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    Pezzi di storia

San Fruttuoso, martire di Tarragona a Capodimonte
di Teofilo Ossian De Negri

Genova – dicembre 1959

Quando e come sono approdate alla Baia di smeraldo le reliquie del Santo che, dandole il nome, l'ha resa famosa? Non è facile rispondere. T. O. De Negri espone, con rigore critico, i termini della questione che sostanzia interessanti pagine di storia genovese.

Il giorno 21 gennaio dell'anno del Signore 259 in Tarragona subiva il martirio, nella persecuzione di Valeriano e Gallieno, il vescovo Fruttuoso con i suoi diaconi Augurio ed Eulogio. Mille e settecento anni sono passati da quel giorno lontano e da quella vicenda di una terra diversa. Ma il culto ed il ricordo del Martire spagnolo non è mai venuto meno, non solo in terra catalana, ma anche nel nostro Capodimonte ed in tutta la terra genovese. Ed è della passata estate una ricognizione delle Sacre Reliquie eseguita personalmente da S.E. il Cardinal Siri, di cui sono note le risultanze sommarie; e non è questa la sede e la penna per maggiori dettagli.

baia La baia di S. Fruttuoso

Molti sono oggi che toccano fugacemente l'angolo già romito e più o meno consapevolmente contribuiscono a distruggerne la pace, presi dal pittoresco: del mare intensissimo e fermo nel suo perenne misterioso divenire, delle rocce incombenti coi pinastri che sembrano inchinarsi a porgere l'omaggio della terra avara verso le acque incantate; o della vita arcadica dei pescatori, con le loro case rustiche nascoste nel verde tenero dei fichi e degli ulivi, e le vele brune, stese a filtrare il sole sulle brevissime spiagge affollate di scafi in secco minuscoli e multicolori; o tutt'al più distrattamente curiosi dell'assiduo lavoro delle donne a rattoppar vele rotte nell'ombra del chiostrino abbandonato dai monaci, e delle celebratissime tombe dei Doria che hanno una risonanza più moderna e più «laica», opportunamente sfruttata dalla tradizione locale, e di qui alzano lo sguardo a collegare idealmente e realmente le tombe alla «torre» cinquecentesca già residenza e maniero dell'abate commendatario della principesca famiglia, dopo che il grande Andrea ne ebbe il giuspatronato (quand'anche la rapida escursione tra corsa e corsa del vaporetto che avvicenda i suoi approdi da Camogli e da Portofino lasci tempo per qualcosa più che la gustosa visita «al Giovanni», e alle sue celebrate lasagne e frittura di pesce…). Taluni, giungendo o dipartendosi col gozzo o con la motobarca, scrutano un momento i fondali per cercar di intravvedere il Cristo degli abissi, nuovissima «attrazione» religiosa di S. Fruttuoso (ed i più arditi si tuffano coi modernissimi mezzi subacquei per sfiorar con la mano in segno di omaggio quel Simbolo concreto dell'onnipresenza di Dio e della sua Provvidenza, ovunque l'uomo osi giungere con quegli strumenti quasi diabolici di dominio e di avventura che il suo ingegno gli suggerisce). Ma quanti sono che entrano nella chiesa vetusta, oggi in cura per la vigile attenzione della Soprintendenza, e ne sanno leggere il linguaggio architettonico che parla del primo rinnovamento monastico del secolo X avanzato, e dei restauri gotici e rinascimentali, e non meno di una età premonastica che si perde nel mistero dei tempi? E soprattutto quanti si domandano chi sia mai questo San Fruttuoso, venerato da tempo immemorabile dai nostri marinai come patrono principe della navigazione; questo «tarragonese» il cui culto è così tenace e fecondo in Riviera, nelle Valli genovesi (a Fumerri come a Bargagli) ed in Genova stessa, ove, a parte il culto nella Metropolitana, a Terralba, lungo l'antichissima via romana, (ad Sanctum Fructuosum de via) ha avuto, un tempio suo, che ha dato nome oggi ad un quartiere tra i più popolosi?

reti Reti al sole

Si è scritto molto su S. Fruttuoso, nei secoli passati, ed ancora nel nostro; ma in modo vago e quasi leggero, sicché Mons. Domenico Cambiaso, che primo trattò tra noi materia ecclesiastica con acume di storico e metodo rigoroso, ebbe a dire, raccogliendo l'ampia bibliografia: «Purtroppo con tutta questa copiosa bibliografia dobbiamo deplorare una grande penuria di notizie e dati seri, e una grande confusione di idee e di fatti». Ed intanto per primo valorizzava una felice intuizione dell'abate Morin, riproponendo in una pagina cristallina, che peraltro per lungo tempo non ha avuto fortuna, quella interpretazione della leggenda che oggi ha finito col prevalere.
La soluzione del problema è relativamente recente, e si fonda sui lavori di grande impegno del Serra Vilarò, cui seguirono le osservazioni critiche e le integrazioni del Formentini e di altri, sul piano storico non meno che su quello storico-artistico; per il quale ultimo abbiamo oggi anche il volume del Ceschi sull'arte romanica genovese, che dal nostro monumento prende le mosse.

