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    Pezzi di storia

Le carrozze a Genova
di Orlando Grosso

Genova – dicembre 1942

Gli storici della locomozione fan risalire al secolo XVI la comparsa delle carrozze. Tralasciamo le sottili discussioni degli eruditi sulla determinazione esatta immagine del tempo e del luogo ove per la prima volta furono costruite, per occuparci della loro presenza nella nostra città, che diede infinite noie al Governo ed ai cittadini, e conoscerne le forme, le decorazioni dovute alla fantasia dei nostri migliori artisti.
In Italia esistevano nel 1534 a Ferrara officine per la costruzione delle carrozze; con norme e sanzioni, a Mantova, nel 1551, si frenava lo smodato uso delle vetture, così a Bologna nel 1556, a Milano nel 1578, a Venezia e nella stessa Roma.
Antonio Merli, in una pubblicazione per le nozze Giglioli-Masi (Genova 1871), rievocando gli sponsali del principe Giovanni Andrea III D'Oria con la principessa Anna Panphili, aveva accennato in una nota, alla carrozza, ricordando, come Gio Andrea D'Oria I fosse stato, primo fra i genovesi, ad adoperarla e come l'avesse fatta venire da Praga nel 1579, accompagnata da due tedeschi che rimasero al suo servizio.
Altra carrozza, seconda a mostrarsi in Genova, afferma il Merli, fu quella che il Cardinale Ascanio Colonna (1592), trasportò seco, per via di mare.
I Decreti conservati nell'Archivio civico dei Padri del Comune, ci riferiscono che già nell'anno 1595 molte carrozze erano in uso tanto che si deliberava, atteso il danno arrecato ai cittadini e alle strade, notoriamente strette, che non potessero penetrare in città, senza espressa licenza. Il permesso veniva concesso nel 1596 a Tomaso Pallavicino per portarsi alla sua casa in Genova (abitava presso San Marcellino) e ritornare alla sua villa di Cornigliano «cum eius biga que vehitur a mulis» percorrendo, nella città, la via sotto la Ripa, ammonendolo che doveva compiere soltanto tale viaggio e non «autem deambulari per civitatem cum decta biga».
Si decretava poi, nel 1597, fuorché alla casa dell'Eccellentissimo Principe D'Oria, la proibizione di possedere «Rhodas quas carrozze dicunt» pena la confisca della Rhoda e dei cavalli, oltre la multa di Lire 1000.
Erano pure in grande uso le lettiche portate da servi o da muli, riccamente ornate (una, ordinata dal D'Oria nel 1582 a Gaspare di Lucca, aveva le stanghe torte, ricoperte di broccato d'oro, e ottomila chiodi dorati per decorazione); le carreghe portate da due o più servi, ricoperte di feltro o di cuoio rosso munite di cristalli (1588) furono poi denominate bissola (1590) o bisiola (1593). Queste signoreggiarono in tutto il seicento e nel settecento leggiadre per l'opera degli artisti e degli artigiani. Sopravvissero ancora le bussole nell'ottocento con forme semplici e lugubri - ricordo il terrore provato da fanciullo - per il servizio dell'Ospedale di Pammatone destinato al trasporto degli ammalati.

