Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Vicende dell'arte dei chirurghi e dei barbieri genovesi
alla fine del XVI secolo
di Fortunato Cirenei

Genova – dicembre 1961

Nella Biblioteca Berio di Genova si conserva un codice membranaceo dell'inizio del '600 il cui contenuto ha una certa importanza per la storia della chirurgia e in dipinto particolare per la conoscenza degli ordinamenti che in quel tempo regolavano l'esercizio professionale. Le 31 carte che lo compongono, scritte da mani diverse fra il 1591 e il 1613 e riunite in una legatura in pelle di epoca posteriore col titolo «Capitoli dell'arte dei chirurghi e barbieri» (segn.: m, r, 1, 35), ci presentano documenti (o, più probabilmente, copie) mediante i quali è possibile ricostruire un momento importante della vita di quella comunità: la riforma dei capitoli.
La parte principale del manoscritto è difatti costituita dal testo dei nuovi 32 capitoli, il resto da verbali di riunioni dei Maestri chirurghi, da suppliche all'Autorità per ottenere approvazione di ulteriori correzioni e modifiche, dalle relazioni del Senato e dei Padri del Comune sulle variazioni proposte, infine dalle formule di approvazione. Il complesso di documenti insomma che, come si direbbe oggi, corrisponde alle varie fasi dell'iter burocratico che portava all'approvazione di un nuovo statuto. Il manoscritto è inedito, e di circa un secolo antecedente a quello che contiene i Capitoli della Università dei Chirurghi; ciò mi ha spinto a studiarne il contenuto ed a portarlo a conoscenza, sia pur per sommi capi, dei lettori, in considerazione del fatto che esso ci fa partecipare, per il periodo di oltre un ventennio, alle vicende di questa Comunità, nel quadro della vita cittadina di quel tempo.

