nelle tue mani…).

De André Fabrizio De André

Dall'altra parte, la malinconica constatatone della caducità dei sentimenti che fa subentrare all'estasi la delusione e la sfiducia («siamo due poveri amanti - che non san dirsi addio…»); la paura che nulla di vero e durevole si possa costruire («quando te ne andrai io morirò - in un momento solo - tu non te ne accorgerai per niente: le cose dell'amore - non esistono…»); la consapevolezza della propria condanna alla solitudine («vai cercando il tuo viso - in un viso qualunque - e alla fine del viaggio - ti ritrovi più solo…»).
Temi che ritroviamo, sia pure in forme abbastanza diverse e svarianti, in Luigi Tenco, il numero due dei cantautori genovesi: «un giorno di questi», dice una delle sue canzoni più belle e più tristi, «ti giurerò d'amarti - fino all'ultimo giorno - ma tu sai già benissimo - che non si può sapere - cosa sarà domani…», oppure: «un giorno dopo l'altro - la vita se ne va - e la speranza è solo un'abitudine…».
La sua tematica "protestataria" aveva radici profonde, nasceva dall'incapacità di riconoscersi in una realtà sociale bacata, crudamente aliena alla sete di comprensione e di giustizia che vibra in tutte le canzoni di questo autore dalla voce triste. Donde la coscienza di una solitudine senza rimedio, la solitudine di un sognatore incompreso e frustrato, al quale non resta che riconoscersi vinto: «un addio come tanti altri - qualcuno che ha voglia di piangere… - quel qualcuno sono io - e mi sento il più solo di tutti…».
Fu l'impossibilità di trovare nei suoi simili e nella società stessa un riscontro ad una propria verità morale («non mi piacciono quelli - che vogliono andar d'accordo con tutti - e che cambiano ogni volta bandiera - per tirare a campare…») a nutrire la "protesta" di Tenco. La quale colpisce per la sua violenta, inquietante sincerità: «E se ci diranno che per rifare il mondo - c'è un mucchio dì gente - da mandare a fondo - noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare - per poi dire troppo tardi che è stato un errore - noi risponderemo: No! - E se ci diranno che è un gran traditore - chi difende la gente di un altro colore - noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara - fare cose di cui ci dovremmo vergognare - noi risponderemo: No!».
La sua tragica fine a Sanremo, dopo l'esclusione della sua composizione dalle finali dell'ultimo festival, è l'estremo capitolo della storia amara di Luigi Tenco, l'estrema delusione e l'estrema, inutile ribellione.
Personaggi minori sono invece, nell'ambito dei cantautori genovesi, Umberto Bindi e Bruno Lauzi. Il primo venne alla ribalta contemporaneamente a Paoli, rivelato dall'imponente successo di «Arrivederci» e della pletorica, discontinua «Il nostro concerto». Musicista colto e dotato, è peraltro difficile comprenderlo nel concetto di cantautore espresso all'inizio di questo studio. Non fosse altro per il fatto che Bindi si limiti a comporre la musica delle sue canzoni, demandando ad altri la stesura del testo. «Il cantautore - ci diceva Giampiero Reverberi - è un poeta che canta le sue liriche». Il che basta a fare di Bindi una figura per molti versi anomala, anche se non certo privo di talento e autore di pagine degnissime.
Quanto a Lauzi, la sua produzione ondeggia fra un lirismo abbastanza scontato e velleità provocatorie che ricalcano lezioni altrui.
La sua "protesta", estranea alle drammatiche sollecitazioni interiori donde nasce quella di Tenco, rimane una protesta da cabaret, un atteggiamento esteriore.
Ben diversa, invece, la statura artistica di Fabrizio De André, in arte semplicemente Fabrizio. Le sue ballate ricche di acidi sarcastici e genuinamente provocatorie lo hanno portato alla notorietà dopo anni di oscuro rodaggio. Dei cantautori genovesi è il meno incline agli "atteggiamenti", ma il suo anticonformismo non è meno profondo, radicato com'è in un temperamento di anarchico irriducibile. Le sue canzoni riprendono, nella linea melodica come nelle strutture metriche, modi desunti dalla tradizione popolare o addirittura dalle antiche canzoni provenzali, dalla melopea trovadorica.