1465 N.1465 - Portantina sorretta da somieri
(autore fiammingo della prima metà del secolo XVII)

Il Merli, riportando la descrizione di un anonimo per l'arrivo a Genova della Principessa Panphili, nel dare notizia della bussola che aveva trasportato, da Ponte Reale a Banchi, la leggiadra sposa di Gio Andrea III, riproduce un disegno, a matita, rovesciato, tratto da uno schizzo a penna, un tempo di proprietà G. B. Villa, ed attualmente nella collezione municipale detta di Palazzo Bianco, attribuendolo non so con quale fondamento, a Filippo Parodi, autore della suntuosa carrozza che aveva trasportato la sposa da Banchi al palazzo di Fassolo.
La descrizione dell'anonimo cronista, ricca di particolari descrittivi, ci presenta due esemplari, bussola e carrozza del seicento, di grande interesse.
«E' questa - scrive il cronista dicendo della bussola - coperta di velluto cremisino con le aquile dell'Ecc.ma Casa in mezzo a due figure di fiumi intagliate, ed altri ornamenti, tutti dorati, stanno sul cielo; ai lati quattro putti con vasi di fiori, e, di dietro, una figura grande sul mondo, che è la figura della Pace; è fasciata al di dentro di tela d'argento con ricamo rilevato di oro molto vago e ricco e stimato assai, che è lavoro del Valente, con bandinelle e portello adorni di alamari d'oro rilevati, ed in questa, portata da due schiavi vestiti con giubba di damasco carnicino, venne condotta la Ecc.ma Sposa… (7 novembre 1671)».
La carrozza, appositamente costruita era degna dei Principi, dei patrizi genovesi, dell'arte del Parodi e del nostro artigianato. «Il carro fatto a cartellami dorati con diverse figure scolpite con tanta diligenza, e atto così naturale che paiono persone dorate, alle colonne stanno allacciati putti che tengono in mano ghirlande di fiori così distinti e fatti al naturale che non v'è cosa da correggere, ed è opera del famoso scultore Filippo Parodi: al di dentro resta tutto coperto di velluto cremisino, li sedili con suoi cuscini, bandinelle e di sotto il cielo circondato di tela d'oro molto ricca e vaga; la parte di sopra coperta di velluto simile al di dentro trinata d'oro abbondantemente, nelli lati quattro vasi di fiori di metallo dorati fatti a rame da perito artefice; le giunture del cielo sopra il cocchio sono coperte da un lavoro di metallo pure dorato con chiodi simili e proporzionati in giro dove ricerca il bisogno fatto a somiglianza di aquile e colombe con il ramo d'oliva in atto di volare; l'istesso si vede alle portiere dell'istesso cocchio che si sostenta sopra quattro ruote di bello intaglio tutto dorato, tirato da due bellissimi destrieri morelli generosi, guidati da un carrocciere vestito di panno verdino tutto trinato di trine d'oro».
Fiancheggiavano le portiere due paggi vestiti dì velluto nero con maniche a graticella di trine d'oro e berretto nero con penna verde e bianca. Lacchè vestiti di nero con passamani d'oro e cappello, precedevano in numero di due i cavalli, quattro si trovavano alle ruote della carrozza e sei la seguivano.
La sposa, in abito verde, risplendeva sul cremisi e l'oro della carrozza attorniata dalla principessa di Monaco, dalla Duchessa di Tursi, dalla signora Geronima Pallavicini, dalle signore Maria Angela Spinola ed Angela Maria Spinola.
Seguivano la sposa due altre carrozze e numerose lettiche con le dame; il Principe con il gruppo dei cavalieri, su cavalli dalle criniere ornate da nastri e treccie di seta di vari colori, con filo d'oro, selle di velluto bordate d'argento e d'oro, coperte di damasco, morsi dorati e briglie di velluto con fibbie e fermagli ed aquilette dorate.
Il fastoso corteo aveva attraversato Banchi, la via San Luca, la strada Lomellina, la piazza del Guastato e poi la via Balbi per giungere alla Porta di San Tommaso, dove attendevano la sposa, il Duca di Tursi e don Luigi, suo fratello.
I nostri pittori, che negli affreschi hanno riprodotto i festosi ricevimenti del Card. Pacheco e di Don Giovanni d'Austria, o in piccoli quadri, ritraendo cavalcate in costume e processioni, non subirono la tentazione di dipingere i suntuosi cortei di carrozze che nelle solennità percorrevano le vie cittadine.

