Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

S. Margherita e il suo vecchio Castello
di Franco Di Leo

Il Mare – 15 gennaio 1955

La vicenda del Castello raccontata in modo discorsivo, ma storicamente valido.

Uno degli episodi più interessanti della storia di S. Margherita è quello che riguarda la costruzione del castello che là, sotto la piccola chiesa dei cappuccini, castello ancor oggi saldo ed impavido, con il solo graffio d'un colpo di cannone, se ne sta a parlarci dei tempi dell'antica Pescino.
A guardarselo nei giorni di tempesta, quando i cavalloni paiono appena vellicarlo con le candide sbavature di schiuma, allora si, vien fatto di pensare, all'importanza ch'ebbe quel baluardo, nella vita movimentata dell'antico borgo, esposto alle scorrerie dei pirati.
E' storia ormai vecchia di quattro secoli, ma sempre fresca e viva e la trama per narrarla ce la forniranno i bellissimi «Annali di S. Margherita» del compianto prof. Attilio Scarsella.

Il pirata Dragut e il saccheggio di Rapallo
Correva l'anno di grazia 1549; il pirata turco Dragut minacciava le coste; sì che il Doge di Genova, avvertì prontamente il podestà di Rapallo, sotto cui dipendeva S. Margherita: «…comandemo ad ogni nostro ufficiale et sudditi, de l'una e l'altra Riviera, che siino molto vigilanti in far fare le goardie solite et raddoppiate, facendone li soliti segni de pace et pericolo, talmente che l'un loco rispondi all'altro. E quando comparissero li Vascelli di Draguts, li quali è detto che sono da XXVII in circa, in quello loco dove facesse danno si farà in le montagne e loghi, se fusse di giorno molti fumi, se di notte molti foghi distinti l'uno dall'altro…».
Pare invece che di tutte queste belle disposizioni, a Rapallo non se ne facesse nulla: non guardie, non fumi, non fuochi. Il borgo rimase aperto ad ogni incursione, e Dragut, il pirata turco, con 22 velocissime fuste arrivò come un fulmine e rovesciò sul borgo, ancora immerso nel sonno, le sue orde feroci saccheggiando senza pericolo, mentre i terrazzani erano fuggiti o nascosti. Vano fu l'inseguimento verso S. Fruttuoso. Ed il capitano Roisecco inviato dal senato di Genova, tornò a Rapallo con le pive nel sacco, per cercare di riordinare un po' in quella confuzione.
Dopo che gli parve di aver riassestato qualcosa, e che la sventura avesse fatto metter senno ai rapallesi, cominciò a darsi da fare per convincerli di costruire un castello che li premunisse di tali belle sorprese.

Un castello di difesa a Rapallo
I rapallesi, nonostante le loro beghe interne, che allora li travagliavano, trovarono che l'idea poteva essere buona. Si interpellò la Serenissima. Il Doge annuì; e disse che i Rapallesi si cercassero pure i fondi necessari.
Il podestà di Rapallo ingoiò il boccone amaro e convocò i rappresentanti dei quartieri tra i quali S. Margherita che, pur essendo un borgo staccato geograficamente da Rapallo, dipendeva da questo; con grande amarezza e scorno dei «margheitin», che non tralasciavano occasione per tentare di staccarsene.
Appena l'agente maggiore di S. Margherita ebbe inteso parlare di cavar quattrini dalle tasche dei suoi compaesani per un'opera da farsi a Rapallo, si mise a strillare che era un'ingiustizia, tirò un bel pugno sul tavolo del podestà, accompagnandolo con un «Sangue di Dio», e piantò tutto in asso, per andarsene a riferire al di là di Prelo ai «Margheitin». In mezzora S. Margherita fu in subbuglio. La piazza della chiesa in breve si riempì di pescatori e funaioli e commercianti, di tutto il popolo.

