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La Compagna e il Comune
di Alessandro Lattes

Bollettino Municipale Genova – 31 ottobre 1923

Non è probabilmente ancora scomparso in Liguria, come non è in qualche paese veneto, l'uso tra confratelli di taluni sodalizi religiosi di preparare nella festa del Santo patrono dei grandi pani e dividerli dopo la benedizione fra tutti i sodali, i quali si cibano così del pane comune, anche se non lo consumano insieme e nello Genova stesso tempo. L'importanza del pane, come alimento principale, fu sempre tale, che la formula caratteristica della convivenza nei nostri documenti medievali fu il mangiarlo insieme e la responsabilità collettiva delle obbligazioni, sia verso privati che verso il Comune, si esprime coll'estenderla a tutti coloro che convivono, che vivono a uno stesso pane; tutt'al più vi si aggiungerà talora in Lombardia il vino e le carte parleranno di coloro che vivono ad unum panem et unum vinum.
Questa e non altra è l'etimologia della voce compagnia, da cum e panis, sia perché spesso compagni e soci viaggiavano insieme per terra e per mare e si riunivano quindi allo stesso desco e posavano sotto lo stesso tetto, sia perché altrettanto spesso erano anche membri della stessa famiglia, uniti da interessi comuni non solo, ma conviventi già prima nella medesima casa, e gli estranei non legati da vincoli di sangue furono ammessi solo più tardi nel gruppo. I nostri padri genovesi ebbero due forme della parola, chiamano compagnia la vera e propria società commerciale, ma usano insieme la voce compagna, che in qualche documento designa la provvista di pane e companatico preparata per un viaggio marittimo e per affinità la dispensa, ove si conservano tali provvigioni, ma ha poi l'altro significato molto più importante di quella speciale associazione di carattere politico, da cui sbuca fuori il Comune di Genova.
Ho detto sbuca, perché di esso, come di moltissimi altri, di quasi tutti i nostri Comuni, salvo poche eccezioni ben definite e storicamente spiegabili, non possiamo dire in qual anno si sia l'ormato, né i documenti ci offrono un accordo esplicito di cittadini per costituirlo, né i cronisti ne indicano la data, e troviamo il Comune autonomo operante quasi sovrano, senza poter fissare il momento preciso in cui il grande evento si è compiuto.
In quel periodo che è la seconda primavera italica, gli ultimi decenni del secolo XI e XII, in cui tutti i germi rimasti latenti durante i secoli precedenti più rudi e imbarbariti sbocciano alla luce del nostro sole, tutti gli alberi si coprono di fronde e cominciano a fiorire, in tutti i campi della scienza, dell'arte, della vita sociale, per arrivare al pieno rigoglio e alla espansione fruttifera del Duecento e del Trecento, si ha pure la profonda trasformazione dell'ordinamento politico c costituzionale d'Italia, come oltralpe, per il costituirsi delle città a comuni. All'ordinamento feudale ristretto secondo una gerarchia rigida di carattere prevalentemente militare, con una serie ordinata di gradi e con modi precisi e non facili di passaggio dall'uno all'altro, succede il governo autonomo delle città, gli abitanti di esse sì liberano dai vincoli imposti dai feudatari d'ogni strato, s'impadroniscono delle funzioni di governo e le esercitano per conto proprio, in nome proprio, nel proprio interesse.
Come tutti i grandi fenomeni sociali, questo avviene progressivamente a passi lenti e quasi insensibili secondo i bisogni, in forme diverse, con diversi scopi immediati: ma una manifestazione fondamentale è comune. Coloro che vivono fra le stesse mura e hanno interessi comuni, si associano prima temporaneamente, poi in modo permanente, per farsi valere di fronte a forze estranee che minacciano e vogliono imporsi e opprimere; quelli, che sono individualmente più deboli, cercano nell'associazione il mezzo di resistere e guadagnar libertà, poiché da soli non potrebbero, si nominano dei capi e conduttori, prima anch'essi temporanei, poi permanenti, la cui opera è necessaria per dirigere con efficacia i movimenti delle masse, provvedono d'accordo con deliberazioni collettive ai bisogni giuridici, come agli economici, se le persone, che sono investite dal sovrano di funzioni pubbliche, le esercitano da sé per sé, o le trascurano o non seguono la via più utile alla comunità. Quando il movimento è compiuto, quando l'associazione e la nomina dei capi sono divenuti fenomeni stabili e la collettività s'è impadronita della maggior parte delle funzioni pubbliche, il Comune è Liguria formato. Il fenomeno si produce per gradi e si evolve lentamente; i cittadini chiamano comune o comunità la loro unione politica e sono concordi nel mantenerla, ma non ebbero occasione né pensiero di deliberarne espressamente la formazione, le diedero nome distinto quando la videro già compiuta e in azione; nella mente popolare, come nella stessa mente più sottile del giureconsulto, il concetto della persona giuridica, dell'ente astratto capace di vivere e di aver diritti e obbligazioni, distinto dalla persona dei componenti, non si presenta netto fuor d'ogni sviluppo, se non quando la persona già formata vive nella pratica, esercita diritti, risponde di obbligazioni in via di fatto. Ecco perché mancano documenti e notizie di cronisti, i quali annotano solo i fatti semplici, che successivamente si compiono sotto i loro occhi, e non percepiscono il fatto complesso se non quando il mutamento è compiuto.
