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    Pezzi di storia

Delitti e pene nella Repubblica di Genova
di Undelio Levrero

Genova – dicembre 1954

Verso la metà del 1500 i Serenissimi Collegi della Repubblica «considerando che non è cosa alcuna più salutifera alla Repubblica che una raccolta di leggi ordinate in modo che ciascuno con ogni facilità ne possa essere informato e possa godere del beneficio di quelle, e sapendo che da molti anni li statuti fatti in vari tempi, non solo erano confusi, ma molte volte parevano contrari», li Serenissimi Collegi, ripeto, «avute le debite considerationi e conosciuta la necessità urgente di rivedere e riformare detti Statuti, delegarono questo negotio a tre prestantissimi cittadini, dai quali con molta e lunga fatica e con la dovuta diligenza sono stati revisti, riformati e ridotti in un volume con li quali li huomini da bene siano difesi e li cattivi spaventati per la pena.»

copertina Copertina del volume che raduna dal 1590 le leggi genovesi: il volume è una traduzione degli "Statuta Criminalia" pubblicati in latino nel 1557

Fu stabilito che le nuove norme entrassero in vigore col 1° giugno 1558 e furono stampati «affinché resti commodo a ciascuno l'haverne copia». A dì 22 aprile 1558 «Francesco Cotio cintraco1 e precone2 pubblico ha riferito haver proclamato a suono di tromba con voce alta e intelligibile la sopradetta grida nelli luoghi pubblici e consueti della presente città di Genova».
Il volume che stiamo esaminando, non è che la traduzione degli Statuta Criminalia pubblicati in latino nel 1557 ed è una bellissima edizione stampata da Girolamo Bartali nel 1590; ha per titolo «Delli Statuti Criminali di Genova - Libri Dui»; porta una lunga dedica all'Ill.mo Duce, agli Ecc.mi Governatori e agli Ill.mi Procuratori della Repubblica; segue poi una fantasiosa poesia dedicata ai lettori - anche questa tradotta dalla prima edizione latina - in versi liberi&#q133;, molto liberi, in verità. In questa poesia gli Statuti sono tanto apprezzati da far esclamare all'anonimo poeta:
Non chiuse l'arca del gran Re dei Persi
Più varie gemme di quelle che chiude
Questo libretto in poche e brevi carte.

I versi non sono eccessivamente armoniosi (ma i successivi, lo sono ancora meno!), però le «varie gemme» vi sono, e stanno racchiuse nel secondo libro, perché il primo sì occupa solo delle norme procedurali, mentre l'altro si occupa dei delitti e delle pene relative. Questo secondo libro, costituito da novantanove capitoli - oggi si direbbe articoli - enumera tutti i delitti di cui può macchiarsi un cattivo cittadino e ne stabilisce la pena che sempre è severissima.
Non è senza interesse esaminare questo volume che mette sotto gli occhi una pagina della vita genovese del cinquecento ed è anche strano osservare che alcuni delitti a cui i giusdicenti attribuivano molto peso irrogando pene assai severe, oggi, son quasi dimenticati.
Le pene che oggi sono ridotte quasi esclusivamente alla detenzione più o meno aggravata, nel periodo che si esamina ascendevano ad un numero assai notevole; dalla multa si passava alla scopatura e all'imposizione della mitra per i condannati alla berlina, al taglio della mano per il ladro, al taglio della lingua pel blasfemo recidivo, al marchio in fronte col ferro rovente pel «ruffiano» e la meretrice extra sedem, al taglio del naso, delle orecchie, alla galera, ai tratti di corda, all'accecamento, alla fustigazione «sino alla Chiesa di San Tomaso», alla pena capitale a mezzo forca, previo «strascinamento» alla coda di un mulo sino al luogo del supplizio e incenerimento del cadavere; infine per qualche delitto più grave - come tradimento e congiura contro la Repubblica - il castigo non si arrestava alla forca, ma continuava sui figli banditi in perpetuo dal territorio della Repubblica, sui beni stabili atterrati e distrutti e sui beni mobili venduti a favore del fisco.
Il primo capitolo, in omaggio alla Religione, si occupa «delli bestemmiatori»; le punizioni sono tali che è lecito presumere che anche gli uomini più sboccati frenassero la lingua; il colpevole era multato sino a cento scudi, e se non pagava entro tre giorni, doveva essere frustato nei luoghi pubblici della città e posto alla berlina per cinque ore, che se il reo fosse sfuggito alla giustizia e poi riacciuffato, «gli sia tagliata la lingua»; se avesse deturpato immagini sacre, «per la prima volta gli sia tagliata la mano e posto alla galea per cinque anni e per la seconda volta punito con l'ultimo supplizio».
Come si vede, la legge non scherzava; i bargelli3 e i birri4 dovevano arrestare, sotto pena di perdere l'ufficio, quelli che udivano bestemmiare e si dividevano la pena pecuniaria. Per facilitare l'arresto dei colpevoli di tale empietà, nella Chiesa Metropolitana e nelle chiese principali del distretto era posta una cassa nella quale ciascuno poteva «mettere polizza in cui doveva essere scritto il nome il cognome di coloro che avevano delinquito, dei testimoni che erano presenti, il giorno e l'ora del delitto.»
Il secondo capitolo è più breve, ma ancor più severo: riguarda «coloro che usano contro natura». «Tanto l'agente quanto il paziente, sia impiccato ed abbruciato e la stessa pena sia data a chi accomodasse la casa per commettere questo delitto».

