Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Lanternette1 e trallalero nella tradizione popolare genovese
di Giuseppe Piersantelli

Genova – marzo 1965

Tra i più quotati divertimenti di ieri e di oggi, signorili e popolari, va certamente posta la danza. Gli inviti dell'alto ceto si risolvono, infine, in veglie maschera 1 danzanti; le festicciuole di famiglia terminano quasi sempre con quattro salti e non di rado i contadini improvvisano danze nelle lunghe serate invernali o sulle aie e nei campi quando ha sosta o cessa il faticoso lavoro.
Nel popolo ligure l'uso della danza è radicatissimo. Giambattista Vigo, poeta dialettale di nostra gente, vissuto nel pieno del secolo scorso (1844-1891), facchino carbonaio dapprima e poi insegnante elementare, ce lo ricorda in un colorito, succoso sonetto, che ha per titolo «O Ballo Campestre».

«Baello vedde i paisen coe sò menghinn-e2
quande de gran fonsoin g'han in campagna
Ballâ quelle cicconn-e e monferrinn-e
Pe-i boschi sotto i aerboi de castagna.
E bello vedete quelle montagninn-e
Là de Fontannabonn-a e de Cicagna
Intortignase comme e ballerinn-e
quande fan o fandango a l'uso Spagna.
E lì che co-a sciô finta in to cappello
I paizen se l'abbrassan streite a-o collo
Pe no e lasciâ ballâ con questo e quello.
E poi sentighe dì: mae câ Maiollo.
Dammene un rissettin do to caviello
che pe ballâ con ti son tosto sciollo».

Ramaglie di pino e di rovere delimitano, nel fresco recinto all'aperto, la pedana per i suonatori, che, un tempo, non conobbero strumenti ad arco, ma corni regolati col pugno, trombe, pive e clarini, sostituiti oggi di sovente da un organetto meccanico, di provenienza orientale.
Ludovico Giordano (Antichi usi Liguri - estratto dalla collana storica archeologica della Liguria occidentale - vol. II, n. 6, 1933, pagg. 22-23), scorrazzando avveduto per la Liguria, trovò vive tali forme di ballo nella Riviera di levante, nei monti che confinano col parmense e nei dintorni di Genova alle Cabanne di Carrega, alla Cappella delle tre Croci sul Monte Antola, alla Cappella di S. Fermo sopra Vallenzona in Valle Scrivia, mentre nella Riviera di ponente ne differiscono per un maggiore sapore provenzale.
L'inveterata consuetudine della danza tra noi è concordemente attestata dal Cervetto (Il carnevale genovese attraverso i secoli - estratto dalla Rivista Ligure di Scienze lettere ed arti - Genova 1908, pag. 31 ) e dal Pandiani (Vita privata genovese nel rinascimento, in Atti della Soc. Lig. di St. Patria, vol. XLVII, Genova 1915, pagg. 179-180) che ricordano le antiche feste da ballo pubbliche o private, dette perciò «con la porta aperta» o «con la porta chiusa», e gli splendenti festoni del popolo grasso, in evidente contrasto alle "lanternette" del popolo minuto, fatte di ambienti rischiarati da luce fioca e incerta.
I sontuosi palazzi della rinascenza, sfolgoranti di luce, ricchi di marmi policromi e di preziosi drappeggi, o il caratteristico, patrizio teatro del Falcone erano la sede naturale dei festoni, cui le dame convenivano nelle loro eleganti superbe acconciature, cornice adeguata alla loro bellezza, ben ammirata nell'armoniosa movenza del fianco e del piede, che colpirà un giorno poeti come il Chiabrera, le cui liriche si adorneranno delle lodi per Amelia Pavese, vezzosamente danzante il ballo della spada; per Giulia Garotti, ineguagliabile in quello della barriera; per Lelia Grasso, straordinariamente flessuosa nel ballo della corrente e, infine, per Angela Ardizio, di impeccabile linea nel brando di Casale.
Ma lasciamo le danze alle galanterie e ai poeti e varchiamo la soglia di una lucernetta o lanternetta pittoresca nei policromi, vivaci abbigliamenti femminili, per individuare le danze che ne allietavano le feste.