San Fruttuoso
Il Lavoro – 1 ottobre 1943

Come certi santuari aggrappati al monte ed alla solitudine richiedono al visitatore fedele fatica e sofferenza per essere raggiunti, così San Fruttuoso, minuscola meraviglia della Riviera Ligure di Levante, gemma di un ricco diadema aggrappata ed isolata sulla tormentata scogliera, si lascia ammirare e godere soltanto da chi sa faticare per raggiungerla, per terra o per mare, ma sempre con fatica, in piccola barca oppure a piedi.
E' preferibile dare il primo abbraccio a San Fruttuoso alla distanza, abbandonando il mare sempre irrequieto ed infido di Punta Chiappa e scendere da Portofino Vetta per il «corridoio delle pietre strette», lavoro da certosini fatto, «illo tempore», dai frati dell'Abbazia quando han voluto prendere un po' di contatto con il mondo: discesa faticosa per i tendini ed i muscoli, ricompensata però subito da San Fruttuoso che, fra il rigoglio della vegetazione ricoprente i fianchi della conca, si presenta biancheggiante come il cammeo di uno smeraldo, perché verde è il mare percorso da brividi cangianti e verde è il monte ed un dolce senso di stupore prende il viandante allo spettacolo inatteso e l'animo riposa volentieri nel respiro di pace che si effonde dalla pittoresca visione.
L'espressione di San Fruttuoso è quella di un vetusto volume di storia chiuso in una custodia fatta di mare e di monte e le pagine sono nella cripta del piccolo chiostro fasciato di bianco e nero. Tutt'intorno, per tre pareti di questa cripta, corre uno zoccolo massiccio che collega la successione degli avelli ed è pur base da cui si eleva la parte decorativa delle tombe, ognuna distinta da un arco a sesto, sorretto da sei coppie di marmoree colonnine bianche.
Quattro tombe stanno schierate contro la parete di destra, un'altra sorge isolata contro la parete di fondo; la sesta anch'essa isolata col suo arco solitario è in capo alla parete di sinistra, verso la luce. Porta la data più bassa ed è perciò la più vecchia. E' la tomba di Giacomo Maggiore Doria, il vincitore dei Veneziani a Curzola e che a Genova si portò oltre al bottino due prigionieri di eccezione: l'ammiraglio Dandolo ed il giovane Marco Polo. Con lui dormono nell'eternità Nicolò, l'espugnatore dei Dardanelli ed Oberto I il trionfatore della Meloria. Le altre lapidi, di numero non precisato, ma non oltre la dozzina, non portano titoli speciali, di conquistatori o di combattenti.
Ma nella cripta del bel chiostro gotico di San Fruttuoso, non cercare o viandante la tomba del grande condottiero Andrea Doria, il colonizzatore del Mediterraneo, quello che nel corso di una sola vita umana, ha dato gloria e ricchezza per secoli alla sua patria: egli riposa da mezzo millennio nella sua abbazia di San Matteo, poco lontano dalla sua spada che pende sull'altare maggiore, vestito di panno bianco, in piedi nel marmoreo sarcofago, come allora, sul ponte della sua galea ammiraglia.
Il numero degli abitanti di San Fruttuoso di Capodimonte non arriva nemmeno a cento; non offre alberghi, non scelta di trattorie, perché quella che c'è lo dice chiaro «Trattoria unica», non svaghi, non musiche, non rumori, ma pace, soltanto pace, per i suoi pochi morti che da quasi settecento anni custodisce e per i tanti vivi che vi giungono da ogni parte del mondo, perché è usanza del nostro tempo quella di cercare un volto ed una espressione nuova nei luoghi più famosi e consacrati dalla tradizione.