3391 N.3391 - Disegno per l'esecuzione
di una bussola
(autore genovese - 1670?)

Non conosciamo, quale forma e decorazione avesse la carrozza del Doge, mentre abbiamo notizia che ben venticinque carrozze dei Ser.mi Collegi scortate da nobilissima cavalcata avevano seguito, nel giorno dell'incoronazione, quella del Doge Gio Agostino De Marini.
L'uso delle carrozze, malgrado le vie anguste della città, si era esteso, e secondo il Roccatagliata, nel 1635, già venticinque se ne contavano in città oltre gli altri rotanti. Le carrozze, tranne le eccezioni per le quali intervenivano le autorità, servivano per i dintorni della città. Nel 1635 una comoda strada, per i veicoli, veniva aperta tra Pegli e Voltri e nel 1725 si pensava all'allargamento della strada Giulia che conduceva a Santo Stefano.
La licenza di entrare in città alle carrozze, cales e carri, fu concessa nel 1667, purché andassero al passo, e solo per determinate strade, chiudendo le altre con colonnette e catene. Nel 1669 i cales, sedie, carrozze piccole, a due (posti o ruote?) ebbero il permesso di trasferirsi da Porta San Tommaso a via Giulia passando per le vie Balbi, Lomellini, Ponte Spinola, Ponte Reale per piazza Banchi, proseguendo per Campetto, piazza San Matteo, e costeggiando la parte dietro il palazzo Ducale, per la salita del Fondaco, giungere alla piazza San Domenico (attuale De Ferrari) onde scendere per via Giulia a Porta d'Arco, al Bisagno e guadagnare la collina d'Albaro.

3393 N.3393 - Disegno per l'esecuzione
di una carrozza - particolare
(Filippo Parodi - 1870?)

Le colonnette, collocate alle vie di Genova per impedire il transito dei veicoli, non rimasero tranquille per molto tempo. Per lasciare libero il passaggio alle carrozze del marchese di Artarga (1675) e dei cardinali Bonzi, Retz, Buglione (1676), i Padri del Comune ne ordinarono la rimozione nelle vie di Morcento, Soziglia, Luccoli, Fontane Marose, strada Nuova, Santa Caterina.

3390 N.3390 - Disegno per una carrozza (particolare)
(seconda metù deò sec. XVII)

I patrizi e le dame, in modo particolare, amavano scarrozzare per la città, incuranti del povero pedone. Le proteste si elevarono ben presto ed ebbe inizio quella lotta sorda, mediante gli anonimi biglietti dei calici, che occupò, per tutto il secolo XVIII, i legislatori.
La proposta di una legge, che proibiva l'ingresso nella città a tutte le carrozze, lettighe rollanti, stanghe, con cantere, presentata al Minor Consiglio il 9 giugno 1681, non fu approvata.

In tutti i biglietti dei calici, scritti nel Settecento, si ricorda, con frequenza, ai Serenissimi, che le strade di Genova non erano fatte per le carrozze, ma come potevano essi privare se stessi ed in modo particolare le proprie donne di così grande comodità?
Già per le careghe, che precedettero le bussole, si era tentato di mettere un freno: si comminarono pene severe alle donne che osavano uscir di notte e che si facevano «portare in carregha dalle prime ore di notte».
La «nuova pragmatica» del 1723 limitò il lussuoso uso delle carrozze, che nel Seicento aveva ecceduto.
Furono stabilite limitazioni alle valdrappe: vennero impedite dorature, argentature dei chiodi ed alle guarnizioni interne delle carrozze, lettiche, cochi, seggiette, rollanti, ad eccezione di quella del Doge, dei Capitani di terra e di mare, dei forestieri e delle persone esentate dal Serenissimo Collegio.

