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Un secolo fa: la "marcia su Roma"
di Nicola Adelfi

La Stampa – 27 ottobre 1962

[Un secolo fa], di questi giorni, incominciava la dittatura fascista - I fascisti celebrarono il 28 ottobre come il giorno di una insurrezione vittoriosa: fu invece lo Stato che si lasciò sconfiggere, senza difendersi, da ribelli molto cauti - Mussolini rimase a Milano, in vicinanza della Svizzera, e lì attese l'invito del re - Le "camicie nere", illegale organizzazione militare che il bonario Facta non pensò mai di sciogliere, si fermarono a prudente distanza dalla capitale - Bastava lo stato d'assedio per disperderle; o al massimo, come diceva Badoglio, "un colpo d'arma da fuoco" - Entrarono in Roma il 31 ottobre, con una pacifica gita in treno

Quanta pioggia quaranta anni fa [l'articolo è del 1962] di questi giorni, mentre gli italiani stavano per entrare in quel buio tunnel che doveva poi essere il ventennio fascista. Quanta pioggia! Pioveva da un capo all'altro della Penisola, e pioggia anche a Napoli dove i fascisti erano adunati a congresso nel foto 1 teatro S. Carlo. Piccoli oratori di provincia si susseguivano stancamente: avevano preparato i loro discorsi e ora non intendevano rinunciare alla loro parte di retorica. A un certo punto il segretario del partito, che era Michele Bianchi, un calabrese piccolo, occhialuto e che tutti chiamavano «Michelino», se ne uscì in una frase memorabile. Disse ai congressisti: «A Napoli ci piove, che ci state a fare?»
Era la sera del 26 ottobre 1922 e quella frase fu il segnale dell'azione: la marcia su Roma. Poche ore prima ai fascisti che gridavano: «A Roma! A Roma!», Mussolini aveva detto: «O ci daranno il governo o ce lo prenderemo. Ormai si tratta di giorni o forse di ore».
Erano tre mesi che tutti parlavano della marcia dei fascisti su Roma. Sotto i baffi a manubrio del mite capo del governo di allora, Luigi Facta, i fascisti si erano già data una organizzazione militare, e quando il 31 luglio gli antifascisti proclamarono lo sciopero generale per protestare contro i delitti dei fascisti che restavano per lo più impuniti, anche allora il governo si trasse in disparte. I fascisti risposero allo sciopero occupando Municipi, Case del popolo, Camere del lavoro, incendiando sedi di giornali, uccidendo. Lo sciopero fallì e sul giornale La Giustizia l'on. Amilcare Storchi scrisse a nome dell'antifascismo: «Abbiamo voluto la nostra Caporetto e l'abbiamo avuta».
Alcuni giorni dopo, il 13 agosto, il comitato centrale del partito fascista si riunì a Milano per esaminare il problema di come impadronirsi dello Stato e Mussolini disse: «Vi sono due mezzi: il mezzo legale delle elezioni e il mezzo illegale dell' insurrezione». Aggiunse: «Non vorrei che il responso dello urne dimostrasse che noi non abbiamo fatto nessuna conquista». Non restava dunque che l'insurrezione. Coerentemente, in un'intervista data due giorni prima, Mussolini aveva detto: «La Marcia su Roma è in atto».
Nella stessa riunione del comitato centrale venne decisa la costituzione della «milizia fascista» agli ordini di Balbo, De Bono e De Vecchi. Luigi Facta, l'uomo che nelle peggiori calamità continuava a ripetere: «Io nutro fiducia», non diede segno di vita. E Mussolini poteva giustamente dire al suo confidente quotidiano, Cesare Rossi: «Se in Italia ci fosse un governo degno di questo nome, oggi stesso dovrebbe mandare qui i carabinieri a scioglierci e ad occupare le nostre sedi. Non è concepibile un'organizzazione armata, con tanto di quadri e di regolamento, in uno Stato che ha il suo esercito e la sua polizia. Soltanto che in Italia lo Stato non esiste».
Tuttavia, uomini e partiti premevano su Facta perché uscisse dalla sua bonaria fiducia. Ma sì, ci voleva ben altro per scuotere quel campione dell'immobilismo. A chi gli parlava concitatamente dei preparativi militari dei fascisti, Facta rispondeva: «La marcia su Roma? Nessuno mi toglie dalla testa che l'espressione va interpretata come una figura retorica». Oppure: «La marcia su Roma? A Roma ci sono io. Ci sono io con reggimenti e cannoni». A chi sosteneva che il rispetto della legge poteva essere ripristinato subito dando l'ordine a un prefetto qualsiasi di fare arrestare Mussolini, Facta rispondeva scandalizzato: «Ma sono discorsi da farsi, questi?» Una volta lo fecero uscire addirittura dai gangheri. Esigevano che facesse un gesto di forza. Facta disse: «Lo volete proprio il gesto di forza? Ebbene, allora mi farò saltare le cervella».