Ma sono libri stranieri, pubblicati quasi alla macchia in tempo di guerra, o studi dispersi in riviste meno accessibili. Sicché non parrà inutile, per celebrare il centenario, riassumere in brevi pagine la singolare vicenda di S. Fruttuoso e di S. Giorgio e di S. Prospero c dei loro Compagni (Capodimonte, Portofino, Camogli: c'è tutto il Promontorio quasi raccolto in un mistico abbraccio…) quale fu divinata dal Morin (1913), accolta e sviluppata senza riserve dal Cambiaso, ignaro ancora (1917) delle ricerche positive oltremarine che intanto spianavano la via alla verità (1928), ed infine ricostruita senza più ombre o lacune dal dotto sacerdote iberico, che fu profugo in Italia (1936) da una bufera di rinnovata barbarie abbattutasi sulla Spagna, così come i lontani veneratissimi Confessori della fede nella sua Tarragona erano stati profughi, essi e le reliquie dei loro Martiri, da una tremenda ventata di barbarie dilagata sull'Iberia nel secolo VIII.
Può suonar strano che fino a pochi decenni or sono gli storici locali si siano limitati a ripetere, con dovizia di amplificazioni apologetiche e pie, le fallaci notizie degli agiografi e degli storici antichi: gli «Atti dei Martiri» e Sallustio, cancelliere del vescovo genovese Airaldo intorno al 1100; i quali peraltro sono ripresi da Iacopo Doria, sullo scorcio del '200, e soprattutto dall'ultimo nel tempo, non ultimo nella attendibilità, degli Annalisti genovesi, Giorgio Stella, a principio del secolo XV, e nella sua scia dal Giustiniani, dallo Schiaffino († 1646) e da altri. Solo la critica modernissima, penetrando con mezzi prima insospettati, archeologia e agiografia, i secoli oscuri del primo Medio Evo, ha consentito di valorizzare indizi quasi inappariscenti e di varcare così il «muro della leggenda» che si era formato nei secoli dopo il Mille, a coprire di velo età ormai superate, nel fervore di una vita in rinnovamento.
Si sa che la leggenda ama raccogliere su un nome, e attorno a pochissimi fatti di grande rilievo, notizie e vicende che appartengono a più persone e a più tempi. Nel mare magno in cui si perdono i resti del naufragio delle memorie passa una rete che li raccoglie e li confonde, ed i pescatori, aperti a nuovi e più contingenti interessi, ne cercano senza impegno una spiegazione semplice che soddisfi le loro modeste esigenze. E così della storia di S. Fruttuoso e degli eremiti di Capodimonte tra il III ed il X secolo si è fatta una leggenda unitaria, che parla della miracolosa traslazione delle Sacre Reliquie ad opere dei «discepoli» diretti del Martire, subito dopo il martirio, per fuggire la ferocia di «barbari», di cui non si fa il nome (ce ne son stati tanti…). Solo più tardi qualche studioso che vorrebbe essere più attento, e più scrupoloso, avanza il nome dei Vandali, e riporta così la fuga dei «discepoli» ad un momento diverso e successivo, sotto la guida di un nuovo vescovo tarragonese, Prospero, la cui leggenda peraltro, partita dal ceppo comune, si perde e si differenzia, e si localizza a Camogli.
Vero è che i Vandali, prima della Spagna, han devastato l'Italia, e perciò non ha senso, per fuggirli, volgere la prua là donde essi sono venuti. Ma gli scrittori liguri ripetono la tradizione. Solo il Cambiaso, ma senza fortuna, come s è visto, raccoglie il suggerimento del Morin, che studiando l'Orationale Gothicum di Verona ne riconosce l'origine tarragonese, intorno all'anno 700 ed avanza l'ipotesi che, trovandosi esso in Italia, negli stati di Liutprando, nel 732, vi sia stato portato dai cristiani di Tarragona con la corrente migratoria che avrebbe portato tra noi il corpo di S. Fruttuoso. La coincidenza cronologica con l'invasione islamica in Spagna nel 711 appare al Cambiaso significativa ed inequivocabile.