todeschina Disegno per una "todeschina"
intaglio della parte posteriore

Il Padre Levati, nei suoi libri sui Dogi di Genova e la Vita Genovese nel sec. XVIII, riporta numerose notizie sulle carrozze, sulle noie che esse procuravano ai cittadini, sull'invadenza dei carrozzieri che pretendevano tenere i cavalli allo sberlino nello strettissimo vico del Fieno, alla prepotenza dei patrizi che percorrevano al galoppo le vie della città, Banchi, Luccoli, Campetto, non solo col tiro a due cavalli, ma a quattro e persino a sei.
Ai carrozzieri e staffieri che lanciavano all'impazzata i cavalli per le vie della città, si comminavano due tratti di corda ed eguale pena, con carcere, se avessero portato bastone.
Le famose catene di protezione venivano tolte nei mesi di villeggiatura, per dare ai patrizi la comodità di potersi recare in villa con le carrozze, i calessi, gli stafigli. La loro rimozione e ricollocazione costituiva una specie di battaglia fra patrizi e popolo.
Sulla fine del secolo si ebbe una recrudescenza nella prepotenza patrizia; a nulla valsero le leggi per frenarla. Il governo si commosse e divenne severo per la visita alle carrozze del seguito dei senatori, quando ritornavano dalla campagna alla città temendo il contrabbando a danno all'erario (1782) e tenne duro, sfidando le ire patrizie sollevate dal servizio scrupoloso dei gabellieri che non facevano eccezione alcuna.
Le famiglie patrizie non usavano le carrozze soltanto per attraversare la città e recarsi alle loro ville di Albaro, di Sampierdarena, di Sestri, di Pegli, di Voltri.
Amavano le dame mostrarsi in pubblico al «corso» che si teneva in Bisagno e che si voleva, nel 1782, trasferire ad un percorso da piazza San Domenico a piazza dell'Acquaverde abbattendo - come si fece con insolita prontezza - le colonnette che chiudevano le strade.
Il «corso» delle carrozze sopravvisse alla Rivoluzione; nell'Ottocento si trasferì all'Acquasola, sistemata dal Barabino e, al breve giro del giardino pubblico, s'aggiunse la bella e nuova strada di via Corsica.
Fra i ricordi della mia infanzia è ancora vivo il «corso» settimanale dell'Acquasola, nei pomeriggi del giovedì, delle ricche carrozze patrizie, con gara di belle vetture e di magnifiche pariglie di splendidi cavalli.
Le famiglie patrizie e della ricca borghesia vi si davano convegno: e vi figuravano i più bei nomi di Genova e le più belle ed eleganti dame.

cassa Disegno per la cassa della "todeschina"

Il «corso» deliziava per il lusso e l'eleganza, il popolo genovese, che accorreva al giardino pubblico come a festa, ma il pedone, nelle vie della città, non si trovava a suo agio, quando i cavalloni, ben pasciuti, riposati ed estrosi, si impennavano e scalpitavano sulle lastre di pietra, sprizzando scintille dalle zampe ferrate.
Una certa prudenza era necessaria in via Garibaldi, quando era attraversata da un equipaggio signorile, poiché non si trattava di cavalli tranquilli, come quelli dei fiaccherai e dei tranvai in servizio fra San Domenico e l'Acquasola, ma di puri sangue, ardenti, che formavano la gioia dei guidatori ed il terrore dei passanti: di cavalli attaccati non a semplici coppie, ma a due o tre e fino a quattro coppie, guidate da un ardito patrizio e montate da fantini.
I cavalli si imbizzarrivano, frenati a stento, con emozionante lotta, dal guidatore, mentre i passanti fuggivano; a volte, prendevano di mano: vivo è ancora, in città, il ricordo della pazza corsa di un magnifico tiro a quattro, sulla strada dell'Acquasola ed il suo salto nella sottostante via dei Santi Giacomo e Filippo che, dopo lo spavento e l'orrore, diede occasione a vere code presso i botteghini del lotto ed a strepitose vincite.
L'automobile ha radicalmente modificato l'aspetto della città: le più lussuose macchine, elegantissime, non si ambientano con la vecchia Genova, come le belle carrozze ottocentesche, con i loro cocchieri in calzoni bianchi di pelle di camoscio, le giacche ed il cilindro nero. Le donne, nelle carrozze foderate di bianco, erano in mostra come in un palchetto; bellissime, nei loro eleganti vestiti, con i larghi cappelli piumati, passavano sorridenti, lasciando nel cuore dolci visioni.