corteo Un nostro corteo folcloristico

Ballo caratteristico del popolo è la "ferandola3" volgarmente detta "riunda". Si ballava a catena, al suono di pifferi o di simili strumenti, alzando ritmicamente una gamba, se si deve stare al vago cenno delle storie genovesi del secolo XIII, secondo cui non solo le giovani, ma anche le vecchie la ballavano in pubblico su di una gamba. A Genova era divenuta anche la danza tipica che il popolo eseguiva la sera del 17 gennaio, all'aprirsi della stagione del carnevale, attorno a grandi fuochi accesi sulle piazze. I Focesi di Grecia, a dire del Cervetto, la recarono a Marsiglia, da dove si diffuse per le coste della Catalogna, della Provenza e, quindi, della Liguria, e dovrebbe, pertanto, ricollegarsi alla "collana" o "ruota" dei greci, che i romani denominarono "catena" ed oggi diciamo "carola". Vi allude anche Omero e la sua origine andrebbe ricercata in Ampurias, colonia ellenica, pur non mancando chi la riconnette ai riti megalitici del culto solare, dopo essere nata come ingenua danza di ricreazione. Rileva, infatti, il Bragaglia (A.G. - Il ballo tondo - in Ricreazione - anno I - n. 5 pag. 34, maggio 1949) che il ballo tondo è effettivamente la prima danza ricreativa «la più antica ed elementare danza di ogni paese, il ballo di tutti i tempi, che celebra la primavera e la gioia della vita».
La dizione dialettale 'batte e moesca4" corrisponde per seguire il Casaccia (Dizionario genovese), a «danzare la moresca», locuzione che chiarisce come un tale genere di ballo fosse in uso presso i saraceni, cui i genovesi lo ripresero nel periodo delle Crociate. Vi è memoria di esso nei viaggi del Magellano e nel Varchi e per il Pescio (Terre e vita di Liguria. Milano. S.I.D., pag. 190) segna una certa identità col saltare con l'arme degli antichi. Le preferenze del popolo andarono a questa specie di danza pirica, in cui i ballerini, vestiti alla foggia orientale e spagnola, graziosamente si affrontano, si inchinano, accompagnano il ballo col suono delle spade insieme percosse o l'alternano con bellissimi giuochi d'arme. Nel secolo scorso era ancora in voga tra noi; oggi è confidata nelle Riviere e nel contado.
Un "ragionamento", stampato in Genova nel 1583 (riferito in Cervetto, cit., pag. 14) dà pure notizia di certe danze francesi e spagnole, ballate nelle lanternette, nelle quali «non solo il pie', ma la mano ancora con le castagnicche5 e col pandero6 fa la sua parte», e loda, tra le varie specie di balli, taluni «brandi molto gustosi che durano più di un'ora nei quali tutti gli huomini e le donne, intervengono che paiono più presto introdotti per ragionare che per danzare potendo ognuno comodamente parlare con la donna che tiene per mano et dove anche intervengono mascherati».
Riferisco - per inciso - del ballo del bastone7, di cui ha scritto il Levati (I dogi di Genova e vita genovese, dal 1746 al 1771; Feste e costumi genovesi del secolo XVIII, Genova, 1915 - pagg. 347-349), che rallegrava biecamente feste danzanti di ben più vil prezzo che non le lanternette del popolo minuto. Doveva essere volgare e immorale se il governo ritenne di proibirlo l'anno stesso - il 1689 - in cui si cominciò a ballarlo. Naturalmente, non si scomposero granché i censurati e seguitarono ad organizzare feste da ballo da bastone, che secondo una nota del magistrato di inquisizione erano tenute da persone di vile condizione, con l'intervento di donne di mala vita, scelte fra le più adatte e disposte ad ispirare la licenza, retribuite appositamente perché ballassero ed anzi obbligate a non ricusare il ballo a chiunque, per parteciparvi, avesse pagato come prescritto. Questi ritrovi dissoluti erano assai frequentati anche da soldati, ai quali come a tutti i partecipanti, si concedeva il maggior comodo. Nel 1762 un ignoto, alludendo alla festa da bastone, affermava che le offese di Dio non vi si contavano più, che tutto si dissimulava in favore della più oscena libertà e lamentava i molti disordini, di cui erano causa, e le irreparabili conseguenze per quelle ragazze di famiglia che vi prendevano parte, tratte in inganno o per interesse. Con l'avvento dei francesi, il ballo sparì: si legge ironicamente in una nota del tempo che di esso non appariva più il bisogno… maschera 2
Per tornare alla lanternette, accenno alla trompeusa e alla pariseua, due danze antiche, trascritte da Nino Alassio, reputate da Mario Pedemonte (in Pescio, cit., pagg. 107-108) di incerta provenienza, e perciò non genovesi, ma raccolte da noi, come dai popoli di altre regioni, e inserite, con varianti, tra le nostre danze popolari.
La trornpeusa, da tromper ossia ingannare, si balla disponendo i cavalieri in fila di rimpetto alle dame, una delle quali, portatasi davanti ad essi, porge la mano rispettivamente all'uno e all'altro, ritirandola non appena stanno per afferrarla, fino a che, trovato il suo simpatico, fa con quello un giro di danza. Lo scherzo vien ripetuto da tutte le dame, dopo di che i cavalieri rendono la pariglia. Nella pariseua o cingallegra, danza biricchina con accompagnamento vocale, una dama poggia le mani sulle spalle ad un cavaliere, imitata dall'opposta banda da un cavaliere, che rifà il gioco con una dama. I due di dietro portano ritmicamente il capo da destra a sinistra e viceversa, e, mentre compaiono e scompaiono al compagno, vanno cantando:
ti a vei, ti a vei, ti a vei
ma ti no a pii;