Tenco Luigi Tenco

Da una certa tendenza a temi che coinvolgessero, con ovvii rischi, un discorso di portata «universale», il cantautore genovese è passato ad un più robusto realismo che non esclude definizioni morali ma le trae dal grembo stesso della realtà quotidiana.
Se nel «Carlo Martello» l'intenzione di demitizzare tabù e luoghi comuni della Storia poteva risentire di toni ancora goliardici; se in brani come «La guerra di Piero» e «La ballata dell'eroe» l'impegno di fondo, quello civile e antimilitarista, non superava una certa genericità, meglio convinceva «Il testamento» con la sua critica alle ipocrisie, alla fragilità del perbenismo borghese, ai compromessi e al marcio che si celano sotto la faccia delle cose e delle persone. Un discorso che sostanzia la produzione più autonoma e interessante di De André, e che nelle sue canzoni recenti si è tradotto in più meditati interventi sulla realtà. La sua polemica non si esprime in violente enunciazioni di principi, è già presente, palmare nella cronaca che egli scrive con un distacco che è l'alibi dell'amarezza. Così nella dolente e stupenda «Città vecchia» la descrizione di un certo mondo suburbano, angiportuale è di per sé inquietante in quanto implica un giudizio su un'umanità in disfacimento, la cui esistenza è ormai solo un attendere vegetando la fine: «Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino - quattro pensionati, mezzo avvelenati, al tavolino: - ci sarà allegria anche in agonia, col vino forte - porterà sul viso l'ombra di un sorriso, fra le braccia della morte…».
Una concezione pessimistica, che ritroviamo anche nelle poche canzoni «d'amore» scritte da questo menestrello degli anni '60. Per il quale l'amore è vittima della sua stessa caducità (esemplare a tale riguardo «La canzone di Marinella», malinconica fiaba di una ragazza che muore accidentalmente tornando dal suo primo convegno amoroso), così come in fondo tutte le cose umane: «passa il tempo, lo sai che vola e va - forse non ce ne accorgiamo - ma più ancora del tempo, che non ha età - siamo noi che ce ne andiamo…».
Contrariamente a quanto accade in altre regioni (si pensi a Modugno, Gaber, Jannacci, Profazio e moltissimi altri) il fenomeno dei cantautori non ha trovato a Genova, nell'ambito dialettale, voci di risalto.

La sola eccezione, in una situazione di questo genere, ci pare essere quella di Piero Parodi (1935-2022), il simpatico cantautore sestrese le cui canzoni ironiche e anticonformiste stanno raccogliendo da tempo un rilevante successo. I suoi primi esperimenti («A seiçento», «Sosta vietâ») avevano carattere prettamente umoristico ma già denotavano una spiccata vocazione all'attualità. Con le sue cose recenti Parodi è pervenuto ad un più approfondito impegno di denuncia sociale e di costume, ponendosi su postazioni del tutto ignote agli autori e cantanti del nostro più consueto repertorio dialettale. Così «O figgio da via Pré» («bello robusto, pin de coraggio - o no voeiva sentì parlà de travaggio… coscì a finisce a storia do Cé - ch'o l'eiva trovòu chi louava pe lé») che satireggia sul «mestiere più facile del mondo», o «A canzon da Madâenn-a» che nella vicenda, narrata con toni un po' accorati e un po' sarcastici, di una ragazza di vita simboleggia la venalità femminile. Una "linea" nuova e coraggiosa a cui il pubblico, stanco di retorica e di melensaggini, ha giustamente aderito.

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