3388 N.3388 - Disegno per un "cabriolet"


Le fonti iconografiche sulle carrozze a Genova sono limitate ad alcuni disegni della Collezione, detta di Palazzo Bianco, al quadro, già illustrato, della villa Spinola, alle stampe del Guidotti,
La collezione dei Disegni di Palazzo Bianco ci fa conoscere la forma delle lettighe, riprodotta anche in quadri di pittori fiamminghi operanti in Genova e in pitture di autore genovese.
Un disegno di autore fiammingo, della prima metà del sec. XVII, riproduce una lettiga sorretta da mule, in uso a Genova sulla fine del Cinquecento, per il servizio di città ed in modo particolare utile per i lunghi viaggi. Non possediamo disegni o descrizioni delle prime carrozze e sedie rollanti citate dagli atti della fine del sec. XVI e del principio del XVII, e non conosciamo la forma della Rhoda del principe D'Oria.
I primi documenti descrittivi ed illustrativi sulle carrozze risalgono alle notizie dell'anonimo (1761) che ha descritto, con minuzia di particolari, il matrimonio D'Oria Panphili e la lussuosa berlina, opera di Filippo Parodi, ricca di figure, putti, ghirlande di fiori, scolpiti in legno e dorati.
Il disegno della collezione di Palazzo Bianco N. 3393, proveniente dal fondo Villa, par corrisponda alla carrozza nuziale per il particolare significativo delle simboliche aquile e colombe, in atto di volare, che tengono rami di ulivo nel becco, ripetendo, in scoltura, lo stesso motivo ornamentale dei chiodi dorati descritti, con tanta cura, dall'anonimo cronista.
La maniera di Gregorio De Ferrari mi aveva (1915) tratto in errore, ché, ad eccezione di certa nervosità espressiva e sicurezza del tratto, i disegni del Parodi, si possono anche confondere con quelli comunemente attribuiti al pittore.
Parodi e De Ferrari hanno lavorato assieme a Palazzo Rosso e Filippo ha scolpito, per la sala dell'Estate, la grandiosa specchiera. L'assegnazione al Parodi non mi sembra impossibile.
Questo disegno, che ritrae una parte della carrozza, ci permette di introdurre nella storia della carrozzeria del seicento italiano, un elemento genovese nuovo, del tutto originale.

3389 N.3389 - Disegno per un "char a bancs"

Altri disegni, provenienti dal fondo Villa, riproducono idee per la costruzione delle carrozze: presenta un certo interesse il frammento N. 3398 con la cassa ornata da putti pioleschi, dipinti sul fondo a colore unito e verniciato.
Il disegno, in due tavole, per una «todeschina» appartiene alla metà del sec. XVIII. La cassa, intagliata con finezza, nelle parti decorative, dorate, si doveva dipingere sul rosso rubino dei fondi, con intrecci di fogliami d'oro, di mazzetti di fiori nei loro colori naturali e di lustrini.
Il fondo si doveva velare di cremisi e ricoprire con una vernice sopraffina, lucente e trasparente, come cristallo.
La cornice della cassa e gli angoli venivano eseguiti in metallo lavorato e dorato. Il velluto cremisi e tutti gli arnesi di moda, avrebbero portato, nell'interno, una nota signorile.