e, quindi, si slanciano fuori per compiere il loro giro.
Al tipo della trompeusa e della pariseua si riconducono le gighe, vecchie danze di movimento vivace e di sapore agreste con patenti richiami alle «monferine», diffuse specialmente nel contado, di cui alcune, di alto valore artistico, furono musicate dai clavicembalisti del secolo XVIII, e il "perigordin" danza di pescatori, nella quale essi arrivano a passo di "perigordin", che deriva dall'antico "perondino" toscano e corrisponde al "perigon" dei provenzali8. Neppure il "perigordin" pertanto può considerarsi una danza locale, ma piuttosto un ballo di più genti e di più regioni, incastonato, con qualche melopea, nel nostro sistema tersicoreo popolare.
Sono queste, brevemente, le danze principali che rallegravano le lanternette, ad una delle quali, nei primi mesi del 1764, il Duca di Jork9, ospite della Città, partecipò in incognito e mascherato, dichiarando, infine, di essersi assai divertito.

Alle lanternette molti intervenivano col viso ricoperto di una fine mascherina o nei panni delle maschere nostre allora più in voga, le quali, per vero, non vantano tra noi le tradizioni che altrove, né sempre reggono al raffronto per efficace arguzia ed espressione caricaturale.
"O mego10" o "sciö magnifico" o "dottor comico", in cilindro e marsina, facendo pomposamente mostra di un caratteristico arnese professionale, che reca caricaturalmente sotto braccio, sputa aforismi ed ha per tutti un toccasano paradossale, ma, a suo dire, portentoso e infallibile.
Nell'acconciatura, si avvicina a lui "o marcheize", che si presenta nell'elegantissimo, raffinato abito dei nobili del settecento, del qual periodo, pur essendo la maschera sorta nel secolo XVI, assunse l'impronta, che manterrà fino a noi. Divenuto comune nel pieno fervore delle lotte tra i nobili del portico vecchio, la loggia di S. Luca, e quelli del portico nuovo, la loggia dei Banchi, "o marcheize" motteggia salace contro gli uni e gli altri, ponendo in rilievo le boriose personalità degli altezzosi patrizi. Cito, perché veramente celebrata, la gustosa personificazione che de "o marcheize" fece anni addietro, al Congresso delle maschere italiane, l'indimenticabile poeta nostro Nicolò Bacigalupo e rammento l'analoga maschera de "o sciô Reginn-a", sostenuta per buona pezza, con brio impareggiabile, da Martin Piaggio, il più fecondo dei nostri poeti vernacolisti, che ne trasse spunto per un ricercatissimo lunario. Ma la maschera genovese più diffusa e ancor viva nel popolo è quella del ''paisan" o "Geppin" che giunge in città con la "Nena", la sua inseparabile e laboriosa compagna. Traggo dal Cervetto (cit., p. 32), che vede nel paisan «la più nostrana, la più simpatica, la più cara, la più intesa» delle maschere, gli elementi, per una più precisa caratterizzazione di esso. Geppin veste gli abiti del contadino secentesco o settecentesco: corpetto scarlatto o bianco sotto la giacca di frustagno color nocciola o di velluto verde; pantaloni corti di velluto nero, rosso o marrone, uose, scarpe alla contadinesca, cappello a larga falda e spesse volte il berretto rosso di panno con risvolta nera (il gazzo). Porta con sé un sacchetto di frutta di stagione, un canestro o un grosso parapioggia, di color rosso o verde, capace di contenere sotto di sé un'intera famiglia. Nena indossa abiti a tinte sgargianti, come una contadina del settecento: scialletto corto di seta con lunga frangia; lunghi pendenti alle orecchie in filigrana d'argento, le tradizionali masse, un'appariscente collana d'oro al collo e dita coperte d'anelli.

ragazze Ragazze in costume genovese

Quando, fuori di ogni altra festa. Geppin, solo con la sua Nena, agisce su di una piazza o su di una via, all'unico scopo di eccitare il buon umore, canta spesso accompagnandosi con la piva o la zampogna, che è più precisamente la cornamusa o "musa", di cui i montanari erano assidui suonatori. Le sue canzoni dialettali sono festevoli ed egli le framezza a monologhi, sempre «allegro, faceto, arguto, satirico, mordace e anche un po' sfrontato e insolente» (Cervetto, cit., pag. 32).
Con l'avvento del regime democratico prese a satireggiare l'oligarchia ed oggi, quando ancora si mostra, stornelleggia e commenta con garbata ironia, sugli avvenimenti cittadini e nazionali. Giuseppe Pezzale fece anni or sono del "paisan" una personificazione che, riportarono i giornali, non temeva la concorrenza di Arlecchino, di Meneghino, di Balanzon e di Stenterello, le rinomate maschere di altre regioni. Di recente il "paisan" rivisse nella brillante interpretazione del duetto Genio e Brisca che, per oltre trent'anni, comparve a rincuorare i nostalgici, mentre il carnevale che langue nulla sa darci di nuovo, di curioso, di divertente e di non eccessivo.
Genio e Brisca mi sembrano, talvolta, anche prossimi parenti di due macchiette di un tempo: «O Giubega» e «o Villan da Vittoia», di cui fa parola il Levati (cit. pag. 264). Si riveda «o Giubega» in un giorno dell'ormai lontano 1759, quando gli venne l'idea di prendere posto, con gravità e sussiego e tenendo in mano una spada, in una poltrona vuota del senato, così come se l'assemblea pendesse dal suo labbro e si immaginino le ire dei magnifici allorché si accorsero della beffa! e si provi a ricostruire la figura de «o villan da Vittoia» che, presa parte alla processione del SS.mo nella chiesa della Maddalena, «con barba lunga e quantità di moccoli» - le candelette di cera -, a quando a quando, passeggiando all'indietro, si andava inginocchiando, così che nessuno sapeva dire se si trattava di uno scherzo o di un pazzo!…