testo Facsimile di un foglio degli "Statuti Criminali di Genova", volume secondo

Questa norma se vigesse tuttora, ci procurerebbe assai tristi spettacoli, perché leggendo i giornali si vede purtroppo quanto è folto il mondo degli irregolari.
Il capitolo successivo si occupa «de gli adulteri e stupratori». Anche per costoro, la legge non scherza: «se donna maritata commetterà adulterio, sia punita capitalmente e la dote spetti al marito e ai figli e il marito che nella casa della sua propria habitatione userà carnalmente con donna maritata, sia punito di sommo supplitio». L'articolo si diffonde assai esaminando i vari casi di reato condannando sempre molto severamente i colpevoli. Ugual pena è stabilita per gli incestuosi e «per chi usasse carnalmente con monache».
«Di coloro che rapiscono femmine» è il titolo del quarto capitolo. «Chi rapirà vergine honesta, sposa o non sposa, vedova o maritata e chi darà aiuto a questo fatto, ancora che la rapita vi acconsentisse, siano puniti capitalmente e i beni loro confiscati». Anche per questo reato il capitolo si diffonde in molti casi speciali, ma la conclusione è sempre molto severa: pena capitale. Al rapitore di monaca è riservato, manco a dirlo, l'ultimo supplizio, mentre pel rapitore di una serva e per i suoi complici bastano «tre anni di galera, il pagamento al padrone del doppio del prezzo nel quale sarà estimata oltre il bando per un anno dalla città».
Il quinto articolo è tutto specificato nel titolo: «che le donne di mala fama e ruffiani non habitino dove stanno persone di honesta conditione»; i contravventori dovranno lasciare la contrada entro giorni tre, nel caso contrario saranno frustati e se recidivi banditi dalla città.
Il sesto ordina «che non si possa far uffitio di meretrice o di ruffiana nella città di Genova». «I contrafacienti» saranno frustati e marcati in fronte con ferro rovente: ai recidivi saranno tagliate le nari e banditi in perpetuo dalla città. La stessa pena è minacciata ai genitori che facessero guadagno impudico delle figlie e al marito che facesse lo stesso guadagno per l'adulterio della moglie.
Il capitolo seguente, riguarda «coloro che contrahono matrimonio clandestino», e la varia casistica dispone distinte pene: da cento scudi all'ultimo supplizio.
Con questo settimo capitolo, parevano esaurite le norme che hanno qualche relazione con la sensualità umana, invece, sfogliando il codice, saltano fuori altre norme a sfondo sensuale: così l'articolo 63 punisce «quelli che abbracciano o basciano donne fuori della volontà di esse» con scuti duecento d'oro, sino a mille, oltre il bando per tre anni dalla città; l'articolo 65 si occupa di quelli «che ingravidano schiave d'altri» e il successivo comanda che «il servitore non conosca carnalmente donna che abiti in casa del padrone sotto pena di essere fustigato e bandito in perpetuo dalla città».
Le leggi sono sancite, ma sono poi osservate? Dice il Belgrano nella «Vita privata genovese» che si formavano compagnie di giovani scapestrati e prepotenti che perpetravano ratti, commettevano adulteri e che rimanevano quasi sempre impuniti se compiuti da chi apparteneva alla nobiltà. Altro che pene capitali!
Il capitolo ottavo che si occupa «dell'homicidio», ordina che il reo sia punito «dell'ultimo supplitio», che se si rendesse latitante «i suoi beni restino confiscati e se stabili distrutti, se mobili messi in caliga a favore del fisco e degli eredi dell'ucciso». Sono esclusi dalla pena «li furiosi i quali siano tanto alienati di mente che non intendono ciò che fanno e non habbino inteso ciò che hanno fatto».