restauri Restauri alla Chiesa

Ma intanto nella città catalana l'indagine archeologia, questo meraviglioso strumento per ricostruire la storia quando ogni altra voce tace, poneva le basi per un radicale rinnovamento della questione. La grande lacuna dall'età romana al Medio Evo inoltrato via via si illuminava e il vuoto tra il martirio in Tarragona e le prime notizie storiche su Capodimonte poco prima del 1000 si colmava. Il ritrovamento del primo deposito del Vescovo e dei Diaconi nel cemeterio suburbano della città romana, ove essi avevano subito il martirio, la successiva traslazione a mezzo il secolo VI dalla distrutta basilica cemeteriale al nuovo tempio costruito entro le mura sul luogo dell'antica curia, ove eran stati giudicati, annullava senza possibile contraddizione la leggenda nostrana del «transito» subito dopo il martirio o all'epoca dei Vandali. Il silenzio improvviso dell'archeologia dopo il secolo VII suggerisce a questo punto anche al Serra Vilarò, che conosce il Morin, l'identificazione dei «barbari» della leggenda con i mori dell'Africa, nel secolo VIII. Dilaga nella Spagna il terrore, la rovina, la morte, che il cristiano per se' può accettare, nel nome di Cristo, per rendere a Dio testimonianza: ma i «sacerdoti» debbono sottrarre le reliquie dei Martiri alla profanazione; e salpano verso levante, verso la Chiesa madre di Roma, per rifugiare nel suo seno le Memorie; e non importa se ulteriori vicende (Roma è sconvolta in quegli anni dalla Lotta dei Duchi) faranno dapprima indugiare gli esuli nella tappa cagliaritana (una nota marginale dell'Orationale di Verona attesta questo passaggio) e di qui li svieranno verso approdi più sicuri, la Liguria, entro il Regno Longobardo, in quel tempo ormai convertito al cattolicesimo, e, con Liutprando, sicuro.
A questo punto stavano le cose un 25 anni fa: da noi la ripetizione convenzionale di una leggenda che in fondo non convince; e Tarragona e la Spagna sono un mondo lontano, quasi di leggenda, innanzi a cui si arresta la debolezza dell'indagine erudita. A Tarragona un manipolo di ricercatori «locali» ricostruisce la storia concreta del culto dei suoi Santi nell'ambito raccolto degli interessi cittadini, e Capodimonte è un'ombra lontana, una «montagna bruna», in cui si perde la tradizione. Ci voleva una sciagura, una guerra fratricida e un nuovo esilio di vinti perché i due paesi, intimamente congiunti da un comune ricordo e da uno stesso culto, si riconoscessero, e un ponte fosse gettato tra due mondi culturali distinti, a fondere e perfezionare le rispettive esperienze.
Lo studioso tarragonese si rifugia a Roma, ove consulta gli archivi di Casa Doria, viene a Genova, nella casa di San Filippo a Via Lomellini, e scopre Capodimonte, e indaga con nuovi occhi, alla luce di cognizioni diverse, la leggenda locale, in tutte le sue deviazioni, ne mette in luce le gemme nascoste, i frammenti di verità impalliditi nel tempo: e ne nasce una visione nuova, un piccolo capolavoro di ricostruzione agiografica e storica, per perspicuità e coerenza.
Vorremmo riferirla con le stesse parole con cui il Serra Vilarò ce la riassume preliminarmente nell'ultimo lavoro su S. Prospero. Tradurremo dal suo incantato spagnolo i periodi essenziali: «Dopo la disastrosa battaglia di Guadalete una ondata di spavento e di terrore sommerse tutta la penisola: tutti i cristiani, però specialmente il clero, cercarono scampo fuggendo verso i luoghi più facili e sicuri che ciascuno poteva trovare.