Il canto popolaresco fu sempre assai coltivato e amato in Liguria, forse anche come conseguenza della tutela sancita all'arte corale negli statuti delle corporazioni artigiane, che facevano obbligo ai cittadini di coltivare il canto in un col proprio mestiere, conforme a determinate regole tecniche e «per solo amor dell'arte e senza trarne che profitti occasionali di poco rilievo».
«Le galee di Genova» - si legge nella felice sintesi di un articolo anonimo «che recavano dall'Oriente tesori di spezie, non si limitavano a compiere una funzione commerciale. Gli uomini che tornavano con esse alla terra natia e rivedevano, con gli occhi lucidi di commozione, «lo-beo San Giorgio», avevano appreso laggiù, nel paese dei Califfi, dove ogni palagio festoso sembra conservi l'impronta d'Aladino e l'acuto profumo di Scherazade, infinite meraviglie. Dagli empori della Caldea e della Persia, i genovesi non portavano soltanto eredità di sciamiti e di pietre preziose, come già avevano tratto, dopo l'anno mille, porfidi e ori dal devastato tempio di Giuda Maccabeo, ma anche l'immateriale patrimonio delle genti: musiche e canzoni, ritmi e danze. A poppa delle galee panciute, i portoriani11 si provavano, nelle sere di bonaccia, a modulare le bizzarre canzoni, udite negli scali del mitico e luminoso oriente, che hanno una natura speciale, nostalgica e triste: nascono dall'anima islamica, fatalista, accorata, tutta piena della grande ombra di Dio. E i trallalero, fatti di poche parole, esprimono nel ritmo veloce, negli accordi gutturali, nei trilli improvvisi, nella mancanza di "terze" e di "quinte", il senso primitivo della gente da cui nacquero».