Questa a parere dei migliori è l'unica teoria generale possibile sull'origine dei Comuni italiani: sarebbe inutile e fuor di luogo discutere qui le varie teorie che furono esposte, tutte insufficienti per uno stesso difetto, aver generalizzato fatti particolari e cause occasionali locali e trascurato quello che è l'unico grande fenomeno comune.
Veniamo ora al nostro tema speciale, il Comune di Genova.
Nel 1056 un marchese dei Malaspina stipula per sé e successori un accordo giurato coi Genovesi, in cui si limitano e determinano certe sue funzioni e ragioni, si fissano alcune norme giuridiche di carattere consuetudinario, - una carta di promessa che i marchesi giurano insieme con tre loro vassalli, riconoscendo a un giudice dei Genovesi facoltà di giudicare e approvare quelle usanze. Se pur manca ogni traccia di ordinamento autonomo, se non si dà ai Genovesi nome di cittadini della loro città, ma solo quello di abitanti di essa, se il marchese conserva in quella alcuna autorità feudale, egli è però obbligato ad accettare delle restrizioni di essa evidentemente imposte dai Genovesi, e questi hanno un rappresentante e magistrati giudiziari propri, per esercitar una delle più delicate funzioni sovrane nel tempo in cui il marchese risieda fuori di Genova.
Quarantatré anni dopo, il primo e più antico degli annalisti genovesi, che è insieme il primo tra gli annalisti laici in Occidente, (mentre prima di luì i cronisti sono monaci estranei agli avvenimenti che essi raccontano su relazioni altrui), il Caffaro nota che poco prima della spedizione di Cesarea (agosto 1100) fu fatta la compagna di tre anni con sei consoli di cui dà i nomi. Non una parola di meno, ma non una di più: tale notizia sul bel principio della cronaca prova in modo evidente che non era la prima compagna fatta in Genova. Egli è troppo preciso nell'annotare i fatti importanti cui assiste, anche i minimi, e lo fa soltanto per suo uso e diletto, poiché solo cinquant'anni dopo consegna il suo volume al Comune e ottiene qualità di scrittore ufficiale degli annali e certamente avrebbe dato maggiori particolari, se l'evento fosse stato nuovo e inconsueto: qualche altra circostanza e coincidenza, in mezzo a parecchie difficoltà cronologiche, permettono dì far risalire l'istituzione del consolato e della compagna di due o tre anni. Il Caffaro continua a notare con uguale brevità le compagne e i consoli che si succedono, e più precise notizie abbiamo solo alla metà del XII da tre documenti conservati per singolar ventura, un breve di consoli 1143 e due brevi di compagna 1157 e 1161, cioè il testo del giuramento che prestano da una parte i capi al momento del loro ingresso in ufficio, i membri della compagna dall'altra ad ogni rinnovazione di essa, con la minuta esposizione degli obblighi e doveri loro.
La compagna è un'associazione di persone tutte idonee alle armi fra sedici e settant'anni: i minori, i vecchi, le donne non sono legati dai vincoli di essa e non ne prestano il giuramento, ma ne ricevono ugualmente protezione: gli stranieri sono esclusi, come gli ecclesiastici che non possono portar armi per divieto canonico, ma pur questi godono ugualmente la tutela della compagna, perché troppo grande è il rispetto per la Chiesa e per le istituzioni ecclesiastiche. Ne formano parte persone d'ogni condizione sociale, nobili di città e campagna, commercianti di terra e di mare, industriali, operai, giureconsulti, tutti in condizione uguale.
L'associazione non è obbligatoria, ma volontaria: però ogni compagno deve denunciare ai consoli colui che fosse a sua scienza idoneo a farne parte utilmente, i capi, se concordano, faranno a costui pubblico o nominativo speciale invito ad entrare, e chi non si ascrive dopo tale chiamata e non giura entro 40 giorni, viene espressamente escluso da ogni protezione e aiuto, mentre chi non sia stato chiamato può ancora goderne nei casi più gravi, quantunque non appartenga alla società.
Quali i doveri degli uomini della compagna (poiché questo solo è il nome che essi si danno, non quello di compagni)? Obbedire alle convocazioni dei capi e ad ogni loro precetto, dar consiglio se richiesti, contribuire alle spese e pagar le imposizioni, astenersi da ogni delitto e da ogni accordo di carattere politico fra loro o con altri contro l'onore, l'utile, la quiete della città e della Chiesa, non far società con estranei né portar le loro persone o merci oltre mare per traffico, se sono contrarie alle merci genovesi. A questi obblighi si contrappongono i diritti alla protezione di capi e compagni, alla tutela di lor ragioni innanzi ai tribunali, con qualche preferenza verso gli estranei alla compagna e verso quelli che abitano fuori del distretto, sia per gli uffici, sia per la giustizia, sia per gli interessi commerciali.