Intanto, i fascisti si impadronivano con la forza di molte amministrazioni comunali, comprese quelle di Milano, Ferrara, Cremona, Parma, Ravenna, Livorno. A foto 2 Fiume restò ucciso uno squadrista, e i fascisti, oltre che del municipio, s'impadronirono anche di un cacciatorpediniere. Ma l'occupazione che più levò scalpore fu quella dell'Alto Adige: i due alti commissari governativi, che erano i senatori Credaro e Salata, vennero estromessi dalle squadre fasciste capitanate da De Stefani, Giunta, Farinacci, Starace.
Lo Stato andava sgretolandosi rapidamente. A giudizio di tutti, l'unico che avrebbe potuto salvare la situazione era un vegliardo di 80 anni, Giovanni Giolitti. Lo temeva anche Mussolini: anzi, forse era l'unico statista di cui aveva paura. A cose fatte, a vittoria conseguita, Mussolini disse una sera a Cesare Rossi: «Certo, se al governo ci fosse stato Giolitti, le cose per noi non sarebbero andate così lisce. Quell'uomo sa dare ai prefetti la sensazione della sicurezza e della stabilità. Nelle nostre zone, la Toscana e la Valle Padana, ci sarebbero state fiere resistenze, ma non ce l'avremmo fatta davvero».
I due partiti più forti a Montecitorio erano il socialista e il cattolico, che allora si chiamava «partito popolare» ed era dominato da un prete siciliano, don Luigi Sturzo. A un certo punto, Turati propose un governo Giolitti sostenuto da socialisti e cattolici. Male gliene incolse: fu espulso dal partito insieme con Matteotti, Treves e Modigliani; i massimalisti rimasero padroni del partito sotto la direzione di Bombacci (anche lui finito appeso accanto a Mussolini nel 1945). Non se ne fece niente. D'altra parte neppure don Sturzo era disposto a collaborare con Giolitti.
E così Facta durava al suo posto, forse suo malgrado. Egli, più che ai cannoni, pensava a D'Annunzio per opporsi a Mussolini. Pensava a una grande adunata di italiani intorno all'Altare della Patria e il vate che avrebbe pronunciato un discorso antifascista e patriottico. D'Annunzio aveva allora molto seguito fra i giovani, fascisti compresi. All'ultimo momento D'Annunzio rinunciò: in seguito (si disse) ad una caduta da un balcone nel corso di un convegno amoroso. Facta e Mussolini restarono cioè a faccia a faccia. Chi dei due avrebbe vinto era facile capirlo, e allora fu una corsa frettolosa, quasi generale, verso il sicuro vincitore.
Tuttavia, Facta aveva ragione quando affermava che la Marcia su Roma non sarebbe avvenuta, sarebbe rimasta una figura retorica. Dopo Napoli, l'ordine di marcia venne bensì dato dai quadrumviri che avevano fissato la loro sede a Perugia; e reparti fascisti, male in arnese e infastiditi dalla pioggia, arrivarono fin nei dintorni di Roma, a Civitavecchia, Monterotondo, Tivoli. Però, Mussolini non si lasciò persuadere a muoversi da Milano, così prossima alla frontiera Svizzera.
Lo Stato, sebbene fosse ridotto a una misera larva, faceva ancora paura. Sicché quando Facta ottenne dal re il consenso a emanare il decreto di stato d'assedio foto 3 e insieme con i suoi ministri nella notte fra il 27 e il 28 ottobre fece stampare e affiggere per le strade di Roma il proclama governativo per la resistenza contro l'insurrezione «con tutti i mezzi e a qualunque costo», molti cuori fascisti tentennarono, numerose furono le diserzioni specialmente nella colonna di Monterotondo. Badoglio, ch'era il nuovo capo di Stato Maggiore, disse al governo: «Datemi i pieni poteri e basterà un colpo d'arma da fuoco per fare crollare tutto il fascismo». C'era da credergli.
Poche ore dopo fu invece l'Italia a crollare sotto la dittatura. La mattina del 28 ottobre il re, temendo forse intrighi da parte del cugino duca d'Aosta, si rifiutò di firmare il decreto di stato d'assedio. I fascisti ripresero animo, tutti si convinsero che ormai avevano vinto. Tuttavia, anche in quell'ora di trionfo, le camicie nere non osarono avventurarsi dentro Roma. Il 29 era domenica, gli squadristi erano stanchi della pioggia, e molti avevano deciso di tornare al loro paese per poter riprendere il lavoro il giorno dopo.
Quello stesso giorno il re invitò Mussolini a formare il nuovo governo. Mussolini fece la Marcia su Roma in vagone-letto. Solo il 31 ottobre le colonne fasciste, intorno a 15 mila uomini, raccolti da una decina di treni speciali, riforniti di viveri e trasportati a Roma, poterono entrare pacificamente nella capitale e sfilare sotto il balcone del Quirinale. Tutto sommato, la Marcia su Roma fu una scampagnata in treno e a spese dello Stato.

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