Lo schiavo che uccidesse il suo padrone «sia tirato alla coda di un mulo, poi impiccato alle forche e i suoi beni confiscati».
Un capitolo interessante è il decimo che riguarda «i veneficii»; «se la vittima muore, il colpevole sia decapitato e i beni confiscati a favore del fisco e degli eredi del morto». Che se poi sarà data «potione amatoria a qualcuno, il reo sarà frustato per la città e marcato in faccia con ferro affocato o gli sarà tagliato il naso o un orecchio o sia accecato se la vittima restasse inferma». Inoltre, «se qualcuno metterà nel letto o nelle vesti di una persona cosa alcuna che spetta all'arte malefica delle streghe o degli incantatori, sia punito dell'ultimo supplitio e con lui sia punito della medesima pena il partecipe o conscio del delitto».
E' inutile dire che il capitolo undicesimo relativo agli assassini, commina la pena capitale al reo con l'aggravante di essere trascinato alla coda di un mulo sino alle forche ed ivi impiccato. La stessa pena subiranno il mandante ed il mandatario, sempre con l'aggravante della coda del mulo.
Un capitolo molto ampio è il successivo, il dodicesimo, che si occupa «de' percussori»: le pene variano assai, dalla multa alla frusta ai tratti di corda a seconda della gravità delle ferite causate e della deturpazione che ne consegue. Chi aggredisca con «mascara o con faccia coperta o tinta ancor che non faccia ferita» subirà il taglio della mano o tre anni di galea, che «se alcuno per la percossa avuta perderà la vista di un occhio o gli sarà tagliato il naso o braccio o piede o mano o gamba siano duplicati al delinquente i danni inferti alla vittima, quelli, ben inteso, che di sua natura possono essere duplicati», schiarimento ben necessario per evitare il pericolo di dover tagliare due nasi al colpevole!
«Se alcuno percoterà altri in faccia con schiaffo o pugno sia condannato da 30 a 300 libbre, ma se il percosso sarà cittadino di honesta conditione, al reo sia tagliata la mano o posto in galea per tre anni» - questo in omaggio all'aforisma che la legge è uguale per tutti -. «E se alcune persone vili, molto povere si percotono fra loro, potranno essere punite con la frusta o con metterle alla berlina senza processo alcuno. Da queste pene restano esclusi ì padroni che percotessero i loro schiavi anche se ne restassero indeboliti».
Per i ladri, le pene sono severe: «sarà punito pecuniariamente chi commette furto non grave e se non pagherà entro dicci giorni sarà fustigato sino a S. Antonio e se il furto è più grave, sarà fustigato sino a S. Lazaro e se il valore del furto arriva sino alle quaranta libre, gli sarà tagliata l'orecchia sinistra: per un valore sino a cinquanta sarà marcato con ferro affocato; oltre le cinquanta, taglio del naso e marchio in fronte in modo che non si possa nascondere; oltre le cento, impiccato alla forca».
«Li marioli i quali piglino vesti, cappe o berrette a chi passa per le vie, o taglino le borse o le pigliano con artificio, siano condannati sino a tre anni di galera e se recidivi, impiccati.» Il ladro che commette furto con scasso, è punito con la forca; ai complici, è riservata la stessa pena. Chi ruba uno schiavo, sia impiccato e paghi al padrone il prezzo dello schiavo stesso e chi gli leverà il ferro dalla gamba o dal collo, pagherà al padrone il prezzo dello schiavo e al fisco cinquanta libbre: chi l'inducesse a fuggire, pagherà cento libbre ed avrà una mano tagliata.