verbale Verbale prima riunione chirurghi

Dal verbale della riunione in cui si decisero le modifiche, apprendiamo come i chirurghi, convocati e congregati more solito in una cappella del chiostro di Sant'Agostino nel tardo pomeriggio del 10 giugno 1590, udita la proposta di riformare i Capitoli dell'Arte, affidassero, con trentotto voti favorevoli, ai Consoli e ai Consiglieri dell'Arte il compito e l'autorità di correggere e modificare le norme fino allora vigenti. Erano consoli in carica per quell'anno Francesco Mellione e Antonio Busalla; consiglieri Franco Rossi, Secondo De Battezzati, Bernardo Cassito, Gaspare De Albatibj e Giovannangelo Falchi.
Ecco comunque il testo integrale del verbale della seduta:
«In nomine Domini Amen, convocati et congregati more solito infrascripto.
Infrascripti magistri artis cirugicorum et barbitonsorum genue: demandato . D . Francisci Mellione et Antonii Busalle Consulum dicte artis et vescontis de ferrariis, franchini Rubei, Secundi de baptizatis, bernardis capsitii, Gasparis de albatiby et Ioannis angeli falchi, Consiliariorum eiusdem & Antonius botarium nuntium dicte artis. Quorum qui interfuerunt nomina sunt haec:
Baptista Jamxe, Antonio Boconus, Jacobus Minatius, Agustinus De Ferrariis, Benedictus Faba, Bernardus De Piscarijs, Georgius Predius, Vincentiuts Valetarius, Angelinus De Angelinis, Bartolomaeus Ravaschius, Baptista Chiavari, Hijeronimus Zignaigus, Stephanus De Abbatibus, Paulus Richeme, Jodisius Beccaria, Ferrante Blancus, Augustinus Ferrus, Jo: Baptista nescinus, Baptista Sturla, Jacobus ante pechietus, Stephanus Zignaigus, Nicolaus Castilionus, Bartholomaeus Varisius, Martinus De Fassiis, Antonius Pincetus, Augustinus Garrellus, Silvius Bogerius, Petrus De Pinu, Bernardus Saxonus, Ioannes Maria Zignaigus, Demetrius Blancus, Obertus Brachus, Antonio Gardonus, Ambrosius Balestrerius, Baptista Vicius, Petrus Berthora, Ioannes Bertholus, Hiyeronymus De Lugo, Philippus Capsitius et Dominicus Locella audito quicquid coram eis fuit propositum circa reformationem capitulorum dicte artis iam renovatorum per dictos Domine Consules pro bono et utile dicte artis, et praesentis Cìvitatis Genuae, ac domini huius Ser.mae Reipublicae, et re ipsa, mature examine subiuditis calculos deducta, ad calculos albos et nigros se se absolventes albis triginta octo, et reliquis nigris repugnantibus, contulerunt et conferunt auctoritas et bailiam dictis D. Consulibus et Consiliarijs corrigendi et emendandi dicta Capitula ad alia addendi et minuendi prout ipsis Dominis Consulibus et Consiliarijs videbit et placuerit ita. Actum in Genua; in capella posita in claustro divi Augustini anno a Christo nato MDLXXXX die martis X Junij in vesperis. Praesentibus dicto Antonio Bottario nuntio et Augustine Danei testibus ad hoc vocatis et rogatis
».
Poco più di un mese dopo le modifiche erano già state approvate e i chirurghi, riuniti la sera del 30 luglio 1590 nel Chiostro della Chiesa delle Vigne, approvarono all'unanimità la presentazione dei nuovi capitoli alle competenti autorità della Serenissima Repubblica.
Ecco il resoconto della seduta:
«Millesimo suprascripto die vero martis XXX Julii in vesperis in Claustro Beatae Mariae de Vineis - Prefati Magistri Domini Consules et Consiliarii sedentesque, vissa suprascripta auctoritate et ipsis collata et dictis capituli dicte artis, et ipsis bene et diligenter consideratis omni igitur meliori modo ad calculos albos et nigros se se absolventes et omnibus albis repertis, Capitula dicte artis corrigerunt et emendaverunt, minuerunt et alia demum addiderunt in omnibus prout eis continetur si ita fuerint Comprobati a Ser.ma Dominatione Genuense et ita Mandaverunt praesentari Coram ea pro impetranda eor. approbatione. »
Il testo dei nuovi capitoli fu presentato al Senato che lo affidò per un accurato esame a due dei suoi membri, Francesco Montebruno e Giovan Battista Lercaro. La faccenda dovette andare per le lunghe, tanto da indurre i consoli «desiosi del ben pubblico, e della detta arte», a presentare al Senato una seconda supplica, nella quale si sollecitavano la revisione e approvazione delle nuove norme, che, come apprendiamo dalla supplica, avrebbero dovuto sostituire quelle che risalivano a più di cento anni prima.
«Li consoli e conseglieri de l'arte de' chirurghi e barberi di questa Città, esponendo si come sono più de cento anni che furono fatti li statuti e reformationi di essa arte, quale si per la diversità de' tempi, come per le malitie e fraudi de gli huomini hanno bisogno di reformatione e perciò come desiosi del ben pubblico e della detta arte, hanno con intervento della maggior parte degli huomini di essa reformato essi capitoli, e fattone degli altri con conditione però, se saranno così approvati, e confirmati dalle SS. VV. Ser.me come concernenti l'utile e beneficio di detta arte, e di tutta la Città, il quali presentano, pregano dunque et supplicano humilmente le SS. VV. Ser.me voglino approvare, e confirmare detti capitoli, e reformationi, acciò che habbino la dovuta esecutione et in tutte come sperano da quelle ottenere, alla buona gratia de quali humilmente si raccomandano, pregando felicità, e perché fu dal Ser.mo Santo commessa la revisione di essi alli Ill.mi all'hora Francesco Montebruno e Gio. Batta Lercaro, li quali non fecero la loro relatione per difetto che li console dell'arte che ne aveva cura morse, e per trascuragine d'altri non si è seguito l'impresa.
Desiderano perciò che si di nuovo commessa detta revisione a doi altri Senatori per più brevità e facilità de quanto si tratta
».

capitoli Capitoli degli Statuti

I capitoli, che portano la data del 27 settembre 1591, sono trentadue; di essi riporto i titoli, rimandando i lettori che volessero conoscere il testo, al manoscritto in questione:
Cap. 1° Modo di eleggere li Consoli.
Cap. 2° Che gli huomini di delta arte debbino congregarsi insieme di ordine delli consoli, per li negotii di detta arte.
Cap. 3° Che debbino li Maestri di detta arte andare ad udire la messa, che si suole celebrare nell'ultima domenica di ogni mese.
Cap. 4° Che si santifichi la festa dei Santi Cosma e Damiano.
Cap. 5° Che non si dichi villania alli consoli sindico e messo per conto di detta arte.
Cap. 6° Che non si facci giuramento falso.
Cap. 7° Che li lavoranti forestieri paghino.
Cap. 8° Che non si possi tener più di doi garzoni.
Cap. 9° Che li Maestri debbino denuntiare li garzoni fugitivi alli consoli.
Cap. 10° Quanto debbino pagare li garzoni, che haveranno imparato l'arte nella Città, borghi e sottoborghi, per l'entrata.
Cap. 11° Che ai lavoranti di mala fama, et rei di furto, non se gli dia da lavorare.
Cap. 12° Che li lavoranti e garzoni fatti maestri non possino mettere buttega se non lontano quindeci case dalla buttega dove stavano.
Cap. 13° Che li lavoranti nelle feste di Natale e di Pasqua non si partino dai loro maestri.
Cap. 14° Quanto debbino pagare gli estranei per la entrata nell'arte, e che non possino essere ammessi se non nel modo infrascritto.