La compagna, dapprima temporanea, quando sorgeva urgente il bisogno dell'associazione, diviene poi permanente e regolarmene si rinnova a periodi di tre o quattro anni e fu talora per qualche tempo sospesa, onde ancora a metà del secolo si fa l'ipotesi che non vi sia in Genova, e le sue funzioni sono allora esercitate da tutto il populus. Aveva capi, con quel nome di consoli che s'era da poco diffuso nelle città nostre, da quattro a otto scelti dall'assemblea, prima per tutta la durata della compagna, poi ridotti annuali, perché non fossero troppo prepotenti; aveva un consiglio di numero non determinabile di membri, cui appartiene probabilmente la parte principale nelle deliberazioni di governo e che alla metà del XII assume talora nome di senato, oltre al parlamento, grande adunata generale.
I consoli avevano funzioni direttive, in parte legislative, soprattutto esecutive e giudiziarie, erano capi delle spedizioni militari, agivano sempre collegialmente in città, individualmente quand'erano fuori Genova: notevole il nome di laus laudare, che vien dato alle loro deliberazioni e ricorda il tempo in cui soltanto potevano fare e sostenere proposte che si deliberavano in parlamento. Nel 1130, cresciute le relazioni giuridiche e le liti per l'incremento della città, si istituiscono i nuovi consoli de' placiti e de' giudizi civili.
Il problema più rilevante e più controverso è il determinare quale sia stato lo scopo di tale associazione. Fu essa formata secondo gli uni dagli abitanti per commerciare ultre mare e difendere i propri traffici, secondo altri dai membri delle nobili famiglie viscontili per difendere le loro ragioni feudali. Un'obbiezione generale comune ad entrambe le ipotesi è che nei brevi suindicati, che sono posteriori di appena mezzo secolo alla costituzione della compagna, manca ogni accenno preciso, anzi ogni indizio a favore sia dell'una o dell'altra. V'è qualche disposizione sui traffici, come il divieto di nuocere ai compagni importando merces nostris mercibus contrarias, e l'esclusione di coloro che rifiutano espressamente d'entrare nella compagna dai commerci coi membri di essa, ma questo è soltanto uno dei rapporti giuridici disciplinati, non è il principale, né si fa menzione di protezione speciale per quella particolare attività de' Genovesi né di ripartizione, dei lucri eventuali comuni. D'altra parte, se molti consoli, non tutti, sono membri di famiglie nobili, e se è naturale che fossero scelti fra le persone di condizione sociale più elevata, manca ogni accenno a un trattamento diverso dei singoli compagni secondo l'origine della famiglia o a speciale tutela dei diritti feudali, e nei consigli è sempre chiaramente richiesta soltanto la maggioranza dei presenti, quali essi siano. Fu detto che la compagna è il perfezionamento delle forme dell'associazione marittima per estenderla alla collettività per i bisogni di guerra; le relazioni tra gli uomini della compagna sono così diverse da quelle che legano gli associati ne' traffici, il linguaggio dei brevi è tanto differente da quello dei veri contratti sociali contemporanei e privo di qualunque allusione, che il ragionamento mi pare infondato e aprioristico; forse perché i Genovesi furono un popolo di audaci e fortunati mercanti, il Comune dovrebbe necessariamente essersi costituito per servire in via principale a tale scopo?
A mio giudizio nessun particolare motivo è da ricercare per la formazione della compagna, all'infuori del grande fenomeno storico suaccennato. Essa è manifestazione dello spirito di associazione che si esplica con tanta vivacità ed ampiezza alla fine del secolo XI; coloro che abitavano entro la cerchia delle mura genovesi si unirono per tutelare e difendere tutti gli interessi comuni, di ordine giuridico, di sicurezza pubblica, di polizia, di commercio, contro tutti i nemici esterni e interni. Saraceni che assalissero dalla terra o dal mare, o prepotenti che volessero prevalere (e sono quelli che si credono abbastanza forti per trascurare l'unione e non accettare l'invito).
Consueta è la forma, consuete sono le modalità, perché conformi alla natura delle cose: nei parlamenti, nomina di capi necessari in momenti urgenti, ripetizione dopo un esperimento ben riuscito, giuramento individuale per l'osservanza del patto e l'obbedienza ai capi, per un tempo limitato e predeterminato, salva la rinnovazione.