3670 N.3670 - Disegno per un "calèche a bancs"

La parte posteriore - manca una tavola - è pure ad intagli dorati, con fondi di color cremisi verniciati, colori che si ripetono in ogni parte del carro.
Graziosissimo, e con evidente influenza cinese, dovuta ad artista straniero, sembrami il delizioso coupé del disegno a penna N. 3388. Vettura elegante per l'esposizione di una bella dama vestita di abiti serici a colori tenui, rosa pallidi, azzurri cerulei, gialli sbiaditi, delicatamente intonati ai colori del velluto del coupé ed alle sue dorature. La «caleche a bancs» (N. 3670) partecipa del «coupé» e del «char-a-banc» anzi si potrebbe ritenere che lo preceda. Ritroviamo in questa graziosa carrozza, dai delicati ornati, la curiosa copertura del coupé; muta la decorazione del fondo degli sportelli con ornamentazioni geometriche dipinte o, forse, di giunchi a colori diversi intrecciati.

berlina Berlina genovese
(Riccardo Lombardo: Particolari del quadro
"Villa Spinola a Sestri Ponente"

Il «char-a-banc» è una vettura, secondo l'autorità del Belloni, venuta di moda in Francia verso il 1830 per le partite di caccia e le passeggiate in campagna. Il disegno N. 3389 ci presenta un tipo di vettura della stessa foggia, ma certamente anteriore: è a tre posti oltre il vetturino. Il telaio si piega ad arco ed i sedili e gli sportelli, vagamente ondulati, riproducono le linee dello stile Luigi XV.
Le note stampe del Guidetti, che illustrano alcuni aspetti della città di Genova, riproducono vari tipi di carrozze: le berline, e una curiosa vettura, che ha preceduto il «coupé» ottocentesco, con la cassa simile a quella del « cabriolet» settecentesco, al quale si aggiunsero le ruote anteriori ed il seggiolino per il carrozziere.

passeggio Vettura da passeggio
(Riccardo Lombardo: Particolari del quadro
"Villa Spinola a Sestri Ponente"

Il quadro, che ritrae la villa Spinola a Sestri presenta quasi tutti i mezzi di locomozione e di trasporto genovesi della metà del Settecento. Vi sono riprodotte barche di forme ed usi diversi, trasporti di mercanzie a schiena di mulo, portantine e vetture di ogni genere e forma.
S'avvia verso la Villa una lussuosa carrozza, a preziosi intagli d'oro su fondo nero lucido, trainata da sei cavalli. La pariglia di testa è montata alla postigliona. Precedono due lacchè, il primo è munito di lungo bastone con pomo d'argento, l'altro segue a lato.
Altra, meno ricca, ma pur elegante nel sobrio e signorile ornato di dorature su fondo nero, trainata da una pariglia, preceduta da un servo è diretta verso Genova. Trasporta un solitario signore.

cabriolet Cabriolet
(Riccardo Lombardo: Particolari del quadro
"Villa Spinola a Sestri Ponente"

La carrozza, che riproduce le forme del cabriolet e delle sedie da posta con la cassa molleggiata sulle stanghe, tirata da una coppia di cavalli, apparigliali in modo curioso e montati alla postigliona, costituisce la vettura più veloce. Anche in questo genere di carrozza, ritroviamo, nel cielo della cassa, lo stesso motivo ornamentale ad intagli dorati sui fondi neri.
La vettura da passeggio è ferma presso i giardini in riva al mare: un patrizio saluta una graziosa dama in rosa, che emerge in tutta la sua bellezza sullo sfondo azzurrino del velluto, che fodera l'interno dei due mantici aperti, come una perla fra le due valve di una conchiglia.

carrozza Carrozza genovese
(Riccardo Lombardo: Particolari del quadro
"Villa Spinola a Sestri Ponente"

Una vettura simile, si trova nella stampa che riproduce la mascherata, fatta in Milano dalla Badia nel 1764, ma i mantici si partono dalla parte bassa della cassa, precedendo le forme ottocentesche del landeau, mentre nella nostra vettura ì mantici sono fissati al telaio del carro.
Una berlina, del principio dell'Ottocento, si può vedere a palazzo Reale, al piano terreno della rampa di destra della grandiosa scalea. E' la berlina che trasportò il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I in patria dopo la caduta dell'Impero Napoleonico - riprodotto in un noto quadro del Guascone, - conservato presso il Civico Museo del Risorgimento di Genova, che illustra l'avvenimento, sotto il titolo «Pace generale 1815-16-17».