santi I santi Cosma e Damiano (dall'opera «Feldtbuch der Wundertrney» di Hans von Gersdorf - Strasburgo, 1517 - Incisione di H. Wechtlin)

Cap. 15° Che non si cerchi di far mantenere le pigioni di botteghe né uno maestro possi andare a pigione in buttega da un altro maestro che se ne andasse contro sua volontà.
Cap. 16° Che nessuno maestro di detta arte possi servire alcuno monastero, o collegio, se prima altro maestro non fosse di accordio, e pagato di sua mercede.
Cap. 17° Che si debbino ritenere l'arnesi, e ferramenti spettanti alla detta arte, da chi li volesse vendere o impegnare.
Cap. 18° Che li consoli sieno decisori de tutte le dìfferentie sino alla somma di L. 5.
Cap. 19° Che non si possi dar più delle doe terze parti del guadagno di buttega ai lavoranti.
Cap. 20° Che li consoli possino accordare li garzoni quando li maestri stanno più de doi mesi fuori ne' loro viaggi (con altri maestri… e ciò a fine che… impari l'arte et non perdi tempo…).
Cap. 21° Che li garzoni che haveranno imparato l'arte nella città non possino quella cioè l'arte della chirurgia esercitare se prima non saranno approvati maestri.
Cap. 22° Quanto si debbi dare di elemosina alle povere figlie di detta arte al loro maritare.
Cap. 23° Che li maestri di detta arte che navigheranno paghino soldi dieci l'anno.
Cap. 24° Che non si possi lavorare il giorno delle feste comandate da S. Madre Chiesa.
Cap. 25° Che li consoli siano tenuti, et obbligati andare doe volte l'anno a rivedere tutte le butteghe di detta arte insieme con lo scrivano di essa, sindico o messo, per rivedere li garzoni e lavoranti di essa.
Cap. 26° Modo di scodere le condanne.
Cap. 27° Che non sia lecito ad alcuna persona di detta arte aprire buttega di barbero o chirurgo se prima non sarà approvato et esaminato nell'arte di chirurgia conforme ai capitoli; quanto debbino pagare li estranei per l'entrata, (sotto pena de libre diece per qualsivogli contrafaciente e per qualsivoglia volta).
Cap. 28° Che si debba fare una matricula nuova, nella quale si debba scrivere tutti li maestri, che sono stati, e che al presente sono e saranno, (essaminati però, quelli haveranno a venire, dallo Rettore del M.co Collegio de Medici di questa Città, e consoli e conseglieri di detta arte e che detta matricula stia serrata sotto tre chiavi, due stiano appresso alli detti consoli e l'altra allo più vecchio di conseglio).
Cap. 29° Che li lavoranti quali haveranno imparato l'arte nella Città, borghi e sottoborghi, possino tozare, cavare denti, tirare sangue in qualsivoglia buttega conforme alli capitoli, ma che non possa medicare che non sia approvato dal Rettore del Magnifico Collegio delli Medici, Consoli e Conseglio dell'arte dei barberi conforme alli capitoli.
Cap. 30° Che li consoli, e conseglio di detta arte in ogni occasione possino elegarsi uno notaro, e sindico a loro volontà.
Cap. 31° Che li consoli, conseglieri di detta arte possino, e debbano alli delinquenti tanto contra li presenti capitoli, come chi eccedesse li termini nel farsi pagare la sua mercede condemnare come le parerà conveniente sommariamente troncando ogni cavillatione a fine ogni uno resti sicuro di non essere maltrattato, si rispetto alli medicamenti come alla mercede dovuta.

chirurgo Un chirurgo del '500 all'opera (dall'«Albucasis Chirurgico Omnium…» a cura di J. Schott, Strasbourg, 1532)