G&B Genio e Brisca

Perdutesi nella nebbia del tempo, spetta a Costanzo Carbone, giornalista, poeta, studioso delle nostre tradizioni, dopo lo sporadico precedente de «O boenetto» di Nicolò Bacigalupo, musicato nel secolo scorso e pervenuto per certo tempo a popolarità, il vanto di averle rimesse in onore, ricostruendo, anzitutto, con il M° Margutti, una canzone sul noto motivo del «Baccicin vattene a cà», e rovistando, perspicace, fra le vecchie arie dimenticate e i trallalero di altre età, che serbano un caratteristico sentore delle terre lontane, visitate dai nostri avventurosi e intrepidi marinai. Graziosi stornelli, biricchini, convenientemente ripuliti di quanto avevano di scurrile, tornarono così alla ribalta, ad opera di questo "animatore appassionato dei vecchi metri e creatore geniale del movimento canzonettistico genovese» (dall'articolo sopra citato).
In questa sua ripresa, la canzone genovese, che pur trovava tanto profonde radici nell'anima del popolo, ebbe un esordio difficilissimo, stante la diffidenza comune e la necessità di superare il sommario giudizio collettivo, che nega alla gente di Liguria, presa nella febbre del lavoro e dei traffici, ogni lievito sentimentale: ma Costanzo Carbone, il M° Margutti e il tenore Mario Cappello, che la tenne a battesimo, seppero vincere ogni difficoltà e il "Baccicin", i "tranvaietti da Doia", la patetica serenata «A - o ciaeo de lunn-a», le nostalgiche «Canson da Foxe», «Ma se ghe penso», «A cheullia», in cui dalla rude scorza, il cuore del vecchio autentico genovese palpita nei ricordi e freme di passione per la sua città, furono da essi trionfalmente portate per l'Italia e al di là dell'Oceano, ove è facile incontrare chi intende la nostra parlata e pensa con desiderio alla patria lontana.
Così si è affermata la canzone genovese, la cui vitalità, esattamente come nelle origini di quella napoletana, scrive il Novella («Dell'anima genovese attraverso le sue canzoni»), si è imposta nel momento stesso in cui i poeti hanno saputo cantare Genova e i genovesi nel loro sacro egoismo di tradizione e di razza. Essa, e la definizione è ancora del Novella (cit.), «è una forma d'arte popolare, una manifestazione folcloristica delle più pure, delle più insite nella natura stessa del paesaggio e dei sentimenti che la ispirano. Ogni canto popolare ha una sua ragion d'essere, in ognuno c'è il richiamo alla tradizione, c'è la vita di un luogo, c'è l'esaltazione di una forza del popolo».
Vien fatto di chiedersi se, ciò non di meno, la canzone genovese risulti una sterile manifestazione artistica e letteraria, cui, in effetti, il popolo resta estraneo, ma è facile rispondere perché il settentrio-nale, quando canta, ha necessità di non sentirsi solo, ha bisogno del sostegno della collettività, di un coro col quale, talvolta, il suo canto divenga un dialogo. E Costanzo Carbone, con geniale intuito, riuscì, ove ciò non bastasse, alla totale volgarizzazione di essa, incuneandola nelle cantorie popolari, le squadre di canto, nelle quali, anziché cedere, prese sviluppo e consistenza. Genova, per tal modo, l'ha assorbita nella propria canzone eufonica, nei trallalero, che sono oggi un privilegio della Liguria.