Un altro punto degno di rilievo sono le relazioni fra la Compagna e il Comune, e intorno a questo i documenti sembrano abbastanza chiari. Nei rapporti con altri sovrani, fossero re, principi, comuni, le carte parlano sino dal 1109 del comune, dei consoli del comune o di Genova: d'altra parte i feudatari del contado, che per amore o per timore si legano a Genova e promettono fedeltà e si obbligano a tener casa ed abitarvi per una parte dell'anno, non giurano, come altrove, il sacramento del Comune, bensì quello della Compagna presente e promettono rinnovarlo, come fanno e faranno i cittadini di Genova, e si obbligano verso il popolo, se per caso non vi fosse compagna. Nel breve del 1143 coloro, per i quali è scritto e prescritto, non assumono esplicitamente la posizione di consoli del comune, ma si dicono consoli eletti pro comunibus negotiis, non parlano di beni del Comune e di utilità del Comune, ma di cose e vantaggi comuni, e giurano di tutelare con ugual giustizia le ragioni collettive del Comune e quelle dei singoli uomini della compagna, se vi fosse tra esse contrasto e litigio. Piuttosto che ripetere la solita formula che il Comune è derivato dalla compagna, direi che nei rapporti esterni esiste subito il Comune, perché gli altri enti sovrani trattano col Comune di Genova, come con gli altri d'Italia, e danno quel nome alla collettività che opera di fronte a loro: nelle relazioni interne i Genovesi mantengono la forma e la sostanza di una distinzione, sentono forse più fortemente il vincolo della compagna, perché la rinnovano periodicamente, come un vero contratto sociale, preferiscono parlar di compagna, evidente collegamento di persone, anziché di Comune, che accenna piuttosto a un complesso di beni appartenenti alla collettività. Ancora sui primordi del sec. XV, gli statutari, che preparano le nuove leggi per commissione avuta dal maresciallo Boucicant, mantenendo il meglio delle vecchie, conservano la formula del giuramento di fedeltà e obbedienza che i singoli sono o possono esser chiamati a prestare col nome di iurare compagnam.
Una cosa va certamente affermata: una collettività di cittadini che dà liberamente leggi a sé stessa, elegge suoi capi, stipula trattati con enti uguali ed anche superiori per importanza economica, che manda legati a discutere con imperatori e ne ottiene larghi privilegi, dopo aver fieramente negato di pagar tributo e affermato a Roncaglia in faccia al Barbarossa, che i Genovesi non possono esservi obbligati, perché traggono il loro sostentamento dal mare e dai traffici, non dà alcuna terra d'Impero, e adempiono ogni dover loro verso questo col difenderne le coste dalle invasioni, una collettività che batte moneta, leva eserciti, riscuote imposte, affida a suoi magistrati le funzioni giudiziarie, anche le massime, criminali e capitali, costituisce un vero Comune sovrano, e tale è Genova nei primi decenni del sec. XII. Un piccolo particolare ce lo conferma: nel 1122 i consoli non bastano più da soli alla compagna o al comune, comincia la burocrazia colla nomina d'un cancelliere, d'un tesoriere, di più scrivani.
In grandissimo conto fu sempre tenuto il massimo dignitario ecclesiastico, il vescovo che dal 1133 è arcivescovo. Il fenomeno è frequente nelle città italiane, che furono per tradizione non interrotta nello stesso tempo centri di circoscrizione ecclesiastica e civile, e dove ne' periodi più oscuri e agitati dell'alto medioevo gli abitanti ricorrevano spesso al capo ecclesiastico, se il capo civile mancava, non voleva o non sapeva o non poteva esercitare l'ufficio suo. Il primate di Genova non ebbe mai un diploma imperiale, che gli desse titolo e funzioni di conte in città, non le tenne forse mai di fatto nell'ultimo periodo nel loro complesso, non esercitò p. es. di regola funzioni giudiziarie, perché non conserva posteriormente alcuna ragione pecuniaria sulle tasse a quelle connesse, quando il Comune assunse ed avocò a sé la giurisdizione, non diede mai ombra al Comune sorgente, perché questo non mira mai a limitare l'azione di lui, come avrebbe dovuto fare e come fecero altri Comuni per togliere un impedimento al loro svolgersi.
Ma il vescovo ebbe certo parte notevole nelle prime manifestazioni collettive, perché la conserva a lungo nel tempo seguente. I compagni singoli e i consoli che curano le cose comuni giurano tutelare insieme l'onore, il patrimonio, l'utilità dell'arcivescovato, della chiesa e della città: l'arcivescovo interviene talora a persuadere i consoli eletti restii all'accettazione dell'ufficio o a sostituire i mancanti: i consoli si riuniscono nel palazzo arcivescovile o nella cattedrale, consultano l'arcivescovo e i canonici, affidano a questi alti uffici pubblici di ambascerie oltre confine. Le lettere di fuori sono indirizzate al vescovo e ai consoli, gli oratori parlano in nome d'entrambi e ad entrambi giurano fedeltà i feudatari: un documento del sec. XIII descrive la bolla plumbea d'una carta più antica, che ha da un lato Civitas Ianue col castello genovese e dall'altro Ianuensis Archiepiscopus coll'immagine di S. Siro. Infine al prelato sono assegnate e concesse talune tasse, per lo più in forma di decime sui frutti dei campi e sui lucri delle spedizioni marittime in proporzione o del carico portato a Genova o del numero dei partecipanti.
Da tale elevata posizione dell'arcivescovo penso che si possa anche trarre qualche altro argomento negativo riguardo alle famiglie marchionali e viscontili.