Cap. 32° Che li denari che sopravanseranno dalle condanne che si faranno spettanti all'arte, e dalli luoghi che detta arte ha in S. Giorgio dedutte le spese, e le limosine che far si sogliono, che li Consoli rispettivamente prima di uscire dalla cura loro debbano, e siano obbligati convertirle in luoghi delle compere di San Giorgio.
MDLXXXXI die XXVII Septembri
Uno sguardo d'assieme ai trentadue capitoli ed un esame comparativo con quelli del 1694 ci permette di rilevare alcune differenze. Meno complesse appaiono le norme che regolano i rapporti fra i membri dell'arte, le modalità delle riunioni e della elezione dei Consoli e dei Consiglieri. Più numerosi risultano invece gli obblighi religiosi come quello di udir messa tutti insieme l'ultima domenica di ogni mese nella chiesa di San Cosma e Damiano e il divieto perentorio di lavorare li giorni delle feste comandate dalla Santa Madre Chiesa Romana. Molto interessanti si dimostrano certe disposizioni, a carattere, per così dire, sindacale, atte a tutelare gli interessi dei membri dell'Arte, come la proibizione di affittare la bottega dove aveva esercitato un maestro chirurgo ad un altro chirurgo, quando il primo se ne fosse andato «contro sua volontà», non prima che fossero passati due anni, le modalità e la regolamentazione dei rapporti fra i maestri e i lavoranti (entità e limite massimo del compenso, limitazione d'età e di numero per l'assunzione di "garzoni", diritto di questi ultimi a completare la loro preparazione nel caso che il maestro si assentasse per molto) e quelli fra i maestri ed i terzi (impossibilità per un chirurgo di «servire alcuno monastero o collegio» senza che il chirurgo che lo precedeva abbia dato il suo assenso; divieto ai lavoranti fatti maestri di lavorare in vicinanza della bottega dove prima «stavano» e in ogni modo distanti almeno quindici case). Degne di nota alcune norme a carattere previdenziale, come la disposizione che assegnava alle figlie di barbieri e di chirurghi che saranno povere una somma di L. 10 all'atto del matrimonio e quello che imponeva ai chirurghi imbarcati su navi da carico o da guerra di pagare dieci soldi per viaggio a beneficio dei colleghi in cattive condizioni economiche.
Il riesame dei capitoli, affidato questa volta a Giovan Battista Grimaldi e a Orazio Spinola fu rapido e portò alla sospirata ratifica da parte del Doge e del Governo. Pochi anni dopo, nel 1601, i chirurghi si riuniscono «in inferiori claustro ecclesie Beate Maria de Vincis», il 26 settembre «in vesperis», e approvano, con un solo voto contrario, la proposta dei Consoli in carica «DD. Vesconte de Ferrariis et Barberus Balestrinus» di ridurre il compenso annuale loro spettante come indennità di carica da quattro scudi d'oro a due, per aumentare la disponibilità finanziaria dell'Arte per le spese di ogni genere e per le opere di beneficenza, «animadvertentes… redditus seu fructus locorum comperarum Sancti Georgi, et alia emolunenta ad ipsam artem spectantes… non sufficere annualibus expensis… elemosinis… et aliis oneribus solvi…».
Nel 1603 «die martis in vesperj in oratorio disciplinatorum St. Jacobi de marina Janue» i chirurghi si riuniscono ancora, sempre per discutere i capitoli della loro arte da poco approvati. Sono presenti i Consoli Antonio «Boconus» e Oliviero Jamxe, i Consiglieri Battista Jamxe, Benedetto Fava, Battista Lerma, Lorenzo Salvago, Agostino Garello, e trentacinque Maestri. Poiché, secondo il verbale, «qui omnes superius congregati, et coadunati sunt ultra duas tertias partes universitatis et hominum dictae Artis Chirurgorum et barbitonsorum Genuae», possiamo arguire che l'Arte dei chirurghi genovesi non comprendesse in quel tempo più di sessanta membri. Si propongono ulteriori riforme e perfezionamenti, da presentare per l'approvazione ai Padri del Comune; la composizione da parte del Notaro della matricola dell'Arte nella quale avrebbero dovuto apparire i nomi dei chirurghi inscritti prima del 1591, e in seguito solamente quelli che «hanno fatto o faranno prova in li atti del detto Notaro di essa Arte d'esser approvati maestri, et aver le qualità necessarie per essere descritti in detta matricola, et in tutto a forme di quelli è stato comandato dal Ser.mo Senato». Si accetta l'eleggibilità a Consoli e Consiglieri dei Maestri «forestieri» (non prima però di cinque anni dal loro ingresso nell'Arte) e si stabiliscono pene per chi ricusasse le cariche; si approva un limite di età (dodici anni) per i garzoni e il numero minimo di anni (sette) del loro apprendistato, la proibizione ai Consoli e Consiglieri di «imporre carico alcuno sopra li denari et effetti di dett'arte», quella di esercitare «dett'arte, così chirurgia come in tosare e radere» a chi non «sarà prima approvato et habbia le qualità come ne' detti capitoli si contiene»; si riconosce ai Consoli e Consiglieri, ad essi solo, la potestà di «chiamare e convocare l'università di dett'arte» e si stabilisce infine l'obbligo per tutti i Maestri di pagare annualmente «soldi dieci di Genova… in soventione delle povere figlie dei Maestri di essa che si mariteranno et altre spese necessarie da farsi per conto di dett'arte».