cabriolet Portantina
(Riccardo Lombardo: Particolari del quadro
"Villa Spinola a Sestri Ponente"


I documenti, riprodotti dal Merli, ricordano ordinazioni di carrozze a costruttori di Praga (1579), ma è probabile che i costruttori genovesi di bussole, così valenti e così capaci nell'uso dei cristalli da fornirne al Duca di Miranda e alla contessa di Limas. abbiano anche eseguito carrozze.
I veicoli, che abbiamo illustrato, togliendoli dal quadro di villa Spinola, ripetono le linee costruttive delle bussole ma sono un po' lontane, da quanto si può arguire, dal confronto di stampe e disegni, dalle carrozze in uso presso altri paesi. Si potrebbe pensare ad una industria locale.
«L'inventario dei Mobili del palazzo Rosso», di spettanza della eredità del fu Ecc.mo Gio. Francesco Brignole, ci permette di penetrare nella rimessa dell'illustre patrizio, per istruirci sul numero e sulla foggia delle vetture possedute. Dall'esame degli inventari di altre famiglie della Nobiltà genovese, si potrebbero trarre notizie più ampie e precise e, forse, anche conoscere le provenienze delle carrozze.
L'Ecc.mo Gio. Francesco Brignole possedeva una berlina da campagna col suo carro, guarnita nell'interno di felpa cinerina lavorata, una ricca berlina «da comparsa» dipinta a fiori e guarnita al di dentro di velluto cremisi lavorato, ed un landeau a quattro luoghi, pure fasciato all'interno di velluto cremisi lavorato. I tre carrozzini a quattro ruote e due posti, si distinguevano per la foderatura in velluto cremisi, per il soffietto e la foderatura in felpa cinerina lavorata ed erano trainati da due cavalli, mentre il terzo, detto anche biroccino, per il servizio di campagna - lasciato a Novi - aveva il soffietto, ma con la foderatura, modesta, di stoffa di lana cremisi stampata.
Interessante, per la sua forma, si presentava la sedia da campagna, foderata in velluto cremisi con il carro dipinto in rosso. Le sedie venivano usate per i viaggi ed erano munite di grosse cinghie per assicurare i bauli.
L'inventario ci rende noto il nome dei maestri che avevano periziato le carrozze, i maestri G. M. Gaudio e G. M. Cavanna, e di coloro che si erano interessati dei finimenti, il Gaudio e il maestro Carlo Sprek.
La rimessa era ben fornita: vi si trovavano sei paia di finimenti di mascariccio bianco, orlato di vacchetta rossa con testiere e briglie, sei paia in cuoio nero con fibbie d'ottone, finimenti interi di Vienna, con ottoni dorati, da comparsa, per la berlina. L'inventario annota ancora finimenti vecchi, redini rosse e gialle, filetti per alzare la testa ai cavalli, coperte di tela di lana, di tela cerata, selle per i signori e per le dame, guernite di velluto cremisi e di argento, selle in pelle bianca e selle alla corriera per la servitù, stivali a tromba e stivali alla postigliona, morsi di ogni genere, codoni per le code dei cavalli, speroni, staffe, borse di cuoio per le code dei cavalli, con sette fibbie di ottone dorato per ognuna, groppiere e pettorali.
I genovesi del secolo XIX videro nella loro città le belle carrozze d'Europa ed i magnifici cavalli, che i patrizi si disputavano sui mercati nazionali ed esteri.