Anche i marchesi e i visconti continuano a godere diritti finanziari e riscuotere tasse fin dopo la seconda metà del sec. XIII, ma, al contrario di quanto fu notato per l'arcivescovo, non hanno essi alcuna particolare e delineata ingerenza nel Comune. E' ormai storicamente accertato che da un Oberto, forse un superstite della famiglia marchionale di Toscana, marchese della Marca Ligure e conte di Genova, derivano per successive generazioni e ramificazioni le varie famiglie marchionali, con diverso titolo, che ebbero sovranità feudale nella Liguria orientale, come da un Aleramo quelle della occidentale, da un Idone visconte le viscontili, e quei personaggi vissero tutti intorno alla metà del X, Oberto di stirpe langobardica, Aleramo della franca, Idone della romana. Mentre i marchesi si allargavano e si dividevano lungo il mare e nella parte più montuosa, i visconti risiedevano nella collinosa e piana: certo alcuno di questi ebbe parte nel movimento per la formazione della compagna, forse si mise a capo di essa anche per resistere ai marchesi, ma chiamò intorno a sé e si associò con molti altri liberi da vincoli di vassallaggio ed estranei alle famiglie viscontili. Come fu già detto, nessuna differenza è fatta nei brevi della compagna secondo la condizione sociale: l'uso della parola nobiles per indicare la parte più alta della popolazione, tra cui si sceglie di fatto il maggior numero dei consoli (come in tutti i Comuni), non comincia che alla metà del XII, e nessun particolare requisito in relazione con essa è sancito nei brevi di compagna, né alcuna posizione prevalente è assicurata ai visconti e alle famiglie viscontili, come tali, con indicazione precisa di tal qualità. Anche i visconti possono pretendere diritti d'importazione sulle merci che entrano per terra o per mare, diritti sui banchi dei macellai, diritti sui forestieri immigranti o transitanti per Genova, e ancora alla metà del XIII una tassa sui contratti ha il nome di viscontado. Probabilmente anche qui ci troviamo dinanzi a un fenomeno che non è particolare, ma comune ad altri Comuni italiani e che riapparirà con notevole ricorso storico vichiano nel sec. XVIII nella lotta della monarchia contro il feudalismo: il Comune di Genova provvede prima e più volontieri a consolidare la sua sovranità e differisce ad altri tempi la battaglia per rafforzare le finanze coll'avocazione delle imposte; coloro, che avevano prima funzioni pubbliche, sia pur parzialmente sovrane, resistono meno tenacemente alla perdita di esse, se più a lungo conservano i redditi pecuniari che possono ritraine: la ascrizione dei visconti alla compagna e la preponderanza di fatto giovò certamente a sostenerli nella lotta economica e ritardare il momento in cui il Comune fatto più forte poté liberare tutti i suoi redditi.
Non era certo molto solida la condizione finanziaria del Comune, sia per tante pretese tributarie di vescovi e visconti, sia altresì perché nel diritto pubblico medievale la facoltà di imposizione era considerata come una regalia imperiale, e se i Comuni dovettero sino dagli inizi usurparla, poterono farlo, perché avevano la forza di esigere, ma solo per urgenti bisogni di volta in volta, in modo non fisso né periodico: più facile riusciva riscuotere tasse indirette in relazione a determinati atti dei cittadini e a certi servizi utili prestati dalla comunità. L'essere in dispendio e il pagare una parte delle spese pubbliche secondo i precetti dei consoli è uno degli obblighi dei compagni, e le collette hanno da esser approvate dal consiglio a maggioranza, specialmente per le spedizioni militari. I tempi non erano probabilmente più leggiadri e men feroci dei presenti, e i Genovesi avranno protestato anche nel secolo XIII, quando pagavano i diritti dell'arcivescovo e quei dei visconti, e il Comune richiedeva il cotumo e il focagio1 e la tassa sul sale e il compenso per l'uso delle pubbliche misure, e imponeva una tassa sui banchi dei macellai, che furono forse i primi commercianti con una sede fissa, e un'altra sulle banchine del porto per lo scarico delle navi, mentre provvedeva ai maggiori bisogni colle collette di terra sugli stabili, sulle merci o sul bestiame o con quelle di mare sui capitali impiegati nei traffici marittimi, che dovevano esser riservate per le spedizioni di guerra per mare. Perfino l'avaria2 e la stalia appariscono nei documenti come tasse comunali prima che in qualità di istituti mercantili.
Spesso i bisogni erano urgenti; il Comune non poteva attendere la riscossione regolare ma lenta delle entrate, e allora ricorreva ai privati, ne otteneva le anticipazioni necessarie, concedeva loro la facoltà di esigere certi dazi e certe tasse per un numero di anni determinato. Era un vero mutuo, si pattuiva un interesse che per lo più si celava sotto l'aumento del capitale che si dichiarava dovuto in somma superiore a quella veramente pagata, ma assai di frequente, ad evitare le ire canoniche e gli scrupoli dei notai, si mutava anche nome al contratto e lo si chiamava compera delle imposte: di qui le compere famose, da cui uscirà poi per via di consolidazione la Casa di S. Giorgio. Si suol ripetere che la prima compera fu fatta nel 1148 per la spedizione contro i Mori di Spagna, e veramente si hanno in quel tempo tre convenzioni con tre gruppi di cittadini: ma sino dal 1133 fu deliberato in parlamento, che non si potessero vendere o impegnare le tasse oltre la durata del consolato, cioè al massimo per un anno, e il divieto, più volte ripetuto negli anni seguenti, prova che già tali convenzioni erano state stipulate e rinnovate malgrado ogni proibizione. Inoltre nel 1141, tre anni dopo la concessione imperiale di batter moneta con impronta propria, fu venduta la zecca a un gruppo di privati che prestarono certe somme al Comune, con garanzia d'un guadagno minimo fissato, e in quel documento fan per l'appunto capolino i celebri luoghi da lire cento, poiché la quota dei singoli associati mutuanti è in tale misura. E già nel 1259 il primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, volendo restaurare le finanze, compieva la prima conversione delle compere, o più esattamente la riduzione forzata dell' interesse, e faceva statuire l'annullamento di tutte le vendite e alienazioni delle entrate del Comune di qualsiasi specie, se fatte per oltre un anno, il ricupero di lutti i cespiti di reddito da parte del Comune e il pagamento d'un interesse fisso del 8 % a tutti i creditori registrati.
