Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Scorci di vita femminile genovese nel XVI e XVII secolo
di Flora Ganfini Pastine

Genova – novembre 1961

In Genova, dal XVI al XVII secolo, le ricchezze delle famiglie nobili si accrebbero ancor più e si acuì l'amore degli agi e delle piacevoli cure. Il tenore di vita andò affinandosi, né mancarono segni di corruzione, nonostante il nuovo spirito della controriforma, che pure aveva realizzato nella seconda metà del cinquecento un effettivo progresso morale.

Nunziata Piazza della Nunziata, incisione del secolo XVIII

I Padri della Repubblica emanarono più volte Prammatiche contro il lusso eccessivo. Nel XVI secolo il costume fioriva in splendida eleganza. Mentre un compromesso fra politica e controriforma porta nel 1581 alla «Legge sopra il vestito dell'uomini», che segna il trionfo dell'abito nero alla spagnuola, le contemporanee "provvigioni" riguardanti le donne limitano certi eccessi di ornamenti e talune usanze ritenute troppo raffinate, come il farsi portare in sedia (carrega), o l'ostentare per le vie cittadine un ricco corteggio, che ora veniva ridotto ad uno o due servitori, paggi o schiavi. Tali leggi suntuarie, come altre disposizioni restrittive, lasciavano sempre esenti le due Case del principe D'Oria e del principe Cibo di Massa.
Ma il lusso muliebre, nonostante le prescrizioni in contrario, non accennava a scemare. Nella commedia «Il Barro» del poeta dialettale Paolo Foglietta, di poco posteriore ai provvedimenti ricordati, ci è presentata la signora - la quale si afferma godere in Genova libertà maggiore che in qualsiasi altro paese - nelle sue ricche vesti, che essa cambia ogni giorno. Imbellettata, profumata al muschio o all'ambra, esce non di rado con zoccoli tanto alti da dover ricorrere al sostegno dei servitori. Di mattina si fa portare alla chiesa in sedia; trascorre il pomeriggio in conversari e alla sera si compiace di frequentare le veglie, dove scialacqua somme talvolta considerevoli al giuoco delle carte e dei dadi.
Assai più benevoli si mostravano i visitatori forestieri, dai quali, anche in passato, le donne genovesi furono spesso encomiate. Fra le dame di varie regioni d'Italia elencate con lode da Girolamo Ruscelli da Viterbo verso la metà del XVI secolo, il maggior numero è costituito da figlie della Superba. Verso lo stesso tempo, l'inglese Thomas William parlava delle "doti amorevoli" di queste ultime e, nella relazione riguardante il passaggio per la Dominante del Cardinale Aldobrandini (1601), si loda il loro vestire accurato, senza stravaganze e specialmente l'acconciatura del capo. Sebbene, in quella occasione, fossero comparse ricoperte di preziosi gioielli, viene notato che esse osservavano abitualmente le pubbliche prescrizioni sull'uso delle vesti prive di oro e di ricami, tanto che, come aveva rilevato un altro forestiero pochi anni prima, mal si distinguevano per le vie le gentildonne dalle artigiane. Il Foglietta lamentava ancora che le dame, mentre se ne andavano alle veglie o altrove, lasciassero in casa le figlie sotto la custodia delle fantesche.
Il marchese Anton Giulio Brignole Sale, nei discorsi pronunciati durante il 1636 all'Accademia degli Addormentati (poi riuniti nel «Tacito Abburattato»: 1643) motteggia la dama che durante il carnevale danza dalla sera al mattino con abiti così pomposi e carichi di ornamenti «che le spalle di un atleta ne gemerebbon», mentre, quando assiste alle sacre funzioni, dopo un quarto d'ora, «se non ha la sedia ben agiata, tosto trangoscia».
Evidentemente la severità delle prescrizioni senatoriali dovette man mano cadere in oblio. Anche il colonnello Duplessis Lescuyer, nel 1651 ammirava in Genova donne molto avvenenti, che si acconciavano il capo con buon gusto, sfoggiando vesti eleganti, sempre adorne di fiori.
Risorgevano così le recriminazioni.

portantina Portantina genovese del secolo XVIII,
disegno di R. Lombardo (da quadro)