chiesa La chiesa di San Cosma e Damiano
in Genova

Tutte queste modifiche, esaminate dai Padri del Comune «in quarto et legitimo numero congregati» furono in parte accolte, in parte respinte. Si diede infatti parere sfavorevole alla ratifica della delibera, in verità alquanto strana, che disponeva che si potesse chiamare «figlio di maestro» (e godere degli eventuali diritti? n.d.A.) solo chi «sarà nato doppo che il padre sarà stato ammesso et discritto in la detta matricola» e di quella che stabiliva nuove norme per l'elezione dei Consiglieri e infine di quella che dava ai consoli e consiglieri la potestà di convocare l'università dell'Arte. L'obbligo dell'esame per chi volesse esercitare la chirurgia, o anche solamente per «tosare e radere» fu invece dai Padri del Comune approvato «quoad chirurgiam tantum» suscitando fra i chirurghi un certo malumore per cui, dai loro consoli Boccone e Jamxe, fu presentata un'ulteriore supplica al Senato per la approvazione integrale del discusso 7° capitolo «come molto giusto e non meno utile di tutti gli altri», però senza ottenere alcun risultato. La questione non era ancora finita: essendo stabilito che l'approvazione dei nuovi capitoli determinasse la revoca dei vecchi «in quelle parti, che questi nuovi ostino» si veniva a determinare, per i barbieri, un contrasto con il ventisettesimo dei capitoli approvati nel 1591, che considerava illecita l'apertura di «boteghe» per chi «prima non sia esaminato et approvato in chirurgia», che pertanto poteva anche essere considerato non valido dai barbieri, con evidenti possibilità di abusi a danno dei chirurghi e, in fondo, anche degli infermi. I Padri del Comune, questa volta, accolsero favorevolmente le argomentazioni del «causidico» Battista Cabella estensore della supplica e, il 27-8-1610, votarono una delibera che ha un certo valore storico [non indifferente] in quanto sancisce ufficialmente in Genova una netta divisione fra l'esercizio della chirurgia e il «tosare e radere». Ne riporto integralmente il testo:
MDCX die XXVII Augusti
Preg.mi D.ni Patres Communis in quarto numero congregati absente Preg.mo D.D.no Andrea Spinola quinto collega visis precibus, et rescripto praedictis auditis consulibus artis chirurgorum ac cum d. Baptista Cabella causidico omnimodo et ad calculos Referendum esse dixerunt Ser.mo Senatui publico interesse decerni, ac dignosci barbitonsores a chirurgis ne infirmi cum detrimento vite decipi passint a pseudo Chirurgis, cui male occurri posse existimas, si iniungatur illis qui barbitonsoris tantummodo artem exercere volunt, ut ante ipsorum apotecas supra ostium publice continue habeant tabella continens hec verba maioribus caracteribus conscripta que a transeuntibus commode videri, et legi possint.
«Per tosare, e non per medicare» adjecta poena librarum decem quoties contigerit.
Altri documenti, compresi nel manoscritto della Berio, ci illuminano su di un'altra questione che in quel tempo agitava l'ambiente dei chirurghi: l'esercizio abusivo della chirurgia da parte di donne, appartenenti al popolo minuto, col risultato che «del continuo si sentono lamente da persone che da si fatta gente erano stropiate e maltrattate» e «che il Magistrato Fiscale si è di già più volte lamentato con noi di ciò, dicendo che si è avuto notizia esser morte delle persone di ferite che non si è potuto visitarlo per non esser venuto le demontie a Palazzo…». Una di esse, Antonina Baxa, era addirittura sfuggita al pagamento della condanna: avendo i Consoli e Consiglieri dell'Arte «fatto prender li pegni… il marito suo è comparso dalli molto Ill.mi Ser.mi Supremi, li quali come che esso habbi osservato esser suoi propri glieli hanno fatti restituire». Donde una supplica, questa volta accettata in pieno, che i mariti di queste «doniciole» fossero tenuti al pagamento delle pene previste per l'esercizio abusivo dell'arte chirurgica. L'ultimo documento del manoscritto è la formula di approvazione da parte del Doge e dei Governatori della Repubblica di ulteriori aggiunte fatte nel 1613 ai capitoli già approvati.

© La Gazzetta di Santa