Non era però tale minore stabilità finanziaria e tale incertezza di entrate il maggior pericolo che minacciasse il nuovo Comune: molte erano le vie della tassazione anche in quei tempi, e si ricorreva pur largamente, come or ora ho accennato, ai prestiti volontari, e talora anche ai forzati, ma sopra ogni cosa non mancava la materia imponibile. I Genovesi già avevano scoperto e usavano molti e varii modi per far larghi guadagni, piuttosto cercando ricchezza nel numero degli affari che nella rischiosa ampiezza di essi, e i brogliazzi dei notai ci presentano serie copiosissime di traffici oltre mare, di commende e società, di cambi nelle fiere della Sciampagna, di prestiti aperti o celati, di un uso estesissimo del credito, insieme con le costruzioni e i noleggi delle navi e con le imprese di trasporti terrestri. La stoffa da tagliare per vestire i rivati e il Comune insieme abbondava e questo è (lo sappiamo per dura presente esperienza) il miglior fondamento della vita prospera e dell'espansione pubblica e privata.
Molto più grave il pericolo derivante da quella infelicissima qualità del popolo Genovese, la grande incontentabilità politica, per cui ben si applica anche ad esso, come al fiorentino, il noto verso dantesco. L'infierire delle fazioni, gli urli e le lotte anche sanguinose tra le famiglie non solo turbavano aspramente l'ordine cittadino, ma provocavano frequenti deliberazioni di mutamento nella costituzione comunale, sì per cercar pace, come l'infermo, sì per dar modo di elevarsi a quelli che erano in basso o di restare in alto a quelli che prevalevano. E prima furono famiglie contro famiglie, gli Avvocati contro i De Castello, i Vento contro i De Volta; poi si diffuse la mala peste anche a Genova, e furono i Guelfi e i Ghibellini, che qui assunsero il nome di Rampini e Mascarati, e più tardi di nuovo in special modo le famiglie, Fieschi e Grimaldi di parte guelfa, contro Doria e Spinola di parte avversa.
Oltre al frequente apparire di azzuffamenti e di omicidi nelle pagine degli annalisti, ne abbiamo un'altra manifestazione nei divieti, più volte ripetuti nella seconda metà del sec. XII, contro il lancio di proiettili d'ogni specie che si faceva, talora per più giorni consecutivi, dalle torri annesse alle case maggiori, sui partigiani dei nemici, che passassero in armi per le strette vie o tentassero sfondare le porte delle dimore avversarie. E gravi erano le sanzioni, multe fortissime, abbattimento o almeno abbassamento delle torri. Ce n'era più che una ventina anche a Genova e alcune durano tutt'ora incastrate fra le case presenti a ricordo di famiglie antichissime. Tutti conosciamo la torre degli Embriaci e rammentiamo Guglielmo, comandante la flotta genovese alla prima crociata e inventore delle macchine con cui ì Cristiani espugnarono Gerusalemme. Ma una torre degli Spinola è anche visibile nel vico della Torre di S. Luca, e una dei Sauli è incorporata in una casa della piazzetta che da loro si nomina: una si vede nel vico De Negri che prende il nome dalla famiglia De Negri e un altro ramo di questa he aveva altre due a S. Lorenzo: chi dal vico dì S. Cosimo entra nel vico della Pace e si volge subito a guardare la volta sotto cui è passato, vede una torre probabilmente appartenente ai De Castello, come una torre dei Piccamiglio si riconosce ben distinta, se da via del Campo si passa sotto il volto che conduce al vico di S. Marcellino e si rivolge la faccia verso di esso.