Neppure Gio. Andrea Spinola, l'autore del dramma musicale «Ariodante» (1655), approvava lo sfarzo esagerato del suo tempo, né l'insanire delle allegre brigate.
Intanto, nella seconda metà del XVII secolo, quando la scena politica europea si trasforma dominata dall'egemonia borbonica, mutano i costumi e a Genova le donne cominciano ad abbigliarsi alla francese, ripudiando il guardinfante o gaggiolo, introdotto dalla Spagna, mentre gli uomini indossano calzoni che girano diciannove palmi per gamba, giubboni "con faldini piccoli che paiono saltimbanchi" e calze colorate, con profusione di nastrini.
Le mode nuove e l'intemperanza di chi le adottava muovono negli ultimi decenni del secolo i Ser.mi Signori - un po' per preoccupazioni etiche, un po' per tutelare l'industria nazionale, un po' in odio alla prepotenza gallica - a rinnovare più volte divieti e prescrizioni con le prammatiche contro il lusso. La prima della serie è quella del 1672, in cui si ordina che, fatta eccezione per le nubili e le spose novelle, le donne vestano panni di lana o di seta nera non lavorati, mentre la forma dell'abito permesso viene fissata dal modello che i consoli dell'arte del sartore avrebbero presentato a Palazzo. Fra l'altro, insieme con le gioie, le bottoniere ed altre guarnizioni, sono vietate le parrucche bionde, troppo costose e proibite anche a Venezia, il cui uso - però prevalentemente maschile - era lamentato ancora nel 1700, perché responsabile di convogliare in Francia molto danaro.
Fogge nuove vengono importate alla chetichella sotto nomi vari di "pettorino", "mantò", "incognitò" e simili, malgrado la insistente opposizione dei Ser.mi Signori. Così passano le Prammatiche riformate e rinnovate del 1675, 1680, 1683. Quest'ultima, che si ripubblicherà con capitoli aggiunti nell'86 e l'anno seguente, stabiliva pure la pena della "forestazione" per le dame trasgredienti, ossia il confino anche per vari mesi in casa con tanto di "tedeschi" alla porta e relative multe. Ma tutto ciò non impedì che la vanità femminile continuasse ad affermarsi, protesa verso la grazia capricciosa del settecento.
Una posizione di primo piano avevano conquistato le belle e fastose dame genovesi in siffatta società ingentilita e gaudente. Esse desideravano specialmente spiccare nelle veglie, che talvolta assumevano carattere di convegni intellettuali. In realtà, verso la fine del cinquecento (1581) furono emanate gride che escludevano le donne da tali riunioni ed anzi proibivano loro di uscire di casa dopo un'ora di notte: legge della quale tanto si compiaceva il Visitatore Apostolico Mons. Bossio. Ma il divieto rimase presto nullo e le veglie si propagarono acquistando rinomanza. Tra i forestieri che sembravano particolarmente gradirle ricordiamo il principe di Condè, il quale si trattenne a Genova diversi giorni, spesato dal pubblico erario.

vettura Vettura da passeggio genovese del secolo XVIII,
disegno di R. Lombardo (da quadro)