Le proteste dei «margheitin»
La indignazione salì al colmo, e ciascuno diceva la sua, trovando grande ascolto presso gli altri, condendo il tutto con un sacco di buone ragioni: «che era ormai tempo di farla finita con quelle contribuzioni, che a S. Margherita non fruttavano un bel niente. Non dover più i Sanmargheritesi stare soggetti al borgo di Rapallo». Che podesteria o non podesteria, S. Margherita era «luocho et quartero più grosso di Rapallo tre volte poiché Rapallo è tre carati et il quartero di S. Margherita è 12».
Questa dunque dovea star da sé. Sicuro! Star da sé. A essere uniti con Rapallo, mai nulla non ci avevano guadagnato. Tutti i comodi per quei signori; i quali pretendevano anche di farsi a spese altrui un castello. Già così la prossima volta invece di spadroneggiare a Rapallo, i turchi sarebbero sbarcati a S. Margherita: contesto «Ma quei poveri rapallini l'avevano pur prese da Dragutte». E con questo? Che cosa ne potevano loro Sanmargheritesi, se quelli là erano scappati come femmine in camicia? Oh bella! Loro di Pescino s'erano fin troppo esposti per difenderli; ora proprio dovevano anche mettere mano alla borsa. E poi, delle due l'una: O i rapallini, eran rimasti «misci», come dicevano, e allora nessun pericolo che Dragutte vi ritornasse; o avevano salvato le sostanze, e allora padronissimi di difenderle; ma che per questo venissero a mungere le tasche dei «margheitin» questo no.

La canzone dei monelli
Così con questi ragionamenti, si riscaldavano l'uno con l'altro, ed i più accesi erano i tre figli di Giacomo Costa «uno dei più altieri di esso loco», che parlavano addirittura di marciare su Rapallo e «fare il resto», cioè quello che non aveva fatto Dragut. E grande era il baccano deo monelli che cantavano la strofetta nata pochi anni prima ed ancora oggi famosa:
Rapallin suttaêra gatti
sutta e porte di surdatti;
I surdatti i sun scappaê,
i Rapallin ghe sun arrestaê

Così per molto tempo ancora regnò il malcontento nella gente di Pescino, mentre i rappresentanti della comunità facevano orecchie da mercante ai pressanti inviti dei rapallini. Dai e dai però, alla fine, dal danno che si sospettava per i «margheitin», nacque invece la realizzazione del castello di S. Margherita.
I cittadini più autorevoli si erano riuniti con il curato in una stanza posta a ridosso della chiesa, dov'è oggi il campanile a nord. Qui, avevano a lungo discusso, ed alla fine si erano accordati in un parere che, manifestato poi al popolo, finì per essere accolto con grandi applausi.

Il Castello a S. Margherita
Così venne fuori la decisione che fece restare con un palmo di naso i rapallini: «S. Margherita pensasse a fabbricarsi un castello suo proprio, là sullo scoglio di S. Temo, che domina i due seni di Pescino e S. Giacomo.
In questo modo eviterebbe di contribuire per il castello di Rapallo e provvederebbe alla propria difesa. Gli agenti si incaricassero di trovare i mezzi. Intanto si nominassero due sindaci che si recassero a Genova, e cominciassero le pratiche occorrenti».
«Zeneise cadu»!In pochi giorni i sindaci furono scelti, andarono a Genova, esposeroil mandato loro ed il desiderio dei cittadini di S. Margherita ed il Doge avvertì di questo il Podestà di Rapallo, mandò un mastro Antonio capo d'opera a vedere il luogo ed il sito e le possibilità di erigere il castello.
Dopo altre avversità di cui sarebbe troppo lungo in questa occasione narrare, il podestà di Rapallo dovette prendere le disposizioni per far costruire il castello a quei sanmargheritesi che tanto cordialmente odiava.
I lavori furono cominciati su disegni di Antonio Carabono, maestro comacino e la fabbrica fu in breve tutta terminata, e nel settembre dell'anno 1550, i «margheitin» salutarono con gioia e riconoscenza, il vessillo di S. Giorgio, innalzato sul mastio.
Così da una delle innumerevoli liti e «beghe» tra Rapallo e S. Margherita, nacque nel 1500 il castello di difesa contro i pirati, che ancor oggi, imperterrito e più solido e turrito che mai, con le sue mura spesse alla base tre metri, se ne sta a ricordarci l'antica ed avvincente storia di S. Margherita e del Golfo Tigullio.

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