Un ingenuo racconto del secondo annalista genovese, Oberto cancelliere, dà un sapore lievemente comico ad un episodio di tali lotte intestine. I consoli del 1169 vollero cercare il modo per obbligare tutti i cittadini, nobili e plebei, a giurare loro obbedienza e pace: i consiglieri erano discordi, reputando gli uni sufficiente e gli altri pericoloso procedere secondo giustizia, cioè applicare le pene corporali secondo le leggi e la confisca: i consoli deliberarono di inventare qualche stratagemma per trascinare i ribelli alla concordia col timore dell'applicazione dello stretto diritto. Fanno perciò iniziare regolare processo innanzi ai giudici, respingono ogni spediente dilatorio e impongono che si conduca a termine tutta la discussione: poi riunitisi di notte a deliberare, decidono che si faranno sei duelli tra' più nobili cittadini, probabilmente in omaggio alle leggi genovesi, che ricorrevano a tal mezzo di prova, quando gli omicidi erano occulti, cioè di autore ignoto. Impongono subito che si prepari il campo, per far mostra di voler fare davvero, e tanto più insistono, quanto più parenti e mogli dei designati campioni accorrono a supplicare in segreto. Poi si recano dall'arcivescovo, lo mettono a parte del piano e fan suonare il parlamento prima dell'alba, perché i cittadini accorrano più rapidamente e cogli animi sospesi, tanto più allorché vedono a ogni porta le croci della città, cioè probabilmente le bandiere colla croce attorno a cui dovevano riunirsi ad ogni urgente chiamata. A metà della concione entra l'arcivescovo con tutto il clero nei solenni indumenti dei giorni festivi e colle reliquie di San Giovanni, e al popolo, che assiste tranquillo e mogio contro l'usato (l'osservazione è dello stesso Oberto), vescovo e consoli parlano eloquenti invitando alla pace. Di poi si fa chiamare uno dei capi, Rolando Avvocato, che venga a giurare, ma questi si butta a terra, si lacera le vesti, invoca le anime dei suoi morti e rifiuta di muoversi finché non siano vendicati, e resiste alle insistenze dei parenti. Vanno a lui allora, poiché la montagna non si muove, vescovo e consoli portando il Vangelo, e dopo molte prediche lo trascinano quasi sul libro e lo fanno alla fine giurare. Nuovo messaggio al capo della parte avversa, Fulcone De Castello: questi si dichiara prontissimo ad obbedire ai consoli, ma non può senza licenza del suocero Ingone De Volta, che aveva perduto un figlio nelle ultime mischie: nuova processione solenne alla casa di questo e infine dopo molta murmuratione (o mugugno), giurarono anch'essi. Allora tutti si baciarono e ripeterono il giuramento, suonano le campane, il vescovo canta il Te Deum… e qualche mese dopo le due parti si azzuffano di bel nuovo e i consoli eleggono quattro arbitri che in venti giorni decidano o secondo il diritto o quali amichevoli compositori, come meglio possono.
Così miseramente si agitava e si dibatteva il Comune, che pure coi diplomi imperiali del 1138 e 1162 era giunto al massimo grado di libertà secondo il diritto dei tempi, ottenendo facoltà d'esercitare da sé senza controllo le maggiori regalie, nomina di consoli in città e nelle colonie, giurisdizione civile e penale, batter moneta e levar eserciti per le spedizioni, cosicché poté astenersi da ogni partecipazione alla Lega Lombarda, perché aveva ottenuto venti anni prima benevolmente e senz'obbligo dì rinnovate investiture le concessioni che i Comuni strapparono colle armi al vinto di Legnano a malincuore. Giova tuttavia ricordare che nel 1168, ai consoli della nuova città sorta in odio a Federico imperatore i Genovesi diedero volentieri un contributo di cinquanta delle loro lire per la edificazione delle mura di Alessandria e ne promisero altrettante per l'anno seguente.
Frequentissimi a Genova i mutamenti di governo e gli esperimenti costituzionali, poiché ogni prova si ripete più volte; nel 1190 si sostituisce al governo dei consoli cittadini in numero plurale il podestà straniero e unico, e per 27 anni le due magistrature si avvicendano, finché si accetta definitivamente il podestà, con otto nobili rettori, a cui spetta principalmente la cura delle finanze: questi deve convocare per obbligo d'ufficio annualmente il consiglio a deliberare sulla forma di governo dell'anno seguente. Vent'anni dopo si esperimenta per due anni il capitano del popolo, e più a lungo dopo il 1257, ora insieme col podestà, ora alternativamente con questo o con due di essi, e talora con un capitano solo, talora con due. L'applicazione di questa magistratura fu fatta a Genova in modo diverso dagli altri Comuni: se nei primissimi anni il prescelto è di parte popolare e i consoli de' mestieri e le capitudini delle arti partecipano ai consigli e agli atti più importanti del Comune, la nobiltà riprende presto il sopravvento ed è la nobiltà ghibellina, che si appoggia sul popolo per sopraffare gli avversari: il popolo ha per sua protezione e difesa un magistrato nuovo con funzioni non sempre ben determinate, l'abate del popolo, ha anche altri ufficiali a capo della sua organizzazione armata (conestabili e gonfalonieri), ma i capi delle sue corporazioni artigiane non hanno parte alcuna negli atti di governo. Si prova più volte anche quella singolarissima forma, esempio unico nella storia, di due capitani del popolo contemporanei, scelti sempre nelle famiglie patrizie ghibelline, un Doria e uno Spinola, e questi seppero anche quasi sempre mantenersi concordi.