Ha pure inizio in quest'epoca l'ambigua usanza del cicisbeismo, destinato a raggiungere il massimo sviluppo nel settecento. Sulla "schiera numerosissima" dei ganimedi ironizza garbatamente A. G. Brignole Sale nelle sue «Instabilità dell'ingegno» (1635), definendoli «scatoline di vezzi, profumerie animate». Alla metà del seicento, la consuetudine dei cavalieri serventi - "braccieri" o "patiti", come erano detti a Genova - addirittura dilaga. La legge del gennaio 1663, riguardante il trattamento degli ambasciatori presso le Corti estere, comprendeva fra il personale autorizzato del diplomatico, quando conducesse con sé la moglie, un "bracciere", se pur qui la cosa non ebbe diverso significato. Quasi per contrasto con simili sdolcinatezze, si palesano fra le donne genovesi, nella seconda metà del XVII secolo, strani atteggiamenti di virile spavalderia. Né mancavano rappresentanti del gentil sesso invischiate negli intrighi politici; alcune di esse, poi, si erano associate persino in "combriccole" sotto proprie confaloniere.
Singolare la sfida a cavallo con pistola ed armi bianche avvenuta nel 1669 tra la marchesa Brigida Grimaldi, moglie del principe Michele Imperiale e la marchesa Teresa Sauli, sposa di uno Spinola. Il fatto, accompagnato da bastonature ed altre violenze, ebbe larga eco in città. Le due dame, per ordine del Senato, furono lungamente relegate nel loro palazzo e piantonate da "tedeschi". Soltanto più tardi, la mediazione del Grimaldi, principe di Monaco, pose fine all'aspro dissenso.
Già parecchi anni prima, Andrea Spinola aveva rilevato come le dame che villeggiavano a S. Pier d'Arena se ne andassero attorno dì notte in abiti maschili con le spade nascoste sotto i mantelli, e A. G. Brignole Sale vedeva quelle del suo tempo «squassar pennacchi, brandir stocchi e maneggiar la cappa».
Eppure gli Statuti civili della Repubblica prescrivevano che le donne, comprese le blasonate, fossero perpetuamente soggette a tutela. Esse non potevano stare in giudizio né contrattare senza il consenso dei due più prossimi parenti, a meno che non venissero autorizzate ad agire dal Senato, sempre però con il consiglio di persona espressamente designata. Alle maritate necessitava in ogni circostanza l'autorizzazione maritale, e il giudice poteva abilitarle soltanto se il coniuge, essendo assente, fosse impedito di ritornare prima dei sei mesi. La madre, inoltre, non era di diritto tutrice legale dei figli: potestà che eccezionalmente esercitava con l'assistenza di due consiglieri nominati dal giudice.
Da segnalare come la moglie del doge, appartenente sempre a famiglia tra le più cospicue della Repubblica, era ignorata a Palazzo - al contrario di quanto accadeva a Venezia - e mai compariva ufficialmente nelle pubbliche cerimonie, in armonia, appunto, col sistema oligarchico dominante che mirava a limitare sempre più l'autorità e l'ingerenza ducale.
Questa, nella Repubblica di Genova, la condizione della donna appartenente alla classe nobiliare.
A tale classe si trovava sottoposta, priva di tutti i diritti politici, la massa eterogenea del popolo. mezzaro
Tra le riforme oligarchiche del 1528 e del 1576, protagonisti degli incessanti contrasti civili furono i nobili Vecchi (Portico di S. Luca) ed i Nuovi (Portico di S. Pietro). Gli uomini «inferioris ordinis», sollecitati dagli uni e dagli altri e riuniti a questi ultimi, erano rimasti in fermento, delusi per le promesse mancate ed irritati dalla persistente soggezione. Componevano il popolo gradi sociali differenziati: la borghesia mercantile e professante arti liberali, gli artigiani, la plebe. Aspirazione dei più ricchi ed ambiziosi del primo ceto, a cui si accodavano alcuni artefici agiati, era l'ascrizione al "libro d'oro" della nobiltà.
Se ciascun ordine patrizio evitava di concedere proprie donne in matrimonio a membri dell'altro (e si riunivano separatamente, i Vecchi, a piazza S. Siro e S. Matteo, i Nuovi, a Banchi e Piazza Giustiniani) entrambi - e in particolare la gioventù - si opponevano duramente ai "popolari", non tollerando che i più facoltosi sfoggiassero per le vie vesti sfarzose e superbi cavalli; pretendendo da essi il saluto col cappello, mentre rispondevano soltanto col cenno del capo, e procurando alle loro mogli, figlie e sorelle, nei templi e nelle feste, umiliazioni e dispregi.
A turbare l'ordine interno si aggiungevano a questi pericolosi dissidi l'amore per il lusso, la smania di comparire e la ricerca dei piaceri: incentivo alla corruzione, che preoccupava costantemente le autorità statali e gli spiriti più elevati e puri.
Al mitigamento dei costumi e alla tutela della moralità mirava anzitutto il potere ecclesiastico, che volgeva la sua vigilanza e le sue cure particolarmente alla vita religiosa.