I tarragonesi avevano aperta la via del mare. Il vescovo Prospero ed il suo clero presero un vascello per salvarsi e per salvare il tesoro della loro chiesa. Il tesoro più pregiato di un popolo in quei tempi eran le reliquie dei Santi… Per questo il clero di Tarragona caricò sulla nave salvatrice le reliquie sante dei suoi patroni Fruttuoso, Augurio ed Eulogio, i libri liturgici e le cose più preziose che possedeva la loro chiesa. In compagnia di così buoni protettori… dipinto potevano navigare sicuri. Come S. Pietro, guidato dal Maestro, camminava sulle acque, così gli improvvisati marinai, con la protezione del sacro tesoro, furon in grado di render tranquille le onde del mare. Diressero la nave verso levante, verso il faro che illumina tutta la cristianità dalla collina del Vaticano. Passando per l'isola di Sardegna fecero tappa a Cagliari, furono bene accolti dal vescovo di quella città, che li informava delle lotte che avevano luogo in Roma, sicché essi avrebbero avuto difficile residenza colà. Ciò li fece cambiar rotta e li fece dirigere verso il nord in cerca di un luogo sicuro ed occulto ove riparare la nave e depositare il santo tesoro, la cui salvezza era il loro maggior impegno. L'inabitato ed ermo promontorio di Capodimonte offerse loro una piccola baia riparata dalle tempeste del mare e dalle insidie degli uomini. Luogo sicuro, le spalle alla terra ed il volto alla patria, verso la quale guardavano spesso, aspettando il giorno di ritornare ad essa, così come sta aspettandolo e sperandolo chi scrive queste righe… Ed è forse la concomitanza di situazioni, il desiderio fiducioso dell'esule moderno, che in questo particolare può aver fatto velo allo storico, sicché qualche aspetto della sua ricostruzione, per quel che riguarda i «discepoli», ed in particolare S. Prospero, ne è rimasto viziato.
E' certo singolare come i due settori della ricerca si integrino e si completino: dove finisce la documentazione archeologica tarragonese comincia quella paleografica cagliaritana e «veronese», e questa trova riscontro in alcuni dati della leggenda locale e soprattutto si inserisce direttamente nella documentazione topica ed architettonica di Capodimonte, ove si sa che la costruzione del secolo X, tuttora esistente nelle strutture essenziali, è una «ricostruzione», che incorpora elementi anteriori (e soprattutto nel livello basso del loggiato inferiore del chiostro - lo riconosce il Ceschi contro il Formentini - conserva il ricordo dell'impianto monastico, o comunque religioso, anteriore a quello ottoniano); e insomma ci riporta di necessità a qualche secolo prima, e pertanto al secolo VIII, e senza più all'età di Liutprando che ha visto la nascita e la fioritura, proprio nelle nostre contrade, di tante fondazioni monastiche, con cui anche Capodimonte è legata. Che poi nel luogo stesso della cala di S. Fruttuoso possiamo ritrovare tracce di più antichi insediamenti, forse di età romana, se i vari pezzi antichi, il capitello reimpiegato nel chiostrino superiore, la testa inserita nel paramento esterno dell'Abbazia dugentesca, il sarcofago di «Achille a Sciro» oggi al Palazzo del Principe, si debbono considerare non un tardivo frutto di importazione marittima, come taluno pensa, ma, almeno in parte derivazione da un tardo edificio romano, ciò non vuol dire già che ci si debba ad ogni costo riferire ad una traslazione in età tardo romana dei Martiri tarragonesi nel «luogo di culto» di Capodimonte, ma significa soltanto che anche prima del deposito delle reliquie esisteva, o era esistita, in quella cala provvidenzialmente dotata di una «fonte viva», una stazione romana, un nucleo di pescatori, una villa patrizia, magari abbandonata da tempo, ma non rasa al suolo, la quale avrà offerto, con la fontana, ai nuovi venuti un ricovero elementare, una prima, quasi ideale, garanzia di ospitalità.