I capitani sono dichiarati superiori alle leggi, sciolti dall'osservanza di esse, fossero statuti cittadini o leggi romane, e tuttavia a Genova non si compié la loro trasformazione definitiva in signori, come avvenne in tutti gli altri Comuni d'Italia, salvo Venezia, probabilmente perché la potenza delle due famiglie ghibelline, la ricchezza loro, il numero dei membri e degli aderenti si equivalevano, e nessuna poté prevalere. Ben lo seppe Obizzino Spinola agli inizi del sec. XIV, che, dopo aver dato una figlia in moglie a un imperatore di Costantinopoli, dopo aver ospitato principi e offerto al popolo splendidissime feste, venne cacciato da tutti gli altri nobili genovesi collegati a suo danno, parenti e nemici, ghibellini e guelfi, onde poi si vide poco appresso Genova chiamar suo signore per la prima volta uno straniero, Enrico VII, per evitare che egli rimettesse in Genova, quale suo vicario, lo Spinola aborrito, a lui ricorso per protezione. E già trent'anni prima il partito ghibellino aveva saputo tener testa a Carlo d'Angiò, resistergli vittoriosamente e impedirgli col trattato del l276 di rimettere i guelfi a capo del governo di Genova, come avrebbe voluto.
L'espansione politica entro terra era limitata dalla collana di monti che incatena Genova e comprime la Liguria verso il mare, ed anche nel ristretto territorio tutta la massa dei feudatari derivati dalle due grandi famiglie marchionali, l'Obertenga e l'Aleramica, serrava assai davvicino il respiro alla città che doveva divenire la Superba. Il primitivo distretto del Comune si estende da una parte a Roboreto oltre Chiavari, dall'altra a Gesta, un luogo che si identifica col fiumicello Estra o Arestra o Laestra presso Cogoleto, e in senso verticale dal mare, al giogo, alla linea del displuvio. Però nel 1121, secondo la notizia datane dal Caffaro, i Genovesi con grosso nucleo di truppe a piedi e a cavallo iugum transierunt, varcarono il vertice della montagna, s'impadronirono armata mano di Giaccone, Ciapino e d'altri luoghi, comperarono Voltaggio; nella prima metà del secolo essi tengono anche Savignone, Ameglio, e a Voltaggio e Gavi. come a Rivarolo, stabiliscono posti di confine e riscuotono pedaggi, cent'anni dopo acquistano una serie di castelli attorno Ovada e Pareto al sud di Acqui. Lungo la costa giungono a Portovenere nei primi anni del secolo XII e intorno al 1130 si accordano coi conti di Ventimiglia, onde alla metà del secolo la linea del distretto giurisdizionale va da Monaco a Portovenere e in qualche documento si spinge a Porta Bertrama, oltre Massa: accordi strettissimi si concludono alla fine del secolo con Oneglia, Albenga, Diano, Porto Maurizio e S. Remo, cosicché i magistrati genovesi vi possono levar truppe, imporre divieti di commercio, proferir sentenze e proclamar ordini, e più tardi si aggiungeranno altre terre della riviera di Levante e intorno al 1275 castelli e giurisdizioni attorno a Spezia e fino a Sarzana.
L'autorità e la signoria non sono in alcun modo definitive: come gli acquisti si fanno per compere e convenzioni o per conquista e dedizione, così per guerre, ribellioni, paci forzate, quei luoghi si perdono più volte e si ricuperano, mentre parecchi signori feudali sono sempre potenti, e taluni, dopo aver giurata la compagna, muovono in armi contro il Comune e son dichiarati felloni, e l'arcivescovo di Genova ha il pieno dominio temporale sopra S. Remo e Ceriana. Ma il respiro di Genova si è allargato, i polmoni possono funzionare a meraviglia e la città fa sentire il suo dominio e la volontà sua.
Turbolenze ed agitazioni interne non impediscono la gloriosa ascesa del Comune: può oscillare talora qualche piccola colonna dell'edificio, ma gli sforzi di tutti i governanti e governati, sanno tener ben diritta la barca perché Genova abbia nella storia politica, come nella economica d'Italia, il posto che le spetta, perché continui ad espandersi, a prosperare, ad arricchire, finché è il tempo dell'ascesa, al di sopra di una delle sue maggiori rivali, a fianco dell'altra con alterna vicenda. La fine del sec. XIII vide abbattuta definitivamente la potenza di Pisa colla rotta della Meloria e col forzamento del Porto Pisano, portato un grave colpo a Venezia colla vittoria delle Curzolari. che non potrà essere vendicata se non un secolo dopo, a Chioggia, e i Doria, ammiragli permanenti delle flotte genovesi, celebreranno i gloriosi fasti del nome loro e della Patria colle lapidi incastrate nelle pareti di S. Matteo.
Se non fossero alquanto offuscate da una allegrezza, spiegabile ma eccessiva, per la caduta di Pisa, che minacciava il cielo, come i giganti, e precipitò nell'abisso, si potrebbe qui concludere col citare letteralmente le parole, con cui Iacopo Doria, l'ultimo annalista ufficiale, chiude la sua scrittura nel 1298: sono un inno di gloria alla potenza e alla ricchezza di Genova, con un fervido invito alla reverenza e devozione verso il Creatore, che concesse ad essa tanto decoro e tanto onore quanto gli antenati, (o i governanti, antecessores?) non meritarono e non sognarono mai.


1 focatico, tassa applicata a ciascun focolare, cioè su ciascuna abitazione
2 tassa immobiliare

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