Per meglio salvaguardare il rispetto ai luoghi sacri, fu ordinato, tra l'altro, che le fanciulle venissero segregate, durante le funzioni, in logge appositamente costruite, il che avvenne per un certo periodo di tempo. Inoltre, nelle chiese più frequentate - S. Lorenzo, S. Maria delle Vigne, S. Siro, del Gesù, S. Domenico - le donne furono divise dagli uomini per mezzo di assiti.
Le giovinette dei ceti preminenti ricevevano di regola nei monasteri la necessaria educazione confacente al proprio stato. Ne uscivano di consueto per passare a nozze concertate tra famiglie di egual rango. La figlia che si maritava senza il consenso del padre perdeva, secondo gli statuti vigenti, il diritto alla dote, se minore di venticinque anni; se maggiore, non poteva pretenderla alla morte del genitore; le spettavano però gli interessi.
Esisteva fra i coniugi un particolare regime dotale. Il creditore della sposa, che era presente all'atto di dote e non dichiarava il suo credito, lo perdeva. Il marito che trascurava di esigere la dote non poteva goderne i frutti; se non vi era atto legale, si riteneva obbligato non a restituirla, bensì a «cedere le sue azioni» agli eredi della moglie.
Non di rado, giovinette uscite da potenti e ricche famiglie venivano indotte a professare in quello stesso convento dove erano state educate. Frequente il caso di fanciulle sacrificate alla volontà della famiglia. La numerosa figliolanza, le difficoltà della vita, le troppo vistose doti che si pretendevano per il matrimonio e persino la «ragion di stato» portavano all'inumana costrizione. Di qui specialmente scaturivano dolorose conseguenze. Le deliberazioni tridentine mirarono a controllare la procedura delle nuove monacazioni, le quali richiedevano, del resto, spese considerevoli per la vestizione, il "guarnile" (corredo), la somma da portarsi nel "borsotto" e la dote propriamente detta per la professione. Ci venne tramandato il fatto accaduto al Padre Ottaggio, di nobile famiglia genovese, il quale fu aggredito e sfregiato per essersi opposto alla forzata monacazione di due ragazze, destinate al chiostro dal loro stesso fratello.
Un problema che risaliva ai secoli precedenti, essendo comune a tutti gli altri stati, era quello dei monasteri.
La repubblica aveva ottenuto da Giulio III (1551) la creazione di un «Magistrato od Ufficio delle monache», costituito dall'Arcivescovo o dal suo Vicario e da tre o quattro cittadini nominati dal senato. Gregorio XIII confermò tale magistrato (1583) che, nel secolo XVII, svolse particolare attività, valendosi dei suoi "referendari", i quali fornivano informazioni sui rapporti delle monache con il mondo esterno. Il Concilio di Trento e la «Congregazione dei Vescovi e Regolari» fecero sentire la loro influenza sulla disciplina dei conventi. pg.145
Non pare che essi si trovassero generalmente in condizioni finanziarie mollo floride. Anche i monasteri femminili erano gravati di debiti, e quasi soltanto le nuove professe venivano ad alimentare le loro finanze con le doti, i «guarnili» e i «borsotti». Ma la situazione andò peraltro sensibilmente mutando, se, nella seconda metà del seicento, uno scrittore forestiero poteva asserire che detti monasteri erano «ricchissimi sopra tutti gli altri d'Italia», in grazia dei doni e dei legati provenienti dalle doviziose famiglie delle monache. Così, mentre si costruiscono chiese stupende (al principio del '700, padre Lubat disse: «Prima di aver visitato S. Pietro a Roma, le chiese genovesi si possono giudicare a tutte sovrastanti in magnificenza e bellezza»), si fondano conventi in tutto il Dominio della Repubblica.
Un certo temperamento alla vita claustrale veniva offerto dalla musica e dal canto; spesso, allo studio della musica sacra si accoppiava quello della profana, insegnata da laici. Gio. B. Confalonieri (1592) rimase estasiato alle virtuosità canore di alcune fanciulle che ascoltò nei conventi di S. Andrea, S. Marta e S. Leonardo.
Si davano anche, soprattutto in carnevale, festicciole o rappresentazioni sceniche «per la religiosa e spirituale allegrezza» delle recluse e qualche mascherata riuscì pure a penetrare nei parlatori.
Se l'epoca di cui trattiamo presenta parecchi lati oscuri, dovuti soprattutto all'organizzazione della società d'allora, si dovrà certo considerare con equanime valutazione ciò che di buono e di elevato vibrava anche nei secoli XVI e XVII, nei quali fiorirono nobili figure come quelle di Alessandro Sauli e di Carlo Spinola. pg.146
Invero, esisteva a Genova una tradizione di vita spirituale e di fervida carità. L'Oratorio del Divino Amore ebbe la sua culla nella città ligure, dove sorge la prima «Fraternitas Divini Amoris» (1497) dal cenacolo di Caterina Fieschi Adorno, che generosamente dedica tutta se stessa alla prassi della carità ospedaliera. Di lì sboccia la creazione dell'Ospedale degli Incurabili con Ettore Vernazza ed i suoi seguaci. Questa secolare corrente di vita, così pura e degna, si rivela attraverso gli scritti di Battistina Vernazza, che, l'anno 1587, raccoglieva nella sua «Lettera biografica» le memorie paterne.