Sul tema degli schiavi, gli Statuti si diffondono molto e le pene sono sempre molto gravi.
Il capitolo ventitré, tratta «delle rapine». Chi commette questo delitto, «sia tirato alla coda di un cavallo come assassino di strada e inimico pubblico, sia impiccato e li suoi beni confiscati»; la stessa pena è sancita per i ladri sacrileghi.
Negli Statuti della nostra città, non poteva mancare l'articolo relativo a cose marinare, ed ecco il 27° ed il 28° che minacciano il sommo supplitio «a qualsiasi suddito che abbia ardimento di armare sorta alcuna di navigio per corseggiare o ardisca andare sopra navigio armato per questo da altri»; e son pure minacciati grossi guai per chi dal castello del Corvo a Monaco prestasse aiuto a qualsiasi nave corsara o anche ad un solo uomo di quella nave, o fornisse vettovaglie, o aiutasse a riparare armi e navi.
Il capitolo 31° si occupa «delle monete». Recentemente, alcuni individui avevano escogitato un sistema facile per speculare senza incappare nelle maglie del codice penale: coniavano sterline uguali per peso e pel titolo a quelle emesse dalla Banca, ma scoperto il traffico, furono denunciati; l'Autorità giudiziaria restò perplessa di fronte a questo caso: i vecchi Statuti invece erano molto chiari in proposito: «sia punito capitalmente e abbrugiato il reo ancorché nella moneta battuta non fosse difetto alcuno, e la stessa pena avrà colui che tosa moneta d'oro o d'argento». Inoltre, «se ad alcuno perverrà moneta falsa, dovrà tagliarla e la stessa cosa farà qualsivoglia banchiere o argentiere ancorché il proprietario non volesse, sotto pena di cento libbre facendo altrimenti».
Al falsificatore di atti pubblici, sarà tagliata la mano, il teste falso sia frustato ed abbia le nari tagliate e chi sarà complice nella falsificazione di documenti pubblici, si abbia la lingua tagliata.
Anche contro ì Notai che non compiono con scrupolo i loro doveri, le pene sono severe.
Caratteristico è l'articolo 55° sui «Duelli». Si comincia col dare la definizione della parola duello per evitare possibili inesatte interpretazioni: «Duello, è una parola latina e significa il medesimo che guerra, nondimeno l'uso ha già operato tanto che hora si piglia per quello che i Greci chiamano monomachia e i Latini combattimento di due soli e a questo modo s'intende in questo luogo, hora quanti mali siano apportati alle città dalli duelli è cosa più presto nota che necessaria da dirsi…» e continua ancora per concludere che sarà condannato capitalmente chi osasse sfidare alcuno nella città o attaccare cartelli di sfida in luogo pubblico o privato e condannato alla stessa pena chi accetti di combattere senza il consenso del Duce o dei Governatori.
Molto curioso è poi l'articolo 59° che fa obbligo alla nutrice «accordata a dare il latte ad alcun fanciullo, di manifestare ai genitori del bambino se avesse avuto un aborto o partorito al settimo mese, sotto pena di venticinque libbre da pagare ai genitori, o posta in carcere per un mese.» Pel neonato si notano in questo articolo molte premure: così la balia è tenuta a denunciarsi se le viene a mancare il latte o se è rimasta gravida: che se per questi motivi il piccolo «habbia avuto detrimento per essere stato mal nutrito o mal curato e ne morisse» può essere punita anche con la pena capitale. Sempre a favore dell'infante è stabilito che «nessuna nutrice presuma di nutrire o dare il latte a due fanciulli nel medesimo tempo senza il consenso dei padri o di chi ne avrà cura, e se farà altrimenti, perda il salario».