Diversificano, a mio avviso, dalle cantate dei trallalero le "cantegue" o "cantagore" o "cantigole", "nome generico" - scrive il Belgrano - (Maggio, Genova 1878) «che si acconcia assai bene a versi meschini», e il cui uso va scemando sempre più, mentre i primi s'incrementano. Le "cantegue" sono una sorta di nenie o cantilene, proprie particolarmente della primavera, cantate di solito da giovani e fanciulli questuando uova nelle campagne o raccogliendo, come un tempo si maschera 3 costumava, le decime e le offerte per un santo. Il Cambiaso («Memorie storiche di Comago in Polcevera», Genova, 1900. pag. 157) ci informa che l'usanza delle "cantegue" vigeva in molti paesi della Polcevera e così anche a Comago, ove egli la trova ricordata per l'anno 1835. Alcuni giovanotti, cantando nelle serate ottobrine o novembrine canzoni popolari relative ai morti sotto le finestre delle case, ricevevano degli oboli con cui facevano celebrare una funzione a suffragio delle anime purganti. Non si trattava, quindi, di canzoni nostalgiche o d'amore, anche se in seguito tralignarono, così che, l'avverte il Giordano (cit., pag. 21) nei paesi entelliani12 era divenuta cosa consueta, a maggio, sbizzarrirsi nelle "cantegue" andando attorno alle case e ricevendo in dono dalle "fuente" vino, uova e salame. E lo stesso Giordano (cit., pag. 83) rammenta ancora che se il consumare uova a celebrazione della Pasqua poteva inizialmente aver rivestito un carattere mistico, si era poi tradotto in un'allegra occasione per fare baldorie, tanto è vero che nella riviera di levante, ad es., e nei luoghi montani, brigate di giovanetti, preceduti da flauti e da organetti, si recavano, durante quel periodo, presso i cascinali ed eseguivano alcune "cantegue", da cui ricavavano un cestello di uova.
E torniamo alle canzoni dei trallalero, il cui canto - asserisce Mario Pedemonte (in «Pescio», cit., pagg. 106-107), ha una base solidissima, che poggia ad es. sull'intervallo di semitono e sulla non marcata accentuazione degli sbilanci ritmici. Secondo l'autore citato non sono da considerarsi canzoni popolari «La bella Gigogin13» e «Daghela avanti un passo», nate in Lombardia e diffusesi un po' dappertutto, anche per varie circostanze politiche, mentre ritiene tali la «Violetta» e la «Pastorella» di Natale.
Trascrivere l'esecuzione fiorita delle squadre di canto non è cosa semplice, perché ogni solista varia ogni volta la sua fioritura, la quale, però, s'appoggia sempre a punti fissi e sicuri, e trasfonde poi nell'insieme i propri sentimenti con assoluta libertà, eliminando la troppa tecnica e la troppa musicalità, di cui alcuno ebbe a lagnarsi.
Le squadre di canto, il cui piacevole e bizzarro modo di cantare avvince veramente, sono composte di dieci elementi, dei quali uno, con voce da tenore, un secondo da contralto e un terzo che fa da chitarra, mentre gli altri sette funzionano da bassi.