Le manifestazioni di accesa carità verso gli umili ed i sofferenti sopra ricordate porta il nostro pensiero ai più bassi strati sociali che, dediti ad occupazioni più o meno remunerative, conducevano spesso un'esistenza fatta di ben poche gioie e di molti gravi disagi.
Sorvolando sulla plebe cittadina - spesso forzatamente priva di qualsiasi lavoro, assillata dal problema dell'alimentazione quotidiana ed attaccata alle proprie "casacce" sotto il patrocinio dei più agiati artigiani - risulta che nell'ambito degli artefici metropolitani e del Domino, o fra le genti rurali e marinare sparse in tutto lo stato, la funzione della donna era fattiva ed essenziale. E non solo nell'adempimento dei compiti casalinghi, ma come assidua cooperatrice nelle varie forme di attività esplicate dal nucleo familiare.
Nelle campagne, essa attendeva ai lavori della stalla e dei campi, aveva parte nella cultura di cereali, viti, ulivi e fiori, filando nell'inverno e facendo maglie e reti; se poi si prestava come bracciante, ne ricavava solo metà mercede. pg.147
Inoltre, in città e nella zona più vicina della riviera e dell'entroterra, le donne erano impiegate in particolari operazioni inerenti ad alcune industrie domestiche - quelle tessili e del corallo, ad esempio -, mentre le più esperte si dedicavano con impegno e grande abilità alle arti propriamente femminili: i fiori artificiali, i ricami, i finissimi lavori in filo, con ago e caviglie, a figure, smerli e a punto vario, come quelli del Tigullio, non meno perfetti dei famosi di Fiandra. Di tale produzione, alla stessa guisa dei pregiatissimi tessuti serici, dei damaschi, velluti e coralli lavorati, si faceva, anche in lontani paesi, notevole esportazione.
Il benefico spirito di assistenza, che ebbe a Genova così larga affermazione di concrete realizzazioni, prese a cuore la sorte di povere fanciulle e donne bisognevoli di soccorso.
Virginia Centurione Bracelli istituì, con l'aiuto del grande benefattore Emanuele Brignole, il «Conservatorio di S. Maria del Rifugio», detto delle «Brignoline», a protezione delle giovani.
Fra le numerose opere pie - la più memorabile ed imponente sarà l'Albergo dei Poveri - sono ancora da ricordare, per rimanere nell'ambito delle istituzioni a carattere femminile, il «Conservatorio di S. Giuseppe» (1520) per ragazze orfane e povere di civile condizione, quelli di «S. Gerolamo o di N.S. della Provvidenza» per donne disperse e senza asilo (1501), di «San Giovanni Battista delle Medee» (1594) e delle «Figlie di S. Bernardo» (1695) a beneficio di fanciulle del popolo.
Dalle Signore della Misericordia dipendeva, poi, il «Conservatorio di S. Maria Maddalena delle donne penitenti» (1551), mentre Paolo Battista Interiano erigeva, fuori Porta dell'Acquasola, il «Conservatorio della S.S.ma Annunziata delle Interiane» (1609) per l'educazione delle fanciulle «povere di onesta famiglia».
Così, in varie forme spesso contrastanti fra loro per spiccati rilievi di ombre e di luci, si svolgeva la vita femminile genovese nei primi due secoli dell'era moderna.

© La Gazzetta di Santa