ricognizione La ricognizione delle Reliquie del Santo fatta dal Cardinale Siri

Ma la felice ricostruzione del Serra Vilarò non costituisce ancora l'ultima parola in merito all'ardua questione. La ricerca, come sempre, una volta avviata, non si esaurisce nella prospettiva di una sola intelligenza, ma come in ogni cosa vera, si vale della cooperazione e dell'incontro di altre intelligenze per attingere la certezza o un termine più prossimo ad essa: la fiaccola accesa da un apostolo di verità viene raccolta da un altro apostolo e portata a mete più lontane: forse all'ultima mai.
Già abbiamo visto come la leggenda avesse confuso i profughi tarragonesi del secolo VIII con i discepoli diretti del Vescovo Martire. Di qui l'estrema fragilità delle leggende particolari dei «Compagni» del nuovo vescovo nauta, Giustino e Procopio sacerdoti, Marziale Pantalone e Giorgio diaconi; e non meno delle tracce del loro culto in Liguria. E' merito del Serra Vilarò aver messo in maggiore evidenza il fatto già noto che con le crociate l'occidente, e Genova non meno, accolse memorie di santi e martiri orientali, e professò per quelli venerazione tanto più splendida, quanto più son fascinose le cose che ci vengono da lontano. Le leggende nuove oscurano i culti autoctoni, specie quando si verifica coincidenza di nomi, come per S. Giorgio; e la romanizzazione della liturgia compie poi l'opera di sovrapposizione, e di sostituzione, dei grandi santi venerati da tutta la cristianità ai santi minori le cui memorie sono affidate a circoscritte tradizioni locali,
L'interessante vicenda si segue con discreta sicurezza, in Liguria, per S. Giustino e S. Pantaleone «di Capodimonte», e soprattutto per S. Giorgio di Portofino, preti, o diaconi, e non martiri, come invece ce li presenta il culto posteriore. S. Giorgio in particolare avrebbe culto a Portofino perché in quel porto dalle antiche tradizioni romane (Portus Delphini) sarebbero primieramente approdati i profughi tarragonesi, ancor pieni di speranza in un imminente ritorno, ed ivi sarebbe morto, primo tra tutti, il santo diacono, il cui culto sarebbe poi stato mutato in quello del Santo Cavaliere di Cappadocia. Noi non possiamo seguire l'autore nella ricerca sottile e suggestiva, che non oseremmo accogliere senza qualche riserva, pur dandogli atto che mlti argomenti non hanno a tutt'oggi trovato una esplicita contraddizione anche presso quegli scrittori che, come il Barni, hanno chiaramente rivendicato per il S. Giorgio di Portofino il pieno valore del culto tradizionale.
Ma anche più spinoso appare il problema del capo stesso della spedizione tarragonese, il vescovo Prospero, venerato non già a Capodimonte, ma a Camogli, del quale la leggenda propria di S. Fruttuoso non parla. La unificazione delle due distinte leggende, che il Serra Vilarò affida al suo ultimo lavoro, convince in linea di massima, ed è oggi generalmente accettata; ma lascia perplessi per più di un particolare, come la localizzazione del transito sulla via romana e romea presso Camogli, e il fatto che egli ci appare nella figura tipica ma incongruente del pellegrino che muore lungo la via che lo porta alla città eterna; e non meno il tempo e le ragioni della traslazione, del suo culto, assieme con le reliquie, a Reggio Emilia, ove, come per S. Giorgio a Portofino, verrà poi a contaminarsi col culto di S. Prospero di Aquitania. Ma il discorso è lungo, e ci porterebbe troppo lontano.
Certo il nome e il culto di S. Fruttuoso, Principe dei Martiri-romiti del Monte di Portofino, unico, non si è perso, ma si è raccolto, e si è fatto quasi profano. Anche i suoi compagni di martirio, Augurio ed Eulogio, a lungo rappresentati al suo fianco nell'antica iconografia, non hanno oggi più alcuna risonanza. Ma va ricordato che non fu così per tutto il Medio Evo, quando il nome di S. Fruttuoso aveva culto per tutti i mari quale speciale patrono dei naviganti, e non solo liguri, se è vero che alla celebrità del suo culto è dovuta una delle prime attestazioni del monastero rinnovato, la donazione dell'imperatrice Adalasia nel 986 in grazia della conseguita salvezza del figlio Carlo da un naufragio «per merita beatissimi Fructuosi».
La stessa antica liturgia genovese attesta una particolare preferenza per il Martire transmarino, tant'è vero che ancora nei nostri codici del secolo XIV al giorno 21 gennaio, «dies natalis» del Martire, è indicato prima S. Fruttuoso e poi, eadem die, S. Agnese, che è pur festa molto rilevante. Ma sono «gli ultimi sprazzi dell'antica solennità di S. Fruttuoso, che tosto decadde, preponderando quella di S. Agnese», sinché la festa liturgica del Nostro fu trasferita ad altro giorno, prima al 23 gennaio, poi al 9, al 16 ed infine al 13 febbraio (1914), come incalzata da feste maggiori, che la relegano sempre più in ombra discreta, quasi in un nuovo ideale romitorio… Gli è che a S. Fruttuoso nella funzione di patrono dei marinai, che son tutti «soldati» della Repubblica, è subentrato, col rinnovamento del suo culto dopo le crociate, il «cavalier dei Santi», S. Giorgio di Cappadocia, che sin dal suo primo apparire nei libri liturgici (nel sec. XII) vi è segnato «con rito doppio» e poi «di prima classe»; ma soprattutto dopo la leggendaria vittoria conseguita per il suo patrocinio dai genovesi crociati in Palestina sullo scorcio forse del secolo XI, fu eletto Patrono principale, ed invitto e glorioso vessillifero della Repubblica ed effigiato nello stendardo maggiore, di San Giorgio, issato dinanzi agli eserciti, che è quanto dire, per Genova, sulle galee dell'armata.
Per vero oggi chi va a Capodimonte per diporto, o per cogliere un frammento di pace, se anche indugia un attimo col pensiero sul romitorio dei monaci di ieri, non sospetta lontanamente che quel nome tipico, quel santuario, quel chiostro siano testimonianza silenziosa di una vicenda così vasta e così tormentata, di una così drammatica successione di fatti tra i più grandi che la storia dell'umanità in ogni tempo abbia conosciuto e sofferto.

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