«Beni alcuni non possono spettare al Fisco se non quelli che avanzano alli creditori» canta l'articolo 69°, «perché s'intendono solamente esser beni di ciascuno quelli che avanzano, pagati i creditori» esattamente l'opposto di quanto vige nella legislazione moderna: il Fisco in primis et ante omnia!
Per i rei di congiura o tradimento, l'articolo 70 occupa addirittura sei facciate specificando dettagliatamente tutti i casi e la conclusione è molto severa: pena capitale, incenerimento del cadavere, requisizione a favore del fisco di tutti i suoi beni così feudali come allodiali5, i beni immobili ruinati salve le ragioni della moglie, delle nuore e dei creditori e «li figli maschi perdino ipso jure la civiltà e nobiltà e sieno mandati in bando perpetuo, né siano riammessi se non compiuto qualche fatto illustre a favore della Repubblica». Così pure sarà punito capitalmente chiunque favoreggia in qualsiasi modo il reo di tradimento; chi ucciderà un bandito condannato per delitto di offesa maestà, avrà un premio ovvero potrà domandare la liberazione di un altro bandito.
L'articolo 87, sembra tornato di moda, condanna sino a 50 libbre «ciascuno che occuperà via pubblica ovvero la proibisca»; il successivo invece è - come dire? - assai curioso: condanna sino a 300 libbre o a tre tratti di corda o a cinque anni di bando colui che getta immondizie dinnanzi alla porta della casa altrui o nel portico o vi dipinge corna o canta contro alcuno canzoni derisorie e sporche.
Il capitolo 89 - contro gli eretici - sembra un sermone recitato dal pulpito: «tutti i cittadini sono obbligati a perseguitare gli eretici che lavorano perché le pecore si appartino dalla custodia di Pietro a cui sono state date a pascere dal Sommo Pastore e si disperghino in preda a lupi voraci».
«L'ultimo supplitio» è comminato dal capitolo 90° «a chi scavalchi le mura della città e pagherà una multa di cinquecento libbre colui che prima del nascimento del sole, oserà avvicinarsi a dette mura, dentro o fuori, per qualsi voglia causa». Evidentemente il contrabbando era ed è considerato un peccato molto grave; nel cinquecento, la pena capitale puniva il reo: oggi lo puniscono le fucilate dei finanzieri e dei doganieri.
Gli ultimi capitoli si occupano degli avvocati «che mancano all'uffitio loro o che hanno prevaricato» e «dei giusdicenti che dolosamente giudicano male per aver ricevuto danaro» (la solita bustarella!). Il colpevole sarà obbligato a restituire al fisco triplicata la somma ricevuta «e privato della dignità sia infame in perpetuo et anche condannato all'ultimo supplitio» ad arbitrio del magistrato.
Gli ultimi due articoli sono una specie di ritorno dì fiamma perché si occupano di argomenti già sfiorati in principio: l'uno per condannare a morte il coniuge che si risposa in costanza di matrimonio e l'altro per punire severamente chiunque ordinerà che qualcuno sia percosso «ancora che non lo facci con animo di farlo ammazzare».
Con questo novantanovesimo capitolo i tre prestantissimi cittadini incaricati di rivedere e riformare gli Statuti Criminali, forse stanchi di tante condanne a morte, di tante mutilazioni e tratti di corda, han posto fine all'improbo lavoro, con somma lode del Duce, dei Governatori e dei Procuratori della Repubblica.


1 Ufficiale esecutivo
2 Banditore
3 Ufficiali di polizia
4 Sbirri, agenti di polizia
5 Libera da obblighi feudali, in piena proprietà

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