Mario Oliveri (I cantori popolari in A Compagna anno I, n. 2, maggio 1928, pag. 9) ha pittoricamente fotografato così una di queste squadre, sorpresa in una azione canterina:
«Un cenno, un rapido incrociare di occhiate e tosto un canto si eleva, poggiato su note gravi, finché uno svolazzio di contralto, rincorso da una voce tenorile, dà il tema, immediatamente commentato dai baritoni e dai bassi potenti.
Ora tutta la prodigiosa orchestra è in voce e l'onda sonora corre dalle smorzature al fortissimo con un andamento baldanzoso e irruente picchiato dagli ultimi squilli del contralto, che incita il "primo" all'attacco del refrain.
I tempi si accelerano, si inseguono, sospinti dai suoni gravi e dal sapiente arpeggio di una voce chiusa - il chitarra - che governa il ritmo travolgente…
Ora il refrain ha un portamento più deciso: le voci escono dalle gole più calde e più fuse; non sono dieci cantori, è un solo mirabile strumento che lancia al sole l'inno di gioia e di baldanza con un finale di note sopracute…
E il canto, indipendentemente da ogni formula scolastica, ma con profonde caratteristiche di ritmi tradizionali e inalterati, sgorga dal più perfetto armonium umano».
La squadra di S. Martino, che fu tra le prime a sorgere, e tra le più rinomate, riscosse a Roma i complimenti di Pietro Mascagni; un'altra fu molto applaudita a Venezia al raduno dei costumi, tenutosi nel 1931, ed altra ancora, quella di Isola del Cantone, da analogo raduno tenutosi nella stessa città nel 1949.
Una gloria ligure, il sen. Paolo Boselli, scrisse dei trallalero: «Ho in mente le canzoni che mi procurano una letizia ligure nuova e, più che geniale, artisticamente incomparabile… Nelle parole, nella musica, nel canto vi è la visione e il sentimento delle cose e il cuore della vita. E' una canzone popolare aristocratica come arte e musica… è un pezzetto (o pizzetto?) fine, uno scherzo di cose che muovono ed appaiono».
Espressione viva dell'anima popolare, manifestazione visiva di solidarietà spirituale, i trallalero hanno il potere sublime di riportarci alle remote età, alle leggendarie imprese degli avi, davanti all'immensa distesa del mare o alla solitudine dei campi fecondati dall'assidua loro fatica, specchio dei sentimenti di una stirpe che passa nei secoli e si eterna e nobilita con le sue tradizioni non meno che con le gesta del suo popolo forte.


1 Strumento che è in parte di materia trasparente, nel quale si porta il lume per difenderlo dal vento.
2 ragazze, compagne
3 farandola
4 «Moresca: Sorta di ballo antico, così detto perché usato dai Mori, e da loro passato ai nostri avi, che forse in qualche parte corrisponde al saltare coll'arme degli antichi.»
5 Simili alle nacchere
6 Simile al tamburello
7 Le donne tenevano un bastone tra le gambe, con riferimento ai "sabba delle streghe"
8 Périgord è una regione del sudovest della Francia
9 York
10 Mëgo, medico
11 Del sestiere genovese di Portoria, centro della città moderna
12 Nel bacino del fiume Entella
13 Diminutivo piemontese di Teresina col quale i carbonari indicavano l'Italia

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