copertina
 
Lo sbarco a Genova di papa Urbano VI (1385)
L'illustrazione riproduce l'affresco centrale dipinto da Lazzaro Tavarone nel salone del palazzo Adorno in Via Garibaldi. La grandiosa composizione raffigura lo sbarco a Genova di papa Urbano VI, avvenuto il 23 settembre del 1385. Il Papa, liberato dall'assedio, cui era stretto in Nocera. grazie all'intervento del Doge di Genova Antoniotto Adorno che aveva inviato una squadra navale composta di dieci triremi affidandone il comando a Clemente di Fazio, è solennemente ricevuto al suo ingresso nella nostra città. Al centro dell'affresco è la veneranda figura del Santo Padre appena sceso a terra dalla galea nel borgo di Pre, ossequiato dal Doge, in manto d'ermellino, che è attorniato da magistrati, militari e popolo. Nello sfondo le triremi che avevano scortato la nave del Pontefice e le mura della città prospettanti sul mare.
Tutta la volta dell'ampia sala è dedicata all'illustrazione di questa pagina della storia di Genova. Nei quattro scompartì che attorniano la medaglia centrale il Tavarone affrescò: Antoniotto Adorno che ordina a Clemente di Fazio di assumere il comando delle galee per liberare Urbano VI dall'assedio; il Papa ed i Cardinali con lui liberati a bordo delle navi genovesi in rotta per la nostra città; il Pontefice accompagnato dal Doge alla Commenda di San Giovanni di Pre e, infine, la partenza da Genova di Urbano VI alla volta della Toscana.
L'affresco reca la firma dell'autore e la data in cui l'opera è stata compiuta: Lazarus Tavaronus pingebat MDCXXIV.

Le graziose caleche e le eleganti vittoria, mettevano in vista le dame che si recavano per le passeggiate giornaliere in città ed ai giardini. Il coupé serviva per il teatro, per i ricevimenti e per i balli ed era particolarmente caro agli uomini politici e di affari. Il landeau, solenne, si faceva uscire per le grandi cerimonie, per il corso delle vetture, ed il landaulet per le cerimonie di minore impegno.
La rimessa non mancava mai del phaeton per il signore appassionato guidatore, con il cocchiere a tergo, impeccabile nella bellissima livrea, del tilbury a due posti, per il guidatore ed il cocchiere; vetture a carattere sportivo, per la gioia dì guidare, nelle belle mattinate. Vi erano pure, per le gite, e qualche volta apparivano sul corso all'Acquasola, i bei break e i grandiosi mail-coak che portavano, sull'imperiale, dame e signori, mentre i servi, in livrea, erano rinchiusi nella parie sottostante.
Queste vetture erano destinate alle gite di campagna od alle grandi partite di caccia, che si ammiravano a Serravalle ed a Novi, dove si radunava la ricca borghesia dell'ottocento genovese; e dove s'incontrava sempre la charette per i giovanetti, con il piccolo poney, che sgambettava nel polverone, dietro l'imponente corteo di vetture.
Qualche snob, non mancava in quel secolo, aveva pure introdotto, per originale curiosità, il cab inglese.
Nelle scuderie si vedevano le più belle e pure razze di cavalli, dalla piccola testa intelligente e fremente, dagli occhi melanconici; i normanni, gli ungheresi, gli inglesi da tiro e da sella, piccoli poney, splendidi cavalli dai bei colori neri, rosso rame, biondi, pomellati.
La passione dei cavalli era scesa fra il popolo e divampò in modo speciale fra i negozianti più ricchi, i macellai, sempre in gara fra loro per i migliori calessini leggeri ed i cavalli più veloci.
I vecchi genovesi della «Pila» ricorderanno, certamente, le famose gare (regatte) di calessini che imperversarono da via Giulia a Tommaseo, per le vie del Bisagno e della Riviera, mettendo lo sgomento nei pedoni, spesso rovesciandosi, nell'impeto di sorpassarsi, così come oggi accade, nelle giornate di domenica, fra gli automobilisti festaioli.
L'automobile fece sparire tutto questo mondo, lasciandoci ancora, a ricordo, i landeau per le comunioni, per le nozze e per i funerali, le vetture da piazza con il vetturino, non più caratteristico per il cilindro (mei cadö), che lo distingueva da quelli delle altre città d'Italia.

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